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Commento dell'opera teatrale Aiace
Tipologia: Appunti
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CORO di Nocchieri di Salamina
PERSONAGGI MUTI: EURISACE PEDAGOGO ARALDO dell'Esercito
Quando incomincia l'azione, si vede il campo dei Greci sulla spiaggia del mare. A destra la campagna, in mezzo la tenda d'Aiace, a sinistra le altre tende degli Achei.
(Al principio dell'azione, entra Ulisse, e comincia a girare, esaminando a�entamente delle tracce di piedi sulla sabbia. Quasi subito compare Atena ATENA: Sempre io t'ho visto, figlio di Laerte, che cerchi qualche occasione cogliere Prologo:Il dramma si apre con un dialogo tra Atena e Ulisse, dinanzi la tenda di Aiace, sul mare, vicino al campo Acheo so�o le mura di Ilio. Alla morte di Achille le armi dell’eroe erano state assegnate ad Ulisse anziché ad Aiace, suscitando la collera del guerriero che per valore in ba�aglia si considerava il naturale “erede” di Achille. Proprio temendo la sua reazione Ulisse si trova lì per spiarlo e verificare se sia l’autore, come dicono, della strage no�urna del bes�ame preda dei Greci. Atena conferma l’accaduto e nello stesso tempo lo tranquillizza: è stata lei ad ins�llare la follia nella mente di Aiace “facendogli balenare false immagini” davan� agli occhi, affinché scatenasse contro gli animali la violenta vende�a che altrimen� avrebbe rivolto ai Greci: ancora, chiuso nella tenda, crede di torturare i capi dell’esercito greco. Atena ne dà dimostrazione chiamando Aiace e interrogandolo dinanzi ad Ulisse, reso invisibile agli occhi dell’avversario grazie ai poteri della dea. Tu�avia, anziché gioire o schernirlo (come fa Atena), Ulisse è mosso a pietà per la sorte dell’avversario, che diviene emblema della fragilità umana. contro i nemici. Ed alle tende innanzi or � veggo d'Aiace, ove, all'estremo del campo, e presso al mare ei l'ha piantate, che vai braccando già da un pezzo, e cerchi l'orme che impresse egli ha testé, se dentro sia, se non sia, Bene � guida un fiuto, qual di cagna spartana: or ora Aiace entrato è dentro, e di sudor la fronte gronda, e le man' di sangue intrise. Or, d'uopo non è che tu da questa porta spii, ma che dica perché giungi con tanta fre�a: io so tu�o, e ammaestrar � posso, ULISSE: O favella d'Atena, a me dile�a sopra tu�e le Dee, come, sebbene invisibile sei, giunge il tuo suono a me dis�nto, e l'anima l'accoglie, quale di bronzea búccina �rrena! Ed or, lo sai, sopra un nemico il passo volgo, su Aiace dall'immane scudo: l'orme sue, non d'altrui, da un pezzo seguo, Ch'egli ha compiuto un a�o inconcepibile contro noi, questa no�e; ov'ei l'autore ne sia: ché non abbiam certezza alcuna: nel buio erriamo. Ed io mi sobbarcai volonteroso a tal fa�ca. Or ora, tu�e distru�e le predate greggi trovate abbiamo, coi pastori insieme,
da mano d'uomo sterminate; e ognuno a lui la colpa a�ribuisce. E a me l'ha scoperto una scolta; e de�o m'ha che l'ha veduto per i campi, solo balzar, con una spada ancor grondante, Su le sue tracce io subito mi lancio, ed ora colgo qualche indizio, ed ora sono sviato; né alcun v'è che possa darmi no�zie. Ma tu giungi in punto: Commento: ché, già pria d'ora, e, d'ora innanzi, sempre il senno tuo per guida io prenderò. ATENA: Sapevo; e già da tempo, alla tua caccia, spontanea custode, Ulisse, assisto. ULISSE: E son vòlto a buon segno, o mia Signora? ATENA: Da quest'uomo compiuta fu quell'opera. ULISSE: E qual follia la mano a lui guidò? ATENA: L'ira conce�a per l'armi d'Achille. ULISSE: E perché mai piombò sopra le greggi? ATENA: Su voi sperava insanguinar la mano. ULISSE: Contro gli Argivi, dunque, era l'insidia? ATENA: E la compiea, se li avessi negle�. ULISSE: Con quale ardir, con quale animo audace? ATENA: Fur�vo, sol, su voi piombò di no�e. ULISSE: E giunse fino a noi? Giunse alla mèta? ATENA: Giunse alla porta dei due sommi duci. ULISSE: E poi frenò la mano di sangue avida? ATENA: La sua gioia feroce io gli contesi: a lui con false immagini funeste gli occhi turbai, nelle predate greggi anche indivise lo sospinsi, e sopra i lor custodi: qui piombò, vibrando la spada in giro, dei cornu� armen� fece massacro; ed or, gli Atrídi entrambi gli sembrava sgozzar con le sue mani, ed or questo dei duci, ed ora quello. Io l'eccitavo, mentre era pervaso dalla follia cosí, lo sospingevo entro re� funeste; e quando l'opera ebbe compiuta, quan� ancor vivevano dei giovenchi, legò, le greggi tu�e nella tenda cacciò, come se d'uomini quella sua preda fosse, e non d'armen�. E nella tenda, in lacci ora li ha stre�, strazio ne fa. Mostrar la sua follia
Mor� son quegli eroi, se bene intendo. AIACE: Son mor�: di' che l'armi ora mi rubino. ATENA: Bene. Ed il figlio di Laerte, a che cimento ora si trova? O t'è sfuggito? AIACE: Dov'è, dimandi, quella volpe scaltra? ATENA: Appunto: Ulisse il tuo rivale, dico. AIACE: Dentro è, prigione, per mio gran sollazzo. Perché non voglio, o Dea, ch'ei muoia, prima... ATENA: Di avergli fa�o che? Che speri ancora? AIACE: Del recinto legarlo ad un pilastro... ATENA: Oh povere�o! E che malanno infliggergli? AIACE: Flagellarlo sul dorso, insin ch'ei muoia. ATENA: Tale sconcio al tapino non infliggere! AIACE: Vo' paga ogni altra brama tua; ma Ulisse questa pena, e non altra sconterà. ATENA: E allor, se questo è il tuo piacer, colpisci: nulla di ciò che brami non ome�ere. AIACE: A quest'opera muovo; e � scongiuro d'essermi, come or sei, sempre alleata. (Rientra nella tenda) ATENA: Il poter dei Celes�, Ulisse, vedi quanto sia grande. All'opere opportune, chi fu mai di costui piú pronto o valido? ULISSE: Io nulla so; ma pur, di questo misero provo pietà, sebben mi sia nemico: ché nel gorgo piombò di tal ia�ura, né piú del suo m'è noto il mio des�no. Altro non siam, lo vedo, che fantasime, tu� quan� viviamo, ed ombre vane. ATENA: Poi che l'intendi, mai non dir parola contro i Numi arrogante, e non alzare troppa superbia, se di forze superi e questo e quello, e di ricchezza grande. Un medesimo giorno, a�erra e suscita tu�e le cose dei mortali. E i Numi amano i saggi, e aborrono i malvagi. (Atena sparisce, Ulisse si allontana) Parodo:Il coro di marinai intona un canto pieno di angoscia pervia delle dicerie su Aiace e sullaignominiosa strage no�urna.Lo invita a confutarle e a mostrare la verità apertamente. Ma il dubbio lo a�anaglia, sebbene s�a comunque dalla parte di Aiace: se fosse vero, se egli fosse giunto a questo a�o sinistro, la responsabilità sarebbe certamente da a�ribuire a una divinità avversa. CANTO D'INGRESSO DEL CORO (I guerrieri compagni d'Aiace entrano e si aggruppano dinanzi alla tenda d'Aiace)
Di Telàmone figlio, che reggi Salamina, che siede sul mare ond'è cinta, se tu sei felice, io m'allegro: ma quando t'investe qualche colpo di Giove, o dei Dànai qualche trista calunnia, io mi turbo, tu�o trepido, come pupilla di pennuta colomba. Come ora, gran susurri all'orecchio ci giunsero d'uno sconcio compiuto la no�e che or ora è trascorsa: che, irrompendo sul piano ba�uto dai cavalli, l'armento e la preda, quanta ancor ne restava, dei Dànai, con la lucida spada tu avevi sterminata, distru�a. Susurri di calunnie cosí va fingendo, e all'orecchio di tu� li reca il figliuol di Laerte. Ed assai li convince quanto egli racconta, verisimile sembra. E chi ascolta, gode piú di chi parla, e l'ingiuria si compiace a scagliar�. Se volgi contro l'anime grandi la mira, non puoi colpo fallir: chi scagliasse contro me la medesima ingiuria, niun convinto farebbe: ché Invidia repe sol contro i grandi. Sebbene, senza i grandi, i piccini sarebbero baluardo ben debole: il piccolo si può reggere solo coi grandi, coi piccoli il grande. Ma possibil non è quan� d'essi sono stol�, convincere in tempo: da tal gente � viene l'oltraggio. E noi, nulla possiamo riba�ere, o Signor, senza te. Ma, se invece, il tuo viso vedranno, in tumulto fuggiran, come stormi d'uccelli: per �more del grande avvoltoio, se improvviso � mostri, ben presto resteranno, tremando, in silenzio. (I guerrieri si aggruppano tu� dintorno all'ara di Diòniso)
PRIMO CANTO INTORNO ALL'ARA CORO: Strofe prima Forse la figlia del Croníde, Artèmide la Tauropòlia - o trista Fama, origine della vergogna mia - te sopra i buoi della comune greggia spinse, o perché d'una vi�oria il premio fu conteso all'Iddia, o d'un'inclita spoglia, o d'una caccia di cervi? O il Dio cinto di bronzo, Eníalo � die' soccorso, e te ne colse oblio; e il no�urno or ne scon� obliquo fio?
An�strofe prima
Ed a terra una parte qui dentro ne scannò, giú pei fianchi divise in due par� quell'altre; e, leva� due montoni dai candidi piedi, miete all'uno la lingua e la testa, e le gi�a lontane; e quell'altro, ad una colonna lo lega diri�o; e una sferza da legare cavalli impugnata, l'addoppia e la fa sibilare sul suo corpo, avventando improperi che niuno degli uomini, che niuno gl'insegna dei Dèmoni. CORO: An�strofe seconda È tempo ch'io, celandomi nei panni il capo, a rapida fuga il mio pie' sospinga, e sopra l'agile banco seduto, remighi, lanci la nave sui gorghi del mar: tali minacce avventano su me gli Atrídi. Io trepido che con lui, posseduto da un des�no implacabile, so�o le pietre il fio debba scontar. TECMESSA: Non piú: ch'egli, a pari di Noto, quando folgor non brilla, desiste dalla furia; ed al senno tornato, nuova doglia or lo cruccia: ché i mali contemplare che a noi procacciammo noi medesimi, senza concorso d'altrui, grave doglia c'infligge. CORO: Cessato il morbo, tornerà fortuna. Meno del mal che lungi andò, si parla. (Cessa ogni evoluzione del Coro) TECMESSA: Quale fra i due, se scelta avessi, eleggere vorres�: avere tu gaudio, e gli amici doglia, o dei crucci loro esser partecipe? CORO: Men grave il mal che su due cade, o donna. TECMESSA: Or che il morbo cessò, siamo piú miseri. CORO: Che cosa vuoi tu dire? Io non t'intendo. TECMESSA: Quando invaso dal morbo era quel misero, del male in cui giaceva egli era lieto, e me crucciava, ch'ero in senno. Or, ch'ebbe tregua il suo morbo, e trae franco il respiro, egli fra tris� ambasce tu�o s'agita, e non meno di prima io sono oppressa. V'era un sol male: ed ora, non è duplice? CORO: Convengo teco; e temo che del Nume sia questo un colpo. E come no, se uscito egli è dal morbo, e pur non se ne allegra? TECMESSA: Sappi che tu�o è pur com'io � narro. CORO:
Come il male su lui l'ali ba�é? Narra, ché teco il dolor tuo si soffra. TECMESSA: Tu�o, poiché la sorte mia partecipi, saprai. Nel cuore della no�e, quando piú non ardean dal campo i fuochi, Aiace, stre�a la spada a doppio taglio, mosse ad una sua vana sor�ta. Ed io lo rampogno, e gli dico: «A che t'accingi, Aiace? E perché mai, se tu d'araldi non riceves� invito, e non udis� squillo di tromba, a uscir t'accingi? Adesso dorme tu�o l'esercito». Ed ei, brevi parole a me, le solite, rispose: «Donna, reca il tacer pregio alle donne». Io ben l'intesi, e tacqui. Ed ei, sole�o, fuor si lanciò. Né ciò che fuori ei fece dire � posso; ma tornò, recando lega� insieme, e tori, e selvaggina cornuta, e cani da pastore. E il capo troncava agli uni, e, il capo su levandone, sgozzava ques�, e in due squarciava, e, stre� gli altri nei ceppi, li sconciava, come uomini fossero; e infiería sui greggi. Fuor dalla tenda infin balzò, parole con un'ombra scambiò, contro gli Atrídi improperî scagliando, e contro Ulisse. E molto sghignazzò della vende�a grande compiuta contro loro. E poi, fu, con un balzo ancor, dentro la tenda; e, dopo lungo tempo, il senno a stento recuperò. E come vide piena di sterminio la tenda, alto gridò, si percosse la testa, e sopra i res� delle greggi sgozzate si gi�ò, e vi restò, ghermendosi i capelli, strappandoli con l'unghie. E quivi ste�e senza parola, lungo tempo. E, infine, a me lanciò terribili minacce, se tu�o quanto era seguíto, a lui non ridicessi; e in che frangen� or fosse anche chiedeva. Ed io, temendo, amici, per quanto fa�o aveva già, gli dissi tu�o ciò che sapevo. Ed egli, un ululo lu�uoso mandò súbito, quale mai dal suo labbro udito io non avevo: ché lagni tali, ei sempre reputò degni d'un uomo tristo e pusillanime; ma, senza mai levare acu� gemi�, con un muglio di toro ei si lagnava. In questa trista sorte ora giacendo, senza cibo egli sta, senza bevanda, là dove giacque, immoto in mezzo ai greggi che col ferro egli uccise. Ed è ben chiaro che qualche male egli vagheggia: tali le sue parole, e tali sono i gemi�. Amici, or voi, se lo potete, entrate e recate soccorso: a questo io giunsi. Gli amici come voi, parlando vincono.
Cedi, in nome dei Numi, e torna in te. AIACE: Ahi, me tapino, lasciai che di man mi sfuggissero gli empi, e sui cornigeri bovi piombando, e su l'agili greggi, il negro lor sangue versai. CORO: Per quanto fu, ché gemi? Alcuna via non c'è, che quanto fu, stato non sia. AIACE: An�strofe seconda O di Laerte figliuolo dai cento vol�, o di mali perpetuo strumento, dell'esercito sozzo volutabro, come godi! Che scherno è sul tuo labro! CORO: Riso e pianto a ciascun par�sce un Dio. AIACE: Lo intendo, pure a tal distre�a, anch'io. Ahi, ahi! CORO: Vedi a che sei? Non favellare altero. AIACE: Giove, an�chissimo padre degli avoli miei, deh, concesso mi sia quel sozzo furbo trafiggere, e insieme i due re, e dopo soccombere io stesso. TECMESSA: Se questo invochi, invoca anche per me la morte: a che vivrei, priva di te? AIACE: Strofe terza O tu mia luce, o tenebra, Erebo che per me sei fulgidissimo, ospite ricevetemi, ricevetemi, ch'io fissar non merito sovra i Celes� il ciglio, e non sugli uomini: tanto sono io disu�le. Ché la figlia pugnace di Giove, a vituperio vuole or distru�o Aiace. Di fuga quale via mi s'apre, o qual ricovero, se qui mi trovo in mezzo a tanto scempio, se preda son di selvaggia follia, se tu�o il campo e l'uno e l'altro re s'avventerà su me? TECMESSA: Misera me, quando parlare s'ode come pria d'or mai non parlava, un prode! AIACE: An�strofe terza O rumorosi trami� del mar, caverne e selve della spiaggia, lungo, ben lungo indugio io feci ad Ilio. Or tra�enermi, e ch'alito mi res�, piú non vi sarà possibile: ben può, chi vuole, intendermi. Dello Scamandro o rivi prossimi, che benevoli foste sempre agli Argivi, piú non vedrete - lode sarà la mia non piccola - un uomo tale, quale mai non videro
d'Ilio le gen� giunger dalle prode d'Ellade, al campo achivo. Or giaccio, spoglio d'onore, in tal cordoglio. CORO: Un freno impor� - in tanto duol piombas� - non posso; e pur convien ch'io � contras�. (Aiace si leva e si avanza sulla scena) AIACE: Ahi, ahi, chi mai creder potrà che tanto alle sciagure mie potesse il nome mio convenire? Ed ora, invece, due, tre volte far ne debbo lagno: in tan� mali mi trovo. Che salpò mio padre da questa terra Idèa, recando in patria coi piú eccelsi trofei gloria purissima; ed io, suo figlio, a questo suol medesimo giunto, che di valore a lui non cedo, che non men grandi opre compiei, perduto son fra gli Argivi, a fine d'ignominia. Eppure, ciò credo saper: se vivo dovesse Achille aggiudicare, in premio del valor, l'armi sue, nessuno, invece di me le avrebbe avute. Ora, gli Atrídi un uomo reo d'ogni empietà compiacquero, la virtú mia spregiarono. Ma se queste pupille mie, se questa mente di senno priva, dal disegno mio non mi sviava, contro niun degli uomini non darebbero piú giudizio iniquo. Ora, l'invi�a Dea figlia di Giove dal fiero sguardo, mi fiaccò, mentre io su lor lanciavo le mie mani, e un folle furore infuse in me, sí ch'io le mani su queste greggi insanguinassi. E ridono quelli di me, sfuggi� a mal mio grado. Ma se un Dio � persegue, anche il dappoco sfugge al piú forte. Ed ora, che farò? Ai Numi son palesemente in odio, degli Ellèni l'esercito m'esecra, e Troia tu�a e questo pian m'aborrono. Forse il campo naval, forse gli Atrídi lasciare debbo, e, navigando il pelago d'Ege, tornare alla mia patria? E al padre mio Telamóne, con che viso dunque mi mostrerò? Come potrebbe, ignudo vedermi dei trofei giungere, ond'egli gran serto ebbe di gloria? Oh, no, quest'onta pa�re, non saprò. Piomberò forse contro la rocca dei Troiani, solo io contro tu�, e, qualche insigne gesta compiuta, alfin soccomberò? No, troppa agli Atrídi cosí gioia darei: possibile non è. Qualche gran prova trovar conviene, ond'io possa al canuto padre mostrar, che, di lui nato, privo di coraggio io non sono. È turpe cosa che l'uom per cui non c'è scampo dai mali brami vivere a lungo. E qual dile�o gli arreca un giorno che ai suoi giorni aggiungasi,
Le sue parole approveres�, Aiace. AIACE: E lode grande avrà da me, quand'ella compia con pronto cuor quanto io le ingiungo. TECMESSA: T'obbedirò, dile�o Aiace, in tu�o. AIACE: Il mio figliuolo, ch'io lo veda, recami. TECMESSA: Io per �more allontanar lo feci. AIACE: In qual tristo momento? E che vuoi dire? TECMESSA: Che, scontrandosi in te, morto non fosse. AIACE: Degna era ben tal gesta del mio Dèmone. TECMESSA: Io tanto male a frastornar vegliai. AIACE: L'opera tua, la previggenza io lodo. TECMESSA: In quale altra potrei cosa giovar�? AIACE: Fa' ch'io lo veda qui, fa' ch'io gli parli. TECMESSA: Custodito qui presso è da famigli. AIACE: A che s'indugia ch'egli venga qui? TECMESSA: Figlio, il padre � chiama! - O dei domes�ci tu, che di lui cura � prendi, recalo. AIACE: Muove già forse? O udito ancor non t'ha? TECMESSA: Uno s'accosta dei famigli, vedilo. (Entra uno schiavo che conduce per mano Eurisace) AIACE: Dammelo, dallo qui: non rimarrà sbigo�to, a veder questa recente strage, se veramente è da me nato. E di suo padre nei costumi fieri educarlo convien subito, e d'indole pari alla sua. Piú fortunato, o figlio, sii tu del padre, e in tu�o il resto simile. Invidïare ora io � debbo in ciò: che nulla tu di ques� mali intendi. Soavissima cosa è nulla intendere, sinché gioire e sofferir s'apprenda; e quando a ciò tu sia giunto, ai nemici dei mostrare da che padre nasces�. Sino a quel punto, lievi aure � nutrano, il tuo spirito allieta, e di tua madre sii la delizia, E degli Achèi, nessuno, credo, sarà, che d'odïoso oltraggio t'offenda mai, sebben lungi sarò: tale a te lascio un vigile custode, che a protegger� ignavo non sarà, sebbene lungi, dei nemici a caccia, adesso muove. E a voi, guerrieri, a voi
questa grazia, nocchieri, insieme io chiedo, e la mia brama a lui partecipate: ch'egli il mio figlio alla mia casa rechi, e lo presen� a Telamóne, e a mia madre Eribèa, ché dei loro anni tardi il custode ei divenga, insin che scendano giú negli anfra� dell'inferno Dèmone. E l'armi mie, né giudici d'agone, né quei che m'insozzò, sia che le pongano mèta di gara fra gli Achei. Ma tu, per la salda ansa, o mio figliuolo Eurísace, l'infrangibile scudo a se�e piastre onde hai tu nome, afferra, impugna; e siano con me sepolte l'altre armi. Su via, questo fanciullo accogli presto, e chiudi la tenda; e fuori, a lagrimare, qui non rimanere: di querele, troppo sono vaghe le donne. Or, chiudi in fre�a. Pianger non si conviene al savio medico sopra un mal che bisogno abbia di taglio. CORO: Questa tua brama ascolto e temo: questo tuo tagliente parlar, poco m'affida. TECMESSA: Che volgi nel pensiero, Aiace re? AIACE: Non chieder, non cercar: discreta sii. TECMESSA: Ahi, che mi trema il cuor! Non ci tradire! Pel figlio tuo, pei Numi te ne supplico. AIACE: Troppo mi crucci. Non sai tu che ai Numi io piú non debbo riverenza alcuna? TECMESSA: Empietà, dici. AIACE: A chi t'ascolta volgi�. TECMESSA: Convincer non � vuoi? AIACE: Troppo tu cianci. TECMESSA: Io temo, o re. AIACE: Su via, chiudete in fre�a. TECMESSA: Pièga�, per gli Dei! AIACE: Parli da stolta, se pensi ora educare i miei costumi. (Aiace rientra nella tenda, che torna a chiudersi)
SECONDO CANTO INTORNO ALL'ARA CORO: Strofe prima Flagellata dai flu�, beata sorgi, o Salamina, o celebre, fra lo stupor di tu�. Ma lungo tempo volse già ch'io scesi sui campi d'Ida, e state e verno, o misero,
quest'arma piú d'ogni altra infesta a me, dove nessun la vegga, asconderò. La serbino so�erra Ade e la no�e. Ché mai, dal giorno che l'offerse a me E�ore, dei nemici il piú feroce, nulla di buono dagli Achei piú m'ebbi: è vero pur, l'adagio an�co: doni non sono i doni dei nemici, ed u�le recar non sanno. E d'ora innanzi, dunque, ceder sapremo ai Numi, apprenderemo a rispe�ar gli Atrídi: essi comandano, e chinarsi bisogna. E come no? Le forze piú tremende, anch'esse cedono al potere piú grande. Il verno cede, ricoperto ai neve, alla pomifera estate: l'orbe della no�e oscuro s'allontana, perché del giorno brillino i candidi cavalli: il soffio placa dei fieri ven� il pelago che mugghia; e il sonno onnipossente, e lega e scioglie, né sempre stringe la sua preda. E noi apprender non dovrem, dunque, a far senno? Io sí: che appresi or or che l'inimico odïare convien, come se amarci nuovamente potesse; e cosí voglio con l'amico operar: giovargli come se non dovesse amico essermi ognora: ché malsicuro è d'amicizia il porto per il piú dei mortali. E tu�o ciò andrà pel meglio. E tu rientra, o donna, e prega i Numi ch'abbia esito intero ciò che brama il cuor mio. Compagni, e voi, al pari di costei, le mie preghiere esaudite; e a Teucro, allor che giunga, significate che si prenda cura di voi, che cuore abbia per voi benevolo: ch'io là mi reco, dove ire conviene. Fate ciò che vi dico; e presto salvo me saprete, per quanto ora son misero. (Esce. Tecmessa rientra nella tenda)
TERZO CANTO INTORNO ALL'ARA CORO: Strofe Fremo di gaudio, pel giubilo mi spicco a vol per l'ètra. Oh Pane, a questa spiaggia, oh Pane, oh Pane, lancia� giú da l'aerea pietra del Cillène cosperso di neve. O re, fra i Numi artefice di balli, le spontanee danze di Nisa e Cnosso or meco intreccia lieve, ché di danze ora son cupido. E su l'Icario pelago giungi, di Delo re, nel tuo fulgore móstra�, e resta, ognor benevolo, con me.
An�strofe Area il morbo terribile or gli sviò dagli occhi. Evviva, evviva! E candida, o Giove, ora la luce alma del sol trabocchi su le navi che solcano i flu�,
poi che Aiace, dimen�co d'ogni pena, dei Superi adesso gli adorabili decre� osserva tu�. Lungo tempo tu�o pèrmuta; e nulla io piú negare saprei, se Aiace vidi, contro ogni speme, il cruccio obliare, e il furor contro gli Atrídi. (Dal campo dei Greci arriva un araldo) ARALDO: Questa novella io vo' prima recarvi, amici: or ora, dalle Misie rupi tornato è Teucro, ed alle tende presso dei duci giunto, dagli Achivi tu� è coperto d'insul�. Appena l'ebbero conosciuto da lungi, a lui si fecero tu� d'a�orno; e niun fu che d'oltraggi, chi di qua, chi di là, non lo ba�esse; e fratello del pazzo lo chiamavano, che all'esercito avea tesa l'insidia, sí che sfuggire non potrebbe a morte, disfa�o dalle pietre. E al punto giunsero, che, tra�e fuor dalla guaina, in pugno stringevano le spade. Ed ebbe fine la rissa, che agli estremi era omai giunta, pel conciliante favellar dei vecchi. Ma dov'è Aiace, ch'io gli dica tu�o? Ché tu�o riferir bisogna ai principi. CORO: Dentro non è, da poco è uscito: a nuovi costumi egli aggiogò nuovi proposi�. ARALDO: Ahimè, ahimè! Chi m'inviava a tal messaggio, tardi m'inviò troppo; o troppo lento io fui. CORO: Come lo zelo tuo venne in dife�o? ARALDO: Teucro vietò che dalla tenda uscisse, prima che giunto egli qui fosse, Aiace. CORO: Uscito è pure, ad o�mo consiglio rivolto, per placar l'ira dei Numi. ARALDO: Piene son di follia queste parole, se pur Calcante sa quel che predice. CORO: Che predice? Che sa di tal vicenda? ARALDO: Io tanto so: ché mi trovai presente. Dal consesso dei principi e dal cerchio surto Calcante, solo egli, discorde dagli Atridi, la mano a Teucro offerse benevolmente, e disse, ed insisté che in questo giorno ad ogni modo Aiace tra�enere dovesse entro la tenda, e non lasciarlo uscir, se pur volesse vivo vederlo ancor: ché questo giorno solo, d'Atèna l'ira ancor l'incalza. Disse cosí. Ché gli orgogliosi, disse, i vantatori, cadono pei colpi
Assistetemi, amici, in tal ia�ura. Poi provvedete che s'affre� Teucro. Ed alle spiagge voi d'occaso, e voi movete a quelle d'orïente, e Aiace cercate ove n'andò, con tristo auspicio: ch'ora ben vedo ch'egli m'ingannò, che fui bandita dall'an�ca grazia. Figlio, ahimè, che farò? Restar non posso. Andrò, finché mi valgano le forze, anche io colà. Affre�amoci, andiamo: non è momento da sostare, questo. CORO: Io sono pronto, e non solo a parole: seguiranno veloci il piede e l'opera. (Tecmessa esce in furia. I corifei si dividono in due gruppi, e si allontanano dalle due parodoi, lasciando vuota l'orchestra. Qui interviene un cambiamento di scena, e si vede un luogo appartato e solitario in riva al mare)
(Aiace entra, e va a piantare la sua spada in terra, fra i cespugli. Poi torna sul davan� della scena) AIACE: Sito è il ministro di mia morte, in guisa tale, da rïuscir, chi ben consideri, quanto si può micidïale. È dono d'E�ore, infesto a me fra tu� gli ospi�, odïoso a vedere; ed è confi�o nell'inimico suolo della Tròade, ed affilato or ora con la cote voratrice del ferro; e lo confissi con cura assai, ché riuscir benevolo a quest'uomo dovesse, e una sollecita morte accordargli. Pronto io sono dunque. Ed ora, o Giove, tu per primo assis�mi, come è pur giusto: un dono io da te bramo, non grande: un qualche messaggero invia, che la trista novella a Teucro rechi, perché, quando io, su questo ferro intriso di fresco sangue sia caduto, primo ei mi raccolga, e dei nemici alcuno pria non mi vegga, e ai cani ed agli augelli preda mi gi�: io ciò � chiedo, o Giove. E invoco insieme Ermète so�erraneo, guidatore dell'anime, che me dolcemente sopisca, e senza spasimi, con lieve balzo, allor ch'io frangerò il fianco mio con questa spada. Invoco a mia venae�a anche l'Erinni, vergini sempre, che sempre dei mortali scorgono le pene, pie' veloci, venerabili, perché vedan come io, misero, muoio per colpa degli Atrídi, e quei malvagi precipi�no all'ul�ma rovina, come ora io son caduto. Orsú, veloci vendicatrici Erinni, ora lanciatevi, risparmiato da voi non sia l'esercito. E tu, che per il ciel sublime spingi, Sole, il tuo carro, allor che la mia terra patria vedrai, ra�eni l'auree briglie,
e la mia sorte e il tristo fine annunzia al vecchio padre, all'infelice madre. Misera, allor che questa nuova udrà, tu�a empierà la rocca d'un grande ululo. Ma versar vane lagrime, a che giova? Compier conviene, e senza indugio, l'opera. O Morte, o Morte, giungi adesso, e guardami, sebben anche laggiú potrò parlar�. Ed a te la parola volgo, o lucido raggio del giorno, auriga Sole, a te, l'ul�ma volta, e piú mai non potrò. O luce, o sacro suol di Salamina, della terra paterna, o focolare dei miei maggiori, e tu, famosa Atene, o consanguinea s�rpe, a voi mi volgo, o fon�, o fiumi, o voi, troiani campi, che mi nutriste: ora salvete: a voi questa ul�ma parola Aiace volge. Il resto, lo dirò giú nell'Averno. (Torna ai cespugli del fondo e si gi�a sulla spada)
(Rientra in orchestra il primo semicoro) SEMICORO A: Pena a pena s'aggiunge, ognor piú grave. Dove mai, dove stato non son io? E luogo alcuno esperto non è che quanto io cerco abbia scoperto. Zi�o, zi�o, ché udire mi sembra un calpes�o.
(Entra il secondo semicoro) SEMICORO B: Siamo i compagni della vostra nave. SEMICORO A: Ebbene, ebbene? SEMICORO B: Tu� ho ba�u� i vesper�ni lidi. SEMICORO A: Ed hai trovato? SEMICORO B: Di fa�ca gran copia; e nulla vidi. SEMICORO A: E neppur su la via ch'esposta giace ai rai del sole, abbiam veduto Aiace. (I due semicori sono arriva� in mezzo all'orchestra e si ricongiungono) CORO: Strofe Qual degli uomini, dunque, che sul pelago, dietro alla preda, insonni si travagliano, quale d'Olimpo Dea, qual fiume al Bosforo volgente, sarà mai che ci significhi dov'è quel crudo? È strano che con prospero corso io non possa aggiungere un uomo infermo e stanco, io che m'a�risto fra lunghe pene, e pur non l'abbia visto. (Si ode il grido lontano di Tecmessa) TECMESSA: Ahimè, ahimè! CORO: Qual grido uscí dalla macchia vicina? TECMESSA: