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Il suicidio di Aiace - Sofocle, Schemi e mappe concettuali di Greco

Il suicidio dell'eroe Aiace, che conficca la sua spada in terra con la punta rivolta verso l’alto. Aiace invoca gli dei per avere qualcuno che lo assista e chiede una morte rapida. Il suicidio diventa il modo grazie al quale il Telamonio torna ad essere eughenes. L'eroe ha una meticolosa attenzione nei confronti della sua morte e dei preparativi ad essa. L'invocazione alla morte è patetica ed egli la considera ormai vicina e quasi compagna.

Tipologia: Schemi e mappe concettuali

2020/2021

In vendita dal 19/03/2023

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giulia0039090 🇮🇹

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IL SUICIDIO DI AIACE
Aiace conficca la sua spada in terra con la punta rivolta verso l’alto. Guarda l’arma che dovrà trafiggerlo ed innalza
una preghiera agli dei per avere qualcuno che lo assista. Chiede a Zeus di inviare, dopo la sua morte, un messo a
Teucro per raccogliere il suo corpo prima di diventare una preda.
Supplica poi Hermes, perchè gli conceda una morte rapida, e le Erinni, poichè colpiscano l’esercito degli Atridi. Ad
Helios chiede di recare la notizia della sua morte ai suoi genitori a cui andrà l’ultimo pensiero.
LA CIVILTÀ DELLA VERGOGNA:
Il suicidio è per l’eroe una scelta obbligata, priva di alternative. Egli rifiuta la vita perchè non ha più senso dopo la
perdita del suo onore. Si tratta di una riproposizione della civiltà della vergogna, il suicidio diventa il modo grazie al
quale il Telamonio torna ad essere eughenes.
I PREPARATIVI:
L’eore ha una meticolosa attenzione nei confronti della sua morte e dei preparativi ad essa, osservando
La spada con fascino malefico.
Gli dei sono invocati come esecutori testamentari, senza toni mistici.
No riferimento ad Atena.
Aspre espressioni di odio per gli Atridi.
Sole: deve portare ai genitori la notizia della sua morte.
Telamone viene definito vecchio padre, mentre della madre si ascoltano acuti gemiti.
No riferimenti al figlio.
INVOCAZIONE ALLA MORTE:
È patetica ed egli la considera ormai vicina e quasi compagna. Seguono le invocazioni alla luce del sole, alla sacra
terra natìa,a fonti e fiumi, ai campi di Troia: l’eroe appare riconciliato con i luoghi che avevano visto le sue
sofferenze di combattimenti.
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IL SUICIDIO DI AIACE

Aiace conficca la sua spada in terra con la punta rivolta verso l’alto. Guarda l’arma che dovrà trafiggerlo ed innalza una preghiera agli dei per avere qualcuno che lo assista. Chiede a Zeus di inviare, dopo la sua morte, un messo a Teucro per raccogliere il suo corpo prima di diventare una preda. Supplica poi Hermes, perchè gli conceda una morte rapida, e le Erinni, poichè colpiscano l’esercito degli Atridi. Ad Helios chiede di recare la notizia della sua morte ai suoi genitori a cui andrà l’ultimo pensiero. LA CIVILTÀ DELLA VERGOGNA: Il suicidio è per l’eroe una scelta obbligata, priva di alternative. Egli rifiuta la vita perchè non ha più senso dopo la perdita del suo onore. Si tratta di una riproposizione della civiltà della vergogna, il suicidio diventa il modo grazie al quale il Telamonio torna ad essere eughenes. I PREPARATIVI: L’eore ha una meticolosa attenzione nei confronti della sua morte e dei preparativi ad essa, osservando La spada con fascino malefico. Gli dei sono invocati come esecutori testamentari, senza toni mistici. No riferimento ad Atena. Aspre espressioni di odio per gli Atridi. Sole: deve portare ai genitori la notizia della sua morte. Telamone viene definito vecchio padre, mentre della madre si ascoltano acuti gemiti. No riferimenti al figlio. INVOCAZIONE ALLA MORTE: È patetica ed egli la considera ormai vicina e quasi compagna. Seguono le invocazioni alla luce del sole, alla sacra terra natìa,a fonti e fiumi, ai campi di Troia: l’eroe appare riconciliato con i luoghi che avevano visto le sue sofferenze di combattimenti.

PERSONALITÀ DI AIACE:

Convinto di aver arrecato grave disonore a se stesso e alla propria famiglia, Aiace trova nell'autosomministrazione della morte l'unica soluzione per l'espiazione dell'imperdonabile peccato di tracotanza. Sicuramente la lunga rhesis ha la funzione di attutire il sentimento di paura che l'eroe prova all'idea di infliggersi una tale punizione, tensione che addirittura sfoga sulla figura dell'ormai defunto Ettore, che, in onore al nobile ideale greco del ξενία, gli aveva porto in dono una spada, la stessa che si fa carico di porre fine alla vita di Aiace. Una vile azione, quella di definire Ettore il più odioso degli ξένοι, essendo Aiace medesimo la causa della sua stessa condanna a morte. Tuttavia uno slancio positivista si evince dalla speranzosa frase "affinché mi sia benigna", con la quale dimostra di aver ricordato la causa motrice di questa scelta ma soprattutto la risultante finale: il risanamento del κλέος familiare e personale. Nonostante riconosca, con la scelta stessa del suicidio, di essersi guadagnato lo sguardo alienante della società che per sempre lo avrebbe classificato come nemico pubblico, Aiace supplica Zeus affinché la sua dignità di uomo non venga usurpata dopo la morte abbandonando il suo cadavere in pasto a cani e uccelli, destino assegnato a chi come lui si era meritato un analogo appellativo sociale. La sua paura di una brutta morte continua a manifestarsi in un crescendo; Aiace prega Ermes per una morte serena: qui si rintraccia un disperato tentativo di recuperare la morale eroica, avvicinandosi quanto più possibile alla morte bella, quella sul campo di guerra che avrebbe conferito all'eroe caduto una gloria smisurata, premio che Aiace si è strappare con le proprie mani. Infine la sua esplosione emotiva culmina nella maledizione agli Atridi, piuttosto ingiustificata, essendo stato degli stesso con una reazione spropositata alla secondo lui erronea suddivisione delle armi di Achille, a cadere nel peccato. La rhesis culmina nella patetica invocazione alla morte e nell'ultimo saluto ai luoghi della sua vita. Prevale qui il senso del dovere, lo stesso che lo aveva portato su quel lido e gli aveva fatto conficcare la spada al suolo con la punta rivolta al cielo: è ora di compiere l'atroce gesto, che condensa il se la drammaticità della tragedia, simboleggiando lo scontro tra individuo e divinità, tra individuo e gruppo, tra volontà e dovere, in cui però l'uomo come singolo risulta sempre destinato a essere travolto.