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Traduzione Letterale di Acarnese, di Aristofane
Tipologia: Traduzioni
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DICEOPOLI: Da quanti crucci sono travagliato nel cuore, gioie ne ho provate poche, molto poche, circa 4; le cose invece con cui ho provato dolore sono una moltitudine immensa come granelli di sabbia. Sù, guardo, perché mi sono rallegrato che fosse degno di gioia? Io so in quale occasione mi rallegrai il cuore quando vidi, che Cleone con 5 talenti vomitò. Come esultò per queste cose, e amo i cavalieri per quell’impresa: infatti fu degna della grecia. Ma un’altra volta ho sofferto un dolore davvero tragico, quando stavo a bocca spalancata aspettando eschilo, quello disse: “O Teognide, fa’ entrare il coro!” Questo scosse/agitò il mio cuore (lett. il cuore di me) in modo straordinario (lett. come puoi immaginare)? Ma provai un’altra gioia, quando all’epoca, dopo mosco, Dessiteo entrò per cantare [la melodia] beotica. Ma quest’anno morivo e avevo gli occhi storti (strabuzzavo gli occhi) vedendo quando Cheride si affacciò al fine dell’ortio. Ma mai e poi mai da quando io mi lavo (= da quando sono bambino), mi sono colpito le sopracciglia (occhi) per mezzo della liscivia (polvere per lavare) a tal punto come ora, dal momento che l’assemblea era stabilita di mattina, la stessa Pnice era deserta, quelli chiacchierano su e giù in piazza evitano la corda tinta di rosso. E neppure i pritani ne furono informati, ma giunti in ritardo, si spingeranno gli uni con gli altri come puoi immaginare arrivando alla prima fila, precipitandosi in massa: invece la pace come sarà, non se ne preoccupano affatto: oh città, città! Io invece giungendo in assemblea sempre per primo, mi siedo: e poi, dal momento che sono solo, mi lamento, rimango a bocca aperta, sbadiglio, tiro peti, non so [cosa fare], scrivo, mi strappo i peli, faccio i conti/penso, mentro guardo verso la campagna, desiderando la pace, odiando la città, provando nostalgia del mio demo, che mai disse: “compra carboni”, non l’olio, non l’aceto, né conosceva “compro”, ma produceva da sé ogni cosa e il comprare non c’era. Ora dunque sono giunto grossolanamente ben attrezzato a gridare, a interrompere e ad insultare i politici, qualora qualcuno parli di altro che non sia la pace.
Ma infatti questi sono i pritani del mezzogiorno. Non lo dicevo? proprio ciò che dicevo io: ogni uomo si spinge per la prima fila. ARALDO. venite all’interno, entrate, fate in modo che siate all’interno del recinto sacro! ANFITEO. Qualcuno ha già parlato? AR. Chi vuole parlare? an. io ar. chi sei (essendo chi)? an. anfiteo. ar. non [sei] Uomo. an. No, ma immortale. Infatti anfiteo era figlio di demetra e Trittolemo, da lui nacque Celeo, celeo sposa Fenarete, mia nonna, da lei nacque Licino, e da costui io. io sono immortale: a me solo gli dei permisero/ordinarono di redarre la pace con gli spartani. Ma pur essendo immortale, o uomini, non ho provviste: i pritani infatti non me ne danno. Ar- arcieri! anf- O trittolemo e celeo, mi trascurerete? Dicep- o uomini pritani, commettete un’ingiustizia verso l’assemblea allontanando quest’uomo, che voleva stipulare la pace/tregua per noi e appendere (farci appendere) gli scudi. anf- Siediti, in silenzio! dic- In nome di apollo io non [ci sto (zitto)/non lo faccio], a meno che non mi proponiate [qualcosa] riguardo alla pace. ar- Gli ambasciatori intorno al re. Dic- di quale re? Io sono irritato dagli ambasciatori con le loro pavonate e fanfaronate. Ar- silenzio! dic- accidenti! Per ectabana, che eleganza! AMBASCIATORE- Inviaste noi verso il grande re, portando una paga di 2 dracme al giorno, quando era arconte Eutimene. Dic- Ahimè le dracme! Amb- e invero si consumavano a vagare nelle pianure del Caistro, attendati, mollemente sdraiati su carri coperti, sfiniti/morti.
dic- Che cosa? Dice che gli ioni sono bagasci/rottinculi, se si aspettano dell’oro dai barbari. amb- No, anzi lui sta parlando di moggi d’oro. dic- Ma quali moggi? Tu sei un gran imbroglione. Ma levatevi! Lo metterò io solo alla prova questo qui! Sù, tu parlami chiaramente/parla chiaramente con me, davanti a questo, affinchè io non ti faccia un lavaggio di color porpora: il gran re ci manderà dell’oro? Allora siamo comunque ingannati dagli ambasciatori? Questi uomini annuiscono alla maniera dei greci, e non può essere che non siano proprio di qui. Io riconosco uno di questi due eunuchi, questo che è qui, [è] Clistene, figlio di Sibirtio. O [tu] che hai rasato il culo ardente! O scimmia, che hai tale barba, sei venuto da noi travestito da eunuco? E chi è mai costui? Non è forse stratone? ara- Siediti, in silenzio! Il consiglio chiama/invita l’occhio del re nel Pritaneo. dic- Questa non [è da] impiccagione? E poi io sono tentennante, mentre la porta non si ferma/arresta (= si socchiude) mai per ospitare questi? Ma farò qualche impresa grande e straordinaria. Ma dov’è il mio anfiteo? hanf- costui è qui. dic- dopo che tu hai preso queste 8 dracme da me, tratta la pace con gli spartani per me solo, per i bambini e per la moglie; e voi fate ambascerie e a stare a bocca aperta. ar.- Entri Teoro, dalla corte di Sitalce. Teoro- eccomi/sono qui. dic- ecco che viene annunciato/proclamato un altro imbroglione teo- Non saremmo rimasti per molto tempo in tracia. dic- no di certo, per zeus, se non avessi ricevuto una ricca paga. teo- se non avesse ricoperto di neve l’intera tracia e non avesse fatto gelare i fiumi. dic- proprio nello stesso tempo in cui Teognide gareggiava qui. teo- per tutto questo tempo io bevevo da Sitalce. Ed era straordinariamente filo- ateniese e [era] veramente innamorato di voi, al punto che anche sui muri scriveva: “Gloriosi gli ateniesi (gli ateniesi sono gloriosi)!”. Il figlio, che abbiamo reso ateniese, desiderava mangiare delle salsicce delle Apaturie e supplicava il padre di portare soccorso alla sua patria:v quello giurò, brindando, che avrebbe portato aiuto avendo un tale esercito che gli ateniesi avrebbero detto: “che ricchezza di locuste avanza!” dic- Che io possa morire nel peggior modo, se credo a una di queste cosa che tu hai detto qui, eccetto le locuste.
teo- E adesso vi ha mandato la gente con la natura più bellicosa dei traci (il popolo che per natura è il più bellicoso dei traci). dic- Questo oramai è chiaro. ar- Traci andate lì, Teodoro li conduce. dic- Questo che malanno è? teo- L’esercito degli odomanti. dic- Di quali odomanti? Dimmi cos’era questo? Chi ha circonciso il pene degli odomanti? teo- Se uno offre a questi una paga di 2 dracme, assaliranno con milizie leggere tutta la beozia. dic- [dare] a questi arrapati 2 dracme?? la gente ai remi certamente brontolerebbe, che salva la città. Ahi, povero me sono rovinato, depredato dell’aglio dagli odomanti. Non gettate/buttate giù l’aglio? teo- Oh tu disgraziato, non avvicinarti a costoro che sono rimpinzati d’aglio- dic- Pritani, permettereste che ciò colpisca me in patria e per di più da uomini barbari? Ma io vieto di fare un’assemblea al fine della paga dei traci: vi dico che c’è un segno del cielo e una goccia mi ha colpito. ar- [dice che] i traci vadano via, e di presentarsi all’indomani: infatti i pritani sciolgono l’assemblea. dic- Ahimè, sciagurato, ho perso quale pasticcio di aglio! Ma ecco Anfiteo da sparta. Salve anfiteo. anf- Non prima che abbia smesso di correre: infatti bisogna che io corra per evitare gli acarnesi. dic- che c’è? anf- Io mi affrettavo a portarti qui la pace; invece alcuni anziani di acarne la fiutavano, vecchi robusti, forti come una quercia, ostinati, combattenti a maratona, saldi (come il legno d’acero). E poi tutti gridavano: “Scelleratissimo, porti la pace, dopo che le viti sono state tagliate?” E raccolgono nei mantelli QUALCHE COSA TRA LE PIETRE: io sono scappato, mentre quelli m’inseguivano e gridavano. dic- QUELLI DUNQUE, PUR GRIDANDO; Ma porti la pace? anf- Sì certo, ti dico, ecco 3 assaggi. Queste hanno 5 anni. Avendola presa, assaggiala! dic- Puah! anf- che c’è?
dic- Ecco, è cosa buona. O signore dioniso, sia a te in modo piacevole questa processione che io guido e che sacrifico con la mia famiglia, per condurre felicemente le dionisie agresti, dopo essermi liberato dall’esercito, [sperando] che la tregua/pace 30ennale mi porti fortuna. Avanti, o figlia, brava! fa’ in modo di portare il canestro mentre hai una faccia seria che mangia santoreggia. Quanto beato [sarà] colui che ti sposerà e genererà donnole, non meno (bravo) di te a scoreggiare, quando c’è l’alba/ è mattina presto. Va’ avanti, e controlla bene che nella calca qualcuno non ti rubi (lett. gratti) di nascosto i tuoi monili d’oro. Xantia, il fallo è da tenere dritto da voi, dietro la canefora; io invece seguendovi canterò l’inno fallico; tu invece, moglie, guardami dal tetto. Avanti! Falès, compagno di bacco, compagno di feste/baldorie, che vaghi di notte, adultero, amante di giovani ragazzi, dopo 5 anni mi rivolgo a te arrivando nel mio villaggio contento, dopo aver stabilito una pace per me e dopo essermi liberato di beghe, battaglie e Lamachi. Infatti è più gradevole di molto, o fales fales, quando sorprendi la florida legnaia, Tratta, serva di Stremidoro, mentre/che ruba [arrivando] dalla cava e prendendola in mezzo, alzandola, buttandola a terra, deflorarala! O fales fales, se bevi con noi dopo l’ubriachezza, di buon mattino inghiottirai/ti ingurgiterai una ciotola di pace: e lo scudo sarà appeso al focolare. Coro- eccolo, è lui, eccolo! Lanciaglielo, gettalo, prendilo, lanciaglielo! Colpisci, l’infame, colpiscilo! Non lo colpirai? Non lo colpirai? dic- Per eracle, che c’è? Frantumerete la pentola? coro- Ti lapideremo, o testa scellerata! dic- per quale ragione, o vecchi acarnesi? co- E chiedi questo? Sei sfrontato e ripugnante, o traditore della patria, dato che sei il solo tra noi ad aver concluso un accordo, e poi, puoi guardare verso di me! dic- Ma sapete a quali condizioni ho stretto l’accordo? su, ascoltate! co- Ti dovrei ascoltare? Morirai: ti sotterreremo con le pietre. dic- niente affatto, non prima che mi avrete ascolato. Su, buona gente, sopportate con pazienza.
co- non sopporterò proprio niente: e tu non farmi discorsoni: poiché ti ho odiato, anche più di cleone, che taglierò come suole da scarpe per i cavalieri. Io non ti ascolterò mentre ti dilunghi nei tuoi discorsi, (tu) che hai pattuito un accordo con i lacedemoni, anzi mi vendicherò. dic- o brav’uomini, lasciate fuori/da parte i lcedemoni, ma ascoltate/state a sentire la mia pace/tregua, se l’ho pattuita bene. cor- Come potresti dire “bene”, se l’hai fatta con gente che non mantiene altare, né fede, né giuramento? dic- Io so che anche gli spartani, con i quali siamo tanto coinvolti, non sono (lett. essendo) responsabili di tutte le nostre vicende. coro- o canaglia, non di tutti?? E davvero osi dire queste cose apertamente davanti a noi? E poi io dovrei risparmiarti? dic- Non di tutti [i guai], non di tutti: anzi, io che parlo qui, potrei dimostrarvi che (anche) loro (quelli) hanno subito molte cose (che ci sono, sono presenti ??). coro- questa tua parola [è] terribile e sconvolgente, se tu oserai dirci/parlarci a favore dei nemici. dic- E qualora io non dica cose giuste ed io non sembri giusto alla massa, vorrò dirle con il collo/la testa su un tagliere. cor- ditemi, compaesani, perché risparmiamo le pietre, e non logoriamo quest’uomo fino al color porpora (= cioè: lapidare)? dic- Quale nera brace/tizzone ribolle in voi. Non ascolterete, davvero non ascolterete, acarnesi? cor- Non ti ascolteremo sicuramente. dic- Subirò dunque delle cose terribili. cor- se ti ascolterò, io possa morire. dic- oh acarnesi, mai. cor- Sappi che ora morirai. dic- Io vi morderò. Infatti io ucciderò a mia volta i più cari dei vostri amici: dato che io ho alcuni vostri ostaggi, dopo averli presi, io li sgozzerò. cor- dimmi, perché questa parola minaccia i nostri acarnesi, o uomini compaesani? Forse ha il figlio di qualcuno tra quelli presenti dentro delle recinzioni? Oppure per quale ragione è così sfrontato? dic- Colpitemi, se volete, io distruggerò ciò. Subito io saprò chi di voi ha a cuore uno di questi carboni.
Infatti, trascinatomi in tribunale, mi screditava/metteva in cattiva luce e diceva falsità contro di me, e faceva un fracasso come il torrente Ciclaboro e mi copriva di insulti al punto che per poco non morivo essendo implicato in affari non puliti. Ora dunque, prima che io parlassi, permettetemi innanzitutto prepararmi/equipaggiarmi nel modo più penoso (possibile). coro- Perché tali raggiri, (perchè) trami queste cose e procuri indugi? Per me, prendi da geronimo un elmo di ade, scuro per il folto pelo, e poi apri gli espedienti di sisifo: questo scontro non ammetterà [nessuna] giustificazione. dic- E’ ora/tempo che renda il mio animo forte: devo andare presso euripide (è per me da andare verso). Servo, servo! SERVO DI EURIPIDE – Chi è costui? dic- Euripide è dentro? ser- Non è dentro, ma è dentro, se intendi/capisci. dic- come è dentro e non c’è? se- Esattamente, vecchio. La mente è fuori che raccoglie versetti, non dentro; invece lui è in casa, in alto, compone una tragedia. dic- o tre volte beato, euripide, poiché il servo risponde saggiamente. chiamalo fuori! se- ma è impossibile. dic- fa’ lo stesso: infatti non andrò via. ma busserò la porta. Euripide, euripide, ascolta, se mai [l’hai fatto = ascoltare] per qualcuno degli uomini: io, diceopoli del demo di Collide, chiamo te. euripide- non ho tempo. dic- portatelo in scena! eur- è impossibile. dic- fallo lo stesso. eur- mi farò portare: ma non ho tempo di scendere. dic- euripide! eur- perché gridi?
dic- tu componi in alto, quando è lecito (normale) farlo a terra. Non senza ragione/naturalmente componi degli zoppi. Ma perché poi hai gli stracci da tragedia, un miserabile/pietosa veste? Non c’è nulla di strano che tu crei dei pezzenti. Ti supplico alle tue ginocchia, euripide, che tu mi dia un qualche straccio del tuo vecchio dramma (TELEFO). infatti è bene che io rivolga al coro una lunga resis (discorso): Questa porta la mia morte, se parlerò male. eur- quali stracci? Forse quello con cui Eneo, il vecchio infelice, aveva gareggiato? dic- non era di eneo, ma di uno ancor più miserabile. eur- quelli del cieco fenice? dic- no, non di fenice: c’era un altro più infelice di fenice. eur- ma l’uomo quali strappi di veste richiede? forse parli di quelli di filottete il pezzente? dic- no, ma di uno davvero molto molto più pezzente di lui. eur- Ma forse vuoi le vesti marci/squallidi che aveva Bellerofonte, lo zoppo? dic- non di Bellerofonte, ma anche quello era uno zoppo, fastidioso, ciarliero e bravo a parlare. Eu- conosco l'uomo, Telefo di Misia. Dic- Sì, Telefo; io ti supplico di ciò, dammi gli stracci. Eu- oh servo, dagli i cenci di Telefo. È posto sopra gli stracci di Tieste, in mezzo a quelli di Ino. Ecco, prendi questi. Dic- oh Zeus, che scruti e osservi per ogni dove, (permettimi) di prepararmi nel modo più compassionevole possibile. Euripide, poiché tu mi hai offerto queste cose, dammi anche quelle altre cose che seguono gli stracci, il berrettino misio sul capo. È infatti necessario che io oggi sembri essere il mendicante/poveretto, essere quel che sono, ma non sembrarlo; che gli spettatori sappiano chi sono, i coreuti invece stiano qui accanto come sciocchi, in modo che io li possa prendere in giro con le mie parole. Eu- Te li darò: escogiti sottili astuzie con mente accorta. Dic- Sii felice (possa tu essere felice)- a Telefo (capiti) quello che io medito. Bene, come sono già pieno di paroline. Ma ho bisogno di un bastone da mendicante. Eu- Dopo averlo preso, allontanati da questa soglia di marmo. Dic- Oh cuore, guarda come sono cacciato via-allontanato dalla casa, pur avendo bisogno di molti piccoli aggeggi, ma ora sii insistente mentre chiedi e mentre persisti. Euripide, dammi un panierino bruciacchiato dalla lucerna. Eu- ma, o sciagurato, quale bisogno hai di questa cesta intrecciata(perché tu hai bisogno…?)
Dic- Non indignatevi con me, uomini che guardate(spettatori), se io che sono un poveretto, sto per parlare agli ateniesi a proposito della città, utilizzando una commedia. Infatti anche la commedia conosce il giusto. Io dirò cose sgradevoli/terribili, ma giuste. Infatti Cleone non mi screditerà/metterà in cattiva luce (sostenendo) che io parli male della città, quando non sono ancora presenti gli stranieri. Infatti siamo proprio noi, e l'agone/gara è presso Lenaio, gli stranieri non sono presenti; né sono arrivati i tributi, né gli alleati dalle città; ma ci siamo solo noi ora che siamo puri: io dico che i meteci sono la pula dei cittadini. Io, invece, odio molto gli spartani, a quelli, Poseidone, il Dio del Tenaro, faccia crollare le case a tutti, scuotendo la terra; dato che anche a me le vigne sono state distrutte. Ma, dato che quelli presenti nel dialogo sono amici, perché accusiamo di questi reati gli spartani? Infatti alcuni degli uomini tra noi -non parlo della città, ricordatevi questo, che non parlo della città- anzi omiciattoli di bassa lega, spregevoli, disonorati, falsi e mezzi stranieri, accusavano i mantellucci di megara. E se mai vedono un cocomero, o un leprotto, o un porcellino, o aglio, o un granello di sale, subito dicevano queste cose: “è oggetti di mercato megarese”. e queste erano cose piccole, del paese; ma i giovani, che erano andati a megara, ubriacatisi giocando al cottabo, rapiscono una prostituta, Simeta; e allora i megaresi, esacerbati dal dolore, rapirono 2 prostitute di aspasia: da lì l’inizio della guerra scoppiò per tutti i greci, per causa di 3 sgualdrine. Da qui, Pericle Olimpio, preso dall’ira, scagliava lampi, tuonava e metteva sottosopra la grecia, promulgava leggi scritte come canzonette, poiché i megaresi non devono rimanere né in terra, né in mare, né al mercato, né sul continente. Da lì i megaresi, poiché erano sempre più affamati, pregavano gli spartani affinchè annullassero il decreto, a causa delle prostitute; ma noi non volemmo, nonostante fossimo stati pregati più volte. E di qui ci fu uno strepitìo di scudi. Qualcuno dirà: “non era necessario”, ma ditemi cosa dovevano fare? Forza, se qualcuno degli spartani, dopo aver salpato, avesse denunciato, dopo aver mostrato un cagnolino di Serifo lo avesse offerto, sareste stati nelle (vostre) case? non credo proprio! e certamente avreste tirato in mare subito 300 navi e la città sarebbe stata piena di frastuono di soldati, di grida per il tiìrierarco, di paghe distribuite, di palladi dorati, di portici rumorosi, di cibo razionato, di otri distroppi, di giare vendute, di agli di olive, di cipolle nelle reti, di corone, di acciughe, di flautiste e di occhi lividi; e l’arsenale pieno di remi levigati, di pilo rumorosi, di stroppi avvolti, di flauti, di grida, di trilli e di fischi. io so bene che avreste fatto questo. E non pensiamo che lo avrebbe fatto anche Telefo? Certamente a noi non è il buonsenso.
SEMICORO1- Davvero, furfante e scellerato? Tu che sei un poveraccio osi dirci queste cose, e se ci fosse qualche sicofante ci rimproveri? SEM2- Per poseidone, dice tutte cose giuste, in relazione a ciò che afferma, e non mente affatto. 1- Anche se sono giuste, era necessario che le dicesse? non oserà dire queste cose, vantandosene. 2- tu, dove corri? Non ti fermi? [sappi] che se colpirai quest’uomo, tu stesso sarai preso subito.
coro- l’uomo ha la meglio (verso di noi, il coro) con questi discorsi, e convince il popolo riguardo alla pace. Avanti, dopo esserci spogliati, diamo inizio agli anapesti. Da quando il nostro maestro/poeta ha rivolto l’attenzione sui cori comici, non si è mai fermato davanti al pubblico dicendo che è bravo; ma essendo accusato dai nemici, presso gli ateniesi veloci nel cambiar parere/decisione, di deridere/prendere in giro la nostra città e di insultare il popolo, ora è costretto a difendersi dagli ateniesi volubili. il poeta dice di essere per voi la ragione di molti sacrifici, avendo fatto sì che voi non vi ingannaste troppo con i discorsi (degli) stranieri, che non vi compiaceste mentre adulavano, né che foste cittadini creduloni. Prima gli ambasciatori vi chiamavano dalle città, ingannandovi dapprima “incoronati di viole”: e quando qualcuno vi chiamava così, subito, per via delle corone, vi mettevate sulla punta dei (vostri) culetti. E se qualcuno, adulandovi, chiamava atene “splendida”, trovava/otteneva ogni cosa grazie a (quello) “splendida”, attaccandovi una lode delle sardine/acciughe. Facendo ciò, il poeta è stato per voi la causa di molti sacrifici, e mostrando come nelle città i popoli abbiano una costituzione democratica. Ecco, adesso, quando vi portano il tributo delle città, giungeranno desiderosi di vedere l’ottimo poeta, il quale ha affrontato il rischio di dire le cose giuste tra gli ateniesi. A tal punto la fama del suo ardire è già giunta lontana, che anche il re, mettendo alla prova l’ambasciatore dei lacedemoni, chiese loro per prima cosa quale dei due erano forti con le navi, poi contro quale dei due questo poeta dicesse molte cose cattive. sosteneva infatti che gli uomini erano diventati di gran lunga i migliori e avrebbero senz’altro vinto nella guerra, avendo costui (il poeta) come consigliere. Per queste ragioni, i lacedemoni vi propongono la pace e vi richiedono Egina: e non hanno cura di quest’isola, ma per sottrarvi/portare via il poeta. Ma voi, certo, non lasciatelo mai: così che lui possa rappresentare con le sue commedie le cose giuste. Sostiene che vi insegnerà molte cose buone, cosicchè possiate essere felici, non facendo adulazioni, né promettendo paghe, né imbrogliando, né comportandosi da furfante, né coprendo di elogi, ma insegnando il meglio. Di fronte a queste cose, Cleone ordisca e trami contro di me ogni cosa. infatti il bene e la giustizia saranno miei alleati, e non sarò mai preso come lui quando è verso la città, ovvero un vile e un rottinculo.
Vieni qui, Musa d’acarne, ardente, veemente, che hai potenza di fuoco. come da carboni di leccio, provocata la scintilla dura/non malleabile con il soffietto/mantice propizio (diz: la favilla sprizza suscitata dal soffio del mantice), quando i pesci ci sono per essere offerti in pasto (che si offrono al pasta/che sono serviti ci sono), alcuni rimescolano la Tasia splendente, altri impastano la farina, così considerami come un tuo compaesano, un canto vigoroso, agreste. Noi vecchi, anziani, critichiamo la città: infatti combattiamo sul mare non in modo degno di quelli, siamo curati da vecchi da voi, ma subiamo terribili cose, (voi) che, trascinandoci nei processi permettete che gli uomini vecchi siano derisi dai giovani oratori, [dicendo] che non siamo nulla, muti e invecchiati, per i quali il bastone è (il nostro) poseidone protettore; siamo davanti alla pietra (tribunale), balbettando per la vecchiaia, non vedendo nulla se non l’ombra della giustizia. Invece il giovinetto, che si è impegnato per essere procuratore, velocemente colpisce attaccando con appropriate parole; e poi, dopo averlo portato in tribunale, fa domande in cui ogni parola è una trappola (lett. domanda, ponendo trappole di parole), dilaniando, sconquassando e tartassando un uomo vecchio decrepito. E quello per la vecchiaia farfuglia e poi va via/si allontana pagando una multa; poi singhiozza e piange e dice agli amici: “mi allontano, bisognava che io pagassi la multa, con quello (denaro) con cui avrei pagato la bara”. Come possono essere giuste queste cose, rovinare davanti alla clessidra un uomo vecchio con i capelli bianchi, che ha sopportato tante fatiche e (ha sopportato) tanto caldo e tanto sudore da uomo, pulendo il viso, e che è stato un valoroso soldato a Maratona a favore della patria? Poi quando eravamo a Maratona inseguivamo (il nemico), adesso invece siamo inseguiti senza tregua da persone malvagie e per di più siamo condannati. Riguardo a ciò, Marpsia ì, quale obiezione dirà? E per [quale ragione] può esser giusto che un uomo curvo, dell’età di Tucidide, soccomba contendendo con quel deserto scitico (EVATLO)), quel figlio di Cefisodemo, ciarliero procuratore? A tal punto io provai compassione e mi pulii il viso (dalle lacrime) vedendo l’uomo vecchio sconvolto/turbato dall’arciere, (lui) che, per demetra, quando era il vero Tucidide, non avrebbe sopportato neppure la stessa acaia, ma prima avrebbe rovesciato 10 Evatli, poi avrebbe sovrastato, dopo averli atterriti, 3000 arcieri, e avrebbe colpito con frecce i parenti del padre di quello. Ebbene, giacchè non permettete che i vecchi dormano, decretate che i processi siano a parte, cosicchè al vecchio sia il procuratore vecchio e sdentato, mentre ai giovani quel rottinculo e chiacchierone del figlio di Clinia (ALCIBIADE).
meg – cosa dici? e in che modo non è adatta al sacrificio? dic- non ha la coda (pene). meg – infatti è giovane: ma una volta cresciuta l’avrà grande, grossa e rossa. ma se la vuoi allevare/nutrire, ecco a te un bella porcellina! dic- come per l’altra, una fica della sua stessa stirpe/suo stesso genere. meg- infatti è figlia della stessa madre ed è (figlia) dallo stesso padre. se diventerà grande e si coprirà con il pelo, sarà una porcellina bellissima da sacrificare ad afrodite. dic- ma una porcella non si sacrifica ad afrodite? meg – non (si sacrifica) una maialina ad afrodite? senz’altro per lei sola tra le divinità. e la carne di queste porcelle, una volta infilato sullo spiedo, diventa dolcissima. dic- ma mangerebbero già senza la madre? meg- certo, per poseidone! e anche senza il padre. dic- cosa mangia in particolare? meg- ogni cosa che tu le dia. chiediglielo tu stesso. dic- porcelline porcelline figlie- koi koi dic- mangeresti i ceci (membri virili)? figlie – coi coi coi dic- che cosa dunque? e i fichi secchi (membri virile/organi genitali femm) di fibali? figlie – koi koi dic- che cosa dunque? anche tu vorresti mangiare un fico? figlia – coi coi dic- come strillate forte per i fichi! qualcuno da dentro mi porti dei fichi per le porcelline! li mangeranno? accidenti, eracle veneratissimo, come mangiano rumorosamente. da dove (vengono) le porcelle? sembra che [siano] tragadesi (Tragase, in troase). meg- ma non li hanno mangiati tutti i fichi. ho preso solo questo per me. dic- per zeus, che bestioline gradevoli. quanto ti pago per le porcelline? dimmi. meg- in relazione a questa (il pagamento) di una treccia d’aglio, per l’altra, se vuoi, solo (il pagamento) di una chenice. dic- te le comprerò: aspett qui. meg- affare fatto. o ermes dio dei commercianti, possa io vendere ugualmente mia moglie e mia madre. sic- o uomo, da dove vieni?
meg- da megara e sono un venditore di maiali. sic- ebbene io denuncio te e queste 2 porcelle come nemici. meg- questo quello: giunge di nuovo qui, l’inizio dei nostri mali si presenta. soc- Parlerai megarese, pentendoti. Non lascerai il sacco? meg- diceopoli, diceopolo, sono denunciato. dic- da chi? chi è che ti (presenta/svela) denuncia? Ispettori, non sbattete fuori i sicofanti? perché, pur avendolo appreso, dunque denunci senza il lucignolo? sic- non denuncerò i nemici? dic- se non farai il sicofante correndo in giro, mentre mi lamento di te. meg- quale malanno è questo ad atene. dic- coraggio, megarese: prendi queste cose, gli agli e i Sali, al prezzo a cui mi hai dato le 2 porcelline. e tanti saluti! meg- ma non c’è salute del paese nostro. dic- c’è (tanta) indiscrezione: volga sulla mia testa. meg- oh porcelline, anche senza (vostro) padre cercate di mangiare la focaccia con il sale, se vi daranno qualcosa.