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L'antropologia culturale, partendo dall'evoluzionismo di tylor e dalle critiche di boas, fino alla svolta interpretativa di geertz. Analizza il ruolo del contesto culturale e dei processi psicologici individuali, con un focus sul corpo come elemento plasmato dalla cultura. Approfondisce le differenze tra antropologia e sociologia, l'antropologia medica e il concetto di 'mindful body', offrendo una panoramica completa e dettagliata delle principali teorie e approcci antropologici. Esamina anche l'importanza dell'esperienza diretta e dei diari come strumenti di ricerca, evidenziando il lavoro di mario lodi e l'analisi dei diari dei bambini durante la seconda guerra mondiale. Una visione approfondita e critica delle dinamiche culturali e sociali.
Tipologia: Dispense
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L'Antropologia Evoluzionista: Da Darwin a Boas
L'antropologia evoluzionista nasce nel XIX secolo influenzata dalla teoria dell'evoluzione di Charles Darwin. Studiosi come Herbert Spencer applicano il concetto di evoluzione anche ai fenomeni culturali, sostenendo che le società umane seguano un percorso di sviluppo in stadi progressivi. In questo contesto, gli antropologi vittoriani, affascinati dalle popolazioni considerate "primitive" o "selvagge", iniziano a studiare le loro culture, spesso senza un contatto diretto, ma affidandosi a esploratori e missionari. Per questo motivo, vengono definiti "antropologi da poltrona".
Un'importante figura dell’antropologia evoluzionista britannica è Edward B. Tylor, che nel 1871 pubblica Primitive Culture , introducendo una definizione sistematica di cultura: “un complesso insieme che include conoscenze, credenze, arte, morale, diritto e qualsiasi altra capacità acquisita dall’uomo in quanto membro della società.” Tylor sottolinea l'aspetto dell’acquisizione culturale, prendendo le distanze dal determinismo biologico e riconoscendo il ruolo dell’esperienza e dell’apprendimento.
In questa fase, si diffondono anche idee legate alla misurazione scientifica dell’uomo, come la frenologia e l'antropometria, che cercavano di spiegare le differenze culturali attraverso la biologia. Tuttavia, l’idea che la cultura si trasmetta socialmente e non geneticamente inizia a emergere. Successivamente, il concetto di habitus , ripreso da Pierre Bourdieu, rafforzerà questa visione, evidenziando come i comportamenti siano plasmati dalle influenze sociali e dall’ambiente.
L’evoluzionismo antropologico viene criticato da Franz Boas, che alla fine dell’Ottocento propone un approccio basato sull’osservazione diretta delle culture. A differenza degli evoluzionisti, Boas compie ricerche sul campo, vivendo a contatto con le popolazioni indigene del Canada. Nel 1896, pubblica un’opera in cui contesta l’idea di uno sviluppo culturale universale in stadi fissi, sottolineando invece la necessità di studiare ogni cultura nel proprio contesto specifico.
Un esempio emblematico del metodo di Boas è il suo studio sul rituale del potlatch , una pratica di distribuzione e distruzione cerimoniale di beni tra i popoli indigeni della costa nord- occidentale americana. Da una prospettiva esterna, il potlatch potrebbe sembrare un comportamento irrazionale, ma Boas dimostra che ha una funzione sociale precisa legata al prestigio e alla competizione tra gruppi. Questo approccio segna una svolta nell’antropologia, ponendo le basi per il relativismo culturale e per un metodo di ricerca più empirico e contestualizzato.
Con Boas, l’antropologia si allontana dall’evoluzionismo e inizia a considerare le culture non come fasi di un progresso lineare, ma come sistemi complessi da analizzare in base alla loro specifica storia e dinamica interna.
L’antropologia moderna deve molto agli studi di Franz Boas e Bronisław Malinowski , due figure centrali che hanno rivoluzionato il modo di interpretare le culture umane.
Franz Boas e il particolarismo storico
Boas, considerato il padre dell’antropologia culturale, ha sviluppato il particolarismo storico , un approccio che rifiuta l’evoluzionismo sociale e sottolinea l’importanza di analizzare ogni cultura nel proprio contesto specifico. Secondo Boas, i fenomeni culturali devono essere studiati in senso diacronico, mettendo in relazione cause ed effetti per comprenderne la complessità.
Un altro aspetto chiave del suo pensiero è l’attenzione ai processi psicologici individuali all’interno della cultura. Questa prospettiva è stata ripresa da alcuni suoi allievi, come Margaret Mead , che ha studiato il ruolo della cultura nella costruzione dell’identità di genere. Nel suo famoso libro Sesso e temperamento in tre società primitive , Mead dimostra che le differenze di genere non sono innate, ma modellate socialmente.
Le teorie di Boas hanno gettato le basi per il relativismo culturale , una visione che rifiuta il giudizio etnocentrico sulle culture altrui e sostiene che ogni sistema culturale vada compreso nei propri termini.
Bronisław Malinowski e l'osservazione partecipante
Malinowski, considerato uno dei fondatori del metodo etnografico, ha sviluppato l’ osservazione partecipante , una metodologia che prevede la convivenza prolungata con le popolazioni studiate. Egli sosteneva che l’antropologo non dovesse limitarsi a osservare passivamente, ma integrarsi nella vita quotidiana del gruppo per comprenderne il punto di vista.
Il suo studio più celebre è Gli argonauti del Pacifico occidentale (1922), in cui analizza il Kula , un sistema di scambio rituale tra le isole Trobriand nel Pacifico. Attraverso la circolazione di bracciali e collane di conchiglie, i partecipanti non solo rafforzavano legami sociali e alleanze politiche, ma regolavano anche il commercio di beni di uso quotidiano. Questo studio ha influenzato profondamente la teoria del dono e della reciprocità , sviluppata successivamente da Marcel Mauss.
Malinowski insisteva inoltre sull'importanza di imparare la lingua locale per evitare distorsioni interpretative causate da mediatori culturali. Il linguaggio, infatti, è un elemento fondamentale per comprendere la visione del mondo di un popolo.
Tuttavia, la figura di Malinowski è stata oggetto di controversie. Dopo la sua morte, la pubblicazione dei suoi diari ha rivelato atteggiamenti razzisti e una visione colonialista delle popolazioni che studiava, sollevando questioni etiche sull’antropologia dell’epoca.
L'antropologia dopo la Seconda guerra mondiale
Dopo la Seconda guerra mondiale, l’antropologia ha subito una profonda trasformazione. La fine del colonialismo e i movimenti per i diritti civili hanno portato a un ripensamento della
Uno dei più importanti esponenti dell’antropologia interpretativa è Clifford Geertz , il quale, nel suo celebre libro Interpretazione di culture (1973), ridefinisce il concetto stesso di cultura. Secondo Geertz, la cultura non è semplicemente un insieme di norme, valori o comportamenti osservabili dall'esterno, ma piuttosto un sistema di significati condivisi , una rete di simboli attraverso cui gli esseri umani interpretano e danno senso alla realtà.
L’antropologo, quindi, non si limita a raccogliere dati "oggettivi", ma costruisce un’ interpretazione della cultura che sta studiando. Questo significa che il sapere antropologico non è una verità assoluta e immutabile, ma il risultato di un processo di comprensione soggettivo e contestuale.
Geertz introduce il concetto di descrizione densa ( thick description ), che si contrappone alla descrizione sottile ( thin description ). La descrizione densa non si limita a riportare i fatti in modo superficiale, ma ne analizza i significati nascosti e il contesto culturale che li rende comprensibili. Per spiegare questo concetto, Geertz utilizza l’esempio dell’ occhiolino : un semplice battito di ciglia può essere interpretato in molti modi diversi a seconda del contesto. Potrebbe essere un tic involontario, un gesto d’intesa, un segnale di ironia o persino una forma di burla. Solo comprendendo il sistema di significati in cui l’occhiolino è inserito, possiamo realmente capirne il valore culturale.
Un altro esempio proposto da Geertz è il baseball. Per poter comprendere il senso di una partita, non basta osservare i giocatori in azione. È necessario conoscere le regole del gioco, il significato degli oggetti utilizzati (come la mazza o il guantone), il ruolo di ogni giocatore e il modo in cui il pubblico interpreta l’evento. Analogamente, per capire una cultura, non basta descrivere i comportamenti: bisogna interpretarne i significati nascosti, come se si stesse leggendo un testo.
Per questo motivo, Geertz paragona la cultura a un testo , e il lavoro dell’antropologo a quello di un interprete o di un filologo. L’antropologia interpretativa si avvicina così all’ ermeneutica , ovvero l’arte dell’interpretazione dei testi, che ha origini medievali e rinascimentali.
Un altro punto chiave della teoria di Geertz riguarda il ruolo dell’antropologo sul campo. Tradizionalmente, l’antropologo veniva visto come un osservatore esterno, che raccoglieva dati per poi elaborarli in modo neutrale e oggettivo. Geertz, invece, dimostra che il ricercatore non può mai essere completamente neutrale, perché porta con sé il proprio bagaglio culturale , le proprie credenze e il proprio sistema di valori.
Di conseguenza, il risultato di una ricerca non è mai un fatto assoluto, ma un’interpretazione costruita dal ricercatore in un determinato momento storico e contesto sociale. Questo spiega perché gli antropologi tornano più volte sul campo : ciò che viene osservato oggi potrebbe cambiare nel tempo, influenzato da fattori come la globalizzazione, la politica e le nuove interazioni tra culture diverse.
Un esempio concreto di questa influenza del ricercatore è dato dagli studi di genere. Per molto tempo, l’antropologia è stata dominata da studiosi uomini, che spesso ignoravano o sottovalutavano il ruolo delle donne nelle società studiate. Le prime antropologhe, come Margaret Mead, hanno dovuto lottare per far riconoscere la loro prospettiva, e solo con l’avvento degli studi femministi si è compreso come il genere del ricercatore possa influenzare l’interpretazione dei dati.
Ci sono anche contesti in cui l’accesso alle informazioni dipende dal sesso del ricercatore: in alcune culture, solo donne possono partecipare a determinati riti o interagire con altre donne, mentre in altri casi gli uomini hanno maggiore facilità di accesso a informazioni e contesti specifici. Un caso estremo è quello di alcuni antropologi che, per poter documentare rituali riservati agli uomini circoncisi, hanno deciso di sottoporsi personalmente alla circoncisione. Questo dimostra come l’esperienza sul campo sia influenzata dal corpo e dall’identità del ricercatore stesso.
L’approccio interpretativo di Geertz ha avuto un impatto profondo sull’antropologia contemporanea. La cultura viene concepita come una rete di significati in cui ogni elemento ha senso solo in relazione agli altri. Il compito dell’antropologo non è più solo descrivere, ma interpretare , accettando il fatto che ogni interpretazione è parziale e contingente.
Questo porta a un’idea di ricerca come processo dialogico e dinamico , in cui il ricercatore e le persone studiate si influenzano reciprocamente. Il concetto di fusione degli orizzonti , ripreso dalla filosofia ermeneutica di Hans-Georg Gadamer, esprime proprio questo incontro tra prospettive diverse: l’antropologo arriva con il suo background, ma deve aprirsi alla visione del mondo degli altri per costruire insieme un’interpretazione della realtà.
In sintesi, la svolta interpretativa ha trasformato l’antropologia in un campo di studio in cui non esistono verità assolute , ma solo interpretazioni in continua evoluzione. L’analisi della cultura non è più un processo statico, ma un dialogo aperto tra il ricercatore e il contesto che studia, in cui il significato dei fenomeni è sempre il risultato di una costruzione sociale e storica.
Negli anni 60 arriva la seconda modernità dove tutto cambia in positivo: si ha un ibridazione di culture (che entrano in contatto tra loro) ma anche l’uso di nuove tecnologie come la nascita della tv che ha trasmesso immediatamente un idea di una vita nuova, soprattutto per coloro che abitano in campagna che erano un po’ ignari della realtà al di fuori della loro.
Fu un cambiamento radicale e veloce negli anni 60/70 con l’arrivo della plastica che è stata una rivoluzione, ad esempio il bucato che si faceva a mano, con l’arrivo della plastica si scoprirono le bacinelle di plastica. Di conseguenza se il mondo è cambiato in maniera radicale anche le
L’educazione riproduce un particolare habitus (habitus dominante dovrebbe essere il borghese) che a sua volta secondo Bourdieu è il prodotto del corpo sociale che ha il potere. Il sistema scolastico è uno dei più potenti riproduttori di habitus secondo Bourdier.
Per lui esiste una raccolta di pratiche culturali eseguite in maniera variabile a seconda dei contesti. Con Bourdieu ha inizio con l’antropologia interpretativa di Geertz, la teoria della pratica, concentrata sulla centralità del corpo come fondamento della vita sociale.
Esiste un assimilazione di una coscienza corporea che indirizza l’essere umano verso determinato modo di operare, senza determinarlo completamente. Bourdieu cerca di comprendere in che modo si generano le pratiche (o modus operandi), in rapporto a diversi ambienti sociali. L’habitus è il concetto che formula per esprimere questa relazione.
ciò che fa apparire “naturale”, per esempio, il fatto di mangiare, bere , vestirci e dormire, secondo una certa prassi abituale, la quale, però, non ci impedisce a priori a introdurre nelle variazioni in questi consolidati modelli d’azione. il contesto in cui viviamo fa di noi ciò che siamo.
L’habitus, attraverso la pratica, si trasforma in HEXIS, abitudine, ovvero un modo durevole di atteggiarsi, parlare o camminare e dunque un modo di sentire e pensare.
Esiste però, un margine di autonomia, che permette libertà e possibilità di innovazione, di aggiustamenti e modifiche, come il modo di vestire.
-EDUCAZIONE PRIMARIA, nei primi anni di vita, ha un ruolo centrale. Il lavoro pedagogico sostituisce un “corpo selvaggio” e “a-sociale” a un corpo abituato (hexis), strutturato soprattutto rispetto alla dimensione temporale (mangiare o svolgere determinate azioni in orari stabiliti).
Così l'individuo acquisisce le strutture del mondo in cui agisce, nel suo contesto. La ricerca etnografica quindi cerca di esplicitare il lavoro svolto dalla cultura nel «naturalizzare» le pratiche che vengono abitualmente considerate ovvie da chi le mette in atto.
-Nel 1979 Bourdieau pubblica La distinzione
Esplorazione più approfondita della connessione tra il concetto di habitus e quello di stile di vita , radicato in modalità diverse di intendere il gusto. Esso si struttura negli individui a seconda della posizione occupata da ciascuno all'interno della propria società.
Il gusto genera preferenze di consumo condivise e contribuisce a costituire un «insieme unitario di preferenze distintive»
Nelle società capitalistiche la quotidianità è strutturata come una lotta delle classi superiori per distinguersi dalle altre: l'uso di specifici oggetti diventa un' «arma sociale» per essere riconosciuti come membri di un certo gruppo, generando identità sociali differenziali. L’arma sociale è chi vuole trasmigrare da una fascia sociale più popolare, che utilizzerà una serie di pratiche per
distinguersi socialmente, è un lavoro lungo in primis per se stessi, perché noi siamo nati in un determinato habitus e gusti.
Bourdieu, colloca la fascia degli insegnanti che rispetto ad altri hanno una cultura più alta, ognuno si gioca ogni sua distinzione.
La cultura plasma i corpi anche quando essi sono malati. La malattia viene vissuta e interpretata in maniera diversa a seconda dei contesti (cause della malattia, es.malocchio)
L'ANTROPOLOGIA MEDICA si occupa di analizzare criticamente le nozioni di CORPO, SALUTE E MALATTIA mettendo in discussione la loro presunta naturalità.
Riflessione sul binomio SALUTE/MALATTIA: uno stato patologico può essere riconosciuto in un contesto e non in un altro. La riflessione sul normalità e anormalità nello stato del corpo è mediato da percezioni culturali legate a specifiche credenze (rapporto con il mondo naturale o con credenze in entità «non umane»). Ciò influenza la scelta terapeutica.
Viene definito come un «Insieme delle rappresentazioni, dei saperi, delle pratiche e delle risorse, nonché le relazioni sociali, gli assetti organizzativi e normativi, le professionalità e le forme di trasmissione delle competenze, che in un determinato contesto storico sociale, sono finalizzate ad individuare, interpretare, prevenire e fronteggiare ciò che viene considerato come «malattia» o comunque compromissione di un «normale» stato di salute». (Schirripa, Zuniga Valle, 2000).
Vengono definite diverse definizioni di malato e sano da una cultura all’altra.
Ogni sistema medico quindi, possiede una sua intrinseca logica e organicità che può essere colta e decodificata attraverso l'indagine etnografica, per comprendere, in contesti culturali e sociali differenti, quali siano i significati attribuiti all'esperienza della malattia. Anche la medicina occidentale è considerata come un sistema medico particolare che ha privilegiato il solo aspetto biologico trascurando la dimensione socioculturale della malattia.
Ad esempio una persona che dopo un parto ha dei problemi al sistema produttivo in Italia viene curata, in altre culture viene abbandonata a se stessa e non curata, socialmente isolata, diventa un problema etico e morale. (in Etiopia)
La medicina occidentale è definita biomedicina e non è neutro dal punto di vista culturale. Privilegia una visione parcellizzata della corporeità (si pensi ai differenti specialisti) e una metafore guerresche per parlare e agire (combattere, sconfiggere una malattia).
Poca attenzione al vissuto soggettivo del malato e alle condizioni socio culturali di vita sulla percezione della condizione di benessere/malessere (in rapporto all'intervento, per es.)
Le narrazioni sulla malattia non sono solo individuali, ma hanno anche implicazioni sociali e politiche. Ad esempio, alcuni tipi di medicina possono essere visti come "opposti" e difficili da conciliare, come l’ omeopatia e l’ allopatia (la medicina tradizionale). Questo perché ogni sistema medico si basa su principi diversi e non sempre traducibili tra loro.
In sintesi, il modo in cui una società interpreta la salute e la malattia dipende dalla sua cultura e dalla sua storia. L’antropologia medica aiuta a comprendere queste differenze e a riflettere su come migliorare l’approccio alla cura, tenendo conto sia degli aspetti biologici che di quelli sociali e culturali.
Le studiose Lock e Scheper-Hughes hanno introdotto l'idea di corpo pensante (mindful body) , cioè un corpo cosciente e consapevole , che interagisce con il mondo sociale ma è considerato separato dal mondo naturale.
A questa idea, le studiose ne contrappongono un’altra, che porta a una visione più complessa del corpo, suddividendolo in tre livelli:
Cimenale
L’autore del libro fa riferimento ad altre scritture e conoscenze di diari durante la guerra della ex jugoslavia. Un diario ha diverse funzioni, di tipo “espressiva” per cui sento i pensieri e i sentimenti e li annoto. Il diario serve a gestire la propria quotidianità e sé stessi. C’è il diario di situazione “eccezzionali , non devono essere per forza situazioni critiche, ma si protrebbe trattare anche di un viaggio. Diari ”negativi” che sono diari di guerra, diario di “crisi” come quelle adoloscenziali dove durante l’adolscenza si scrive poi si smette. Nelle pagine del diario oltre a sfogarsi si lascia traccia. chi scrive noln pensa di lasciare traccia come i diari di crisi, chi vive una guerra invece non sono scrive le difficoltà che sta passando, ma lo fa anche per lasciare una traccia.
Pedagogia nel periodo fascista.
Il modello di diario giovanile durante la guerra è il diario di hanna frank.
Il diario è uno strumento pedagogico per la pedagogia fascista, prevedeva che gli insegnanti dovevano tenere un diario ai bambini che poi loro dovevano scriverlo e farglielo leggere, cosa sbagliata, lasciando la sua intimità, l’insegnante qui però in qualche modo avevano il controllo della vita del bambino, sapendo tutto di lui, le sue condizioni economiche, le abitudine della famiglia. C’era anche il controllo della propaganda fascista, un controllo ideologico del bambino e delle famiglie, ad esempio scrivendo che il genitore del bambino è un antifascita.
La pedagogia fascista oltre a prevedere questo (pag.40 di ciminale), sarà anche una pedagogia che mostra una linea chiara e diretta per l’educazione; nascono i libri su cui gli insegnanti devono basarsi. la pedagogia fascista ha dato una buona educazione fisica, anche le piccole fasciste dovevano avere un corpo sano e performante, soprattutto anche le donne. Uno degli aspetti importanti di questa educazione fisica è disciplinare e insegnare i bambini la disciplina.
Alcune figure venivano esaltate come eroi. La letteratura dell'epoca aveva un ruolo importante e spesso rifletteva l’ideologia dominante. In particolare, veniva dato molto spazio agli autori contemporanei, sostenuti dallo stesso Mussolini, poiché si trattava di una letteratura fascista. Nel 1929, inoltre, venne introdotto il libro unico di Stato per la scuola elementare, uno strumento imposto dal regime per controllare l’educazione e diffondere la propaganda fascista fin dall’infanzia.
Le materie di studio erano organizzate in modo rigido: italiano, latino, storia e geografia occupavano 16 ore settimanali , mentre alla matematica erano dedicate solo 3 ore , al disegno 2 , alla religione 1 , e all’ educazione fisica 2 ore.
Venivano esaltati grandi personaggi considerati eroi, come Guglielmo Marconi , a cui era dedicata una giornata speciale. Tuttavia, nonostante l’importanza attribuita alla sua figura, la sua disciplina non veniva effettivamente studiata nelle scuole.
Queste celebrazioni venivano annotate anche nei diari dei bambini. Ad esempio, Floro Nesi , un bambino dell’epoca, scrisse nel suo diario un racconto su Guglielmo Marconi e sulla giornata a lui dedicata, descrivendo l'evento e l'importanza attribuita al personaggio.
nella pedagogia fascista il bambino doveva stare li e oggetto di insegnamento passivo che lo rendeva anche oggetto di propaganda, una pedagogia fascista dove si sta li e si assorbe ciò che gli viene detto, dalle scuole di campagna venivano fuori proposte di realta diverse dove si cercava di seguire un altra pedagogia. Nel diario della bambina c’è il riflesso di ciò che spiegava l’insegnante.
Nella pedagogia fascista, il bambino era un soggetto passivo , destinato ad assorbire senza critica ciò che gli veniva insegnato, ciò lo rendeva oggetto di propaganda. Tuttavia, dalle scuole di campagna emergevano proposte diverse, con il tentativo di seguire una pedagogia alternativa, più attenta alla realtà e all'esperienza diretta. Nei diari dei bambini si rifletteva ciò
che favorì la creatività e l’espressione spontanea dei bambini.
Ciminale ha basato la sua ricerca su fonti scritte conservate in un archivio diaristico nazionale, che raccoglie scritture di gente comune. Interessato ai temi della Seconda Guerra Mondiale, ha scelto di analizzare diari di bambini piuttosto che memorie o diari di adulti, ritenendoli più sinceri e spontanei.
Durante il suo lavoro, ha notato una distinzione significativa tra i diari: alcuni erano personali e spontanei, mentre altri erano sollecitati dalla scuola e rispondevano alle richieste degli insegnanti, risultando quindi più guidati e meno autentici.
La distribuzione geografica delle fonti riguarda prevalentemente il Centro-Nord Italia. Questo perché gli eventi bellici furono più persistenti in queste aree rispetto al Sud. Inoltre, la selezione delle fonti è stata influenzata anche dal raggio di azione dell’archivio, che aveva una maggiore diffusione proprio in queste region i.
La seconda parte del volume: QUOTIDIANITA’
La quotidianità era cambiata: il procurarsi da mangiare, la scarsità di cibo e la presenza di povertà. I bambini invece di andare a scuola, cercavano di procurarsi da mangiare.
Il tema della casa è un luogo centrale della vita dei bambini, il bambino in un diario fa la mappa di una casa che indica il modo in cui concettualizzava lo spazio intorno a se.