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Analisi Giornata di uno scrutatore di Italo Calvino, Appunti di Letteratura Contemporanea

Analisi del romanzo Giornata di uno scrutatore di Italo Calvino, tratta dal corso di Letteratura italiana contemporanea della prof.ssa Manetti

Tipologia: Appunti

2018/2019

Caricato il 29/05/2019

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Italo Calvino
Al tempo in cui ha scritto c'era ancora il problema del romanzo della resistenza, si vedeva già come
un imperativo il fatto di parlarne. Per non risultare banale, decide di rappresentare la resistenza dal
punto di vista estraniato e marginale di un bambino. Il suo primo lettore, Pavese, ne ha promosso la
pubblicazione presso Einaudi aveva colto fin da subito questo suo escamotage. Il sentiero dei nidi
di ragno è visto dal punto di vista di Pin, un bambino ligure e orfano. Troppo piccolo per essere
preso sul serio dal mondo degli adulti ma troppo grande mentalmente per stare con i piccoli. Il suo
è visto come romanzo picaresco e fiaba. Francesca serra ha scritto una monografia su Calvino e ha
individuato in questo romanzo le funzioni della fiaba individuate da Propp.
Dallo sguardo di Pin, Calvino offre un’immagine antiretorica dei partigiani e questo bambino nutre,
nei confronti della guerra e del sesso, una repulsione (ispirata da un'iniziale paura verso questi due
aspetti). Pin oppone il suo sogno egressivo del luogo magico e incantato dove si rifugia e alla fine
ritrova il Cugino. Grazie a questo protagonista bambino, Calvino aggira e risolve i due problemi
che lo preoccupavano: fornire un'immagine retorica della resistenza dell'eroe positivo e della netta
distinzione tra buoni e cattivi e riesce, attraverso il personaggio di Pin, a rappresentare se stesso, la
propria esperienza della guerra partigiana senza mettersi in scena in prima persona.
Il punto di vista di pin non coincide con quello di Calvino ma è il rapporto che il giovane Calvino
aveva avuto con la resistenza partigiana: rapporto di adesione ma anche di disagio, perché è stato
catapultato in una nuova dimensione in cui il giovane intellettuale entra in contatto con persone di
diversa estrazione sociale da lui. In questo punto Calvino riflette su uno dei problemi della
narrazione neorealista: da che punto di vista narrare? Egli evidenzia, nel 1964, un nodo che lo
aveva tenuto imbottigliato tra anni 50 e 60: il rapporto tra la sua autobiografia e la Storia.
Questo problema di ordine generale rimanda ad un elemento di ordine soggettivo: come conciliare
l'esperienza oggettiva con il suo punto di vista soggettivo? Nel sentiero dei nidi di ragno scarta la
soluzione che avevano adottato Pavese e Vittorini (l'io dell'autore è fortemente indicato) ma anche
la soluzione dei primi racconti partigiani (assoluta oggettività). Questa scelta di un punto di vista
marginale, di scorcio, permette a Calvino di dare una forma letteraria e di personaggio a quello che
era stato il suo dilemma come di altri scrittori neorealisti: rappresentare oggettivamente un rapporto
personale che si era instaurato tra l'io dell'autore e la realtà della guerra partigiana. Questa scelta,
che è felice ed è stata immediatamente riconosciuta, comportava altri problemi: tutta la componente
adulta che aveva chiamato in causa la guerra partigiana rimaneva fuori dal testo. Avendo un punto
di vista di un bambino, non si poteva conciliare la valorizzazione degli aspetti della guerra, le
motivazioni storiche da cui era nata la guerra partigiana e il motivo per cui migliaia di giovani
avevano deciso di prendere le armi, le aspettative sociali e politiche. Calvino non vuole rinunciare
a questo aspetto della sua esperienza, e introduce un capitolo (che gli è stato aspramente
rimproverato) che non c'entra assolutamente con la storia ed i personaggi. È collocato al centro del
romanzo e mette in scena un personaggio che compare dal nulla solo qui, completamente slegato
dalla narrazione. Compare con l'unico scopo di dar voce alle istanze politico ideologiche e alla
riflessione sul corso della storia. Questo personaggio è il commissario Kim, giovane militante
comunista e studente di psichiatria, commissario politico della brigata partigiana che compare per
fare un sopralluogo e un sommario processo al capo della brigata che aveva causato
involontariamente un incendio. Calvino dice che il valore delle scelte individuali è deciso dalla
storia. Calvino mette al centro del romanzo un rapporto problematico del soggetto con il corso della
storia. Questo problema si traduce nel rapporto tra la componente autobiografico soggettiva della
narrazione e quella realistico oggettiva della narrazione.
Il sentiero dei nidi di ragno prefigura quello che negli anni successivi sarà l'esito di questo nodo
problematico: non sarà (come credeva) il traguardo serenamente raggiunto di una narrazione
oggettiva, ma per tutti gli anni 50 si tradurrà in una specie di schizofrenia poetica tra la ricerca
frustrata e incessante del grande romanzo realista e la progressiva e sofferta accentuazione
dell'elemento fantastico-fiabesco già presente in questo romanzo. Nel percorso di Calvino, che
presenta molti punti di rottura e discontinuità, gli anni 50-60 rappresentano una frattura più forte
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Italo Calvino

Al tempo in cui ha scritto c'era ancora il problema del romanzo della resistenza, si vedeva già come un imperativo il fatto di parlarne. Per non risultare banale, decide di rappresentare la resistenza dal punto di vista estraniato e marginale di un bambino. Il suo primo lettore, Pavese, ne ha promosso la pubblicazione presso Einaudi aveva colto fin da subito questo suo escamotage. Il sentiero dei nidi di ragno è visto dal punto di vista di Pin, un bambino ligure e orfano. Troppo piccolo per essere preso sul serio dal mondo degli adulti ma troppo grande mentalmente per stare con i piccoli. Il suo è visto come romanzo picaresco e fiaba. Francesca serra ha scritto una monografia su Calvino e ha individuato in questo romanzo le funzioni della fiaba individuate da Propp. Dallo sguardo di Pin, Calvino offre un’immagine antiretorica dei partigiani e questo bambino nutre, nei confronti della guerra e del sesso, una repulsione (ispirata da un'iniziale paura verso questi due aspetti). Pin oppone il suo sogno egressivo del luogo magico e incantato dove si rifugia e alla fine ritrova il Cugino. Grazie a questo protagonista bambino, Calvino aggira e risolve i due problemi che lo preoccupavano: fornire un'immagine retorica della resistenza dell'eroe positivo e della netta distinzione tra buoni e cattivi e riesce, attraverso il personaggio di Pin, a rappresentare se stesso, la propria esperienza della guerra partigiana senza mettersi in scena in prima persona.

Il punto di vista di pin non coincide con quello di Calvino ma è il rapporto che il giovane Calvino aveva avuto con la resistenza partigiana: rapporto di adesione ma anche di disagio, perché è stato catapultato in una nuova dimensione in cui il giovane intellettuale entra in contatto con persone di diversa estrazione sociale da lui. In questo punto Calvino riflette su uno dei problemi della narrazione neorealista: da che punto di vista narrare? Egli evidenzia, nel 1964, un nodo che lo aveva tenuto imbottigliato tra anni 50 e 60: il rapporto tra la sua autobiografia e la Storia. Questo problema di ordine generale rimanda ad un elemento di ordine soggettivo: come conciliare l'esperienza oggettiva con il suo punto di vista soggettivo? Nel sentiero dei nidi di ragno scarta la soluzione che avevano adottato Pavese e Vittorini (l'io dell'autore è fortemente indicato) ma anche la soluzione dei primi racconti partigiani (assoluta oggettività). Questa scelta di un punto di vista marginale, di scorcio, permette a Calvino di dare una forma letteraria e di personaggio a quello che era stato il suo dilemma come di altri scrittori neorealisti: rappresentare oggettivamente un rapporto personale che si era instaurato tra l'io dell'autore e la realtà della guerra partigiana. Questa scelta, che è felice ed è stata immediatamente riconosciuta, comportava altri problemi: tutta la componente adulta che aveva chiamato in causa la guerra partigiana rimaneva fuori dal testo. Avendo un punto di vista di un bambino, non si poteva conciliare la valorizzazione degli aspetti della guerra, le motivazioni storiche da cui era nata la guerra partigiana e il motivo per cui migliaia di giovani avevano deciso di prendere le armi, le aspettative sociali e politiche. Calvino non vuole rinunciare a questo aspetto della sua esperienza, e introduce un capitolo (che gli è stato aspramente rimproverato) che non c'entra assolutamente con la storia ed i personaggi. È collocato al centro del romanzo e mette in scena un personaggio che compare dal nulla solo qui, completamente slegato dalla narrazione. Compare con l'unico scopo di dar voce alle istanze politico ideologiche e alla riflessione sul corso della storia. Questo personaggio è il commissario Kim, giovane militante comunista e studente di psichiatria, commissario politico della brigata partigiana che compare per fare un sopralluogo e un sommario processo al capo della brigata che aveva causato involontariamente un incendio. Calvino dice che il valore delle scelte individuali è deciso dalla storia. Calvino mette al centro del romanzo un rapporto problematico del soggetto con il corso della storia. Questo problema si traduce nel rapporto tra la componente autobiografico soggettiva della narrazione e quella realistico oggettiva della narrazione. Il sentiero dei nidi di ragno prefigura quello che negli anni successivi sarà l'esito di questo nodo problematico: non sarà (come credeva) il traguardo serenamente raggiunto di una narrazione oggettiva, ma per tutti gli anni 50 si tradurrà in una specie di schizofrenia poetica tra la ricerca frustrata e incessante del grande romanzo realista e la progressiva e sofferta accentuazione dell'elemento fantastico-fiabesco già presente in questo romanzo. Nel percorso di Calvino, che presenta molti punti di rottura e discontinuità, gli anni 50-60 rappresentano una frattura più forte

delle altre, sia sul piano storico biografico sia su quello della riflessione teorica sia sugli esitil letterari di questa riflessione. In questo periodo l'investimento che Calvino aveva fatto sulla letteratura come strumento per conoscere il mondo e per rappresentare fedelmente la realtà e conoscerka, entra in crisi e lo costringe a rivedere il rapporto tra il soggetto e la realtà e gli strumenti operatvi con cu questo oggetto cerca di venire a capo della realtà. N questo periodo si colloca La giornata d'uno scrutatore : sul piano letterario, il primo evento di rilievo è la rinuncia al grande romanzo realistico rispecchiante i problemi della società Italiana che cerca di scrivere per tutti gli anni 50 ma che non riesce a fare. Dopo l'esordio felicissimo dei sentieri e dopo la raccolta di racconti di ambientazione partigiana, Ultimo viene il corvo (1949), Calvino sperimenta una serie di tentativi di tornare alla misura del romanzo e di comporre un grande affresco sociale della realtà Italiana contemporanea e in particolare di quella industriale e operaia. Dopo la guerra lascia sanremo e si trasferisce a Torino. Anche questo dato meramente biografico ha un valore in questi anni. Questi sono tutti tentativi falliti, o abbandonati o liquidati dallo stesso autore.

  • il bianco veliero : romanzo comico e rocambolesco che non pubblica perché Vittorini dà un giudizio durissimo. Da qui si ricaverà un racconto vai così che vai bene, che includerà nella grande silloge di racconti brevi e nella seconda edizione di Ultimo viene il corvo nel 1969.
  • I giovani del po : romanzo di impianto epistolare. Lettere che due amici si scambiano, uno si è spostato dalla Liguria a Torino e fa l'operaio, l'altro è rimasto nel paese natio. Questo romanzo viene abbandonato per la sua personale insoddisfazione anche se non viene solo cancellato dalla bibliografia di Calvino. Calvino lo ritira fuori nella seconda metà degli anni 50 perché Pasolini gli chiede insistentemente un inedito per la sua rivista, l'officina, e alla fine si risolve a dargli quello. Pasolini l'ha pubblicato in appendice alla rivista e in un corpo più piccolo rispetto a quello in cui è stampata la rivista.

La collana della regina: tentativo di romanzo che definisce “social grottesco gogoliano” ambientato in una città industriale nei diversi strati sociali della realtà sociale di una grande città; queste strade vengono percorse grazie alla collana della regina che, passando di mano in mano, rappresenta una sorta di motore narrativo che permette alla voce narrante di descrivere i diversi ambienti e strati sociali in cui l'oggetto si trova. Calvino lavora a questo romanzo tra il 52 e il 54 ma non lo finisce né lo pubblica ma ne trae un racconto La gallina di reparto, incluso nella grande raccolta dei raccolti del 1958.

in questo momento di grande frustrazione sul romanzo realistico e di grande oppressione per la riflessione teorica, Calvino si prende una specie di “vacanza” e scrive un racconto lungo/ romanzo breve, Il visconte dimezzato , che pubblica quasi in sordina. È ambientato nel 600 su un signore diviso in due da una palla di cannone. Vittorini lo pubblica nei Gettoni e uscirà anche in Entrata in guerra. Nel risvolto del visconte coglierà una formula molto fortunata per definire Calvino in questo momento, parlando di un realismo a carica fiabesca e di una fiaba a caricare realista. Questi due elementi sono inscindibili in lui. Questo romanzo segna l'adesione ad un tipo di narrazione favolistica ed è importante perché in un momento in cui tutti cercavano di costruire l'eroe positivo, il tipo => l'individuo entro il quale si riassume il momento storico e sociale. Problemi di Calvino

  • la sua caratteristica di scrittore che non riesce a riconoscere subito
  • ritrattarietà alla caratterizzazione psicologica dei personaggi. Farne a meno costituisce un bel problema in quel periodo. Oscilla tra due modi diversi di aggirare questo problema: scelte infantili/fantastiche (Pin, Gli antenati) e delle proiezioni autobiografiche narrativamente molto evanescenti (una di queste è al centro della giornata d'uno scrutatore) che non parla in prima persona ma è sol raccontate da una voce narrante in terza persona. Si ritroveranno nella produzione realistica di questi anni.

La scoperta della fiaba

maestà cattolica, (allusione a Democrazia cristiana) e la nave dell'ammiraglio drake (PCI). Le due navi sui fronteggiano senza sparare un colpo né una mossa. Manca il romanzo realista correva il rischio di diventare greve e opaco come la realtà che avrebbe dovuto rappresentare. Fino a fine anni 50 Calvino trova la scappatoia della narrazione fantastica (visconte, barone, cavaliere inesistente) che gli permettono di gettare uno sguardo non solo mimetico ma anche critico sulla realtà in forme estraniate non mimetiche. Lui stesso alla fine degli anni 50 percepisce questa strada come una che può diventare un gioco manieristico e quindi fine a se stesso, senza più reale incidenza sulle cose. Domenico scarpa, studioso di Calvino, ha parlato del periodo 56-64 come un in cui il percorso letterario di Calvino subisce una strozzatura: dopo la crisi del 56 Calvino attraversa una lunga fase di metamorfosi che si traduce in un periodo difficile su pian creativo, simile a quello dell'inizio degli anni 50. questo periodo negli anni 59-63 diventa di silenzio creativo. In questo periodo, Calvino 59 fonda e dirige con Vittorini una rivista, Il menabò (scema vuoto della pagina di giornale con linee che dovranno comporlo). Pubblica saggi importanti, La sfida labirinto, e interviene nel dibattuto sul rapporto tra letteratura e sviluppo industriale e sull'avanguardia che stava cominciando ad imporsi sulla scena letteraria. Il menabò per Calvino è un osservatorio sulle nuove tensioni. Alla fine del 59 pubblica Il cavaliere inesistente e parte con una borsa di studio della Ford per gli usa, dove vede l futuro che aspetta anche in europa, il trionfo del capitalismo dell'innovazione tecnologica e la consapevolezza dell'irreversibilità di questi processi. Per Calvino è un viaggio importante per la consapevolezza del radicale cambiamento che sta investendo la società globale e la necessità di cambiare. Dagli usa torna con gli appunti per un libro reportage che scrive a Torino e che vuole pubblicare (un ottimista in America) ma quando era pronto per la stampa decide di non pubblicarlo. Questo libro è stato pubblicato (purtroppo) dagli eredi di Calvino nel 2014. nel 1960 riunisce in volume la trilogia degli antenati e in tal modo promuove la linea fiabesco fantastica, offre di sé l'immagine di uno scrittore la sua dorsale principale è quella della produzione fiabesco fantastica. Nello stesso anno rinuncia a mettere insieme un'altra trilogia (di impianto realistico, sul rapporto tra intellettuale e la realtà negativa). Questa trilogia avrebbe dovuto essere costituita da La speculazione edilizia ; la giornata d'uno scrutatore e Che spavento l'estate (che non finirà mai). Quella trilogia realistica in un certo senso esiste, si può rintracciare da La nuvola di smog (58) la speculazione edilizia (57) e da L a giornata d'uno scrutatore. Nel 1962 pubblica un racconto autobiografico, La strada di San Giovanni dove rievoca il rapporto difficile col padre e i luoghi della sua giovinezza e nel 1963 raccoglie in volume unico i racconti di Marcovaldo. Non scrive nulla ma pubblica molto: libri di bilancio e di commiato da certe esperienze. Nel 1958 escono anche i racconti. Pubblica poi un libro in ritardo, La giornata d'uno scrutatore. Anch'esso è in certo senso un libro commiato dagli anni 50 e dagli esperimenti intorno alla narrazione realistica. Questo romanzo è un libro strano, incuneato negli anni 60 (anni dove scrive le Cosmicomiche , inizio di un'altra stagione), è una specie di infiltrato in una nuova stagione ma è un libro che fa i conti con le questioni e i problemi detti prima.

Nel 1961 in occasione di nuove elezioni, Calvino si propone come scrutatore e lo ha fatto effettivamente al Cottolengo. L'esperienza che ne ricavò fu abbastanza traumatica: l'oggetto letterario che nasce da questa esperienza è difficile da classificare, un ibrido tra racconto lungo e romanzo breve. Non può essere romanzo perché ha elementi che lo avvicinano a un saggio o pamphlet politico; ha anche fortissima matrice autobiografica ed è un autoritratto politico e morale di Calvino in questo momento della sua vita. Il lungo attraversamento di Calvino delle forme della narrazione realistica negli anni 50 lo ha portato a rivalutare e praticare liberamente delle forme di prosa non strettamente narrative. Scrive questo saggio tra il 56 e il 57 e riflette sul momento chiave per le sorti del romanzo ed esplicita una sua predilezione che si dispiegherà negli anni successivi.

Richiama in causa altri generi che più della narrazione romanzesca vera e propria rimanda a una tradizione di prosa in cui l'Italia, che non è mai stata una nazione di romanzieri, ha prodotto invece

grandi opere. Negli anni 60 inoltrati, la linea della letteratura Italiana che Calvino prediligerà non passa per il romanzo ma per il dialogo dei massimi sistemi di galilei e delle operette morali di Leopardi. Calvino sente che il romanzo non è per lui lo strumento più adeguato per affrontare la nuova realtà, infatti la giornata 'uno scrutatore presenta molti problemi. Se si apre il libro alla prima pagina, si ha una nuova conferma di ciò. Un incipit come quello, caratteristico della tradizione ottocentesco dell'ottocento era tipico di Paul Valery, il quale si era chiesto come si potesse iniziare un libro con una frase “così insulsa”, attacco alla forma tradizionale del romanzo ottocentesco. Calvino ricalca fedelmente questo modello ottocentesco, da un lato polemizza a distanza con questo versante del novecento letterario che si era accanito contro la tradizione romanzesca e polemizza a distanza con gli scrittori della neo avanguardia (gruppo 63) che in quegli anni polemizzava contro il romanzo fatto in questo modo. Da un lato fa un'operazione duplice, polemizza con queste frange avanguardistiche. Prelude a una narrazione che di romanzesco ha poco o nulla.

Per Calvino è un congedo definitivo su qualsiasi velleità di ritornare forme di narrazione romanzesca di impianto tradizionale. Calvino sapeva che il romanzo realista dell'ottocento, il novel, aveva compiuto la sua ascesa nel sistema dei generi letterari in parallelo all'ascesa di una classe sociale, la borghesia. Con quella forma narrativa, così storicamente e socialmente determinata, non si potevano esprimere contenuti nuovi, non si andava da nessuna parte. Di fronte a una nuova realtà, anche a volerla interpretare in un'ottica storicistica, quella forma non serviva più. Nel 1958, quando esce il dottor Zivago, Calvino lo recensisce subito e ne approfitta per polemizzare contro l'idea del realismo di Lukàcs, basata proprio su quell'idea dell'ottocento. Un romanzo impiantato come nell'ottocento, che abbracci una vasta vicenda, approdi necessariamente a una visione nostalgica e conservatrice, è uno dei tanti motivi per cui dissente da Lukàcs: la sua teoria delle prospettive può essere capovolta dal romanzo realistico di stampo ottocentesco. Oggi una narrativa moderna non può che portare la carica poetica sul momento qualsiasi che si sta vivendo (il presente) valorizzandolo come decisivo. Bisogna avere unità di tempo e azione come nella tragedia greca. I grandi affreschi romanzeschi gli sembravano viziati dalla tendenza a concentrarsi sul passato, a costruire l'immagine del futuro di quelle del passato. Dal momento che il futuro è sconosciuto e solo ipotizzabile, Calvino predilige forme narrative poetiche e congetturali, più problematiche. La forma che dà alla giornata d'uno scrutatore è aperta, problematiche, concentrata sul momento presente e sugli echi che la realtà di questa giornata produce all'interno della mente del protagonista. È un romanzo più di riflessione che di azione, in cui è fortissima la componente saggistica. Il saggismo è un elemento fondamentale della narrazione realistica di Calvino nella seconda metà degli anni cinquanta. Secondo Calvino, solo in questo modo di può continuare a tener fede all'impegno marxiano della critica della realtà, sperimentando forme nuove per una nuova realtà. Amerigo Ormea è una proiezione poco dissimulata di Calvino. Amerigo è il rovescio di Italo, ma anche forse un'allusione al luogo di nascita di Calvino (nato a Cuba, in America). Ormea è il nome di un paese dell'entroterra ligure che Calvino attraversava spesso in treno quando faceva il pendolare tra Sanremo e Torino, ma è anche l'anagramma della parola “amore”, che avrà un grande peso. Amerigo Ormea è un militante comunista (altro elemento autobiografico) che accoglie in sé, incarna la formula di Gramsci, il pessimismo della ragione e l'ottimismo della volontà. Lui dice che non bisogna mai farsi troppe illusioni. Il primo capitolo è brevissimo e si conclude con “pioveva” (che è anche l'inizio). Potrebbe essere un'eco a Conversazioni in Sicilia di Vittorini: cade a ridosso di un violentissimo trauma politico, si presenta come un libro di frattura con il passato ed è anche il luogo in cui Vittorini riformula un'idea nuova dell'umano e del senso dell'agire umano. È anche un ritorno alle origini, alle madri, proprio come Giornata d'uno scrutatore. Il libro ha una quindicina di capitoli, vi sono capitoli di azione e altri di meditazione, in cui la vicenda si esile e si dispiegano le riflessioni di Amerigo filtrate da una voce in terza persona. Il narratore non coincide con il protagonista, anche se è molto solidale, quasi coincidente con Amerigo perché si attiene strettamente al suo punto di vista e presenta solo a tratti uno scarto rispetto al punto di vista di Amerigo che coincide con un

virtuosistica di un grande narratore compiaciuto della propria bravura e dell'autoreferezialità del proprio sistema linguistico letterario. Sta sperimentando, in parte grazie alla sua formazione scientifica e filosofica, un nuovo modo di raccontare una concezione nuova della realtà è proprio questo che Calvino fa suo della lezione calviniana. Le soluzioni che offre ai suoi lettori attrezzati per capirlo, interessano a Calvino. In un certo senso la giornata d'uno scrutatore è una piccola ma ampia cognizione del dolore (romanzo in cui non succede nulla e le riflessioni del protagonista dilagano).

Nel capitolo 13 c'è un omaggio esplicito al Pasticciaccio. La realtà che si apre ad Amerigo, è un po' un carciofo, un po' una pasta collosa. Ogni confine netto tra il concetto e il suo opposto si attenua. Contemporaneamente si affievolisce il margine di un'organizzazione gerarchica della realtà e, per descrivere questa nuova realtà in cui Calvino sente che si sta entrando, aveva usato altre espressioni “il mare dell'oggettività”; “labirinto”, sono i titoli di due saggi che scrive nel 60 e nel 62 su Menabò , la rivista che aveva fondato con Vittorini.

Il Cottolengo si rivelerà come un carciofo. In una realtà di questo tipo, il primo problema è che salta il discrimine netto tra gli opposti e diventa problematico ordinare gerarchicamente i fatti e i concetti. Per descrivere questa realtà Calvino aveva utilizzato “il mare dell'oggettività” e “l labirinto”.

Il mare dell'oggettività – il mare dell'oggettività, 1960 “Menabò”

saggio letterario, ricognizione delle nuove avanguardie che dagli anni 50 si affacciano sulla scena mondiale. Calvino cerca di salvaguardare la capacità di mantenere una distanza prospettica tra il soggetto, la conoscenza individuale e il mare dell'oggettività. Quando parla di individuo-storia- natura, fa riferimento a un suo saggio degli anni 50 “natura e storia nel romanzo”, individua un filo di continuità rispetto al se stesso di allora nella versione etica e civile che non verrà mai meno. Questo rovello sul significato delle cose e della realtà, sul rapporto tra individuo e realtà che è rappresentato dal narratore de La giornata, ha delle conseguenze vistose sulla configurazione testuale del racconto. La giornata d'uno scrutatore è un racconto in cui Calvino esibisce una sintassi molto complessa fatta di frasi lunghe, articolate, contorte, dove trionfa l'ipotassi e uno stile punteggiato e frasi di periodi ipotetici e parentesi. Questo dà la misura della natura concettualmente arrovellata di questo racconto. Queste convenzioni stilistiche hanno come obiettivo quello di fare emergere contemporaneamente più aspetti e significato di ogni concetto/evento/figura che compare nel testo. È una scelta consapevole, e lo testimonia una lettera che scrive a Claudio Varese, studioso e critico che s era occupato di lui, poco dopo l'uscita del libro parlando di un bisogno di parentesi. Usa molto le parentesi, spesso una è l'opposto dell'altra. Capitolo 5: uso contrappuntistico della parentesi, qui ospitano una sorta di monologo interiore di Amerigo che si alterna ad uno scambio di battute.

Amerigo si rende conto che la realtà non è riconducibile all'agire umano, tutto può acquisire un senso non nella storia ma nell'ottica di vivere. La sconfitta e la sconfessione delle ambizioni umane, della pretesa che lui come comunista ha che le forze umane possano cambiare la storia. La natura sembra averla avuta vinta sulla storia. Amerigo dice che alla fine non bisogna stare nel giusto, bisogna rendere conto di questa realtà. C'è un'enorme distanza tra la prospettiva di Amerigo Ormea (essere nel giusto è troppo poco rispetto alla prospettiva che vent'anni prima aveva affidato al commissario kim (sentieri dei nidi di ragno) a cui bastava stare dalla parte giusta della storia. Quello che interpella non è una questione politica (come queste persone possano votare, come il cottolengo possa stare nella storia dell'agire umano), la sua riflessione col tempo sfuma in una visione meno politica e più antropologica. Amerigo, invece che chiedersi se le persone possano votare o no, comincia a chiedersi altro: cosa significare essere un essere umano? Come si fa a dire cos'è un uomo se le vicende della natura (di ciò che

permette l'esistenza di un essere umano) sembrano governate dal caso? Se la natura procede a caso, cosa può fare l'agire umano per costruire un mondo e un futuro migliori, per affermare l'uguaglianza? La natura se ne frega dell'uguaglianza e distribuisce i suoi doni o le sue soprese ciecamente, senza alcun criterio. La crisi nella quale viene gettato lo scrutatore comunista Amerigo Ormea da queste riflessioni non ha una soluzione: ha una risposta che è ancora una volta parziale. Calvino aveva ragione a dire che questo libro non interrompe il suo silenzio, è un libro interrogativo che finisce sempre con un interrogativo aperto. La prima risposta Amerigo la trova nella zona più remota e senza speranza del cottolengo, in una zona dove va a far votare delle persone che di umano non hanno più neanche la forma: ragazzi pesce; tronchi umani... in questo girone infernale, un'immagine gli fornisce una chiave per capire quel mondo e non è una chiave logica e razionale, ma ha a che fare con altro: un padre, evidentemente un contadino vestito bene, che è andato a trovare suo figlio. Molto pazientemente è seduto al fianco del letto e schiaccia delle mandorle e le passa al figlio. I due non possono comunicare, ma va lì e sta con il figlio. Amerigo confronta quest'immagine con quella di una suora che ha deciso di dedicarsi tutta la vita a questimalati: la suora aveva scelto consapevolmente l'ospedale, resta padrone di sé, felicemente libera. Proprio perché ha scelto di stare lì non ne fa totalmente parte perché ha ancora una coscienza, una volontà e un giudizio che la tengono separata dal mare dell'oggettività che si stende intorno a lei. Il vecchio contadino non aveva scelto nulla, la sua vita era altrove, nelle sue terre, ma faceva la domenica il viaggio per stare con il figlio. “Quei due, così come sono, sono reciprocamente necessari: questo modo d'essere è l'amore. L'umano arriva dove arriva l'amore, non ha confini se non quelli che gli diamo.” Bisogna separare il sé dall'altro da sé.

Oltre allo struggimento nel guardare la scena, c'è rimorso per la sua vita. Nel corso di questa giornata Amerigo non si interroga solo su questioni generali ma anche personali. Nella pausa pranzo torna a casa e mentre sta cercando nei suoi libri un testo di marx (un passo che riguarda il rapporto uomo-natura), lia, la sua fidanzata, gli telefona. C'è un capitolo dedicato solo al loro rapporto: Lia è dipinta come una donna istintiva e irrazionale, un po' frivola, il contrario di Amerigo. Vi sono problemi di comunicazione, si chiamano tre volte, lei ha da dargli una notizia: è quasi sicura di essere incinta. Tutta la razionalità di Amerigo di fronte a questa prospettiva frana e si dissolve; reagisce istericamente, quasi come un bambino e lì Lia dimostra invece di essere molto più pragmatica e disponibile agli imprevisti. Quando torna al Cottolengo, nelle riflessioni che continua a svolgere attorno alla triade io-natura- storia, si insinua anche inevitabilmente il pensiero del suo caso personale, introdurre un essere umano affidandosi al caso.

Alla fine della giornata, Amerigo si ritrova in crisi su tutta la linea, sia delle convinzioni politico ideologiche e anche dell'idea che ha di se stesso come essere umano nella sua convinzione e presunta superiorità di maschio razionale rispetto alla femmina irrazionale. C'è un omone che si presenta a votare tra gli ultimi, non ha le mani, ma nonostante questo riesce a fare tutto da solo e con la matita esprime il suo voto, riesce persino ad accendersi una sigaretta. Quest'uomo parla e dice cose discrete: io so fare tutto... sono cresciuto al cottolengo. Le suore gli hanno insegnato tutto. Viene descritto come “sicuro e impenetrabile”. Quest'immagine dell'uomo che fa tutto da solo potrebbe concludere positivamente l'avventura di Amerigo. Quest'uomo è per Amerigo la proiezione della classe operaia. Teoricamente se ce l'ha fatta lui, potrebbe farcela anche lei. Ma per Amerigo non è così. L'omone che potrebbe servirgli la soluzione, ma Amerigo inizia a pensare al rapporto che c'è tra questa volontà grandiosa e ammirevole e l'istituzione che l'ha accolto. Secondo questo omone, lui deve tutto alle suore. Rapporto tra la volontà individuale e l'istituzione alla quale quest'uomo crede di dovere tutto: la città (cottolengo) che ha reso le mani a quest'uomo che non le aveva, è sufficiente a fare di quest'uomo un uomo intero, a dargli tutto quello di cui ha bisogno o l'uomo faber (che agisce nella storia) è tale proprio perché non si accontenta mai e non si sente mai esaurito nell'istituzione?