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Storia di roma libro 5 in pdf per università e licei
Typology: Cheat Sheet
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QUINTO LIBRO
SETTIMO CAPITOLO
«Ma essi sono pazzi furiosi Io temo che si spezzi» Iddio non paga il sabato. GOETHE.
Con la distruzione del regno macedone il supremo dominio di Roma, divenuto un fatto compiuto, non solo si consolidò dalle colonne d'Ercole alle foci del Nilo e dell'Oronte, ma, quasi ultima parola del fato, gravitava, con tutto il peso dell'inevitabilità, sui popoli, e sembrava lasciar loro soltanto la scelta tra una disperata resistenza e un disperato martirio. Se la storia non avesse il diritto di reclamare dal lettore serio di esser seguìta nei suoi giorni felici come nei tristi, attraverso le rose e le spine, lo storiografo si sentirebbe tentato di sottrarsi al doloroso compito di seguire nei suoi molteplici ma monotoni svolgimenti, questa lotta di una assoluta superiorità di forze colla miserevole impotenza, tanto nelle province spagnole, già incorporate nello stato romano, quanto nei paesi africani, ellenici e asiatici dominati ancora secondo il diritto di clientela. Per quanto insignificanti e subordinate possano apparire queste singole lotte, pure al loro complesso si unisce un'importanza storica profonda; mentre la conoscenza delle condizioni italiche di questo periodo, spiega e giustifica il contraccolpo che dalle province venne a ferire la capitale.
La fondazione di Carteia avvenne nel 583 = 171 e ne fu occasione il ragguardevole numero di figli nati al campo da soldati romani e da schiave spagnole, i quali crescevano per diritto schiavi ma in fatto Italici liberi, e tali in quest'epoca furono ufficialmente dichiarati e costituiti in una colonia latina unitamente agli antichi abitanti di Carteia. Le province spagnole godevano i vantaggi di una pace quasi imperturbata da circa trent'anni dopo l'ordinamento della provincia dell'Ebro per cura di Tiberio Sempronio Gracco (575,576 = 179,178) quantunque due volte si faccia menzione di spedizioni contro Celtiberi e contro Lusitani. Ma nell'anno 600 = 154 si verificarono avvenimenti più seri. I Lusitani, capitanati da un certo Punico, irruppero nel territorio romano, batterono i due governatori romani, che loro si opponevano uniti, e fecero non piccola strage delle loro genti. Tali avvenimenti incoraggiarono i Vettoni (tra il Tago e l'alto Duero) a fare causa comune coi Lusitani; così questi, rinforzati, non solo estesero le loro scorrerie sino al Mediterraneo, ma taglieggiarono persino le terre dei Bastulofenici, nelle vicinanze della capitale romana Cartagine nuova (Cartagena). A Roma l'avvenimento parve grave abbastanza per determinare l'invio d'un console in Spagna, ciò che non era avvenuto dal 559 = 195 in poi; e per accelerare
(^1) Italica sarà divenuta per opera di Scipione ciò che in Italia si chiamava forum et conciliabulum civium romanorum ; così era sorta più tardi Aquae Sextiae nella Gallia. I comuni cittadini oltremarini ebbero la loro origine più tardi con Cartagena e con Narbona; è però singolare che in certo senso sia stato Scipione a dare origine anche a queste.
l'arrivo dei rinforzi, si dispose che i nuovi consoli entrassero in carica due mesi e mezzo prima del tempo legale. Fu questa la cagione, per cui fu spostata l'entrata in carica dei consoli dal quindici marzo al primo gennaio, e con essa fu stabilito il principio dell'anno, quel medesimo di cui ci serviamo ancora oggi. Ma ancor prima che arrivasse il console Quinto Fulvio Nobiliore col suo esercito, si venne ad una sanguinosa battaglia sulla sponda destra del Tago (601 = 153) tra il governatore della Spagna ulteriore, pretore Lucio Mummio ed i Lusitani, capitanati allora, dopo la morte di Punico, dal suo successore Cesare. Sulle prime la fortuna fu favorevole ai Romani; sbaragliato l'esercito lusitano, fu preso il campo. Ma sia che fossero affaticati dalla marcia, sia che si disordinassero inseguendo il nemico, è certo che i Romani furono alla fine completamente battuti dai loro già vinti avversari e oltre il campo nemico perdettero il proprio e 9000 combattenti. Ora l'incendio di guerra si andava rapidamente estendendo. I Lusitani dalla sinistra del Tago, capitanati da Caucheno, si gettarono sui Celti soggetti ai Romani (in Alenteio) e presero la loro città, Conistorgi. Spedirono quindi ai Celtiberi le insegne tolte a Mummio per informarli della riportata vittoria e perchè ciò servisse loro di ammonimento, chè anche tra costoro non mancava materia perchè l'incendio divampasse.
celebravano le Vulcanali, fu d'allora in poi per i Romani un giorno nefasto. Tuttavia la morte del loro comandante indusse gli Arevachi a ritirarsi nella loro più forte città di Numanzia (Garray ad una lega di distanza verso nord da Soria sul Duero) dove Nobiliore li inseguì. Sotto le mura della città si venne ad una seconda battaglia, nella quale sulle prime i Romani respinsero coi loro elefanti gli Spagnoli entro la città, ma poscia uno di questi animali ferito mise la confusione nell'esercito, e i nemici ne approfittarono, fecero un'altra sortita e misero in fuga per la seconda volta i Romani. Questa ed altre sventure, fra cui la distruzione di un corpo di cavalleria romana spedito coll'intento di sollecitare soccorsi, ridussero le cose dei Romani nella provincia citeriore a tale estremo che la fortezza di Ochili, nella quale si trovavano la cassa e le provvigioni dei Romani, passò al nemico, e gli Arevachi si disponevano, quantunque inutilmente, a dettare le condizioni della pace ai Romani. Frattanto questi danni venivano in parte mitigati dai successi riportati da Mummio nella provincia meridionale. Quantunque il suo esercito fosse diradato per la toccata sconfitta, gli riuscì non solo di sconfiggere sulla destra del Tago i Lusitani, che imprudentemente vi si erano sparsi, ma, passando sulla riva sinistra, dove i Lusitani avevano scorso tutto il territorio romano e fatto delle scorrerie sino in Africa, di sgombrare i nemici da tutta la provincia meridionale.
Nella settentrionale il senato spedì l'anno seguente ( = 152) oltre a ragguardevoli rinforzi, un altro supremo condottiero in luogo dell'inetto Nobiliore, cioè il console Marco Claudio Marcello, il quale come pretore nel 586 si era già segnalato in Spagna e aveva poi in due consolati date prove del suo talento come generale. L'accorta sua direzione, e più ancora la sua indulgenza fu la causa che ben presto si cambiasse lo stato delle cose; Ochili gli si sottomise immediatamente, e gli stessi Arevachi, assicurati da Marcello che con una modica ammenda sarebbe loro stata accordata la pace, conchiusero un armistizio e mandarono a Roma gli ambasciatori. Marcello potè allora rivolgersi alla provincia meridionale, nella quale i Vettoni e i Lusitani, si erano mostrati sottomessi al pretore Marco Attillo fintanto ch'egli si era trattenuto sul loro territorio, ma dopo la sua partenza si erano subito sollevati e andavano molestando gli alleati dei Romani. L'arrivo del console ricondusse la tranquillità e mentre egli svernava a Corduba si ristette dalle armi in tutta la penisola. Frattanto in Roma si trattava della pace con gli Arevachi. A designare le condizioni interne della Spagna valga ciò, che gli Averachi stessi del partito favorevole ai Romani inviati a Roma, furono cagione del rigetto delle proposte di pace, mettendo essi sott'occhio, che, se non si voleva abbandonare gli Spagnoli partigiani di Roma, non vi era altra scelta che di inviare ogni anno un console alla testa d'un
si trovava nel miglior accordo coi Romani. Alla richiesta degli Spagnoli, in che essi avessero mancato, fu risposto coll'assalto della città di Cauca (Coca a otto leghe da Segovia verso occidente), e quando la terrorizzata città credeva d'aver comperata la capitolazione con gravissimi sacrifici pecuniari, vi entrarono truppe romane, che, senza alcun pretesto, ne trassero in servitù o trucidarono gli abitanti. Nè dopo questo eroico fatto, che si pretende abbia costato la vita a circa 20.000 persone, il flagello cessò. Per lungo tratto all'intorno i villaggi e i borghi erano deserti o chiudevano le porte all'avvicinarsi dell'esercito nemico; così fece la fortezza di Intercazia e la capitale dei Vaccei, Pallanzia (Palencia). La avidità era caduta nei propri lacci; non si trovava un solo comune che osasse di conchiudere una capitolazione col generale spergiuro, e la fuga totale degli abitanti non solo rendeva scarso il bottino, ma quasi impossibile una più lunga dimora in queste inospitali regioni. Dinanzi alle mura d'Intercazia riuscì ad un rispettabile tribuno di guerra, figlio naturale del vincitore di Pidna e nipote adottivo del vincitore di Zama, Scipione Emiliano, mediante la sua parola d'onore – poichè quella del duce più nulla valeva – a decidere gli abitanti alla conclusione di un altro trattato, in forza del quale l'esercito romano si ritirò dopo essere stato fornito di bestiame e di viveri. Ma l'assedio di Pallanzia dovette essere tolto per mancanza di viveri, e l'esercito romano
fu inseguito nella sua ritirata da quello dei Vaccei fino al Duero. Dopo questi avvenimenti Lucullo si portò nella provincia meridionale, ove il pretore Servio Sulpicio Galba, nello stesso anno, si era lasciato battere dai Lusitani. Svernarono l'uno non lungi dall'altro, Lucullo sul territorio turdetano, Galba presso Conistorgi, e l'anno seguente (604 = 150) assalirono insieme i Lusitani. Allo stretto di Cadice, Lucullo riportò su di essi qualche vantaggio. Galba ne ottenne dei maggiori concludendo un trattato con tre stirpi lusitane residenti sulla destra del Tago, promettendo loro di trasferirle in luoghi migliori; dopo di che i barbari, che nella speranza di più fertili campi, si trovavano presso di lui in numero di 7000, furono divisi in tre corpi, disarmati e condotti in schiavitù, o trucidati. Non vi è forse esempio nella storia d'una guerra combattuta con tanta malafede, con tanta crudeltà e con tanta avidità come quella diretta da questi due generali, i quali però col mezzo dei tesori da essi scelleratamente acquistati, seppero sottrarsi l'uno alla condanna, l'altro all'accusa. Il vecchio Catone, sebbene nell'età di ottantacinque anni, pochi mesi prima di morire fece il tentativo di tradurre Galba dinanzi all'assemblea popolare perchè si purgasse dell'accusa, ma i figli piangenti e l'oro del generale provarono al popolo la sua innocenza.
strade al luogo del convegno; egli stesso radunò una schiera di mille cavalieri scegliendoli tra i meglio armati e i più fidi, con la quale coprì la ritirata delle sue truppe. I Romani, difettando di cavalleria leggera, non osarono dividersi per inseguire il nemico sotto gli occhi della sua cavalleria. Dopo che Viriate ebbe colla sua cavalleria per due giorni interi, tenuto in scacco tutto l'esercito romano, scomparve egli pure d'un tratto di notte e in fretta si recò al luogo del convegno. Il generale romano lo inseguì ma cadde in un'imboscata astutamente disposta, nella quale perdette metà del suo esercito, egli stesso fu fatto prigioniero ed ucciso; il resto delle truppe si salvò a stento nello stretto al di là della colonia di Carteia. A rinforzo degli sconfitti furono immediatamente spediti 5000 uomini della leva in massa spagnola; ma Viriate, sconfitto questo corpo di truppe mentre ancora si trovava in marcia, divenne padrone così assoluto di tutto il paese interno dei Carpetani, che ai Romani non bastò l'animo d'inoltrarvisi. Riconosciuto signore e re di tutti i Lusitani, Viriate ebbe l'accortezza di conciliare la grave importanza della principesca sua posizione col semplice carattere del pastore. Nessun segno lo distingueva dal soldato comune. Nel giorno delle sue nozze con la figlia del principe Astolpa egli s'alzò dalla ricca mensa nuziale di suo suocero, senza aver toccato il vasellame d'oro e le squisite vivande, sollevò sulla sella la sua sposa e fece con essa ritorno fra i suoi monti. Giammai egli riteneva
per sè del bottino più di quello che toccava a ciascuno dei suoi compagni d'arme. Solo all'imponente figura, all'arguzia della parola il soldato riconosceva il suo generale, e soprattutto da ciò, che ad ognuno egli era di esempio nella sobrietà e nei disagi; non riposava che armato di tutto punto e nella mischia si trovava sempre alla testa dei suoi. Sembrava uno degli eroi d'Omero ritornato sulla terra in questi prosaici tempi. Il nome di Viriate risuonava sulle labbra di ogni Spagnolo, e la valorosa nazione credeva finalmente di aver trovato l'uomo destinato a spezzare i ceppi della dominazione straniera. Immensi successi ottenuti tanto a settentrione che a mezzogiorno della Spagna contrassegnano i primi anni del suo comando (606-608). Gaio Lelio tenne il campo contro di lui, ma Viriate, distrutta l'avanguardia del pretore Gaio Plauzio, seppe attirarlo con tanta maestria sulla riva destra del Tago e lo battè in modo tale che il generale romano nel cuore dell'estate fu costretto ad entrare nei quartieri d'inverno. Più tardi fu sollevata contro il generale l'accusa di aver disonorato la repubblica romana e fu costretto a partire per l'esiglio. Allo stesso modo fu distrutto l'esercito del governatore Claudio Unimano, fu vinto quello di Gaio Negidio e taglieggiato il paese su lungo tratto della pianura. Monumenti delle riportate vittorie, adorni delle insegne dei governatori romani e delle armi delle legioni, s'elevarono sulle montagne di Spagna. La costernazione e la vergogna invasero Roma all'annuncio di queste