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Aristofane - Pluto vv. 1-626, Traduzioni di Letteratura Greca

Traduzione letterale del Pluto di Aristofane (388 a.C) dei vv. 1-626

Tipologia: Traduzioni

2021/2022

Caricato il 03/01/2026

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valerio-di-giacomo-1 🇮🇹

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ΠΛΟΥΤΟϹ vv. 1-626
Κα.
O Zeus e altri dèi, come è una cosa difficile,
essere servo di un padrone che sragiona.
Infatti qualora un servo si trovi a dire cose migliori di lui,
ma non sembri fare bene ciò a chi lo ha comprato,
è necessario che il servo prenda parte ai suoi stessi guai.
Il demone infatti non permette al padrone
del corpo di comandare su di esso, ma a chi lo ha comprato.
E le cose stanno così. Al Lossia,
che vaticina dal tripode forgiato d’oro,
rimprovero questo giusto biasimo, che
essendo medico e vate, e come dicono, saggio,
ha congedato il mio padrone con l’umore nero,
e costui segue da vicino un uomo cieco,
facendo il contrario di ciò che gli spetta fare.
Infatti noi che vediamo guidiamo i ciechi,
lui invece lo segue, e costringe anche me a fare lo stesso,
e fa queste cose non rispondendomi neanche una sillaba.
Non esiste che io taccia,
o padrone, ma continuerò a seccarti,
qualora tu non mi spieghi perché seguiamo costui.
Infatti non picchierai me che ho la corona.
Χρ.
Per Zeus, ti picchierò dopo averti tolto la corona, se mi darai fastidio,
affinché tu soffra di più.
Κα.
Chiacchierone; infatti non smetterò
prima che tu non mi dica chi è mai costui;
infatti essendo molto benevolo nei tuoi riguardi ti faccio questa domanda.
Χρ.
Ma non te lo nasconderò; infatti tra i miei servi
ritengo che tu sia il più fedele e il più ladro.
Io essendo un uomo pio e giusto
molto ho sofferto ed ero povero;
Κα.
Lo so.
Χρ.
Gli altri invece diventavano ricchi, sacrileghi parlatori
e sicofanti sciagurati;
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ΠΛΟΥΤΟϹ vv. 1- Κα. O Zeus e altri dèi, come è una cosa difficile, essere servo di un padrone che sragiona. Infatti qualora un servo si trovi a dire cose migliori di lui, ma non sembri fare bene ciò a chi lo ha comprato, è necessario che il servo prenda parte ai suoi stessi guai. Il demone infatti non permette al padrone del corpo di comandare su di esso, ma a chi lo ha comprato. E le cose stanno così. Al Lossia, che vaticina dal tripode forgiato d’oro, rimprovero questo giusto biasimo, che essendo medico e vate, e come dicono, saggio, ha congedato il mio padrone con l’umore nero, e costui segue da vicino un uomo cieco, facendo il contrario di ciò che gli spetta fare. Infatti noi che vediamo guidiamo i ciechi, lui invece lo segue, e costringe anche me a fare lo stesso, e fa queste cose non rispondendomi neanche una sillaba. Non esiste che io taccia, o padrone, ma continuerò a seccarti, qualora tu non mi spieghi perché seguiamo costui. Infatti non picchierai me che ho la corona. Χρ. Per Zeus, ti picchierò dopo averti tolto la corona, se mi darai fastidio, affinché tu soffra di più. Κα. Chiacchierone; infatti non smetterò prima che tu non mi dica chi è mai costui; infatti essendo molto benevolo nei tuoi riguardi ti faccio questa domanda. Χρ. Ma non te lo nasconderò; infatti tra i miei servi ritengo che tu sia il più fedele e il più ladro. Io essendo un uomo pio e giusto molto ho sofferto ed ero povero; Κα. Lo so. Χρ. Gli altri invece diventavano ricchi, sacrileghi parlatori e sicofanti sciagurati;

Κα. Ci credo. Χρ. Sono dunque andato dal dio per interrogarlo, pensando ormai di aver quasi esaurito la mia vita da uomo sventurato, per chiedere se è necessario che mio figlio. l’unico che ho, avendo cambiato i modi di vivere sia briccone, ingiusto, nulla di buono, come se ritenessi che ciò sia utile alla vita. Κα. Dunque cosa vaticinò Febo dai serti? Χρ. Lo saprai. Infatti il dio chiaramente mi disse questo: mi ordinò che io non mi staccassi più da colui che avessi incontrato per primo uscendo dal tempio, e di convincerlo a seguirmi fino a casa. Κα. E in chi ti sei imbattuto per primo? Χρ. In questo qui. Κα. Stupidissimo, allora non capisci l’intenzione del dio, che ti spiega molto chiaramente di addestrare tuo figlio secondo l’usanza del posto? Χρ. Perché pensi questo? Κα. Perché sembra facile anche per un cieco capire ciò, che è assai utile non esercitare nulla di buono nei tempi che corrono. Χρ. Assolutamente l’oracolo non significa questo, ma qualcosa di maggiore. E qualora costui ci spieghi chi mai sia, in quale condizione e bisognoso di cosa sia giunto qui tra noi due, capiremo cosa intendesse il nostro oracolo.

Πλ. Assolutamente no. Χρ. Dunque non parlerai? Πλ. Se saprete chi io sono, so bene che mi farete del male e non mi lascerete. Χρ. Per gli dèi non lo faremo, qualora tu lo voglia. Πλ. Per prima cosa lasciatemi andare. Χρ. Ecco, ti lasciamo andare. Πλ. Ascoltatemi; bisogna infatti, a quanto pare, che io dica le cose che ero disposto a nascondere. Io infatti sono Pluto. Κα. O tu che sei il più disgraziato tra tutti gli uomini, tacevi pur essendo Pluto? Χρ. Tu sei Pluto, così miserabilmente conciato? O Febo Apollo, dèi e demoni, o Zeus, cosa dici? Sei davvero tu quello? Πλ. Sì. Χρ. Sei davvero quello? Πλ. Io più di tutti. Χρ. Da dove vieni, spiegalo, da dove vieni così sporco?

Πλ. Vengo dalla casa di Patrocle, che non si lavò mai da quando nacque. Χρ. Come hai sofferto questo male? Raccontamelo. Πλ. Zeus mi ha fatto queste cose poiché è invidioso degli uomini. Io infatti quando ero un giovinetto minacciai che me ne sarei andato soltanto dalle persone giuste, oneste e sagge; quello allora mi rese cieco, affinché non riconoscessi alcuna di questi. A tal punto quello è invidioso della gente per bene. Χρ. Eppure è onorato soltanto dagli onesti e dai giusti. Πλ. Ti credo. Χρ. Suvvia, che dunque? Se tornassi a vedere di nuovo, come in passato, fuggiresti i malvagi? Πλ. Si. Χρ. Andresti dai giusti? Πλ. Certamente; da molto tempo infatti non li vedo. Κα. E non c’è nulla di strano; neanche io, che vedo. Πλ. Ora lasciatemi; ormai sapete ciò che mi riguarda. Χρ. No per Zeus, ma ora ancora di più ci impossesseremo di te.

Χρ. O folle, ora non lo fa, lui che permette che tu vada in giro a fare capitomboli? Πλ. Non lo so; ma io ho molta paura di quello. Χρ. Davvero, o più vigliacco tra tutte le divinità? Infatti credi che il potere di Zeus e i fulmini avrebbero il valore di un triobolo, qualora tu vedessi di nuovo anche solo per poco tempo? Πλ. O disgraziato, non dire queste cose. Χρ. Stai tranquillo. Io infatti dimostrerò che tu sei di gran lunga più potente di Zeus. Πλ. Dici, io? Χρ. Si per il cielo. Per esempio, per mezzo di cosa Zeus comanda sugli dei? Κα. Per mezzo del denaro; infatti ne ha moltissimo. Χρ. Bene, e chi è colui che glielo procura? Κα. Questo qui. Χρ. Per mezzo di chi fanno sacrifici a lui? Non forse per mezzo di costui? Κα. Si per Zeus e pregano di diventare subito ricchi. Χρ. Dunque non è lui il responsabile e velocemente potrebbe porre fine, qualora lo volesse, a queste cose?

Πλ. E perché mai? Χρ. Perché nessuno tra gli uomini non potrebbe sacrificare neppure un bue, o una focaccia, né nessun’altra cosa, se tu non lo vuoi. Πλ. Come? Χρ. Come? Non è possibile comprare nulla, se tu non essendoci di persona non concedi il denaro; cosicché da solo distruggerai la potenza di Zeus, qualora volesse farti soffrire. Πλ. Cosa dici? Attraverso di me sacrificano a lui? Χρ. Si. E per Zeus se c’è qualcosa per gli uomini di bello, grazioso e splendido, ciò accade attraverso di te. Tutte le cose infatti sono soggette all’essere ricchi. Κα. Anche io per poco denaro sono diventato servo, io che prima ero libero. Χρ. Dicono che le cortigiane di Corinto, quando un povero si trovasse a tentarle, non gli rivolgevano l’attenzione, ma qualora fosse un ricco, subito le stesse verso di lui giravano il posteriore. Κα. Dicono che anche i ragazzetti facevano questa stessa cosa, e non per gli amanti, ma per il denaro. Χρ. Ma non gli onesti, i prostituti; perché gli onesti non chiedono denaro. Κα. E cosa?

Κα. Agirrio non emette venti a causa di questo? Χρ. Filepsio non racconta favole per mezzo di questo? L’alleanza con gli Egizi non avviene per tuo tramite? Naiade non ama Filonide per tuo tramite? Κα. E la torre di Timoteo - Χρ. Possa caderti addosso. Ma tutti gli affari non vengono fatti per tuo tramite? Infatti sei tu la sola causa di tutte le cose, sia di quelle sbagliate che di quelle giuste, sappilo bene. Κα. Anche nelle battaglie ogni volta vincono quelli che costui assiste. Πλ. Io sono capace di fare queste cose pur essendo solo? Χρ. Si per Zeus e anche più numerose di queste; cosicché nessuno mai è diventato sazio di te. Infatti c’è il compimento di tutte le altre cose, dell’amore - Κα. Del pane - Χρ. Della musica - Κα. Di squisitezze - Χρ. Di onore - Κα. Di focacce - Χρ. Di coraggio -

Κα. Di fichi - Χρ. Di gloria - Κα. Di pane - Χρ. Di comando militare - Κα. Di lenticchie - Χρ. Nessuno divenne mai sazio di te. Ma qualora uno prendesse tredici talenti, molto più desidererebbe prenderne sedici; e qualora raggiunga questi, ne vuole quaranta, altrimenti dice che non si può più vivere. Πλ. Mi sembrate parlare bene voi due; se non che temo una cosa sola. Χρ. Dicci, riguardo cosa? Πλ. Che io la potenza, che voi dite che io abbia, di essere padrone di quella. Χρ. Sì per Zeus, ma tutti dicono che la ricchezza sia la cosa più vile. Πλ. Eh no, ma uno scassinatore mi ha calunniato. Infatti introducendosi una volta non potè prendere nulla in casa, avendo trovato tutte le cose sotto chiave; allora chiamò la mia prudenza viltà. Χρ. Non preoccuparti di nulla; perché qualora tu diventi un uomo subito ben disposto verso questa faccenda, dimostrerò che tu veda meglio di Linceo.

Χρ. Me ne occuperò io; orsù corri sbrigandoti. Tu, o Pluto che sei il più potente di tutti gli dèi, entra qui dentro con me; questa è la casa che bisogna che tu devi riempire di ricchezze a ragione o torto. Πλ. Ma per gli dèi io soffro molto ogni volta entrando in una casa altrui; infatti da essa non ho mai ricevuto nulla di buono. Infatti qualora mi trovi ad entrare nella casa dell’avaro, subito mi seppellisce nel profondo della terra; e qualora un uomo amico per bene giunga chiedendo di prendere una piccola quantità di denaro, nega di non avermi mai visto. Qualora invece mi trovi ad entrare nella casa di un uomo pazzo, con prostitute e dadi in un istante mi ritroverei fuori dalla porta nudo. Χρ. Non ti sei mai imbattuto in un uomo moderato. Io sono sempre di questo carattere; gioisco nel risparmiare come nessun altro, e al contrario di spendere, quando ce ne fosse bisogno. Ma entriamo, voglio che tu veda mia moglie e il mio unico figlio, che amo maggiormente, dopo di te. Πλ. Ti credo. Χρ. Perché infatti non ti si dovrebbe dire la verità? Κα. O amici popolani amanti del faticare, che molte volte avete mangiato lo stesso timo del mio padrone, venite, sbrigatevi, affrettatevi; poiché non è il momento di indugiare, ma siete nel momento critico, in cui bisogna dare una mano nella situazione attuale. Χο. Non vedi dunque che da tempo ci siamo incamminati con zelo, per quanto è possibile a uomini ormai vecchi e privi di forze? Ma tu ugualmente pretendi di farmi correre, prima di avermi detto queste cose, perché il tuo padrone mi ha fatto venire qui.

Κα. Non te lo dico già da tempo? Ma tu non ascolti allora? Il padrone infatti dice che tutti voi vivrete piacevolmente dopo essere stati liberati da una vita fredda e sgradevole. Χο. Che storia è quella che dice e da dove arriva? Κα. È arrivato con un vecchio, o sciagurati, sudicio, curvo, misero, calvo, senza denti, rugoso; io credo, per il cielo, che sia anche circonciso. Χο. O tu che pronunci parole d’oro, come dici? Ripetimelo. Affermi infatti che egli è arrivato con un mucchio di ricchezze? Κα. Anzi, con un mucchio di mali da vecchi. Χο. Credi di andartene impunito dopo averci preso in giro, e questo quando io ho un bastone? Κα. Infatti senza dubbio pensate che io sia un uomo tale per natura in tutto e ritenete che non abbia detto nulla di buono? Χο. Come è arrogante il furfante; le tue gambe gridano “ahi ahi” desiderando i ceppi e le catene. Κα. Proprio ora la tua lettera ricevuta in sorte giudica, nella bara, e tu non vai? Caronte ti dà la tessera. Χο. Crepa, come sei insolente e per natura ciarlatano, tu che illudi, ancora osi parlare con noi, 5’’èche molto soffriamo, che pur non essendoci tempo libero, siamo venuti qui, trascurando le radici di molti timi. Κα. Ma non potrei più tenervelo nascosto. Infatti, o uomini, è giunto il padrone portando Pluto, che vi renderà ricchi. Χο. È davvero possibile per tutti noi essere ricchi?

Χρ. O uomini del popolo, ormai è antiquato e vecchio salutarvi dicendo “salve”; vi accolgo con gioia dato che siete giunti con zelo, con vigore e senza lentezza. Fate in modo di essere accanto a me anche per le altre questioni e di essere davvero alleati del dio. Χο. Coraggio; infatti penserai di vedere me davanti ad Ares. Sarebbe terribile infatti se per tre oboli ci spingessimo ogni volta in assemblea, e poi lasciare mani altrui Pluto in persona. Χρ. E ora vedo Blepsidemo che si avvicina, eccolo; è chiaro che ha sentito qualcosa del fatto per il suo passo e la velocità. Βλ. Che faccenda sarebbe questa? Da dove e in che modo Cremilo è diventato ricco improvvisamente? Non ci credo Infatti c’era un gran vociare, per Eracle, tra coloro che sedevano dai barbieri, che all’improvviso quest’uomo fosse diventato ricco. Questa cosa mi sorprende, che facendo qualcosa di onesto mandi a chiamare gli amici. Viene fatta una cosa non del posto. Χρ. Parlerò senza nascondere nulla; per gli dèi, o Blepsidemo, sto meglio di ieri, cosicché è possibile fartene partecipe; infatti sei tra gli amici. Βλ. Sei diventato davvero ricco, come dicono? Χρ. Lo sarò molto presto, se il dio vorrà. Infatti nella faccenda c’è un certo pericolo. Βλ. Quale? Χρ. Quello che -

Βλ. Parla sbrigandoti a dire ciò che hai da dire. Χρ. Se riusciamo, staremo per sempre bene; ma se falliamo, saremo per sempre rovinati. Βλ. Questo sembra essere un brutto fardello e non mi piace. Infatti diventare all’improvviso così ricchi, e avere così tanto timore, è di un uomo che non ha fatto nulla di buono. Χρ. Come nulla di buono? Βλ. Se, per Zeus, dopo aver rubato argento e oro sei venuto qui dal tempio del dio, dopo forse te ne penti. Χρ. Per Apollo che tiene lontano il male, per Zeus, no. Βλ. Smetti di dire scemenze, bello mio; lo so per certo. Χρ. Non pensare nulla di simile di me. Βλ. Ahi, come non c’è semplicemente niente di buono in nessuno, ma sono tutti inclini al guadagno. Χρ. Per Demetra, non mi sembri essere in te. Βλ. Come è cambiato molto dai modi che aveva prima. Χρ. Per il cielo, o uomo, hai l’umore nero. Βλ. Non ha neppure lo sguardo fermo tipico del posto, ma è un segno di chi ha commesso un guaio.

Βλ. Cosa dici? Hai rubato così tanto? Χρ. Ahimé con i miei guai, tu mi distruggerai. Βλ. A quanto pare, tu vuoi distruggere te stesso. Χρ. No, o disgraziato, perché io ho Pluto. Βλ. Tu hai Pluto? Quale? Χρ. Il dio in persona. Βλ. E dov’è? Χρ. Dentro. Βλ. Dove? Χρ. Da me. Βλ. Da te? Χρ. Certo. Βλ. Non ti prende un colpo? Pluto è da te? Χρ. Si per gli dèi. Βλ. Dici la verità?

Χρ. Si. Βλ. Lo giuri per Estia? Χρ. Si, anche per Poseidone. Βλ. Dici quello del mare? Χρ. Se c’è un altro Poseidone, anche per l’altro. Βλ. E non lo mandi da noi che siamo i tuoi amici? Χρ. Le cose non stanno ancora così. Βλ. Cosa dici? Non a tal punto da mandarlo? Χρ. No per Zeus; bisogna per prima cosa - Βλ. Cosa? Χρ. Che noi due lo facciamo vedere - Βλ. Vedere chi? Spiegalo. Χρ. Pluto, come prima, in un modo o nell’altro. Βλ. Davvero è cieco? Χρ. Si per il cielo Βλ. Non è strano che non sia giunto da me allora.