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Paradise lost libro in pdf documento
Typology: Cheat Sheet
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E d'ogni male apportator nel mondo, Finchè un Uomo divin l'alto racquisto Fa del seggio beato e a noi lo rende, Canta, o Musa del ciel; tu che del Sina dell'Orebbe in sul romito giogo Inspirasti il pastor che primo instrusse La stirpe eletta come i cieli e come La terra in pria fuor del Caosse usciro; se più di Sión t'aggrada il colle, il rio di Siloè che al tempio augusto Di Dio scorrea vicino, indi tua fida Aita imploro all'animoso canto Che d'innalzarsi a nobil volo aspira Oltre l'Aonio monte, e a dir imprende Cose ancor non tentate in prosa o rima. E pria tu Divo Spirto, a cui più grato È d'ogni tempo un retto core e puro, Sii, tu che sai, maestro mio: presente Dal principio tu fosti, e con distese Ali robuste, di colomba in guisa, Stesti covante sopra il vasto abisso, E di virtù feconda il sen n'empiesti. Tu quanto è oscuro in me rischiara, e quanto È basso e infermo, in alto leva e reggi, Onde sorgendo a par del tema eccelso, Svelare all'uom la Provvidenza eterna Io possa, e scioglier d'ogni dubbio gli alti Di Dio consigli e le ragioni arcane. Narra tu prima (poichè nulla il cielo, Nulla l'inferno agli occhi tuoi nasconde), Narra qual mai cagion gli antichi nostri Padri, sì cari al cielo e in sì felice Stato locati, a ribellarsi mosse Da lui che gli creò. Mentre signori
Eran del mondo, un suo leggier divieto Come romper fur osi? Al turpe eccesso Chi sedusse gl'ingrati? Il Serpe reo D'inferno fu. Mastro di frodi e punto Da livore e vendetta egli l'antica Nostra madre ingannò, quando l'insano Orgoglio suo dal ciel cacciato l'ebbe Con tutta l'oste de' rubelli Spirti. Su lor coll'armi loro alto a levarsi Ambìa l'iniquo e d'agguagliarsi a Dio Pensò, se a Dio si fosse opposto. Il folle Pensier superbo rivolgendo in mente, Incontro al soglio del Monarca eterno Mosse empia guerra e a temeraria pugna Venne, ma invan. L'onnipossente braccio Tra incendio immenso e orribile ruina Fuor lo scagliò dalle superne sedi Giù capovolto e divampante in nero, Privo di fondo disperato abisso; Ove in catene d'adamante stretto A starsi fu dannato e in fiamme ultrici Qual tracotato sfidator di Dio, E già lo spazio che fra noi misura La notte e 'l dì, nove fiate scorse, Che con l'orrida ciurma avvolto ei stava Nell'igneo golfo, tutto sbigottito Benchè immortal. Pur lo serbava ancora A maggior pena il suo decreto. Intanto L'aspro pensiero del perduto bene, E del futuro interminabil danno Il cruccia alternamente. Intorno ei gira Le bieche luci una profonda ambascia Spiranti e un cupo abbattimento misto D'odio tenace e d'indurato orgoglio:
Regni di luce tante schiere e tante Di Spirti fulgidissimi vincevi Tutto vestito di fulgór!). Se quegli Tu se' che nell'ardita illustre impresa I conformi pensier, le stesse voglie, Egual speranza ed egual rischio meco Strinsero in salda lega e che or congiunge Un crudo egual destin, da quale altezza Vedi in qual ruinammo orribil fondo! Tanto la folgor sua colui più forte Rese di noi: fatale atroce telo! Chi pria d'allor ne conoscea la possa? Ma non io per quell'arme, e non per quanto L'ira del vincitor su me s'aggravi, Non io mi pento o cangio: invan son io Di fuor cangiato, il cor lo stesso è sempre; Del mio spregiato merto ivi entro impressa Altamente ho l'ingiuria, hovvi confitto Il fero sdegno che a lottar mi spinse Con quel Possente. E che! Potei pur trarre Contr'esso in campo innumerabil'oste Di congiurati valorosi Spirti Che il regno suo dannavano, che a lui Me preferìan, che di virtù, d'ardire Diero alte prove memorande incontro Gli estremi sforzi suoi, che sugl'immensi Lassù celesti campi in dubbia lance Tenner vittoria e gli crollaro il trono! Perduto è il campo, e sia: perduto il tutto Dunque sarà? Quell'invincibil, fermo Voler ci resta ancor, quel di vendetta Fero desìo, quell'immortal rancore E quel coraggio che non mai s'abbatte, Che mai non si sommette. E che altro è mai
L'essere invitto ed invincibil? Questo Vanto la rabbia sua, la sua possanza No, non avrà da me. Ch'io grazia chieda? Ch'io mi prostri al suo piè? che qual mio Nume, Qual mio Signor lui riconosca e onori, Lui che il terror di questo braccio mise Testè del regno in forse? Ah! questa invero Fora viltà, fora ignominia ed onta Peggior della caduta. Or poichè 'l Fato Tai ci formò che il vigor nostro e questa Celestïal sustanza unqua non ponno Venirci men, poichè la fresca prova Di tanto evento noi peggiori in arme Punto non rese, e il preveder ci accrebbe, Con speranza miglior, nuova ostinata Guerra eterna moviamgli, e forza e frode S'impieghi contro lui ch'ebbro d'orgoglio Ora gioisce ai nostri mali, e solo Da tiranno nel ciel trionfa e regna. Così Satán, nel tormentato fondo Del cor premendo un disperar feroce, Imbaldanziva favellando, e a lui Tal diè risposta il suo compagno audace: Prence di tanti Eroi, sovrano Duce Di tanti Duci, che al tuo cenno intenti De' Serafini le ordinate squadre Condussero al conflitto, e sempre in ogni Più duro scontro impavidi e tremendi Poser l'Eterno in rischio, e prova fèro S'ei per forza o per caso o per destino Lassù tenesse il primo seggio, e come Vuoi ch'io non vegga il lacrimabil caso Che il ciel ne ha tolto, e sì grand'oste ha tutta Spinta in ruina orribile, per quanto
Volgere in bene il male; ogni nostr'arte Quel suo disegno a distornar si volga, E fuor del seno ancor del bene stesso Per nostre oblique trame il mal germogli. Ciò può spesso avvenirci, e, s'io non erro. Forse ei vedrà dolente i suoi più chiusi Pensieri ir lungi dal proposto segno. Ma vedi tu? Quel vincitore irato Alle porte del cielo i suoi ministri D'inseguimento e di vendetta indietro Ha richiamati. Quel sulfureo nembo, Quella rovente impetuosa folta Grandine ond'ei nel precipizio nostro Ci flagellava, dileguossi omai; E 'l tuon dell'ali sue di rabbia e foco Scarichi tutti e logri alfin gli strali Ha forse, e cessa di mugghiar pel vasto Abisso interminato. Afferriam pronti L'occasion che, sia dispregio o sia Sazio furore, or ci abbandona il nostro Crudo nemico. Vedi tu quell'ermo Lugubre piano, inospite, coverto Di folta tenebrìa, tranne quel raggio Che spaventoso e lurido vi getta Di queste vampe il livido barlume? Lungi colà dal tempestar di queste Onde focose indirizziamci, ed ivi Posiam, se posa esser vi puote alcuna; E raccogliendo le disperse schiere, Cerchiam qual via ci resti, onde al nemico Più grave danno in avvenir s'arrechi; Cerchiam qual sia della sconfitta nostra Il riparo miglior, come sì cruda Sciagura superar, qual dalla speme
Forza ritrarre, o, in fin, qual dar ci possa La disperazïon consiglio estremo. Così al compagno suo dicea Satáno Colla testa alta fuor dell'onde, e fuori Degli occhi folgorando orribil lume: Prono su i flutti e galleggiante il resto Delle immani sue membra un ampio e lungo Spazio di molti iugeri coprìa. Tali in lor mole della terra i figli La favolosa Grecia a noi dipinse Che osâr Giove assalir, quel Briaréo O quel Tifóne, cui di Tarso antica Il grand'antro accogliea. Tal è fors'anco Quel mostro enorme, a cui null'altro eguale, Fra quanti l'ampio mar rompon col nuoto, Creonne Iddio. Sulle Norvegie spume (Se la fama col falso il ver non mesce) Ove in lui steso per dormir s'abbatta Il pallido nocchier di picciol legno In buia notte a naufragar vicino, Spesso un'isola il crede, in sua scagliosa Scorza l'áncora gitta e a lui s'afferra, Finchè la notte il mar ricopre, e tarda La sospirata aurora. Incatenato Su quell'ardente pelago giacea Così vasto e disteso il gran nemico; Nè alzata mai, nè scossa pur l'altera Cervice avrìa di là, se il ciel che tutto Regge e governa, non lasciava appieno Ai disegni di lui libero il corso; Ond'egli colpe accumulando a colpe E l'altrui mal cercando, anco sul capo Dell'ira eterna s'accrescesse il peso, E furibondo al fin non altro frutto
Questo lugubre orror per quella viva Serena luce? Or sia; poichè colui Ch'adesso è Re, così dispone e assesta Il retto e 'l giusto al suo piacer sovrano. Sì, miglior sempre il più lontano albergo Sarà da quegli, cui Ragione agli altri Agguaglia, e Forza sopra gli altri innalza. Addio, felici campi; addio, soggiorno D'eterna gioia. Salve, o Mondo inferno, Salvete, Orrori; e tu, profondo Abisso, Il tuo novello possessore accogli; Accogli quei che in petto un'alma serra Per loco o tempo non mutabil mai. L'alma in se stessa alberga, e in sè trasforma Nel ciel l'inferno e nell'inferno il cielo: Che importa ov'io mi sia, se ognor lo stesso, E qual deggio, son io? se tutto io sono, Fuorchè minor di lui che il fulmin solo Fe' più grande di me? Liberi almeno, Qui liberi sarem: questo soggiorno Egli non fece onde lo invidii, e quindi Sbandirci non vorrà: regnar sicuri Qui noi possiamo, e, al parer mio, quaggiuso Anco è bello il regnar; sì, miglior sempre Che in ciel servaggio, è nell'inferno un regno. Ma perchè i nostri sventurati e fidi Compagni e amici, istupiditi, avvolti Lasciam colà sul fero lago, e a parte Non gl'invitiam con noi di nostra sorte? Sì, consultiam, veggiam ciò che, raccolte Nostr'armi, in cielo racquistar si possa, O se a perder quaggiuso altro ci resta. Così Satán parlava, e in questi accenti Rispose Belzebù: Duce di quelle
Raggianti schiere, cui sconfigger solo Potea chi tutto può, se ancora il suono Di tua voce elle udran, di quella voce Che, quando più ostinata, incerta, orrenda La pugna inferocía, di loro speme Fu il pegno animator, fu in ogni assalto Il più sicuro ed ubbidito segno, Se ancor la udran, nuovo coraggio in esse Vedrai rinascer tosto e nuova vita. Or se, qual noi testè, sull'igneo lago Trambasciate si stan, stordite, inerti, Meraviglia non è dopo cotanto Spaventevol caduta. Aveva appena Di dir cessato Belzebù che l'altro Vèr la spiaggia movea. Dietro le spalle Ei si gittò lo scudo, eterea tempra, Ponderoso, massiccio, ampio, rotondo: Il largo cerchio a tergo gli pendea Simile a luna, quando a sera il grande Toscan Maestro con suoi vetri industri Dal Fiesolano colle o di Valdarno La sta mirando a discoprir novelle Terre e nuove montagne e nuovi fiumi Nel maculato globo. All'asta sua Se il più gran pin delle Norvegie selve Troncato a farne smisurata antenna Di regal nave, agguagli, è verga lieve Nella sua man: con essa ei regge e ferma Sulla rovente sabbia i passi, oh quanto Da quei diversi che sul piano azzurro Dell'Empireo movea! La torrid'aura, Che sul suo capo l'ignea volta manda, Forte anco il fiede e abbronza; ei nulla cura Per tanto ed oltre va, finchè sul margo
State attendendo che, il vantaggio scorto, Quel suo veloce inseguitor drappello Dalle soglie del ciel scenda a calcarci Giù col piede le languide cervici, O co' fulminei catenati strali Di questo golfo ci conficchi al fondo? Scuotetevi, sorgete, o eternamente Siate perduti. Eglino udir, vergogna Gli punse, e l'ali dibattendo, a un tratto Tutti s'alzaro. Quasi talor sull'armi Dal capitan temuto a dormir colte Le sentinelle, non ben deste ancora Rizzansi e mostra fan d'ardite e franche, Tai sembravan coloro. Il crudo stato Senton ben essi e le lor pene acerbe: Ma pur del Duce al grido in un istante Obbedisce ciascun; tutto all'intorno Si scuote, tutto freme e tutto ondeggia. Così al brandir della possente verga Del figliuol d'Amràm vide l'Egitto Inorridito in quel feral suo giorno, Curva sull'Euro comparir repente Caliginosa mormorante nube Di voraci locuste, e, come notte, Dell'empio Faraòn pender sul regno E coprirlo di tenebre. Tal era L'innumerabil numero di quelle Malvagie squadre che laggiù d'inferno Sotto la vôlta, tra le basse ed alte E d'ogni lato circolanti vampe, Stavan sospese sugli aperti vanni; Finchè, qual segno, l'aggirata in alto Asta del magno Imperador diresse Il corso lor. Sulle librate penne
A quella vôlta giù tosto si calano Sovra quel fermo solfo e 'l vasto piano Ingombran tutto; immensa torma, a cui Una simil non mai versò da' suoi Ghiacciati fianchi il popoloso Norte, Quando, varcata la Danoia e 'l Reno, Come un diluvio, i barbari suoi figli Cadder sull'Austro e passâr Calpe, e tutte Le Libiche inondaro aduste sabbie. Repente fuor d'ogni squadrone uscendo I condottier colà s'affrettan dove Stava il gran Duce lor; divine, eccelse Sembianze e forme, ogni beltà terrena Superanti d'assai; Principi e Regi Ch'eran nel ciel poc'anzi assisi in trono. Ogni memoria de' lor nomi spenta Or è lassuso, cancellati e rasi Per la lor fellonía da' libri eterni Di vita eternamente, e nuovi nomi D'Eva tra i figli non aveano ancora. Iddio provar l'uom volle e lor permise D'ir la terra scorrendo, e sì potero La più gran parte dell'uman lignaggio Togliere al culto del verace Dio Con lor menzogne e loro inganni, ond'essa Lui glorioso, onnipossente, eterno, Non comprensibil, non visibil, spesso Coll'insensata imagine d'un bruto Tutta di pompe e d'ôr cinta e coperta Scambiò miseramente, e, come Numi, I Démoni adorò. Diversi allora Ebber costoro in terra idoli e nomi. Di', Musa, dunque i nomi lor; chi prima Surse, chi poi da quel bollente letto,
Fece d'Innòm la dilettosa valle Ch'ebbe indi il nome di Toféto e d'atra Géenna, dell'inferno orrida imago. L'altro è Chemosse, di Moabbo a' figli Spavento osceno da Aroarre a Nebo Fin d'Abarimme alle remote australi Erme contrade. In Esebòna ancora Stese l'impero e in Oronài, reame Di Seòne, e di Sibma oltre la valle Di liete vigne e fior tutta ridente, E corse audace in Eleal perfino All'Asfaltico stagno. Ei di Peorre Il nome ancor portò, quando Israello, Mentre fuggìa dalle Niliache sponde, Colà in Sittimme ai suoi lascivi riti Fu sedotto da lui, riti che furo Di tanti mali la fatal sorgente. Ei distese di là sovra quel colle D'infamia eterna, che sorgea vicino Del fier Molocco alla cruenta selva, L'orgie impudiche, e mescolò col sangue Le libidini sue, finchè d'entrambi A terra il buon Giosía gli altari sparse E nell'inferno gli rispinse. Appresso A questi due venìan quei Spirti impuri Che dalle sponde del vicino Eufrate Al rio che dall'Egitto Assiria parte, Di Baalimmi e di Astarotte i nomi Comuni avean tra numeroso stuolo; Dei quelli, e Dive queste. A lor talento Or l'uno or l'altro sesso ed ambi insieme Prendon gli Spirti ancor: pieghevol tanto È lor pura sustanza, e lieve e molle; Tanto ella vince la mortal struttura
Che di polpe e di nervi e d'ossa insieme È contesta ed ingombra. In ogni forma Oscura o luminosa, o densa o rara, Qual più lor giova, or d'odio, ora d'amore Possono i rei disegni in opra porre. Per essi i figli d'Israello infidi, Al sommo Dio, lor viva forza, spesso Volsero il tergo, e infrequentata e muta Lasciando l'ara sua, curvâr le fronti Dianzi a brutali Numi, onde quell'empie Cervici lor di tanta colpa carche Poscia in campo mietè vil ferro imbelle. Venìa con lor quell'Astaréte in schiera, Che da' Fenici poi fu detta Astarte, Del ciel notturna regnatrice, ornata Delle crescenti luminose corna. Alla corrusca imagin sua fur use Per l'aer bruno offrir lor voti ed inni Le Sidonie donzelle, e culto ed ara In Sionne ebbe ancor sull'empio monte Fondata da quel Re che il saggio core Tra femminili amor corruppe, e spinto Da sue belle idolatre, idoli immondi Pur cadde ad incensar. Venìa Tammuzo Poi, la cui piaga riaperta ogn'anno Ogn'anno ancor rinnovellava il duolo Delle Siriache vergini che in triste Note d'amore al Libano d'intorno Tutto un estivo dì stavan piangendo L'acerbo fato suo, mentre vermiglie Adoni al mar volgea le placid'onde Dalla natía sua rupe, e a lor parea Mostrar in esse di Tammuzo il sangue. Di pari ardor quell'amorosa fola