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Le contraddizioni del capitalismo descrivendo il demone della concorrenza, la concentrazione del capitale, la sovrapproduzione, la caduta tendenziale del saggio di profitto e le crisi cicliche. Marx descrive le conseguenze sociali e culturali della economia di mercato e il ruolo dello Stato nel regolamento del mercato. La forma dominante del mercato autoregolato coesiste con forme secondarie come la reciprocità economica. Il capitolo successivo esplora i limiti alla teoria di Polanyi e introduce la sharing economy come forma di reciprocità.
Typology: Study notes
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La Lega dei Giusti era un'organizzazione operaia clandestina tedesca, nata nel 1836 a Parigi da una scissione degli elementi più radicali della Lega tedesca segreta dei Proscritti. Successivamente essa comprendeva lavoratori di diversi paesi europei ed aveva sue comunità in Germania, Francia, Svizzera, Regno Unito, Svezia. Nel 1847, sotto l'influenza determinante di Karl Marx e Friedrich Engels, diede vita alla Lega dei Comunisti. Il primo giugno del 1847 il congresso Londinese si riunisce a Londra e assume il nome di “Lega dei comunisti” mutando il loro moto in “proletari di tutto il mondo,unitevi”. Fu il primo partito operaio moderno che diede vita al MANIFESTO DEL PARTITO COMUNISTA. (Engels e Marx 1847-48) Marx sostenne che qualunque società precedente al capitalismo,è una storia di lotte di classe ,con il comunismo ci sarà l’abolizione della proprietà privata e questo porterà all’utopistica società ove non ci sarà lo sfruttamento.
Il lavoro con il capitalismo diventa una merce. (si compra e si vende a piacimento) CAPITALE VARIABILE Il tempo di lavoro che è erogato agli operai è piu alto al valore necessario per produrre un valore corrispondente (gli operai quando lavorano producono in percentuale maggiore rispetto ai costi di produzione ,questa condizione viene chiamata Pluslavoro che alimenta il Plusvalore ovvero l’aumento di ricchezza. Questo pluslavoro si chiama CAPITALE VARIABILE,è costituioto dai salari anticipati. CAPITALISMO COSTANTE : Il capitalismo è spinto in avanti da un’accanita concorrenza fra le imprese che favorisce un processo accellerato di miglioramento delle basi di produttività attraverso l’applicazione di una tecnologia superiore ai mezzi di produzione. Questo processo è anche un mezzo per sfruttare più affondo la classe operaia mediante una maggiore accomulazione del plusvalore.
-Demone della concorrenza (produce effetti negativi = la concentrazione del capitale ,gli imprendotori piu grossi mangiano quelli più piccoli ) -Concentrazione del capitale -Sovrapproduzione: (produzione di beni elevata,rispetto alla sopportazione del mercato) -Caduta tendenziale del saggio di profitto -Crisi cicliche: crisi economiche che si ripetono in maniera ciclica, come conseguenza si annullerà il mercato autoregolato. -Alienazione: Separazione del lavoratore dal frutto del proprio lavoro ,il datore di lavoro non doveva essere messo al corrente dello scopo del proprio lavoro. CONTRADDIZIONE PRINCIPALE La consapevolezza dello sfruttamento porterà alla radicalizzazione del conflitto( anche condivisione delle condizioni materiali di vita di lavoro) Il conflitto di classe -Classe in se per se: (ruolo delle avanguardie)
Il capitalismo genera una polarizzazione crescendo tra classi un conflitto crescendo e quindi il superamento delle vecchie forme di organizzazione economica.
La storia è storia di lotte di classe. Nelle epoche passate della storia troviamo quasi dappertutto una completa articolazione della società in differenti ordini, una molteplice graduazione delle posizioni sociali. La società civile moderna sorta dal tramonto della società feudale non ha eliminato gli antagonismi fra le classi. Essa ha soltanto sostituito alle antiche, nuove classi, nuove condizioni di oppressione, nuove forme di lotta. VALORE D’USO E VALORE DI SCAMBIO. Marx nei manoscritti economici filosofici del 1844 descrive in modo mirabile le conseguenze sociali e culturali dello stravolgimento operato dall’economia di mercato per cui il mezzo che il denaro diventa fine, il valore di scambio sostituisce il valore d’uso. Marx e il potere del denaro: “Ciò che mediante il denaro è a mia disposizione, ciò che io posso pagare, ciò che il denaro può comprare, quello sono io stesso, il possessore del denaro medesimo. Quanto grande è il potere del denaro, tanto grande è il mio potere. Le caratteristiche del denaro sono le mie stesse caratteristiche e le mie forze essenziali, cioè sono le caratteristiche e le forze essenziali del suo possessore. Ciò che io sono e posso, non è quindi affatto determinato dalla mia individualità. Io sono brutto, ma posso comprarmi la più bella tra le donne. E quindi io non sono brutto, perché l’effetto della bruttezza, la sua forza repulsiva, è anata dal denaro. Io, considerato come individuo, sono storpio, ma il denaro mi procura ventiquattro gambe; quindi non sono storpio. Io sono un uomo malvagio, disonesto, senza scrupoli, stupido; ma il denaro è onorato, e quindi anche il suo possessore. Il denaro è il bene supremo, e quindi il possederne è bene; il denaro inoltre mi toglie la pena di esser disonesto; e quindi si presume che io sia onesto. Io sono uno stupido, ma il denaro è la vera intelligenza di tutte le cose; e allora come potrebbe essere stupido chi lo possiede? Inoltre costui potrà sempre comprarsi le persone intelligenti, e chi ha potere sulle persone intelligenti, non è più intelligente delle persone intelligenti? Io che col denaro ho la facoltà di procurarmi tutto quello a cui il cuore umano aspira, non possiedo forse tutte le umane facoltà? Forse che il mio denaro non trasforma tutte le mie deficienze nel loro contrario?” La SOCIETÀ SENZA CLASSI Se la proprietà privata è quindi la soppressione dei rapporti sociali che la tutelano. Il comunismo è l’eliminazione dell’alienazione e quindi della proprietà privata.
PLUSVALORE : viene prodotto anche dall’innovazione tecnologica e non solo del lavoro operaio. RUOLO DELLA TECNOLOGIA RUOLO DELLO STATO : Marx ipotizza che lo Stato sia una sovrastruttura cioè che sia rappresentativo solo degli interessi e della cultura dei ceti dominanti e quindi capitalisti. TEORIA DELLA FAMIGLIA: la famiglia è lo strumento con cui si condizionano i bambini ad abituarsi allo sfruttamento. POLARIZZAZIONE TRA CLASSE: Marx pensava che le classi intermedia fossero spazzate via dei grandi imprenditori, in realtà successe che la classe operaia si è avanzata. EVOLUZIONISMO: La società si evolve in direzioni diverse. COMPRESENZA TRA FORMAZIONI ECONOMICO SOCIALI DIVERSE (: Passato e presente si sovrappongono )
Emile Durkheim. Sociologo. Nasce a Epinal, in Lorena, il 15 aprile del 1858 in una famiglia di origine ebraica: il padre rabbino educherà Emile a una vita austera e disciplinata, dedita al lavoro e allo studio. Fin dall’infanzia matura l’ambizione dell’insegnamento: dopo aver frequentato il liceo, al terzo tentativo riesce a superare gli esami di ammissione all’Ecole Normale Superieure e nel 1879 si iscrive al suo primo anno. Durante gli anni di studio Emile Durkheim lavora come insegnante prima al liceo (dal 1882 al 1887), poi all’università (nel 1887 riceve il suo primo incarico dall’istituto di Bordeaux). Nel 1885 compie un viaggio in Germania dove ha modo di avvicinarsi alle idee e alla filosofia sociale tedesca. Durkheim cerca di delineare una scienza positiva della società – la sociologia – che riconosca da una parte il ruolo della cornice morale intrinseca al tessuto sociale e dall’altra adotti una metodologia empirica che sviluppa i suoi studi dalle condizioni reali. La maturazione di queste idee conducono Durkheim alla preparazione e presentazione de “La divisione del lavoro sociale” come tesi di dottorato all’accademia. Fin dalla sua discussione in sede
Qualunque società è formata da un corpus che costituisce la base che legittima l’interesse individuale. Gli economisti affermarono che l’uomo è un essere per natura egoista; tutte le mansioni che svolge sono fini a se stesse e quindi accetta il diritto contrattuale come conseguenza dell’utilitarismo individuale. Durkheim dissente affermando che le istituzioni non sono frutto di un accordo tra gli individui guidati dall’interesse individuale ma hanno natura non contrattuale, sono esse che influenzano il comportamento utilitaristico degli individui. Anche una società basata sull’elevata differenziazione sociale non può prescindere dal regole morali condivise, vale a dire : sono queste regole che rendono possibile il perseguimento dei propri individuali la società capitalistica è caratterizzata da regole non rigide e più sflessibili che lasciano più libertà individui ma presuppone sempre l’esistenza di una solidarietà organica e non più meccanica. IN DEFINITIVA La società non è un sommario di individui. Si tiene insieme tramite legami sociali che creano solidarietà, fondati su valori norme e regole a questi si ispirano sia i sistemi giuridici che i contatti. L’interesse individualistico nasce dall’affermarsi della libertà, e non è la libertà che crea l’interesse individualistico.
Per Durkheim la divisione del lavoro ovvero il sistema capitalistico crea gravi tensioni in due modi differenti
Nella divisione coercitiva le regole ci sono ma sono inadeguate rispetto ai problemi. I rimedi quindi possono essere l’assegnazione dei singoli individui a ruoli specializzati; si affermano così ideali che assegnano un valore morale alla realizzazione della personalità individuale e ad un culto dell’individuo per il quale ognuno è destinato alla funzione che può adempiere meglio e riceve la giusta remunerazione per le sue prestazioni.
Egli propone una nuova regolamentazione delle attività economiche che definisca i diritti e i doveri dei datori di lavoro e dei lavoratori, la quantità del lavoro e la giusta remunerazione. Egli ritiene che il compito di realizzare questo nuovo tipo di regolamentazione del mercato non deve essere affidato esclusivamente allo stato, che essendo troppo rigido e troppo lontano dai bisogni e dalle esigenze dei diversi settori economici, deve limitarsi a fissare i principi generali, lasciando alle corporazioni il compito di adattarli alle esigenze specifiche dei diversi settori di attività. Le corporazioni sono istituzioni costituite da rappresentanti dei datori di lavoro e dei lavoratori di ogni settore. Come concepite da Durkheim, le corporazioni sono «istituzioni pubbliche» obbligatorie, organizzate in modo gerarchico sul territorio, con funzioni: a) economiche: rappresentanza congiunta dei diversi interessi; soluzione di controversie economiche e di lavoro; b) collaterali: assistenza sociale; formazione tecnica e professionale. Ma, Durkheim pose troppa fiducia nelle corporazioni, senza rendersi conto che problemi come il conflitto tra capitale e lavoro, e le disuguaglianze sociali, fossero al di là della loro portata.
Ciò che è necessario perché l'ordine sociale regni è che la maggior parte degli uomini si accontenti della propria sorte; e quindi che siano convinti di non aver diritto ad aver di più. È perciò indispensabile che vi sia un'autorità che decida i diritti degli uni e degli altri, perché senza di essa l'individuo, non ammetterà mai di essere arrivato al limite estremo dei suoi diritti. È in questa prospettiva che Durkheim concepisce il ruolo delle corporazioni, più adatte dello stato a svolgere un ruolo di regolazione morale oltre che economica, «quella funzione di freno senza il quale non si potrebbe avere la stabilità economica».
Esse sono il frutto dell'interazione che si sviluppa fra gli individui a fronte di determinati problemi della vita collettiva. Ma una volta affermatesi, esse acquisiscono un'autonomia e un carattere costrittivo che si impone ai singoli soggetti. Nello specifico, Durkheim insiste sul fatto che (contrariamente a quanto pensino gli utilitaristi) le istituzioni non hanno origine contrattuale (cioè non si basano sull'accordo tra individui che perseguono il loro interesse e decidono di darsi delle regole per tutelarlo) ma al contrario, la loro origine va ricercata in particolari "momenti di effervescenza" della società nei quali gli interessi individui e gli egoismi propri si trasformano in forti identità collettive (rivoluzione francese). Perché in queste situazioni, anche se i momenti di entusiasmo collettivo sono temporanei, comunque gli ideali che essi sprigionano sono alla base delle istituzioni sociali. E dunque, le istituzioni si possono considerare per Durkheim come un elaborazione sul piano normativo degli ideali e dei valori guida, che nelle fasi più stabili della vita sociale, sono adottati alle esigenze e ai problemi emergenti. Ma, il fatto di dar poco rilievo ai conflitti tra gruppi costituiti di interessi nel processo di rielaborazione dei valori, pone dei limiti alla capacità della sua teoria di spiegare i processo storici concreti di formazione delle istituzioni. Scienza è tecnica quindi sono il motore del cambiamento:Veblen ha una visione evoluzionistica delle istituzioni: esse emergono per regolare i rapporti tra gli uomini in società ma una volta affermatosi contribuiscono a selezionare certi tipi di comportamenti che condizionano le risposte ai futuri problemi di adattamento. ma il processo non è affatto lineare, perché per introdurre nuove istituzioni (leggi, costumi) è necessario superare le resistenze delle vecchie istituzioni (che sono difese dai gruppi sociali che da esse vengono privilegiati). La società quindi sconta un "ritardo strutturale" nell'adeguamento istituzionale, perché le classi che si oppongono al mutamento riescono spesso ad influenzare le classi inferiori. Da questa teoria delle istituzioni deriva che: -maggiore sarà il ritardo nell'adeguamento istituzionale, tanto più grande sarà il costo al quale una determinata società andrà in contro in termini di spreco di risorse (disoccupazione e perdita di benessere collettivo); -possibile coesistenza di società in cui il rapporto tra tecnologie e istituzioni è diverso. La tesi di fondo è che ci possano essere percorsi di sviluppo differenti, basati sulla capacità di innestare le tecnologie più moderne applicabili al processo industriale in un contesto istituzionale ancora permeato da valori tradizionali.
ma storico). Tutto ciò è possibile, però, solo se si hanno dei mercati sia per le merci da vendere che per le materie prime e il lavoro da acquistare. In particolare, la formazione dei mercati per i fattori produttivi (la terra e il lavoro) avviene come conseguenza di interventi politici, di misure amministrative, infatti: -Per quel che riguarda la terra, tutto ciò portò all'eliminazione del controllo feudale, alla secolarizzazione delle proprietà della chiesa, fino al pieno riconoscimento giuridico della commerciabilità dei diritti di proprietà. Con la crescita delle città, e con le esigenze di mantenimento della popolazione urbana, si sviluppò inoltre la piena commercializzazione dei beni stessi prodotti dalla terra, a partire dal grano, e i proprietari terrieri furono spinti a incrementare la produzione per la vendita sul mercato, mentre venivano eliminate le restrizioni di natura giuridica o consuetudinaria che limitavano in passato la quota di produzione commercializzabile, garantendo il soddisfacimento delle esigenze di auto–consumo locale. -Relativamente alla formazione del mercato del lavoro fu necessario eliminare le forme di controllo sociale e giuridico che regolavano i rapporti di lavoro (derivanti dalle corporazioni medievali). Questo sistema determinò un abbassamento dei salari e una crescita consistente dei sussidi, dal momento che i lavoratori preferivano i sussidi al lavoro, con il conseguente peggioramento delle finanze. Fu così che, sotto la pressione degli imprenditori e della classe media, si arrivò nel 1834 all'abolizione del sistema dei sussidi. Da quel momento cominciò a funzionare pienamente in Inghilterra un mercato del lavoro concorrenziale.
Per Polanyi la trasformazione della società tradizionale in società di mercato è avvenuta attraverso la mercificazione forzata da parte dello Stato di 3 merci “fittizie”: terra, moneta, lavoro. Fittizie perché non si tratta di merci create per essere vendute ma che hanno invece un ruolo sociale decisivo nella nostra vita quotidiana. La loro commercializzazione finisce col destabilizzare la società. Si tratta di un mondo dove le relazioni economiche sono stabilite e garantite dal potere politico non in accordo ai bisogni sociali, ma alle esigenze del mercato. Dove la vita è subordinata al mercato. Questo movimento verso un “mercatismo” estremo, secondo Polanyi, è però contrastato da un contro movimento,: il mercato innaturale provoca una reazione nella popolazione che si oppone alla mercificazione dei rapporti sociali. I mercati sono così , destabilizzanti del tessuto sociale, creando condizioni di vita precarie. Conseguenze sociali dell'affermazione dello scambio di mercato: il lavoro, la terra e la moneta sono dunque trasformati in merci da comprare e vendere sul mercato. Queste merci non sono, però, come tutte le altre, perché: -il lavoro è legato alla vita umana che non è prodotta per essere venduta, -la terra è un aspetto della natura, che non è prodotta dall'uomo, -la stessa moneta è un simbolo del potere di acquisto e non un prodotto. Non si tratta dunque di vere merci ma di «merci fittizie»; tuttavia, trattarle come tali, come è richiesto dal sistema economico basato sui mercati autoregolati, porta a conseguenze distruttive per la società: A) la riduzione del lavoro a merce (il cui valore è fissato dalla domanda e dall'offerta sul mercato) ha pesanti conseguenze sulle condizioni di vita di masse crescenti di popolazione: -Prende avvio una progressiva distruzione delle forme di protezione tradizionale, sia quelle legate alle strutture della parentela e della professione, che quelle dipendenti dal potere politico; -Gli individui sono sradicati dal contesto in cui vivono e costretti a spostarsi per ricercare occasioni di lavoro: le loro condizioni di vita vengono così a dipendere esclusivamente dagli alti e bassi del mercato;
-Specie nella fase iniziale della rivoluzione industriale, a ciò si accompagna una forte instabilità dei guadagni, la formazione di sacche di disoccupazione e di nuova povertà nelle periferie delle città industriali, condizioni di lavoro e di vita degradate. B) la piena commercializzazione del fattore terra e l'abolizione di restrizioni istituzionali al commercio dei beni agricoli (ovvero il libero scambio dei prodotti), accompagnato dal miglioramento dei trasporti, mise in crisi quote crescenti di produttori agricoli: i contadini dovettero abbandonare le campagne alla ricerca di un lavoro e si determinò la «distruzione della società rurale» (spoliazione di foreste, formazioni di deserti); C) la riduzione della moneta a merce: nei mercati autoregolati dell'800, la moneta diventa un mezzo di scambio legato all'oro, in questo modo venivano a essere incoraggiati gli scambi internazionali, perché si garantiva la stabilità del cambio, ma crescevano i rischi per l'economia interna: ad una crescita delle importazioni, corrispondeva un deflusso di oro e quindi una riduzione della quantità di moneta disponibile per i pagamenti interni e quindi un calo delle vendite, con danni alle attività produttive ed all'occupazione. Quindi se da un lato è vero che i mercati del lavoro, della terra e della moneta sono essenziali per un'economia di mercato, è anche vero che la società non può a lungo sopportare i costi che le vengono imposti da tali modalità di funzionamento dell'economia. Autodifesa della società -Conflitti dei lavoro , leggi protettive del lavoro = passaggio da mercato autoregolato a mercato regolato. -Regole informali :il lavoratore a nero può anche richiedere le stesse tutele del lavoratore contrattualizzato (la tredicesima) anche se non avviene quasi mai, spesso per mancanza di informazione. -Protezionismo agrario ( tariffe doganali, sostegno all’agricoltura, leggi di tutela ambientale) -Sistemi di controllo del credito, (attraverso le banche veniva stabilito il tasso di interesse) -Vincoli al mercato -Riduzione flessibilità di lavoro: (passaggio da 14H lavorative a 8H lavorative, aumento dei salari e regolazione delle manzioni) -Politiche coloniali -Indebitamento : (lo stato si indebita emettendo titoli di stato)
Embeddedness dell’economia La pluralità delle forme di regolazione Le economie moderne sono un mix di forme regolative, sia pure a dominanza Non vi è un percorso evolutivo unidirezionale da una forma all’altra La pluralità delle forme di integrazione può agire anche all’interno dei diversi tipi di economia anche all’interno dei diversi tipi di economia
loro anche se una di esse può assumere una posizione dominante all’interno di una specifica società.
nessuna sequenza temporale. A fianco della forma dominante possono co-esistere altre forme secondarie: la stessa forma dominante può ricomparire dopo un periodo di eclisse temporanea
voleva ridurre le distanze tra scuola storica e scuola teorica, riconoscendo legittimità all’economia neoclassica creando però uno spazio specifico per la sociologia economica. Schumpeter si richiama a questa impostazione in un lavoro del 1914 (Epoche di storia delle dottrine e dei metodi, commissionatogli da Weber prima di morire) sottolineando che nell’ambito della scienza economica ogni contrapposizione tra approccio storico e approccio teorico è sbagliata. Occorre invece distinguere tra: 1. Teoria economica; 2. Storia economica; 3. Sociologia economica. Ognuna di queste prospettive d’indagine ha una sua legittimità e una sua utilità, ma bisogna evitare di confonderle usandole insieme in modo non sorvegliato. Per Schumpeter dunque: ➢ La teoria economica è caratterizzata da un insieme di proposizioni analitiche di cui viene argomentata la validità a determinate condizioni (egli difende come Menger e Weber la validità dell’economia neoclassica; ➢ La storia economica è importante per comprendere i fatti storici e quindi per capire come i fatti economici e quelli non-economici si combinino tra loro nell’esperienza concreta; ➢ La sociologia economica contribuisce allo studio dell’influenza dei fattori non economici, cioè quelli istituzionali, sulle attività economiche e la loro variazione nel tempo e nello spazio.
più interessato alla teoria economica piuttosto che alla sociologia economica. Egli non manca ripetutamente di manifestare la sua ammirazione per la costruzione teorica dell’equilibrio economico ed in particolare dell’opera di Walras. Nella sua opera teorica più importante "La teoria dello sviluppo economico. Il punto di partenza dell’analisi di Schumpeter si individua chiaramente nell’insoddisfazione per i limiti della prospettiva economica tradizionale, giudicata incapace di uscire da una visione statica dell’equilibrio economico. Per Schumpeter la crescita è un fenomeno graduale, fatto di continui aggiustamenti partendo dalla combinazione dei fattori dell’economia tradizionale mentre lo sviluppo implica invece una discontinuità e quindi l’introduzione di nuove combinazioni (può riguardare cinque dimensioni: creazione di prodotti; introduzione di nuovi metodi di produzione; apertura di nuovi mercati; scoperta di nuove fonti di approvvigionamento di materie prime o semilavorati; riorganizzazione di un’industria, es. creazione di monopolio). Egli riconosce che lo sviluppo può derivare da motivi extraeconomici (crescita della popolazione, improvvisi rivolgimenti sociali e politici) ma il suo interesse si concentra però sullo sviluppo legato all’azione degli imprenditori:
imprenditorialità). Successivamente chiarisce meglio i legami dell’imprenditore-innovatore con un particolare retroterra sociale e istituzionale distinguendo tra: ➢ Padrone Di Fabbrica, che unisce insieme compiti amministrativi, tecnici, commerciali; è proprietario dei mezzi di produzione (fase iniziale dell’economia di mercato); ➢ Capitano D’industria, proprietario di capitale azionario, che innova operando soprattutto attraverso il controllo finanziario sulle aziende, o manager di formazione tecnica, distaccato dagli interessi capitalistici ma che è spinto ad innovare dal suo orientamento alla buona prestazione professionale (fase più evoluta del capitalismo); ➢ Fondatore Di Imprese, si tratta della figura specifica dell’imprenditore puro, che intrattiene con le imprese solo rapporti temporanei. Sul piano più strettamente economico, l’aver posto l’attenzione sul fenomeno dello sviluppo attraverso l’innovazione ha due conseguenze importanti: o Una definizione originale di profitto come guadagno dell’imprenditore legato al successo della sua innovazione, che fa crescere le entrate rispetto alle spese, ma che è una rendita temporanea di tipo monopolistico che si mantiene fino a quando l’innovazione non riesce ad essere imitata anche dagli altri concorrenti; o Una spiegazione articolata dei cicli economici: la fase espansiva del ciclo è collegata all’introduzione dell’innovazione e alla sua prima diffusione; successivamente le vecchie imprese colpite dalla concorrenza di quelle innovative sono costrette ad uscire dal mercato con effetti recessivi sull’economia oppure ad imitarle. Si stabilirà successivamente un nuovo equilibrio temporaneo che verrà poi alterato da un nuovo ciclo di innovazione. Ciò che ci preme sottolineare è che la teoria di Schumpeter, pur presentandosi come un tentativo di dare una spiegazione endogena, cioè interna all’economia, dello sviluppo economico, ha evidenti collegamenti con il contesto sociale e istituzionale.
In questo lavoro Schumpeter analizza le trasformazioni del capitalismo liberale e gli effetti della Grande Crisi nella prospettiva della sociologia economica perché si mette in evidenza come il funzionamento dell’economia capitalistica determini un cambiamento della cultura e delle istituzioni che a sua volta fa inceppare i meccanismi di autoregolazione dei mercati (passaggio da capitalismo non regolato a capitalismo regolato). Egli si dichiarò d’accordo con la previsione di Marx, ma per motivi diversi: il capitalismo non sarebbe sopravvissuto, ma non per fattori di natura economica, bensì per le reazioni culturali e sociali che il suo funzionamento provocava. Il ragionamento sviluppato nella parte centrale dell’opera, che è per l'appunto dedicata alle trasformazioni del capitalismo, e si articola in due parti:
la frustrazione e il risentimento; il fatto che le istituzioni capitalistiche non possono limitare le libertà di espressione e i organizzazione del malcontento, e quindi facilitano la diffusione del fenomeno. Quindi gli intellettuali influenzano, sia direttamente che indirettamente, la politica e le sue decisioni;
Come Durkheim e Veblen, anche Polanyi e Schumpeter, non appartengono allo stesso ambiente culturale e non hanno interazioni tra loro. Gli ultimi due furono segnati dal clima della Vienna di inizio secolo, Polanyi socialista laburista mentre Schumpeter liberista conservatore, ma è interessante notare come entrambi contribuiscano sul piano analitico alla messa a fuoco, con linee convergenti, di un problema importante per la sociologia economica: il declino del capitalismo liberale e la grande trasformazione che si avvia dopo la crisi degli anni ’30. Polanyi è un istituzionalista, Schumpeter è un economista che esce dagli schemi tradizionali della disciplina e riconosce l’importanza delle istituzioni per comprendere il cambiamento dell’economia: il problema dello sviluppo che gli stava tanto a cuore. POLANYI limita drasticamente la validità scientifica dell’economia e ne storicizza i risultati. Gli strumenti della disciplina servono per comprendere il funzionamento dell’economia solo quando questa è dominata dai mercati autoregolati. La sua efficacia è dunque ristretta al secolo nel quale trionfa il capitalismo liberale (1800). Estenderne la portata all’indietro nel tempo significa cadere nella “fallacia economicista”. Da questo punto di vista è dunque vicino a Durkheim e soprattutto a Veblen: il suo è un istituzionalismo più alternativo che integrativo rispetto all’economia di tipo neoclassico. Egli vuole ricostruire un’economia istituzionale. SCHUMPETER ha un’opinione dell’economia più vicina a quella di Menger e di Weber. L’economia teorica è una disciplina analitica ed in quanto tale non si fonda la sua scientificità sulla verifica empirica dei suoi schemi (non deve essere storicizzata). Tuttavia, nell’ambito dell’economia, che lui, Menger e Weber, concepiscono in termini più vasti dell’approccio neoclassico, deve esservi spazio sia per la componente teorica (di taglio analitico) che per quella storico-empirica. Quest’ultima prende in esame il rapporto tra fenomeni economici e contesto istituzionale, basandosi sul contributo della storia e della sociologia economica. Ed è proprio alla sociologia economica che Schumpeter fa ricorso quando si interroga sul cambiamento del capitalismo e sul suo futuro (da questo punto di vista si avvicina a Polanyi). Schumpeter e
Polanyi cercano entrambi di dare una risposta allo stesso problema: perché tramonta il capitalismo liberale? Quali direzioni prende il processo di trasformazione che si avvia dopo la Grande Crisi degli anni ’30? Per entrambi, le cause del declino sono sociali prima che economiche, anche se si ripercuotono poi sul funzionamento dell’economia (il prevalere dei mercati autoregolati innesca delle reazioni sociali e politiche che a loro volta inceppano progressivamente il funzionamento dei mercati stessi). ➢ Polanyi parla di "autodifesa della società", cioè di un processo che si esprime con la diffusione di varie forme di protezionismo (sociale e del lavoro, agrario, creditizio). ➢ Schumpeter fa riferimento alle politiche anticapitalistiche che vedono un’accelerazione dopo la Grande Crisi, ma trovano un terreno favorevole nell’indebolimento del quadro culturale e istituzionale del capitalismo liberale e nella crescita del malcontento sociale.
Keynes , è considerato il più grande economista del XX secolo, ha influenzato grazie alle sue idee sia l'economia sia la politica.
vanno così. Infatti la Robinson sottolinea che i consumatori non necessariamente rispondono in modo analogo a differenze di prezzo nei prodotti, perché nel loro comportamento di consumo tengono conto di una varietà di fattori (localizzazione del venditore, costi di trasporto). Chamberlin punta a sua volta l'attenzione sulla differenziazione del prodotto come risorsa attraverso la quale le imprese possono in parte sottrarsi alla concorrenza determinando una segmentazione del mercato (creazione di un marchio di fabbrica, pubblicità) e acquistando così un vantaggio rispetto ai concorrenti, da qui appunto il concetto di concorrenza monopolistica per descrivere le forme di mercato prevalenti nella realtà empirica. La concorrenza monopolistica fa si che si possano pagare prezzi più alti rispetto a quelli della concorrenza, perché le imprese riescono ad esercitare un maggior controllo sui prezzi attraverso la differenziazione del prodotto. Con essa dunque sono messi in discussione i tradizionali principi della sovranità del consumatore e dell'efficienza dei mercati concorrenziali. I nuovi studi, pur non alterando sostanzialmente la teoria dell'azione dei neoclassici, con i suoi assunti utilitaristici e atomistici, permettono un recupero nella capacità di adesione dei modelli economici nella realtà empirica. Ma il "ponte verso la realtà" è costituito dall'opera dell'economista inglese John Keynes. Una caratteristica curiosa della rivoluzione keynesiana è quella di essere stata anticipata di fatto dalle politiche economiche di molti governi. In effetti, la necessità di misurarsi con gli effetti drammatici della Grande depressione degli anni 30'aveva spinto a rompere con l'ortodossia economica, che confidava con i meccanismi di riaggiustamento automatico dei mercati. E così lo stato aveva assunto un ruolo più attivo in campo economico e il ruolo decisivo di Keynes fu di dare all'intervento dello stato una solida fondazione teorica. In particolare Keynes afferma che la maggior parte dei mali economici sono frutto dell'incertezza, per far fronte agli effetti negativi della quale si deve prevedere un ruolo più rilevante dello stato nella regolazione delle attività economiche. Keynes sostenne infatti la necessità, per superare le depressioni economiche e mantenere alti i livelli di occupazione, di un controllo sui tassi di interesse bancari e sugli investimenti privati, di una forte tassazione di tipo progressivo, oltre che di una politica di investimenti pubblici, come politica riequilibratrice della distribuzione dei redditi e apportatrice di una maggiore propensione al consumo. La propensione al consumo è la percentuale del proprio reddito che un consumatore è disposto ad utilizzare per i consumi, all'aumentare della quale corrisponde un aumento della ricchezza: la maggiore domanda di consumi genera, infatti, una maggiore produzione di beni e servizi e, in conseguenza, un aumento ipotizzabile di ricchezza. Per far marciare l’economia bisogna spingere al consumo e non al risparmio.Keynes attaccò la mera esistenza del sistema capitalistico come sicurezza implicita di equilibrio dei mercati: degli anni trenta, periodo di crisi economica fortissima, di disoccupazione e produzione a bassi livelli, egli considerò la sottoutilizzazione delle risorse produttive come fattore determinante del collasso economico. Il capitalismo è incapace di sfruttare tutte le risorse produttive.
lo scarso livello produttivo di beni e servizi è dovuto alla mancanza della necessaria domanda degli stessi. Vi era il problema chiaro di aumentare la domanda di beni e servizi, affinché il sistema economico riuscisse a produrre quanto era potenzialmente possibile. Quindi era necessario stimolare la domanda, incrementandola attraverso un adeguato programma di investimenti pubblici.
Domanda e offerta di moneta sono considerate in termini di stock e non di flussi; quindi non si studieranno le decisioni relative alla produzione, ma relative alla ricchezza. La domanda di moneta è la quantità di biglietti di banca e di depositi in conto corrente che si desidera possedere in un istante (nel portafoglio, in cassaforte o in banca). L'offerta di moneta è la quantità di biglietti di banca in circolazione più la quantità di depositi in conto corrente, che individui, enti e imprese hanno presso le banche in un dato istante. La ricchezza è uno stock di beni o di attività patrimoniali
di vario genere che la collettività ha accumulato nel corso degli anni e che sono diversi fra loro. Le componenti della ricchezza sono: attività reali come case, oro, automobili, quadri e attività finanziarie, quali obbligazioni, azioni, BOT, moneta. Queste diverse attività danno rendimenti diversi i quali sono legati alle variazioni del tasso di interesse, quindi dei prezzi, e al diverso grado di rischio. Il risparmiatore preferirà l'attività patrimoniale che al netto dei rischi gli assicura il massimo rendimento. Per Keynes il tasso di interesse è il guadagno che si perde per il tesoreggiamento ed il costo del detenere moneta. Keynes ritenne che il tasso di interesse è determinato dalla domanda e offerta di moneta. La domanda di moneta (L) è funzione inversa del tasso di interesse ed è tanto maggiore quanto più basso è r (quanto meno costoso è il possesso di moneta liquido). La domanda di moneta va intesa come quantità che si desidera possedere in un istante del tempo. Secondo Keynes r è il compenso che deve essere corrisposto per indurre la gente a conservare la propria ricchezza in maniera diversa dalla tesaurizzazione. L'offerta di moneta (Mo) indica quale quantità di moneta in circolazione in un dato istante, si suppone data dalle scelte dell'autorità monetaria, e non è sensibile alle variazioni di r. Il XIX secolo era soggetto a due pericoli: che, nonostante tutto, la popolazione crescesse più in fretta della torta, o che questa fosse "un bel giorno inghiottita prematuramente dalla guerra". Fu in effetti la guerra a rivelare il duplice inganno su cui poggiava il sistema, con il suo principio dell'accumulazione. Le immani distruzioni provocate dalla guerra e l'inflazione "hanno rivelato a tutti la possibilità del consumo immediato e a molti la vanità dell'astinenza". A guerra finita, Keynes poteva avanzare qualche ipotesi sul prossimo futuro: "le classi lavoratrici possono non essere più disposte a così larghe rinunzie e le classi capitalistiche, non più fiduciose nel futuro, possono avere voglia di godere in modo più completo la loro libertà di consumo". Le due previsioni, il prossimo acuirsi delle lotte sociali e l'effimero boom consumistico dei ruggenti anni venti, erano entrambe ben fondate. E' così che, in una conversazione radiofonica alla Bbc sulla pianificazione (un esperimento allora tentato solo dai sovietici e dai fascisti e ritenuto dai più del tutto incompatibile con i principi di una comunità democratica), egli può affermare senza timore che gli piacerebbe "tentare di verificare se non sia possibile godere dei vantaggi di entrambi i mondi", vale a dire dei vantaggi della pianificazione e di quelli della democrazia.
il perseguimento dell’utile individuale non coincide con il perseguimento dell’utile collettivo l’attore atomistico spesso non dispone delle informazioni e delle capacità adeguate per perseguire il proprio utile Rischi, incertezza ed ignoranza condizionano la vita economica e sociale e limitano le capacità di crescita dell’economia e tendono a tenere bassi gli investimenti e a sottoutilizzare il capitale e il lavoro Problema: come garantire il livello di produzione e di occupazione? (ottica macroeconomica in contrapposizione all’ottica micro che si interrogava sulla formazione dei prezzi e la distribuzione dei redditi)
Egli sosteneva in tale legge che in regime di libero scambio non sono possibili crisi prolungate, poiché l'offerta crea la domanda. Difatti, in una economia di libero mercato ciascun soggetto ai prezzi di mercato sceglie di essere compratore o venditore. Se in un dato momento si ha un eccesso di offerta, i prezzi tenderanno a scendere. La discesa dei prezzi renderà conveniente nuova domanda. È in tal senso che l'offerta è sempre in grado di creare la propria domanda. In caso di crisi da sovrapproduzione il rimedio delle crisi non doveva perciò, secondo Say, ricercarsi in un intervento dello Stato ma in una capacità autoregolatoria del mercato. In ogni caso, poi, il libero scambio fungerebbe di per sé da rimedio, portando di necessità alla formazione di un nuovo equilibrio economico. Questa legge è detta anche legge degli sbocchi, poiché ogni produzione troverebbe sempre un naturale sbocco sul mercato. Say quindi era convinto che il mercato lasciato a sé stesso tendesse a raggiungere l'equilibrio di piena occupazione. Ci sono due corollari della legge:
della disoccupazione sul vicino che ha la peggio nella lotta - ma sarebbe uno scambio volontario e senza impedimenti di merci e servizi, in condizioni di vantaggio reciproco".
Per «stato sociale keynesiano», si intende un crescente intervento pubblico in campo economico e sociale, che nel 2° dopoguerra, si realizza nei paesi sviluppati dell'Occidente. Esso è basato sull'adattamento delle politiche di sostegno della domanda di Keynes per la risoluzione dei problemi della crescita economica. Infatti, mentre, le politiche di Keynes, erano concepite come strumento per favorire la fuoriuscita dell'economia da una situazione di depressione, e quindi solo in un'ottica di breve periodo. Qui, invece, l'idea di fondo è che la politica della domanda deve essere usata non solo per evitare le recessioni, ma anche per favorire lo sviluppo nel tempo delle risorse produttive (lungo periodo), perché si ritiene che lo sviluppo economico dipenda dalla crescita degli investimenti che generano un incremento della produzione e della produttività. Nello specifico, questo adattamento ha portato in 2 direzioni:
secondo dopoguerra, dove il ruolo dei partiti di sinistra legati al movimento operaio appare di particolare importanza, per le modalità di organizzazione dei sistemi di protezione sociale. INFLAZIONE Negli anni '70, una serie di sintomi, come, l'eccessiva crescita dei tassi di inflazione, la diminuzione dei tassi di crescita della popolazione e l'aumento della disoccupazione, rimettono in discussione il processo di stabilizzazione economica e sociale dei paesi capitalistici più sviluppati. In questa situazione, il meccanismo di regolazione istituzionale dell'economia basato sullo stato sociale keynesiano, genera 2 tipi di effetti perversi:
Definizione: Il welfare state, o stato del benessere, o ancora stato sociale, può essere definito come uno stato che garantisce ad ogni suo cittadino, come diritto politico e non come carità, degli standard minimi di reddito, di alimentazione, di salute, di abitazione, di educazione » è pertanto un’organizzazione istituzionale, politica ed economica che si pone come obiettivo la produzione di benessere e di sicurezza sociale attraverso la politica sociale. Il welfare state utilizza il proprio potere organizzativo per modificare il gioco delle forze di mercato in almeno tre direzioni: “garantendo agli individui ed alle famiglie un reddito minimo indipendentemente dal valore di mercato del loro lavoro e della loro proprietà; restringendo l’arco dell’insicurezza, mettendo individui e famiglie in condizione di far fronte a certe ‘contingenze sociali’ (malattia, vecchiaia, disoccupazione) assicurando che a tutti i cittadini vengano offerti gli standard più alti in relazione ad una gamma riconosciuta di servizi sociali.” Storia: Il welfare state nasce in Europa alla fine del XIX secolo, però il problema della tutela degli individui bisognosi è da sempre presente nelle società umane. Nel XVI secolo in connessione con il primo sviluppo del capitalismo concorrenziale (mercato autoregolato), degli stati territoriali e della riforma protestante, il problema era affrontato prima dalla Chiesa e poi dagli stati emergenti che resero obbligatori i versamenti di contributi sociali da parte delle comunità creando così i prodromi del diritto all'assistenza pubblica. Nel 1791 in Francia la Dichiarazione dei diritti dell'uomo aveva sancito la necessità di creare un'istituzione generale per l'assistenza pubblica per allevare i bimbi abbandonati e trovare lavoro alle persone povere che non riescono a procurarselo autonomamente. Nel 1834 la "poor law" inglese sancisce il diritto degli indigenti al mantenimento a spese della collettività purché il sussidio sia inferiore al salario minimo dei lavoratori e che il povero accetti di ritirarsi in "case di lavoro". Nascono anche le "friendly society" operaie inglesi tese al