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Latino, scuole superiori, appunti discorsivi su Sofocle (Aiace)
Tipologia: Appunti
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L’Aiace è la più antica tra le tragedie di Sofocle. È considerata la più vicina al teatro Eschilo tra le tragedie di Sofocle, quindi è più antica e vicina al predecessore di Sofocle al genere tragico. Poi ci sono altri riferimenti, come ad esempio in sentimento antispartano nei personaggi che fa collocare la tragedia precedente il 446, poichè nel 446 fu conclusa una pace tra Atene e Sparta. Quindi esprime pubblicamente un sentimento antispartano di fronte al teatro e ciò è parso improbabile ai critici. Qual è l’argomento della tragedia? Vengono messe in scena prima la follia e successivamente il suicidio di Aiace Telamonio, figlio di Telamone (sono due gli Aiaci presenti nell’Iliade tra gli eroi Achei, in questo caso si parla di lui). Da cosa nasce il dramma? Nasce dalla mancata concessione all’eroe delle armi di Achille. Achille e Aiace erano cugini, ma Aiace ritenendosi privilegiato si concesse le armi del defunto Achille e andò incontro ad una delusione in cui gli Attridi (Menelao e Agamennone, ai vertici dell’esercito Acheo) la concessero ad Odisseo. Aiace venne reso folle da Atena (che è dalla parte di Odisseo e degli Attridi) e egli fa strage di bestiame a causa della dea. Perché? Perché era convinto di uccidere i soldati greci. Quando Aiace tornó in se, riacquistando il senno, si rese conto di ciò che aveva fatto e temendo lo scherno dei nemici (ossessione degli eroi Iliadici) decise di uccidersi. Attuò il suicidio sulla spiaggia, gettandosi nella sua spada. Il cadavere venne scoperto da Tecmessa (la sua concubina) e dai marinai (che costituiscono il coro). Il coro dei marinai lamenta la crudeltà degli dei. Teucro, fratellastro di Aiace, avrebbe voluto seppellirlo, ma gli Attridi si opposero sino a quando giunse Odisseo, che con parole sagge e misurate sulla caducità e fragilità umana ottenne la concessione della sepoltura. Già sentendo la trama ci si rende conto della caratteristica particolare: Aiace è vivo per metà circa del dramma e dopo la sua morte la tragedia non è conclusa, ma continua con la discussione in merito alla sua sepoltura. La morte di Aiace dovrebbe essere l’atto culminante, ma non coincide con la conclusione della tragedia. Questo fatto induce a definire la tragedia secondo un modello diffuso nella DRAMMATURGIA SOFOCLEA, ovvero una tragedia a TITTICO= TRAGEDIA COMPOSTA DA DUE QUADRI. In questo caso abbiamo un quadro in vita e un quadro in morte. Per alcuni critici questo fatto costituirebbe una mancanza di unità e toglierebbe compattezza alla tragedia, ma in realtà così non è, poiché Aiace appartiene ad un mondo di valori eroici in cui la questione della sepoltura è altrettanto importante come le azioni in vita dell’eroe. Perché? Poiché la sepoltura, una sepoltura degna, assicura quell’oggettivo riconoscimento dello statuto eroico di Aiace. Privarlo di una sepoltura sarebbe negargli la statura di eroe. Siamo ancora per certi versi nella piena cultura della vergogna nella mentalità di Aiace, quindi serve la consacrazione ufficiale, che possa restituire l’immagine di Aiace al suo mondo e sanare la frattura che c’era stata tra Aiace e gli altri eroi. Nonostante l’importanza di questo tema il significato più importante dell’Aiace non è la celebrazione di valori epico eroici, non c’è un finale che abbia una solennità epica, ma sono altri gli elementi a cui Sofocle ha voluto
dare rilievo e questo codice eroico viene completamente rivisionato e portato ad un’etica del tutto umana. Il tema non è neanche l’hybris di Aiace, come qualcuno ha pensato, ma Sofocle non ragiona in termini eschilei. È vero che Aiace ha ecceduto in prepotenza e presunzione, nel momento sopratutto in cui dalla partenza da Troia aveva rivendicato per se la gloria personale frutto della suo solo valore, che invece era anche frutto dell’aiuto degli dei (ma è un motivo appena accennato nella tragedia). A Sofocle invece interessa sopratutto rappresentare un eroe reso improvvisamente fragilissimo con lo sviamento della mente indotto da Atena e un eroe che prende atto quando torna in se della propria fragilità e ne è travolto. Gli dei, in questo caso Atena, non appaiono garanti di Giustizia come in Eschilo e sono dei che limitano l’azione dell’uomo, sembrano fare proprio il contrario. Vogliono far apparire l’uomo in una condizione di precarietà e incertezza. Aiace dopo il ritorno del sennò non si sente felice, perché si sente oppressò dal potere degli dei e di conseguenza c’è la percezione di una solitudine irreversibile. Questo è l’aspetto più sofocleo di questo dramma. L’uomo rappresentato come essere effimero, esposto al flusso del tempo e fragile ed è questo che distingue l’uomo dagli dei. L’uomo è fragile e solo. In questa prospettiva acquista significato l’interpretazione originale di Sofocle di Odisseo. Odisseo è diverso rispetto alla tradizione, con pietas e con molta solidarietà e riflessione sul destino umano. COMMENTO AIACE 1 commento La tragedia greca è lo specchio della nostra impotenza dinanzi alla realtà, dell’inadeguatezza dei nostri sensi a interpretarla, dell’ineffabile dignità del dolore dell’uomo ribellatosi al vero. Ma è forse da ritenersi anche, soprattutto in Sofocle, espressione radicale della sofferenza, a cui gli uomini dai sensi eccezionali sono per necessità sottoposti, e quindi dell’incomparabile solitudine e dell’inevitabile infermità cui soggiace chi non solo vive la vita ma la pensa. Pensare di vivere vuol dire sottrarsi alla meccanica basilare per cui ogni essere è risposta bastante a se stesso, mondo chiuso e autosufficiente. Pur ponendo gli dèi a fondamento delle emozioni, i Greci avevano ben chiara l’idea di un uomo composito, fatto cioè di pezzi razionali e non razionali, di correnti discordi che animano i suoi dissidi interiori e le sue tumultuose contraddizioni; proprio per questo raramente è semplice stabilire quanta parte l’azione divina abbia all’interno del conflitto inconciliabile che dilania un protagonista tragico. Gli eroi possiedono una psicologia, anche se celata dietro il fondamentale ethos. Se l’Oreste eschileo può appellarsi ad Atena per far tacere i propri demoni, trovando piena giustificazione all’uccisione della propria madre, Penteo è irritato e al contempo attratto da ciò che lo porterà alla rovina: esiste davvero il libero arbitrio? Non sono piuttosto i nostri pezzi a renderci schiavi? Possiamo davvero in ogni caso attuare il bene oppure -come afferma Fedra- pur conoscendolo non siamo dotati della fermezza necessaria a compierlo? Conoscere significa soffrire, soffrire significa non vivere; la conoscenza pertanto esclude di fatto la vita, e quando si conosce si desidera la propria unità, la propria assolutezza, si diventa meno dinamici, in un certo senso meno umili. Una persona normale è chi può non pensare a questa nostra frammentarietà, dando per scontata la propria incostanza; l’eroe tragico vede invece troppo lontano per concepire una vita scevra da dubbi e desidera raggiungere un’interezza, un’unità, un completamento. Non c’è via di mezzo tra vivere soffrendo e vivere a metà, e la morte è la sola strada per chi non accetta di vivere di compromessi con la realtà.