Contraddizioni del Capitalismo: Mercato e Contraddizioni, Study notes of Sociology

Le contraddizioni del capitalismo descrivendo il demone della concorrenza, la concentrazione del capitale, la sovrapproduzione, la caduta tendenziale del saggio di profitto e le crisi cicliche. Marx descrive le conseguenze sociali e culturali della economia di mercato e il ruolo dello Stato nel regolamento del mercato. La forma dominante del mercato autoregolato coesiste con forme secondarie come la reciprocità economica. Il capitolo successivo esplora i limiti alla teoria di Polanyi e introduce la sharing economy come forma di reciprocità.

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IL COMUNISMO
La Lega dei Giusti era un'organizzazione operaia clandestina tedesca, nata nel 1836 a Parigi da una
scissione degli elementi più radicali della Lega tedesca segreta dei Proscritti. Successivamente essa
comprendeva lavoratori di diversi paesi europei ed aveva sue comunità in Germania, Francia, Svizzera,
Regno Unito, Svezia.
Nel 1847, sotto l'influenza determinante di Karl Marx e Friedrich Engels, diede vita alla Lega dei Comunisti.
Il primo giugno del 1847 il congresso Londinese si riunisce a Londra e assume il nome di “Lega dei
comunisti” mutando il loro moto in “proletari di tutto il mondo,unitevi”. Fu il primo partito operaio
moderno che diede vita al MANIFESTO DEL PARTITO COMUNISTA. (Engels e Marx 1847-48)
Marx sostenne che qualunque società precedente al capitalismo,è una storia di lotte di classe ,con il
comunismo ci sarà l’abolizione della proprietà privata e questo porterà all’utopistica società ove non ci sarà
lo sfruttamento.
TEORIA DEL VALORE LAVORO
Il lavoro con il capitalismo diventa una merce. (si compra e si vende a piacimento)
CAPITALE VARIABILE
Il tempo di lavoro che è erogato agli operai è piu alto al valore necessario per produrre un valore
corrispondente (gli operai quando lavorano producono in percentuale maggiore rispetto ai costi di
produzione ,questa condizione viene chiamata Pluslavoro che alimenta il Plusvalore ovvero l’aumento di
ricchezza. Questo pluslavoro si chiama CAPITALE VARIABILE,è costituioto dai salari anticipati.
CAPITALISMO COSTANTE : Il capitalismo è spinto in avanti da un’accanita concorrenza fra le imprese che
favorisce un processo accellerato di miglioramento delle basi di produttività attraverso l’applicazione di una
tecnologia superiore ai mezzi di produzione. Questo processo è anche un mezzo per sfruttare più affondo la
classe operaia mediante una maggiore accomulazione del plusvalore.
CONTRADDIZIONI DEL CAPITALISMO
-Demone della concorrenza (produce effetti negativi = la concentrazione del capitale ,gli imprendotori piu
grossi mangiano quelli più piccoli )
-Concentrazione del capitale
-Sovrapproduzione: (produzione di beni elevata,rispetto alla sopportazione del mercato)
-Caduta tendenziale del saggio di profitto
-Crisi cicliche: crisi economiche che si ripetono in maniera ciclica, come conseguenza si annullerà il mercato
autoregolato.
-Alienazione: Separazione del lavoratore dal frutto del proprio lavoro ,il datore di lavoro non doveva essere
messo al corrente dello scopo del proprio lavoro.
CONTRADDIZIONE PRINCIPALE
La consapevolezza dello sfruttamento porterà alla radicalizzazione del conflitto( anche condivisione delle
condizioni materiali di vita di lavoro)
Il conflitto di classe
-Classe in se per se: (ruolo delle avanguardie)
-L’agire collettivo diverso dal Cile individuale l’agire collettivo è la consapevolezza collettiva che la
produzione sociale non permetta l’appropriazione privata.
- l’essere sociale fa la coscienza ma questa non scaturisce meccanicamente dalla divisione in classi.
L alienazione
Marx distingue rapporto tra valore d’uso e valore di scambio. L’attività produttiva è finalizzata a produrre
utilità per coloro che soddisfano i bisogni del lavoro stesso. Marx afferma che la caratteristica dell’uomo è
il lavoro che lo differenzia dall’animale e gli consenta di istituire un rapporto con la natura in cui sia
appropria della natura stessa. L’operaio si sente uomo solo nella sua funzione animale( mangiare dormire
ecc..) mentre si sente un animale nel lavoro cioè in quella che dovrebbe essere un’attività tipicamente
umana.
IL CAPITALISMO
Il capitalismo genera una polarizzazione crescendo tra classi un conflitto crescendo e quindi il superamento
delle vecchie forme di organizzazione economica.
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IL COMUNISMO

La Lega dei Giusti era un'organizzazione operaia clandestina tedesca, nata nel 1836 a Parigi da una scissione degli elementi più radicali della Lega tedesca segreta dei Proscritti. Successivamente essa comprendeva lavoratori di diversi paesi europei ed aveva sue comunità in Germania, Francia, Svizzera, Regno Unito, Svezia. Nel 1847, sotto l'influenza determinante di Karl Marx e Friedrich Engels, diede vita alla Lega dei Comunisti. Il primo giugno del 1847 il congresso Londinese si riunisce a Londra e assume il nome di “Lega dei comunisti” mutando il loro moto in “proletari di tutto il mondo,unitevi”. Fu il primo partito operaio moderno che diede vita al MANIFESTO DEL PARTITO COMUNISTA. (Engels e Marx 1847-48) Marx sostenne che qualunque società precedente al capitalismo,è una storia di lotte di classe ,con il comunismo ci sarà l’abolizione della proprietà privata e questo porterà all’utopistica società ove non ci sarà lo sfruttamento.

TEORIA DEL VALORE LAVORO

Il lavoro con il capitalismo diventa una merce. (si compra e si vende a piacimento) CAPITALE VARIABILE Il tempo di lavoro che è erogato agli operai è piu alto al valore necessario per produrre un valore corrispondente (gli operai quando lavorano producono in percentuale maggiore rispetto ai costi di produzione ,questa condizione viene chiamata Pluslavoro che alimenta il Plusvalore ovvero l’aumento di ricchezza. Questo pluslavoro si chiama CAPITALE VARIABILE,è costituioto dai salari anticipati. CAPITALISMO COSTANTE : Il capitalismo è spinto in avanti da un’accanita concorrenza fra le imprese che favorisce un processo accellerato di miglioramento delle basi di produttività attraverso l’applicazione di una tecnologia superiore ai mezzi di produzione. Questo processo è anche un mezzo per sfruttare più affondo la classe operaia mediante una maggiore accomulazione del plusvalore.

CONTRADDIZIONI DEL CAPITALISMO

-Demone della concorrenza (produce effetti negativi = la concentrazione del capitale ,gli imprendotori piu grossi mangiano quelli più piccoli ) -Concentrazione del capitale -Sovrapproduzione: (produzione di beni elevata,rispetto alla sopportazione del mercato) -Caduta tendenziale del saggio di profitto -Crisi cicliche: crisi economiche che si ripetono in maniera ciclica, come conseguenza si annullerà il mercato autoregolato. -Alienazione: Separazione del lavoratore dal frutto del proprio lavoro ,il datore di lavoro non doveva essere messo al corrente dello scopo del proprio lavoro. CONTRADDIZIONE PRINCIPALE La consapevolezza dello sfruttamento porterà alla radicalizzazione del conflitto( anche condivisione delle condizioni materiali di vita di lavoro) Il conflitto di classe -Classe in se per se: (ruolo delle avanguardie)

  • L’agire collettivo diverso dal Cile individuale l’agire collettivo è la consapevolezza collettiva che la produzione sociale non permetta l’appropriazione privata.
  • l’essere sociale fa la coscienza ma questa non scaturisce meccanicamente dalla divisione in classi. L alienazione Marx distingue rapporto tra valore d’uso e valore di scambio. L’attività produttiva è finalizzata a produrre utilità per coloro che soddisfano i bisogni del lavoro stesso. Marx afferma che la caratteristica dell’uomo è il lavoro che lo differenzia dall’animale e gli consenta di istituire un rapporto con la natura in cui sia appropria della natura stessa. L’operaio si sente uomo solo nella sua funzione animale( mangiare dormire ecc..) mentre si sente un animale nel lavoro cioè in quella che dovrebbe essere un’attività tipicamente umana.

IL CAPITALISMO

Il capitalismo genera una polarizzazione crescendo tra classi un conflitto crescendo e quindi il superamento delle vecchie forme di organizzazione economica.

La storia è storia di lotte di classe. Nelle epoche passate della storia troviamo quasi dappertutto una completa articolazione della società in differenti ordini, una molteplice graduazione delle posizioni sociali. La società civile moderna sorta dal tramonto della società feudale non ha eliminato gli antagonismi fra le classi. Essa ha soltanto sostituito alle antiche, nuove classi, nuove condizioni di oppressione, nuove forme di lotta. VALORE D’USO E VALORE DI SCAMBIO. Marx nei manoscritti economici filosofici del 1844 descrive in modo mirabile le conseguenze sociali e culturali dello stravolgimento operato dall’economia di mercato per cui il mezzo che il denaro diventa fine, il valore di scambio sostituisce il valore d’uso. Marx e il potere del denaro: “Ciò che mediante il denaro è a mia disposizione, ciò che io posso pagare, ciò che il denaro può comprare, quello sono io stesso, il possessore del denaro medesimo. Quanto grande è il potere del denaro, tanto grande è il mio potere. Le caratteristiche del denaro sono le mie stesse caratteristiche e le mie forze essenziali, cioè sono le caratteristiche e le forze essenziali del suo possessore. Ciò che io sono e posso, non è quindi affatto determinato dalla mia individualità. Io sono brutto, ma posso comprarmi la più bella tra le donne. E quindi io non sono brutto, perché l’effetto della bruttezza, la sua forza repulsiva, è anata dal denaro. Io, considerato come individuo, sono storpio, ma il denaro mi procura ventiquattro gambe; quindi non sono storpio. Io sono un uomo malvagio, disonesto, senza scrupoli, stupido; ma il denaro è onorato, e quindi anche il suo possessore. Il denaro è il bene supremo, e quindi il possederne è bene; il denaro inoltre mi toglie la pena di esser disonesto; e quindi si presume che io sia onesto. Io sono uno stupido, ma il denaro è la vera intelligenza di tutte le cose; e allora come potrebbe essere stupido chi lo possiede? Inoltre costui potrà sempre comprarsi le persone intelligenti, e chi ha potere sulle persone intelligenti, non è più intelligente delle persone intelligenti? Io che col denaro ho la facoltà di procurarmi tutto quello a cui il cuore umano aspira, non possiedo forse tutte le umane facoltà? Forse che il mio denaro non trasforma tutte le mie deficienze nel loro contrario?” La SOCIETÀ SENZA CLASSI Se la proprietà privata è quindi la soppressione dei rapporti sociali che la tutelano. Il comunismo è l’eliminazione dell’alienazione e quindi della proprietà privata.

CRITICHE AL PENSIERI MARXIANO

PLUSVALORE : viene prodotto anche dall’innovazione tecnologica e non solo del lavoro operaio. RUOLO DELLA TECNOLOGIA RUOLO DELLO STATO : Marx ipotizza che lo Stato sia una sovrastruttura cioè che sia rappresentativo solo degli interessi e della cultura dei ceti dominanti e quindi capitalisti. TEORIA DELLA FAMIGLIA: la famiglia è lo strumento con cui si condizionano i bambini ad abituarsi allo sfruttamento. POLARIZZAZIONE TRA CLASSE: Marx pensava che le classi intermedia fossero spazzate via dei grandi imprenditori, in realtà successe che la classe operaia si è avanzata. EVOLUZIONISMO: La società si evolve in direzioni diverse. COMPRESENZA TRA FORMAZIONI ECONOMICO SOCIALI DIVERSE (: Passato e presente si sovrappongono )

BIOGRAFIA EMILE DURKHEIM

Emile Durkheim. Sociologo. Nasce a Epinal, in Lorena, il 15 aprile del 1858 in una famiglia di origine ebraica: il padre rabbino educherà Emile a una vita austera e disciplinata, dedita al lavoro e allo studio. Fin dall’infanzia matura l’ambizione dell’insegnamento: dopo aver frequentato il liceo, al terzo tentativo riesce a superare gli esami di ammissione all’Ecole Normale Superieure e nel 1879 si iscrive al suo primo anno. Durante gli anni di studio Emile Durkheim lavora come insegnante prima al liceo (dal 1882 al 1887), poi all’università (nel 1887 riceve il suo primo incarico dall’istituto di Bordeaux). Nel 1885 compie un viaggio in Germania dove ha modo di avvicinarsi alle idee e alla filosofia sociale tedesca. Durkheim cerca di delineare una scienza positiva della società – la sociologia – che riconosca da una parte il ruolo della cornice morale intrinseca al tessuto sociale e dall’altra adotti una metodologia empirica che sviluppa i suoi studi dalle condizioni reali. La maturazione di queste idee conducono Durkheim alla preparazione e presentazione de “La divisione del lavoro sociale” come tesi di dottorato all’accademia. Fin dalla sua discussione in sede

INDIVIDUALISMO UTILITARISTICO

Qualunque società è formata da un corpus che costituisce la base che legittima l’interesse individuale. Gli economisti affermarono che l’uomo è un essere per natura egoista; tutte le mansioni che svolge sono fini a se stesse e quindi accetta il diritto contrattuale come conseguenza dell’utilitarismo individuale. Durkheim dissente affermando che le istituzioni non sono frutto di un accordo tra gli individui guidati dall’interesse individuale ma hanno natura non contrattuale, sono esse che influenzano il comportamento utilitaristico degli individui. Anche una società basata sull’elevata differenziazione sociale non può prescindere dal regole morali condivise, vale a dire : sono queste regole che rendono possibile il perseguimento dei propri individuali la società capitalistica è caratterizzata da regole non rigide e più sflessibili che lasciano più libertà individui ma presuppone sempre l’esistenza di una solidarietà organica e non più meccanica. IN DEFINITIVA La società non è un sommario di individui. Si tiene insieme tramite legami sociali che creano solidarietà, fondati su valori norme e regole a questi si ispirano sia i sistemi giuridici che i contatti. L’interesse individualistico nasce dall’affermarsi della libertà, e non è la libertà che crea l’interesse individualistico.

DIVISIONE ANOMICA

Per Durkheim la divisione del lavoro ovvero il sistema capitalistico crea gravi tensioni in due modi differenti

  1. la divisione del lavoro tende a crescere più rapidamente rispetto alle regole che servono a frenare l’utilitarismo individuale e quando non ci sono abbastanza norme si crea una situazione di Anomia ovvero “senza legge carenza di leggi” pertanto la condizione della divisione del lavoro entra in crisi. Un esempio di anomia potremmo trovarlo nell’anno della rivoluzione industriale, infatti essa avveniva in maniera tanto tumultuosa che non era tutelata da regole e contratti. Gli operai erano assunti per lavorare anche 14 ore al giorno in ambienti malsani ma il lavoratore non era costretto ad accettare la professione come nel sistema feudale. La crescita della divisione del lavoro e della produzione per il mercato possono comportare una rottura tra offerta e domanda che genera crisi di sovrapproduzione o sotto consumo. Il conflitto tra capitale e il lavoro riguarda anche l’organizzazione del lavoro che con una parcellizzazione dei compiti e una perdita di qualità del lavoro riconduce il lavoratore ad appendice di una macchina. Questa condizione entra in conflitto con l’arricchimento individuale che è alla base della società moderna e produce conflitti sociali.

DIVISIONE COERCITIVA.

Nella divisione coercitiva le regole ci sono ma sono inadeguate rispetto ai problemi. I rimedi quindi possono essere l’assegnazione dei singoli individui a ruoli specializzati; si affermano così ideali che assegnano un valore morale alla realizzazione della personalità individuale e ad un culto dell’individuo per il quale ognuno è destinato alla funzione che può adempiere meglio e riceve la giusta remunerazione per le sue prestazioni.

RIMEDI.

Egli propone una nuova regolamentazione delle attività economiche che definisca i diritti e i doveri dei datori di lavoro e dei lavoratori, la quantità del lavoro e la giusta remunerazione. Egli ritiene che il compito di realizzare questo nuovo tipo di regolamentazione del mercato non deve essere affidato esclusivamente allo stato, che essendo troppo rigido e troppo lontano dai bisogni e dalle esigenze dei diversi settori economici, deve limitarsi a fissare i principi generali, lasciando alle corporazioni il compito di adattarli alle esigenze specifiche dei diversi settori di attività. Le corporazioni sono istituzioni costituite da rappresentanti dei datori di lavoro e dei lavoratori di ogni settore. Come concepite da Durkheim, le corporazioni sono «istituzioni pubbliche» obbligatorie, organizzate in modo gerarchico sul territorio, con funzioni: a) economiche: rappresentanza congiunta dei diversi interessi; soluzione di controversie economiche e di lavoro; b) collaterali: assistenza sociale; formazione tecnica e professionale. Ma, Durkheim pose troppa fiducia nelle corporazioni, senza rendersi conto che problemi come il conflitto tra capitale e lavoro, e le disuguaglianze sociali, fossero al di là della loro portata.

Ciò che è necessario perché l'ordine sociale regni è che la maggior parte degli uomini si accontenti della propria sorte; e quindi che siano convinti di non aver diritto ad aver di più. È perciò indispensabile che vi sia un'autorità che decida i diritti degli uni e degli altri, perché senza di essa l'individuo, non ammetterà mai di essere arrivato al limite estremo dei suoi diritti. È in questa prospettiva che Durkheim concepisce il ruolo delle corporazioni, più adatte dello stato a svolgere un ruolo di regolazione morale oltre che economica, «quella funzione di freno senza il quale non si potrebbe avere la stabilità economica».

  1. I rapporti tra la sua prospettiva e quella di Marx: entrambi gli autori riconoscono che la divisione del lavoro anche se contribuisce all'aumento della produttività del lavoro e della ricchezza, ha come risvolti negativi: -crescita della disuguaglianza tra capitalisti e lavoratori: che Marx definisce alienazione dei lavoratori dal loro prodotto (crescita dello sfruttamento) e Durkheim divisione anomica e coercitiva; -parcellizzazione e dequalificazione del lavoro operaio: che Marx definisce alienazione nei processo lavorativo e Durkheim ancora una forma di divisione anomica. Per Durkheim, affinché il mercato possa essere un efficace strumento di regolazione delle attività economiche specializzate, è necessario che:
  • ci siano alcune regole giuridiche che diano stabilità ai contratti facendoli rispettare;
  • s'intervenga sulle risorse dei soggetti presenti nel mercato, riducendo gli squilibri di potere;
  • l'accesso ai diversi ruoli si avvicini alle effettive vocazioni e capacità dei soggetti, con le remunerazioni congruenti al «merito sociale».

ISTITUZIONI

Esse sono il frutto dell'interazione che si sviluppa fra gli individui a fronte di determinati problemi della vita collettiva. Ma una volta affermatesi, esse acquisiscono un'autonomia e un carattere costrittivo che si impone ai singoli soggetti. Nello specifico, Durkheim insiste sul fatto che (contrariamente a quanto pensino gli utilitaristi) le istituzioni non hanno origine contrattuale (cioè non si basano sull'accordo tra individui che perseguono il loro interesse e decidono di darsi delle regole per tutelarlo) ma al contrario, la loro origine va ricercata in particolari "momenti di effervescenza" della società nei quali gli interessi individui e gli egoismi propri si trasformano in forti identità collettive (rivoluzione francese). Perché in queste situazioni, anche se i momenti di entusiasmo collettivo sono temporanei, comunque gli ideali che essi sprigionano sono alla base delle istituzioni sociali. E dunque, le istituzioni si possono considerare per Durkheim come un elaborazione sul piano normativo degli ideali e dei valori guida, che nelle fasi più stabili della vita sociale, sono adottati alle esigenze e ai problemi emergenti. Ma, il fatto di dar poco rilievo ai conflitti tra gruppi costituiti di interessi nel processo di rielaborazione dei valori, pone dei limiti alla capacità della sua teoria di spiegare i processo storici concreti di formazione delle istituzioni. Scienza è tecnica quindi sono il motore del cambiamento:Veblen ha una visione evoluzionistica delle istituzioni: esse emergono per regolare i rapporti tra gli uomini in società ma una volta affermatosi contribuiscono a selezionare certi tipi di comportamenti che condizionano le risposte ai futuri problemi di adattamento. ma il processo non è affatto lineare, perché per introdurre nuove istituzioni (leggi, costumi) è necessario superare le resistenze delle vecchie istituzioni (che sono difese dai gruppi sociali che da esse vengono privilegiati). La società quindi sconta un "ritardo strutturale" nell'adeguamento istituzionale, perché le classi che si oppongono al mutamento riescono spesso ad influenzare le classi inferiori. Da questa teoria delle istituzioni deriva che: -maggiore sarà il ritardo nell'adeguamento istituzionale, tanto più grande sarà il costo al quale una determinata società andrà in contro in termini di spreco di risorse (disoccupazione e perdita di benessere collettivo); -possibile coesistenza di società in cui il rapporto tra tecnologie e istituzioni è diverso. La tesi di fondo è che ci possano essere percorsi di sviluppo differenti, basati sulla capacità di innestare le tecnologie più moderne applicabili al processo industriale in un contesto istituzionale ancora permeato da valori tradizionali.

ma storico). Tutto ciò è possibile, però, solo se si hanno dei mercati sia per le merci da vendere che per le materie prime e il lavoro da acquistare. In particolare, la formazione dei mercati per i fattori produttivi (la terra e il lavoro) avviene come conseguenza di interventi politici, di misure amministrative, infatti: -Per quel che riguarda la terra, tutto ciò portò all'eliminazione del controllo feudale, alla secolarizzazione delle proprietà della chiesa, fino al pieno riconoscimento giuridico della commerciabilità dei diritti di proprietà. Con la crescita delle città, e con le esigenze di mantenimento della popolazione urbana, si sviluppò inoltre la piena commercializzazione dei beni stessi prodotti dalla terra, a partire dal grano, e i proprietari terrieri furono spinti a incrementare la produzione per la vendita sul mercato, mentre venivano eliminate le restrizioni di natura giuridica o consuetudinaria che limitavano in passato la quota di produzione commercializzabile, garantendo il soddisfacimento delle esigenze di auto–consumo locale. -Relativamente alla formazione del mercato del lavoro fu necessario eliminare le forme di controllo sociale e giuridico che regolavano i rapporti di lavoro (derivanti dalle corporazioni medievali). Questo sistema determinò un abbassamento dei salari e una crescita consistente dei sussidi, dal momento che i lavoratori preferivano i sussidi al lavoro, con il conseguente peggioramento delle finanze. Fu così che, sotto la pressione degli imprenditori e della classe media, si arrivò nel 1834 all'abolizione del sistema dei sussidi. Da quel momento cominciò a funzionare pienamente in Inghilterra un mercato del lavoro concorrenziale.

 Organizzazione dell’impresa (impresa fordista) per accrescere la capacità di imporsi sul

mercato mettono in atto dei meccanismi di regolazione.attraverso monopoli e contratti tra

imprese.

 Politiche macroeconomiche I governi attuano politiche macroeconomiche di intervento

nell’economia.

CONSEGUENZE SOCIALI DELLO SCAMBIO DI MERCATO

Per Polanyi la trasformazione della società tradizionale in società di mercato è avvenuta attraverso la mercificazione forzata da parte dello Stato di 3 merci “fittizie”: terra, moneta, lavoro. Fittizie perché non si tratta di merci create per essere vendute ma che hanno invece un ruolo sociale decisivo nella nostra vita quotidiana. La loro commercializzazione finisce col destabilizzare la società. Si tratta di un mondo dove le relazioni economiche sono stabilite e garantite dal potere politico non in accordo ai bisogni sociali, ma alle esigenze del mercato. Dove la vita è subordinata al mercato. Questo movimento verso un “mercatismo” estremo, secondo Polanyi, è però contrastato da un contro movimento,: il mercato innaturale provoca una reazione nella popolazione che si oppone alla mercificazione dei rapporti sociali. I mercati sono così , destabilizzanti del tessuto sociale, creando condizioni di vita precarie. Conseguenze sociali dell'affermazione dello scambio di mercato: il lavoro, la terra e la moneta sono dunque trasformati in merci da comprare e vendere sul mercato. Queste merci non sono, però, come tutte le altre, perché: -il lavoro è legato alla vita umana che non è prodotta per essere venduta, -la terra è un aspetto della natura, che non è prodotta dall'uomo, -la stessa moneta è un simbolo del potere di acquisto e non un prodotto. Non si tratta dunque di vere merci ma di «merci fittizie»; tuttavia, trattarle come tali, come è richiesto dal sistema economico basato sui mercati autoregolati, porta a conseguenze distruttive per la società: A) la riduzione del lavoro a merce (il cui valore è fissato dalla domanda e dall'offerta sul mercato) ha pesanti conseguenze sulle condizioni di vita di masse crescenti di popolazione: -Prende avvio una progressiva distruzione delle forme di protezione tradizionale, sia quelle legate alle strutture della parentela e della professione, che quelle dipendenti dal potere politico; -Gli individui sono sradicati dal contesto in cui vivono e costretti a spostarsi per ricercare occasioni di lavoro: le loro condizioni di vita vengono così a dipendere esclusivamente dagli alti e bassi del mercato;

-Specie nella fase iniziale della rivoluzione industriale, a ciò si accompagna una forte instabilità dei guadagni, la formazione di sacche di disoccupazione e di nuova povertà nelle periferie delle città industriali, condizioni di lavoro e di vita degradate. B) la piena commercializzazione del fattore terra e l'abolizione di restrizioni istituzionali al commercio dei beni agricoli (ovvero il libero scambio dei prodotti), accompagnato dal miglioramento dei trasporti, mise in crisi quote crescenti di produttori agricoli: i contadini dovettero abbandonare le campagne alla ricerca di un lavoro e si determinò la «distruzione della società rurale» (spoliazione di foreste, formazioni di deserti); C) la riduzione della moneta a merce: nei mercati autoregolati dell'800, la moneta diventa un mezzo di scambio legato all'oro, in questo modo venivano a essere incoraggiati gli scambi internazionali, perché si garantiva la stabilità del cambio, ma crescevano i rischi per l'economia interna: ad una crescita delle importazioni, corrispondeva un deflusso di oro e quindi una riduzione della quantità di moneta disponibile per i pagamenti interni e quindi un calo delle vendite, con danni alle attività produttive ed all'occupazione. Quindi se da un lato è vero che i mercati del lavoro, della terra e della moneta sono essenziali per un'economia di mercato, è anche vero che la società non può a lungo sopportare i costi che le vengono imposti da tali modalità di funzionamento dell'economia. Autodifesa della società -Conflitti dei lavoro , leggi protettive del lavoro = passaggio da mercato autoregolato a mercato regolato. -Regole informali :il lavoratore a nero può anche richiedere le stesse tutele del lavoratore contrattualizzato (la tredicesima) anche se non avviene quasi mai, spesso per mancanza di informazione. -Protezionismo agrario ( tariffe doganali, sostegno all’agricoltura, leggi di tutela ambientale) -Sistemi di controllo del credito, (attraverso le banche veniva stabilito il tasso di interesse) -Vincoli al mercato -Riduzione flessibilità di lavoro: (passaggio da 14H lavorative a 8H lavorative, aumento dei salari e regolazione delle manzioni) -Politiche coloniali -Indebitamento : (lo stato si indebita emettendo titoli di stato)

SOLUZIONI POSSIBILI POLANYI

  • Passare ad una pianificazione economica -Combattere le cattive libertà (sfruttamento, mercificazione dell’ambiente)

- Difendere le liberta civili

I CONCETTI CHIAVE

 Embeddedness dell’economia  La pluralità delle forme di regolazione  Le economie moderne sono un mix di forme regolative, sia pure a dominanza  Non vi è un percorso evolutivo unidirezionale da una forma all’altra  La pluralità delle forme di integrazione può agire anche all’interno dei diversi tipi di economia anche all’interno dei diversi tipi di economia

MIX DI FORME DI REGOLAZIONE

 Le varie forme di integrazione non si escludono a vicenda; tendono invece a coesistere tra

loro anche se una di esse può assumere una posizione dominante all’interno di una specifica società.

 Le forme di integrazione non rappresentano “stadi” dello sviluppo. Non implicano

nessuna sequenza temporale. A fianco della forma dominante possono co-esistere altre forme secondarie: la stessa forma dominante può ricomparire dopo un periodo di eclisse temporanea

voleva ridurre le distanze tra scuola storica e scuola teorica, riconoscendo legittimità all’economia neoclassica creando però uno spazio specifico per la sociologia economica. Schumpeter si richiama a questa impostazione in un lavoro del 1914 (Epoche di storia delle dottrine e dei metodi, commissionatogli da Weber prima di morire) sottolineando che nell’ambito della scienza economica ogni contrapposizione tra approccio storico e approccio teorico è sbagliata. Occorre invece distinguere tra: 1. Teoria economica; 2. Storia economica; 3. Sociologia economica. Ognuna di queste prospettive d’indagine ha una sua legittimità e una sua utilità, ma bisogna evitare di confonderle usandole insieme in modo non sorvegliato. Per Schumpeter dunque: ➢ La teoria economica è caratterizzata da un insieme di proposizioni analitiche di cui viene argomentata la validità a determinate condizioni (egli difende come Menger e Weber la validità dell’economia neoclassica; ➢ La storia economica è importante per comprendere i fatti storici e quindi per capire come i fatti economici e quelli non-economici si combinino tra loro nell’esperienza concreta; ➢ La sociologia economica contribuisce allo studio dell’influenza dei fattori non economici, cioè quelli istituzionali, sulle attività economiche e la loro variazione nel tempo e nello spazio.

IMPRENDITORIALITÀ E SVILUPPO ECONOMICO: Non c’è dubbio che Schumpeter fosse

più interessato alla teoria economica piuttosto che alla sociologia economica. Egli non manca ripetutamente di manifestare la sua ammirazione per la costruzione teorica dell’equilibrio economico ed in particolare dell’opera di Walras. Nella sua opera teorica più importante "La teoria dello sviluppo economico. Il punto di partenza dell’analisi di Schumpeter si individua chiaramente nell’insoddisfazione per i limiti della prospettiva economica tradizionale, giudicata incapace di uscire da una visione statica dell’equilibrio economico. Per Schumpeter la crescita è un fenomeno graduale, fatto di continui aggiustamenti partendo dalla combinazione dei fattori dell’economia tradizionale mentre lo sviluppo implica invece una discontinuità e quindi l’introduzione di nuove combinazioni (può riguardare cinque dimensioni: creazione di prodotti; introduzione di nuovi metodi di produzione; apertura di nuovi mercati; scoperta di nuove fonti di approvvigionamento di materie prime o semilavorati; riorganizzazione di un’industria, es. creazione di monopolio). Egli riconosce che lo sviluppo può derivare da motivi extraeconomici (crescita della popolazione, improvvisi rivolgimenti sociali e politici) ma il suo interesse si concentra però sullo sviluppo legato all’azione degli imprenditori:

  • Siano essi proprietari dei mezzi di produzione oppure manager, l’importante è che la sua attività sia innovativa e non routinaria (solo alla prima si collega per Schumpeter il concetto di imprenditore);
  • Non è necessario un rapporto continuativo con una singola impresa, essi possono lanciare innovazioni in un azienda e poi spostarsi in altra, e così via;
  • Non devono appartenere ad una specifica classe sociale, chiunque può aspirare a diventarlo dal basso grazie al credito concesso dalle banche. Egli sottolinea dunque il legame tra credito e innovazione ma ciò non basta, necessità anche la qualità di leadership che non tutti i membri di una determinata società hanno. Questa prospettiva dell’imprenditore si allontana da quella della teoria economica tradizionale che vede nell’imprenditore un soggetto capace di calcolo razionale in modo da allocare le risorse per rispondere ai vincoli posti dal mercato. L’imprenditore che vuole realizzare un’innovazione:
  • Deve misurarsi con carenze di informazioni e condizioni di maggiore incertezza;
  • Deve combattere e vincere le resistenze che vengono dai suoi schemi mentali consolidati e quelle che vengono dall’ambiente sociale;
    • Deve superare gli impedimenti giuridici e politici e la disapprovazione sociale e delle altre imprese minacciate dall’innovazione. È per questo che l’imprenditore innovatore deve avere una personalità che non può essere riconducibile al semplice calcolo razionale richiamato dalla teoria tradizionale. Oltre ai fattori psicologici vediamo come Schumpeter si colleghi anche al contesto sociale (impedimenti politici e giuridici, norme sociali; accenna anche alla marginalità sociale come possibile fonte di

imprenditorialità). Successivamente chiarisce meglio i legami dell’imprenditore-innovatore con un particolare retroterra sociale e istituzionale distinguendo tra: ➢ Padrone Di Fabbrica, che unisce insieme compiti amministrativi, tecnici, commerciali; è proprietario dei mezzi di produzione (fase iniziale dell’economia di mercato); ➢ Capitano D’industria, proprietario di capitale azionario, che innova operando soprattutto attraverso il controllo finanziario sulle aziende, o manager di formazione tecnica, distaccato dagli interessi capitalistici ma che è spinto ad innovare dal suo orientamento alla buona prestazione professionale (fase più evoluta del capitalismo); ➢ Fondatore Di Imprese, si tratta della figura specifica dell’imprenditore puro, che intrattiene con le imprese solo rapporti temporanei. Sul piano più strettamente economico, l’aver posto l’attenzione sul fenomeno dello sviluppo attraverso l’innovazione ha due conseguenze importanti: o Una definizione originale di profitto come guadagno dell’imprenditore legato al successo della sua innovazione, che fa crescere le entrate rispetto alle spese, ma che è una rendita temporanea di tipo monopolistico che si mantiene fino a quando l’innovazione non riesce ad essere imitata anche dagli altri concorrenti; o Una spiegazione articolata dei cicli economici: la fase espansiva del ciclo è collegata all’introduzione dell’innovazione e alla sua prima diffusione; successivamente le vecchie imprese colpite dalla concorrenza di quelle innovative sono costrette ad uscire dal mercato con effetti recessivi sull’economia oppure ad imitarle. Si stabilirà successivamente un nuovo equilibrio temporaneo che verrà poi alterato da un nuovo ciclo di innovazione. Ciò che ci preme sottolineare è che la teoria di Schumpeter, pur presentandosi come un tentativo di dare una spiegazione endogena, cioè interna all’economia, dello sviluppo economico, ha evidenti collegamenti con il contesto sociale e istituzionale.

PUÒ SOPRAVVIVERE IL CAPITALISMO?

In questo lavoro Schumpeter analizza le trasformazioni del capitalismo liberale e gli effetti della Grande Crisi nella prospettiva della sociologia economica perché si mette in evidenza come il funzionamento dell’economia capitalistica determini un cambiamento della cultura e delle istituzioni che a sua volta fa inceppare i meccanismi di autoregolazione dei mercati (passaggio da capitalismo non regolato a capitalismo regolato). Egli si dichiarò d’accordo con la previsione di Marx, ma per motivi diversi: il capitalismo non sarebbe sopravvissuto, ma non per fattori di natura economica, bensì per le reazioni culturali e sociali che il suo funzionamento provocava. Il ragionamento sviluppato nella parte centrale dell’opera, che è per l'appunto dedicata alle trasformazioni del capitalismo, e si articola in due parti:

  1. Vuole mostrare come dal punto di vista economico il capitalismo liberale, basato sul ruolo preminente del mercato, potrebbe continuare ad assicurare dinamismo e sviluppo;
  2. Mostra come il cambiamento dei fattori culturali e istituzionali, indotto dallo stesso sviluppo del capitalismo, è in realtà il principale responsabile del declino dell’economia di mercato.
  • PERCHÉ IL DECLINO NON HA CAUSE ECONOMICHE? Schumpeter si preoccupa inizialmente di contrastare la tesi che l’evoluzione del capitalismo implichi un aumento della disoccupazione. La crescita dei disoccupati negli anni ’30 è risultata molto elevata, ma si è trattato di un fenomeno temporaneo, legato alla fase di recessione che di solito segue, nel ciclo economico, una fase di prosperità legata ad un periodo di innovazione. Il fenomeno è stato però aggravato da fattori contingenti:
  • la coincidenza di una crisi agraria indotta da nuovi metodi di produzione che aumentano la produttività, a fronte di restrizioni doganali che limitano gli scambi;
  • gli effetti deflattivi legati alla politica monetaria e al ripristino del sistema aureo;
  • i pagamenti di guerra;
  • il livello dei salari, diventati più rigidi;
  • l’accresciuta pressione fiscale. Insomma la crisi del ’29 è il frutto di un insieme di cause che aggravano gli effetti di una fase discendente particolarmente acuta del ciclo. Tutto ciò si colloca sullo sfondo di un irrigidimento complessivo dei meccanismi di autoregolazione dei mercati per effetto delle politiche anticapitalistiche (quelle Polanyi chiama invece nuovo protezionismo sociale). Tali politiche

la frustrazione e il risentimento; il fatto che le istituzioni capitalistiche non possono limitare le libertà di espressione e i organizzazione del malcontento, e quindi facilitano la diffusione del fenomeno. Quindi gli intellettuali influenzano, sia direttamente che indirettamente, la politica e le sue decisioni;

  1. Le politiche anticapitalistiche: una serie di misure legislative e amministrative che si diffondono nei vari paesi, in relazione all’indebolimento della borghesia e alla crescita del malcontento. Si tratta di interventi dello stato o della contrattazione collettiva(la contrattazione collettiva è quel rapporto tra sindacati e confederazioni dal quale scaturiscono degli accordi autonomi con cui si stabiliscono i parametri e le regole fondamentali cui dovranno attenersi i contratti) ; politiche della spesa pubblica in deficit per sostenere la domanda e ovviare alle crisi cicliche; politiche redistributive del reddito attraverso la pressione fiscale; misure antitrust per contrastare le imprese monopolistiche; crescita della contrattazione sindacale nel mercato del lavoro. Tutte queste politiche, che hanno avuto un’accelerazione dopo la Grande Crisi del ’29, segnano un allontanamento sempre più marcato dal “capitalismo del laissez faire” e si avvicinano sempre più a forme di pianificazione socialista. Schumpeter vede nel capitalismo americano del New Deal, e poi in quello che si sarebbe affermato dopo la guerra in America e in Europa, una sorta di capitalismo laburista, in cui le imprese private sono sottoposte a oneri fiscali e regolativi crescenti. Egli è dubbioso sul fatto che un capitalismo, che abbi eroso le basi istituzionali su cui si poggiava, possa continuare ad esprimere un elevato dinamismo economico e intravede l’imporsi di una soluzione apertamente socialista (dove i mezzi di produzione sono controllati dall’autorità pubblica, la quale è anche responsabile delle scelte relative alla produzione dei beni e alla distribuzione dei redditi). Schumpeter cercherà di dimostrare che il socialismo può essere efficiente sul piano economico e che non deve necessariamente essere visto in contraddizione con la permanenza della democrazia politica (la successiva esperienza storica smentirà tale tesi). Il declino del capitalismo liberale prepara gradualmente il passaggio al socialismo. Ciò che gli appare certo, e per cui si dispiace, è che "il vecchio capitalismo liberale, la civiltà dell’ineguaglianza e della fortuna familiare, non ha più un futuro."

CONVERGENZE ANALITICHE E DIVERGENZE POLITICHE:

Come Durkheim e Veblen, anche Polanyi e Schumpeter, non appartengono allo stesso ambiente culturale e non hanno interazioni tra loro. Gli ultimi due furono segnati dal clima della Vienna di inizio secolo, Polanyi socialista laburista mentre Schumpeter liberista conservatore, ma è interessante notare come entrambi contribuiscano sul piano analitico alla messa a fuoco, con linee convergenti, di un problema importante per la sociologia economica: il declino del capitalismo liberale e la grande trasformazione che si avvia dopo la crisi degli anni ’30. Polanyi è un istituzionalista, Schumpeter è un economista che esce dagli schemi tradizionali della disciplina e riconosce l’importanza delle istituzioni per comprendere il cambiamento dell’economia: il problema dello sviluppo che gli stava tanto a cuore. POLANYI limita drasticamente la validità scientifica dell’economia e ne storicizza i risultati. Gli strumenti della disciplina servono per comprendere il funzionamento dell’economia solo quando questa è dominata dai mercati autoregolati. La sua efficacia è dunque ristretta al secolo nel quale trionfa il capitalismo liberale (1800). Estenderne la portata all’indietro nel tempo significa cadere nella “fallacia economicista”. Da questo punto di vista è dunque vicino a Durkheim e soprattutto a Veblen: il suo è un istituzionalismo più alternativo che integrativo rispetto all’economia di tipo neoclassico. Egli vuole ricostruire un’economia istituzionale. SCHUMPETER ha un’opinione dell’economia più vicina a quella di Menger e di Weber. L’economia teorica è una disciplina analitica ed in quanto tale non si fonda la sua scientificità sulla verifica empirica dei suoi schemi (non deve essere storicizzata). Tuttavia, nell’ambito dell’economia, che lui, Menger e Weber, concepiscono in termini più vasti dell’approccio neoclassico, deve esservi spazio sia per la componente teorica (di taglio analitico) che per quella storico-empirica. Quest’ultima prende in esame il rapporto tra fenomeni economici e contesto istituzionale, basandosi sul contributo della storia e della sociologia economica. Ed è proprio alla sociologia economica che Schumpeter fa ricorso quando si interroga sul cambiamento del capitalismo e sul suo futuro (da questo punto di vista si avvicina a Polanyi). Schumpeter e

Polanyi cercano entrambi di dare una risposta allo stesso problema: perché tramonta il capitalismo liberale? Quali direzioni prende il processo di trasformazione che si avvia dopo la Grande Crisi degli anni ’30? Per entrambi, le cause del declino sono sociali prima che economiche, anche se si ripercuotono poi sul funzionamento dell’economia (il prevalere dei mercati autoregolati innesca delle reazioni sociali e politiche che a loro volta inceppano progressivamente il funzionamento dei mercati stessi). ➢ Polanyi parla di "autodifesa della società", cioè di un processo che si esprime con la diffusione di varie forme di protezionismo (sociale e del lavoro, agrario, creditizio). ➢ Schumpeter fa riferimento alle politiche anticapitalistiche che vedono un’accelerazione dopo la Grande Crisi, ma trovano un terreno favorevole nell’indebolimento del quadro culturale e istituzionale del capitalismo liberale e nella crescita del malcontento sociale.

  • Polanyi vede già avviati alla fine dell’800 i processi di cambiamento istituzionale che preparano il declino e raggiungono l’apice nella crisi del ’29.
  • Schumpeter spiega quest’ultimo fenomeno come il cumulo di diversi fattori, alcuni legati alla normale dinamica dei cicli economici, altri più contingenti. A differenza di Polanyi, egli considera il fenomeno dell’imperialismo e delle lotte coloniali influenzato più da variabili più politiche e culturali che economiche: l’imperialismo gli appare come il frutto di tendenze estranee allo spirito fondamentalmente pacifico della borghesia e del capitalismo, un residuo del militarismo e dei valori del passato, che sono però ancora presenti nelle classi dirigenti di estrazione aristocratica e nelle gerarchie militali. Schumpeter tende a spostare più avanti, rispetto a Polanyi, i fenomeni di irrigidimento dei mercati autoregolati e li considera più come una conseguenza delle reazioni istituzionali alla crisi del ’29 che come fattore che prepara la crisi stessa. Anch’egli vede negli anni ’30 uno spartiacque che separa l’epoca del capitalismo non regolato da quella del capitalismo regolato, un fenomeno che prepara poi l’avvento del socialismo. È curioso che entrambi gli autori arrivino a conclusioni simili sui requisiti non economici per il funzionamento del mercato: il funzionamento dei mercati concreti non può essere compreso senza prendere in esame come essi siano integrati nella società, cioè in un contesto istituzionale.
  • Polanyi sintetizza il suo giudizio così: “la nostra tesi è che l’idea di un mercato autoregolato implicasse una grossa utopia; un’istituzione del genere non poteva esistere per un qualunque periodo di tempo senza annullare la sostanza umana e naturale della società”.
  • Schumpeter formula invece così il suo giudizio: “nessun sistema sociale basato esclusivamente su una rete di liberi contratti fra parti contraenti giuridicamente eguali, e in cui si suppone che ognuno sia guidato unicamente dai propri scopi utilitaristici (a breve termine) può funzionare”. In altre parole, può essere legittimo studiare i mercati, sul piano analitico, isolandoli dal contesto istituzionale. Tuttavia, quando l’indagine si svolge sul terreno storico-empirico, necessario tenere invece conto delle forme e del grado di integrazione dei mercati nella società. Essi mostrano sul piano storico come l’affermarsi del mercato eroda le vecchie istituzioni, generi instabilità sociale e politica, e porti alla sperimentazione di nuove istituzioni. Nonostante i due autori divergano nettamente nella valutazione politica del fenomeno di trasformazione del capitalismo, essi invece concordano sul passaggio a un capitalismo in cui il ruolo del mercato è più limitato e più regolato socialmente e politicamente;
  • Schumpeter arriverebbe ad essere una forma di organizzazione economica di tipo socialista, egli non giudica favorevolmente il processo in corso e resta legato ai valori della civiltà capitalistiche che vorrebbe difendere ma che gli sembra in un declino difficilmente arginabile.
  • Polanyi ritiene che il passaggio ad un’economia reincorporata nella società, più regolata socialmente e politicamente, sia non solo inevitabile, ma anche auspicabile, sia per il futuro dei paesi occidentali che per i nuovi paesi sottosviluppati che si andavano affacciando sulla scena della storia, e che non avrebbero necessariamente dovuto sostenere i costi sociali del mercato.

KEYNES BIOGRAFIA

Keynes , è considerato il più grande economista del XX secolo, ha influenzato grazie alle sue idee sia l'economia sia la politica.

vanno così. Infatti la Robinson sottolinea che i consumatori non necessariamente rispondono in modo analogo a differenze di prezzo nei prodotti, perché nel loro comportamento di consumo tengono conto di una varietà di fattori (localizzazione del venditore, costi di trasporto). Chamberlin punta a sua volta l'attenzione sulla differenziazione del prodotto come risorsa attraverso la quale le imprese possono in parte sottrarsi alla concorrenza determinando una segmentazione del mercato (creazione di un marchio di fabbrica, pubblicità) e acquistando così un vantaggio rispetto ai concorrenti, da qui appunto il concetto di concorrenza monopolistica per descrivere le forme di mercato prevalenti nella realtà empirica. La concorrenza monopolistica fa si che si possano pagare prezzi più alti rispetto a quelli della concorrenza, perché le imprese riescono ad esercitare un maggior controllo sui prezzi attraverso la differenziazione del prodotto. Con essa dunque sono messi in discussione i tradizionali principi della sovranità del consumatore e dell'efficienza dei mercati concorrenziali. I nuovi studi, pur non alterando sostanzialmente la teoria dell'azione dei neoclassici, con i suoi assunti utilitaristici e atomistici, permettono un recupero nella capacità di adesione dei modelli economici nella realtà empirica. Ma il "ponte verso la realtà" è costituito dall'opera dell'economista inglese John Keynes. Una caratteristica curiosa della rivoluzione keynesiana è quella di essere stata anticipata di fatto dalle politiche economiche di molti governi. In effetti, la necessità di misurarsi con gli effetti drammatici della Grande depressione degli anni 30'aveva spinto a rompere con l'ortodossia economica, che confidava con i meccanismi di riaggiustamento automatico dei mercati. E così lo stato aveva assunto un ruolo più attivo in campo economico e il ruolo decisivo di Keynes fu di dare all'intervento dello stato una solida fondazione teorica. In particolare Keynes afferma che la maggior parte dei mali economici sono frutto dell'incertezza, per far fronte agli effetti negativi della quale si deve prevedere un ruolo più rilevante dello stato nella regolazione delle attività economiche. Keynes sostenne infatti la necessità, per superare le depressioni economiche e mantenere alti i livelli di occupazione, di un controllo sui tassi di interesse bancari e sugli investimenti privati, di una forte tassazione di tipo progressivo, oltre che di una politica di investimenti pubblici, come politica riequilibratrice della distribuzione dei redditi e apportatrice di una maggiore propensione al consumo. La propensione al consumo è la percentuale del proprio reddito che un consumatore è disposto ad utilizzare per i consumi, all'aumentare della quale corrisponde un aumento della ricchezza: la maggiore domanda di consumi genera, infatti, una maggiore produzione di beni e servizi e, in conseguenza, un aumento ipotizzabile di ricchezza. Per far marciare l’economia bisogna spingere al consumo e non al risparmio.Keynes attaccò la mera esistenza del sistema capitalistico come sicurezza implicita di equilibrio dei mercati: degli anni trenta, periodo di crisi economica fortissima, di disoccupazione e produzione a bassi livelli, egli considerò la sottoutilizzazione delle risorse produttive come fattore determinante del collasso economico. Il capitalismo è incapace di sfruttare tutte le risorse produttive.

Il RAGIONAMENTO DI KEYNES:

 lo scarso livello produttivo di beni e servizi è dovuto alla mancanza della necessaria domanda degli stessi.  Vi era il problema chiaro di aumentare la domanda di beni e servizi, affinché il sistema economico riuscisse a produrre quanto era potenzialmente possibile.  Quindi era necessario stimolare la domanda, incrementandola attraverso un adeguato programma di investimenti pubblici.

RIVOLUZIONE KEYNESIANA DOMANDA E OFFERTA

Domanda e offerta di moneta sono considerate in termini di stock e non di flussi; quindi non si studieranno le decisioni relative alla produzione, ma relative alla ricchezza. La domanda di moneta è la quantità di biglietti di banca e di depositi in conto corrente che si desidera possedere in un istante (nel portafoglio, in cassaforte o in banca). L'offerta di moneta è la quantità di biglietti di banca in circolazione più la quantità di depositi in conto corrente, che individui, enti e imprese hanno presso le banche in un dato istante. La ricchezza è uno stock di beni o di attività patrimoniali

di vario genere che la collettività ha accumulato nel corso degli anni e che sono diversi fra loro. Le componenti della ricchezza sono: attività reali come case, oro, automobili, quadri e attività finanziarie, quali obbligazioni, azioni, BOT, moneta. Queste diverse attività danno rendimenti diversi i quali sono legati alle variazioni del tasso di interesse, quindi dei prezzi, e al diverso grado di rischio. Il risparmiatore preferirà l'attività patrimoniale che al netto dei rischi gli assicura il massimo rendimento. Per Keynes il tasso di interesse è il guadagno che si perde per il tesoreggiamento ed il costo del detenere moneta. Keynes ritenne che il tasso di interesse è determinato dalla domanda e offerta di moneta. La domanda di moneta (L) è funzione inversa del tasso di interesse ed è tanto maggiore quanto più basso è r (quanto meno costoso è il possesso di moneta liquido). La domanda di moneta va intesa come quantità che si desidera possedere in un istante del tempo. Secondo Keynes r è il compenso che deve essere corrisposto per indurre la gente a conservare la propria ricchezza in maniera diversa dalla tesaurizzazione. L'offerta di moneta (Mo) indica quale quantità di moneta in circolazione in un dato istante, si suppone data dalle scelte dell'autorità monetaria, e non è sensibile alle variazioni di r. Il XIX secolo era soggetto a due pericoli: che, nonostante tutto, la popolazione crescesse più in fretta della torta, o che questa fosse "un bel giorno inghiottita prematuramente dalla guerra". Fu in effetti la guerra a rivelare il duplice inganno su cui poggiava il sistema, con il suo principio dell'accumulazione. Le immani distruzioni provocate dalla guerra e l'inflazione "hanno rivelato a tutti la possibilità del consumo immediato e a molti la vanità dell'astinenza". A guerra finita, Keynes poteva avanzare qualche ipotesi sul prossimo futuro: "le classi lavoratrici possono non essere più disposte a così larghe rinunzie e le classi capitalistiche, non più fiduciose nel futuro, possono avere voglia di godere in modo più completo la loro libertà di consumo". Le due previsioni, il prossimo acuirsi delle lotte sociali e l'effimero boom consumistico dei ruggenti anni venti, erano entrambe ben fondate. E' così che, in una conversazione radiofonica alla Bbc sulla pianificazione (un esperimento allora tentato solo dai sovietici e dai fascisti e ritenuto dai più del tutto incompatibile con i principi di una comunità democratica), egli può affermare senza timore che gli piacerebbe "tentare di verificare se non sia possibile godere dei vantaggi di entrambi i mondi", vale a dire dei vantaggi della pianificazione e di quelli della democrazia.

LO SCHEMA KEYNESIANO

 il perseguimento dell’utile individuale non coincide con il perseguimento dell’utile collettivo  l’attore atomistico spesso non dispone delle informazioni e delle capacità adeguate per perseguire il proprio utile  Rischi, incertezza ed ignoranza condizionano la vita economica e sociale e limitano le capacità di crescita dell’economia e tendono a tenere bassi gli investimenti e a sottoutilizzare il capitale e il lavoro Problema: come garantire il livello di produzione e di occupazione? (ottica macroeconomica in contrapposizione all’ottica micro che si interrogava sulla formazione dei prezzi e la distribuzione dei redditi)

LEGGE DI SAY

Egli sosteneva in tale legge che in regime di libero scambio non sono possibili crisi prolungate, poiché l'offerta crea la domanda. Difatti, in una economia di libero mercato ciascun soggetto ai prezzi di mercato sceglie di essere compratore o venditore. Se in un dato momento si ha un eccesso di offerta, i prezzi tenderanno a scendere. La discesa dei prezzi renderà conveniente nuova domanda. È in tal senso che l'offerta è sempre in grado di creare la propria domanda. In caso di crisi da sovrapproduzione il rimedio delle crisi non doveva perciò, secondo Say, ricercarsi in un intervento dello Stato ma in una capacità autoregolatoria del mercato. In ogni caso, poi, il libero scambio fungerebbe di per sé da rimedio, portando di necessità alla formazione di un nuovo equilibrio economico. Questa legge è detta anche legge degli sbocchi, poiché ogni produzione troverebbe sempre un naturale sbocco sul mercato. Say quindi era convinto che il mercato lasciato a sé stesso tendesse a raggiungere l'equilibrio di piena occupazione. Ci sono due corollari della legge:

della disoccupazione sul vicino che ha la peggio nella lotta - ma sarebbe uno scambio volontario e senza impedimenti di merci e servizi, in condizioni di vantaggio reciproco".

STATO SOCIALE KEYNESIANO

Per «stato sociale keynesiano», si intende un crescente intervento pubblico in campo economico e sociale, che nel 2° dopoguerra, si realizza nei paesi sviluppati dell'Occidente. Esso è basato sull'adattamento delle politiche di sostegno della domanda di Keynes per la risoluzione dei problemi della crescita economica. Infatti, mentre, le politiche di Keynes, erano concepite come strumento per favorire la fuoriuscita dell'economia da una situazione di depressione, e quindi solo in un'ottica di breve periodo. Qui, invece, l'idea di fondo è che la politica della domanda deve essere usata non solo per evitare le recessioni, ma anche per favorire lo sviluppo nel tempo delle risorse produttive (lungo periodo), perché si ritiene che lo sviluppo economico dipenda dalla crescita degli investimenti che generano un incremento della produzione e della produttività. Nello specifico, questo adattamento ha portato in 2 direzioni:

  1. diffondersi del keynesismo della crescita: cioè del tentativo di usare l'intervento statale e la spesa pubblica, come strumento per sostenere lo sviluppo economico, e non solo per curare le depressioni;
  2. L'uso della spesa pubblica come mezzo per accrescere e consolidare il consenso attraverso la massiccia diffusione dei programmi di welfare, indipendentemente dal ciclo economico e dalla situazione occupazionale. E per quel che riguarda le politiche di sostegno della domanda più tradizionali, si è contrapposto un modello di «keynesismo debole» a uno di «keynesismo forte». a) Nel Keynesismo debole (es.Stati Uniti fino agli anni 70) l'intervento pubblico, attraverso la politica fiscale, monetaria e quella della spesa in deficit, resta più vicino all'originaria ispirazione keynesiana, perché si limita a stabilizzare il ciclo economico sostenendo la domanda nei momenti di recessione e raffreddandola in quelli di pieno utilizzo dei fattori produttivi. Quindi si alternano manovre espansive e recessive e la spesa sociale è, in genere, meno consistente; b) Il Keynesismo forte (es.paesi scandinavi) è, invece, caratterizzato da un impegno più vincolante sul terreno della difesa della piena occupazione e della crescita economica ovvero misure di lungo periodo, in modo da poter anche finanziare un incremento più consistente della spesa sociale. A questa forma di keynesismo sono associabili sindacati più forti e centralizzati, e governi a presenza stabile di forze di sinistra, impegnati non solo sul terreno della piena occupazione ma anche su quello della diffusione del welfare. (esempio divario nord e sud negli anni 1870 durante l’unità d’italia) -Ciò che caratterizza lo stato sociale keynesiano è la forte crescita delle politiche di welfare, soprattutto per il riconoscimento dato ai diritti civili, politici e sociali a seguito della domanda proveniente dalle classi subalterne. In questo quadro la protezione dai rischi per malattie, vecchiaia, disoccupazione, e la richiesta di un accesso equo alle istituzioni educative, viene sempre più rivendicata come un aspetto fondante dei diritti di cittadinanza. A tal riguardo, è importante sottolineare che: - Bendix, insiste sull'importanza del grado di apertura del sistema politico: che più è aperto e disponibile ad incanalare le nuove richieste, tanto più facilmente queste si sviluppano in modo graduale, senza mettere in discussione le istituzioni democratiche. L'opposto accade invece dove la tradizione istituzionale e le classi dominanti ostacolano il riconoscimento dei nuovi diritti; - la teoria neomarxista, afferma che lo stato è spinto a estendere il suo ruolo in campo economico e sociale per esigenze funzionali di riproduzione del capitalismo e che quindi la crescita dei programmi di protezione sociale ha la funzione di aumentare e mantenere il consenso popolare. Ma entrambe queste spiegazioni dell'evoluzione del welfare non considerano le differenze esistenti tra i diversi paesi nella spesa per le politiche sociali e negli specifici modelli istituzionali. Il processo è differente a seconda che il governo statale sia di tipo: - Autoritario: (Germania di Bismarck) : dove i programmi di protezione sociale si affermano come reazione delle élite conservatrici che, sfidate dalle nuove forze, cercano di accrescere la loro legittimazione; - Parlamentare: che è più aperto alla rappresentanza dei nuovi gruppi sociali, il processo è più ritardato, anche per le resistenze stesse dei partiti del movimento operaio, che spesso vedono con sospetto l'estensione dell'intervento statale, ma farà registrare gli sviluppi più consistenti. Questo modello si conferma, anche nel

secondo dopoguerra, dove il ruolo dei partiti di sinistra legati al movimento operaio appare di particolare importanza, per le modalità di organizzazione dei sistemi di protezione sociale. INFLAZIONE Negli anni '70, una serie di sintomi, come, l'eccessiva crescita dei tassi di inflazione, la diminuzione dei tassi di crescita della popolazione e l'aumento della disoccupazione, rimettono in discussione il processo di stabilizzazione economica e sociale dei paesi capitalistici più sviluppati. In questa situazione, il meccanismo di regolazione istituzionale dell'economia basato sullo stato sociale keynesiano, genera 2 tipi di effetti perversi:

  1. modificazioni a livello micro: per il ridursi della disoccupazione, ovvero per il fatto che i soggetti che entrano a far parte stabilmente della classe operaia maturano nuove domande sia sul piano retributivo che su quello del riconoscimento sociale e politico. Ciò porta ad un rafforzamento delle organizzazioni sindacali che traggono vantaggio dalla situazione di piena occupazione, con un effetto generale di spinta alla crescita dei salari che alimenta l'inflazione;
  2. modificazioni a livello macro: per la difficoltà di controllo della spesa pubblica che si accompagna all'espansione dei sistemi di protezione sociale. Anche da questo punto di vista vi è quindi una spinta all'inflazione che viene dalle politiche di spesa dei governi. Keynes, infatti, assegnava all'intervento dello stato di regolazione della domanda la funzione di curare le fasi di depressione delle attività economiche, e non rientrava nella sua prospettiva l'idea che la politica attiva della domanda potesse diventare uno strumento per pilotare la crescita economica. Per di più, la sua concezione più limitata dell'intervento pubblico si accompagnava ad altri 2 presupposti di natura istituzionale che saranno anch'essi smentiti dall'esperienza dei decenni postbellici. Gli effetti perversi dello stato sociale keynesiano, manifestatisi in modo marcato alla fine degli anni ‘60, vengono rinforzati da una serie di altri fattori, alcuni di carattere più strutturale (saturazione del mercato dei beni della produzione di massa e contemporaneo intensificarsi della concorrenza dei nuovi paesi industriali), altri di carattere più contingente (brusca impennata dei prezzi petroliferi e l'abbandono del sistema dei cambi fissi con la connessa svalutazione del dollaro), che insieme contribuiscono ad aggravare la situazione economica e sociale

WELFARE STATE O STATO DEL BENESSERE

Definizione: Il welfare state, o stato del benessere, o ancora stato sociale, può essere definito come uno stato che garantisce ad ogni suo cittadino, come diritto politico e non come carità, degli standard minimi di reddito, di alimentazione, di salute, di abitazione, di educazione » è pertanto un’organizzazione istituzionale, politica ed economica che si pone come obiettivo la produzione di benessere e di sicurezza sociale attraverso la politica sociale. Il welfare state utilizza il proprio potere organizzativo per modificare il gioco delle forze di mercato in almeno tre direzioni: “garantendo agli individui ed alle famiglie un reddito minimo indipendentemente dal valore di mercato del loro lavoro e della loro proprietà; restringendo l’arco dell’insicurezza, mettendo individui e famiglie in condizione di far fronte a certe ‘contingenze sociali’ (malattia, vecchiaia, disoccupazione) assicurando che a tutti i cittadini vengano offerti gli standard più alti in relazione ad una gamma riconosciuta di servizi sociali.” Storia: Il welfare state nasce in Europa alla fine del XIX secolo, però il problema della tutela degli individui bisognosi è da sempre presente nelle società umane. Nel XVI secolo in connessione con il primo sviluppo del capitalismo concorrenziale (mercato autoregolato), degli stati territoriali e della riforma protestante, il problema era affrontato prima dalla Chiesa e poi dagli stati emergenti che resero obbligatori i versamenti di contributi sociali da parte delle comunità creando così i prodromi del diritto all'assistenza pubblica. Nel 1791 in Francia la Dichiarazione dei diritti dell'uomo aveva sancito la necessità di creare un'istituzione generale per l'assistenza pubblica per allevare i bimbi abbandonati e trovare lavoro alle persone povere che non riescono a procurarselo autonomamente. Nel 1834 la "poor law" inglese sancisce il diritto degli indigenti al mantenimento a spese della collettività purché il sussidio sia inferiore al salario minimo dei lavoratori e che il povero accetti di ritirarsi in "case di lavoro". Nascono anche le "friendly society" operaie inglesi tese al