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Narrazione esperienzale e memoria
Typology: Transcriptions
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Capitolo I – Narrazione esperienziale In questo libro vengono esaminati alcuni aspetti della narrazione intesa come rappresentazione dell’esperienza, interpretata in chiave educativa. Particolare attenzione è rivolta alla prosa d’arte e alla composizione poetica, considerate “rappresentazioni dell’esperienza” e qui definite narrazione esperienziale. Esistono due principali modalità di narrazione esperienziale, entrambe tese alla ricerca della verità:
equilibrio omeostatico, ossia su una regolazione dei sentimenti che danno coerenza all’esperienza umana. La narrazione gioca un ruolo fondamentale in questo equilibrio, poiché consente al narratore di rafforzare le configurazioni neuronali legate ai ricordi. La coscienza si manifesta come una combinazione di aspetti:
aspetti troviamo le nostre credenze, le emozioni, i desideri, le passioni, i gusti, la memoria, il nostro sistema di valori, il senso estetico e persino il nostro modo di ragionare. Gli esseri umani vivono due dimensioni principali. Da un lato, sono individui con una memoria autobiografica, che raccoglie le esperienze personali e le conoscenze del mondo, oltre ai meccanismi di ragionamento concreto e astratto. Dall’altro, sono parte di una specie sociale, che eredita una lingua e una cultura. La mente, quindi, non esiste isolata, ma è profondamente intrecciata con la società e la cultura. La società fornisce una vasta gamma di strumenti di ragionamento e l’individuo sceglie quelli che ritiene più adatti a sé stesso. Allo stesso modo, il sé autobiografico assorbe e organizza gli elementi culturali e sociali che lo circondano, selezionando ciò che ritiene importante e scartando ciò che considera meno rilevante. Le credenze e i valori che impariamo e facciamo nostri diventano una parte fondamentale della nostra identità. Sebbene nasciamo con bisogni biologici, il modo in cui li percepiamo e li valorizziamo dipende dall’educazione, dalla cultura e dal nostro sé autobiografico. Le pulsioni umane, che hanno una base biologica, vengono plasmate e indirizzate dal contesto sociale e culturale in cui viviamo. In questo modo, ogni individuo integra i bisogni del corpo con le influenze della società, dando forma a un’identità unica che riflette sia la biologia che l’esperienza sociale. Capitolo XV – Passioni Secondo Jean-Pierre Changeux, il piacere estetico nasce dall'integrazione tra ragione ed emozione. È il risultato di un equilibrio tra ciò che percepiamo con la mente razionale e ciò che sentiamo emotivamente. Questo piacere estetico, però, varia da persona a persona, poiché ogni individuo lo percepisce in modo unico. Nel dizionario francese, la passione viene descritta come uno stato così intenso, sia a livello affettivo che intellettuale, da influenzare profondamente la mente. La passione è strettamente legata alla memoria autobiografica di ogni individuo, cioè alle esperienze personali che costituiscono una parte fondamentale della mente e dell’identità. I gusti, invece, dipendono sia dal sistema di ricompensa del cervello sia dai sistemi di valori personali, come suggerito da Edelman. Questi sistemi coinvolgono diverse aree cerebrali che rilasciano specifiche sostanze chimiche: ad esempio, il locus coeruleus produce noradrenalina, che si attiva in situazioni di stress o pericolo; i nuclei del rafe rilasciano serotonina, che favorisce il buon umore e riduce l’ansia; i nuclei colinergici producono acetilcolina, fondamentale per la comunicazione tra i nervi e i muscoli; infine, i nuclei dopaminergici, situati nell’ipotalamo, giocano un ruolo chiave nell’apprendimento e nella memoria. Questi sistemi non solo influenzano le risposte del corpo per garantire la sopravvivenza, ma contribuiscono anche a definire ciò che chiamiamo gusto. I sistemi di valori di ciascun individuo si formano attraverso l’esperienza e il sé autobiografico, creando mappe neuronali uniche che vengono integrate nei contenuti della mente. In questo modo, ogni persona sviluppa un insieme di preferenze e sensibilità estetiche che riflettono la combinazione della sua storia personale, delle sue emozioni e delle sue esperienze. Capitolo XVI – Immaginazione Secondo Edelman, il cervello umano è capace di andare oltre le informazioni che riceve dall’esterno. Infatti:
Capitolo XIX – Memoria involontaria Nel romanzo “Alla ricerca del tempo perduto”, Proust riflette sul concetto di memoria involontaria. Egli descrive come, vedendo dei fiori per la prima volta, essi non gli sembrino reali. Non riesce a percepirli come autentici, e questi fiori non evocano in lui alcuna esperienza emotiva o immaginativa. Questo tipo di realtà, secondo Proust, sembra essere andata perduta nella vita moderna. Tuttavia, può essere recuperata attraverso la memoria, che permette alla mente di collaborare con il mondo e immaginare ciò che è già presente. La memoria involontaria, per Proust, è un modo per ritrovare una realtà che pensavamo di aver dimenticato. Egli la considera l’unica memoria autentica, a differenza della memoria volontaria, che si basa sull’intelligenza e sul ricordo intenzionale. La memoria volontaria, infatti, crea solo immagini imprecise e incomplete del passato. Al contrario, i veri ricordi emergono spontaneamente, magari stimolati da un profumo, dalla vista di un vecchio oggetto o da un suono familiare. Secondo Proust, l’artista dovrebbe attingere a questo tipo di memoria, perché la sua spontaneità ne dimostra l’autenticità. Questi momenti di memoria involontaria permettono di ritrovare un equilibrio tra il ricordare e il dimenticare. Ad esempio, in uno dei suoi racconti, il protagonista viene sopraffatto da un'emozione suscitata dal suono di un pianoforte. Questo evento, del tutto casuale, lo porta a "sfogliare" inconsapevolmente gli archivi della sua memoria, rivelando ricordi che altrimenti sarebbero rimasti nascosti. Proust sottolinea che questi archivi della memoria esistono proprio grazie alla dimenticanza: è come se dimenticare fosse parte del processo di conservazione. La memoria involontaria è descritta come disinteressata, nel senso che non è legata alle attività pratiche o quotidiane. Spesso, mentre viviamo un momento, non percepiamo la sua profondità o il suo significato. Solo successivamente, attraverso la memoria, possiamo riscoprire quella realtà che sembrava perduta. Proust si confronta anche con le idee di Bergson sull’influenza delle droghe sulla memoria. Bergson riteneva che il loro effetto fosse minimo e che le droghe non alterassero significativamente i ricordi. Proust, invece, afferma che le droghe non solo cambiano la percezione della memoria, ma sconvolgono il senso della vita quotidiana, bloccando la capacità di gestire le piccole questioni pratiche. In pratica, le droghe non cancellano i ricordi, ma alterano il mondo delle intenzioni pratiche, lasciando intatta la parte più profonda della memoria. Infine, Proust respinge l’idea di Bergson secondo cui tutti i ricordi sono sempre presenti dentro di noi, anche se non siamo in grado di richiamarli. Per Proust, i ricordi significativi non possono essere recuperati razionalmente, perché non sappiamo nemmeno che esistono finché non riaffiorano spontaneamente. Non siamo noi a cercarli: sono i ricordi a “trovarci” quando meno ce lo aspettiamo. Capitolo XX – Contro la Memoria volontaria Per Proust, l’intelligenza è utile nella vita quotidiana, ma inibisce la memoria autentica. L’intelligenza tende a razionalizzare e distorcere i nostri ricordi, rendendoli meno veri. Quando cerchiamo di ricordare con l’intelligenza, non facciamo altro che trasformare il passato in una versione artificiale, lontana dalla vera esperienza vissuta. Le esperienze di memoria nel suo romanzo mostrano che l’intelligenza non ha un ruolo nel risvegliare il vero passato. A volte, i ricordi non emergono nemmeno come immagini chiare, ma solo come frammenti sfocati. Per esempio, il narratore riconosce la forma di alcuni alberi, ma non riesce a capire se li ha visti in un sogno o se sono realmente esistiti. Questa incertezza, per Proust, è un segno della difficoltà di ricostruire il passato con l’intelligenza. Il vero ricordo non è quello che richiamiamo volontariamente, ma quello che arriva improvvisamente e ci sorprende. Proust suggerisce che senza la memoria involontaria, la vita si riduce a una sequenza di eventi dimenticati e distorti. L’unico modo per riscoprire il passato è permettere che i ricordi affiorino senza il controllo dell’intelligenza. È solo in quel momento che possiamo percepire il vero significato di ciò che abbiamo vissuto. Anche se la memoria involontaria può riportare alla luce esperienze dolorose, è sempre una vittoria, perché ci permette di riconnetterci con il nostro passato. Capitolo XXI – Contro la Familiarità Proust afferma che la memoria involontaria è più viva e autentica rispetto ai ricordi riprodotti razionalmente. Quando ricordiamo senza forzature, la mente riesce a riscoprire la verità delle esperienze vissute, che sono spesso legate a sensazioni ed emozioni più che alla logica. Questo tipo di memoria è più vicina alla nostra vera esperienza, mentre la memoria razionale tende a renderci distaccati e a vivere la realtà in modo più superficiale. Bruner, uno psicologo, sostiene che uno degli scopi del racconto è proprio quello di rendere “estraneo” ciò che è troppo familiare. Raccontare qualcosa che già conosciamo, ma da un’altra prospettiva, ci permette di imparare qualcosa di nuovo e di far evolvere la nostra mente. Questo vale anche per la narrazione dei ricordi: ricordare qualcosa attraverso la memoria involontaria significa scoprire il passato sotto una nuova luce, che stimola la crescita interiore. Secondo Proust, questo processo di “rottura” avviene quando il narratore si lascia trasportare dalle immagini e dai sentimenti senza il controllo razionale. Raccontare un’esperienza in modo involontario permette di vedere quella realtà da una prospettiva più profonda e generativa. Come spiega anche Damasio, il cervello non richiama un ricordo in modo statico, ma lo attiva attraverso circuiti neuronali diversi e imprevedibili. Questo rende il ricordo “fuori dal controllo” volontario, e la sua natura involontaria lo rende autentico e ricco di significato. Proust crede che l’intelligenza, se interviene troppo, rischi di distruggere questa autenticità del ricordo, rendendolo sterile e distorto