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Antropologia della Memoria, Caterina Di Pasquale, Sintesi del corso di Antropologia

Riassunto dettagliato, capitolo per capitolo dell'intero libro.

Tipologia: Sintesi del corso

2020/2021
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Comune a tutte le teorie che si sono succedute sugli studi della memoria, è la definizione di quest’ultima
come meccanismo ed espressione di una predisposizione della specie umana a trasformare, conservare e
richiamare nel tempo una nozione, un avvenimento, un episodio, un’abilità tecnica, un suono.
In quest’ottica la realtà viene pensata come elemento perturbante della stessa capacità mnemonica;
oppure come sfondo nel quale la memoria si crea, lo stimolo esterno attraverso cui la memoria si attiva e va
alla ricerca del passato.
Capitolo primo: SISTEMATIZZARE LA MEMORIA (1880-1920)
Nel corso dell’‘800 si comincia a costruire la memoria pubblica. Il passato assume un valore simbolico
condiviso e funzionale alla creazione e definizione delle identità collettive e individuali. Lo spazio urbano
viene profondamente modificato, cominciano a sorgere i primi archivi e musei, piazze per le manifestazioni
rituali, cimiteri monumentali. Proprio nel quadro di queste trasformazioni che emerge il discorso scientifico
sulla memoria tramite le opere di Galton, Ebbinghaus, Semon, Ribot, Freud e Bergson.
Francis Galton (1822-1911)
Sperimenta un metodo di comparazione e misurazione di alcune caratteristiche antropiche e psichiche,
partendo dalla trasmissione ereditaria di alcune caratteristiche individuali. Nella sua opera, “Inquiries into
Human Faculty and its Development” (1883) parte dall’osservare la distribuzione ricorrente di alcune
caratteristiche entro “razze” e gruppi sociali specifici. Analizza così degli album fotografici famigliari per
evidenziare come la vita dell’individuo sia un prolungamento del vissuto degli antenati. Le fotografie e le
storie degli antenati non tracciano soltanto linee di continuità e discontinuità nella trasmissione di caratteri
fisici, mentali e comportamentali, ma sono la prova di una pratica collettiva: quella del ricordare insieme.
Procedendo poi, con la somministrazione di un test, indaga la capacità di associazione, di astrazione e le
forme di pensiero. Per lui la memoria dipende dai nessi che la mente di un individuo può stabilire a seconda
del proprio background culturale e di appartenenza. La cultura, dunque è la conseguenza di queste capacità
o incapacità.
Hermann Ebbinghaus (1850- 1909)
Espelle la cultura dal suo protocollo sperimentale. È convinto che la realtà rappresenti un fattore fuorviante
per la comprensione scientifica del ricordare. Egli nella sua opera si occupa di ideare un protocollo
scientifico per studiare i meccanismi della memoria, escludendo tutti gli elementi corruttori della memoria
stessa (come l’esperienza soggettiva e collettiva, il contesto…) La realtà sociale è di per sé fuorviante perché
non permette il normale funzionamento della capacità mnestica individuale.
Lui sceglie come ambiente di lavoro il laboratorio e come oggetto di apprendimento delle liste di sillabe
prive di qualsiasi valenza semantica: impara e ripete a distanza di intervalli temporali precisi per testare la
sua capacità mnemonica considerando attentamente anche il contesto in cui questa operazione avviene
(data, ora, stato d’animo). Arriva a concludere che ruolo importante della capacità mnestica è la ripetizione
e fa alcune riflessioni sulla dimenticanza (successivamente chiamata ‘curva dell’oblio’ in psicologia). L’oblio
infatti non è un movimento cumulativo piuttosto, superata una prima fase in cui la maggior parte delle
informazioni vengono perse, la possibilità di trattenere le rimanenti aumenta fino a diventare stabile.
Arman Ribot (1839-1912)
Lavora sui disturbi della memoria. La degenerazione della memoria colpisce prima quello che è di più
recente formazione perché meno spesso ripetuto dall’esperienza. Egli parla di amnesie generali, parziali e
ipermnesie.
Egli parte dalla concezione della memoria in quanto fatto essenzialmente biologico e solo accidentalmente
psicologico. Infatti, la memorizzazione è una predisposizione della specie umana (memoria organica) ed ha
due caratteristiche: la conservazione e la riproduzione (ad esempio alcuni gesti abitudinari). Pertanto, la
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Scarica Antropologia della Memoria, Caterina Di Pasquale e più Sintesi del corso in PDF di Antropologia solo su Docsity!

Comune a tutte le teorie che si sono succedute sugli studi della memoria, è la definizione di quest’ultima

come meccanismo ed espressione di una predisposizione della specie umana a trasformare, conservare e

richiamare nel tempo una nozione, un avvenimento, un episodio, un’abilità tecnica, un suono.

In quest’ottica la realtà viene pensata come elemento perturbante della stessa capacità mnemonica;

oppure come sfondo nel quale la memoria si crea, lo stimolo esterno attraverso cui la memoria si attiva e va

alla ricerca del passato.

Capitolo primo: SISTEMATIZZARE LA MEMORIA (1880-1920)

Nel corso dell’‘800 si comincia a costruire la memoria pubblica. Il passato assume un valore simbolico

condiviso e funzionale alla creazione e definizione delle identità collettive e individuali. Lo spazio urbano

viene profondamente modificato, cominciano a sorgere i primi archivi e musei, piazze per le manifestazioni

rituali, cimiteri monumentali. Proprio nel quadro di queste trasformazioni che emerge il discorso scientifico

sulla memoria tramite le opere di Galton, Ebbinghaus, Semon, Ribot, Freud e Bergson.

Francis Galton (1822-1911)

Sperimenta un metodo di comparazione e misurazione di alcune caratteristiche antropiche e psichiche,

partendo dalla trasmissione ereditaria di alcune caratteristiche individuali. Nella sua opera, “ Inquiries into

Human Faculty and its Development” (1883) parte dall’osservare la distribuzione ricorrente di alcune

caratteristiche entro “razze” e gruppi sociali specifici. Analizza così degli album fotografici famigliari per

evidenziare come la vita dell’individuo sia un prolungamento del vissuto degli antenati. Le fotografie e le

storie degli antenati non tracciano soltanto linee di continuità e discontinuità nella trasmissione di caratteri

fisici, mentali e comportamentali, ma sono la prova di una pratica collettiva: quella del ricordare insieme.

Procedendo poi, con la somministrazione di un test, indaga la capacità di associazione, di astrazione e le

forme di pensiero. Per lui la memoria dipende dai nessi che la mente di un individuo può stabilire a seconda

del proprio background culturale e di appartenenza. La cultura, dunque è la conseguenza di queste capacità

o incapacità.

Hermann Ebbinghaus (1850- 1909)

Espelle la cultura dal suo protocollo sperimentale. È convinto che la realtà rappresenti un fattore fuorviante

per la comprensione scientifica del ricordare. Egli nella sua opera si occupa di ideare un protocollo

scientifico per studiare i meccanismi della memoria, escludendo tutti gli elementi corruttori della memoria

stessa (come l’esperienza soggettiva e collettiva, il contesto…) La realtà sociale è di per sé fuorviante perché

non permette il normale funzionamento della capacità mnestica individuale.

Lui sceglie come ambiente di lavoro il laboratorio e come oggetto di apprendimento delle liste di sillabe

prive di qualsiasi valenza semantica: impara e ripete a distanza di intervalli temporali precisi per testare la

sua capacità mnemonica considerando attentamente anche il contesto in cui questa operazione avviene

(data, ora, stato d’animo). Arriva a concludere che ruolo importante della capacità mnestica è la ripetizione

e fa alcune riflessioni sulla dimenticanza (successivamente chiamata ‘curva dell’oblio’ in psicologia). L’oblio

infatti non è un movimento cumulativo piuttosto, superata una prima fase in cui la maggior parte delle

informazioni vengono perse, la possibilità di trattenere le rimanenti aumenta fino a diventare stabile.

Arman Ribot (1839-1912)

Lavora sui disturbi della memoria. La degenerazione della memoria colpisce prima quello che è di più

recente formazione perché meno spesso ripetuto dall’esperienza. Egli parla di amnesie generali, parziali e

ipermnesie.

Egli parte dalla concezione della memoria in quanto fatto essenzialmente biologico e solo accidentalmente

psicologico. Infatti, la memorizzazione è una predisposizione della specie umana ( memoria organica ) ed ha

due caratteristiche: la conservazione e la riproduzione (ad esempio alcuni gesti abitudinari). Pertanto, la

memoria organica può essere spiegata facendo riferimento all’habitus ossia tutti quei saperi incorporati che

mettiamo in atto quotidianamente senza pensarci e che vengono per questo considerati come dei gesti

naturali, disposizioni di cui dimentichiamo l’origine.

Ribot, al contrario di Ebbinghaus riconosce la dimensione psicologica della memoria ( memoria psicologica )

e le attribuisce un valore distintivo, la terza caratteristica: la localizzazione nel passato degli stati conservati

e riprodotti; sarebbero gli espliciti riferimenti a dei sentimenti provati, episodi visti, immagini impresse che

contribuiscono al processo mnestico.

Henri Bergson (1859-1941)

Non riconosce la separazione fra memoria organica e memoria psicologica. Afferma che la memoria

organica sia la memoria per eccellenza e che quella psicologica sia soltanto un’abitudine illuminata dalla

memoria. Per Bergson il passato si conserva e manifesta in due forme distinte:

1. Meccanismo motorio  il corpo fa da mediatore nello spazio; il corpo percepisce e riconosce un oggetto

familiare e risponde di conseguenza. Anch’egli fa riferimento al concetto di memoria procedurale, habitus,

una tecnica incorporata come il saper camminare, saper andare in bicicletta.

2. Rappresentazioni narrative  memoria autobiografica ovvero una narrazione del soggetto che si pone in

un passato preciso evocando precisi momenti attraverso aneddoti ecc.

La coscienza è la memoria che viene supportata dal corpo. Pertanto, la memoria è la consapevolezza

esistenziale del soggetto di essere nel tempo ( Memoria- coscienza ).

Ricordo : quando il sistema celebrale filtra il vissuto individuale e lo recupera solo quando è funzionale alle

azioni da compiersi.

Percezione : non ha funzione conoscitiva ma pratica e operativa. Percepire significa agire e modificare la

realtà materiale sulla base delle esigenze corporee e degli stimoli derivati dal mondo esterno.

Memoria, ricordo e percezioni si distinguono sulla base di tre differenti forme di relazione col passato:

 Memoria  memoria- durata: rappresenta la coscienza individuale, comunica l’esperienza

soggettiva della continuità, permette all’individuo di radicare il proprio sé nel tempo e nello spazio.

 Ricordo  memoria-immagine: la trasformazione del vissuto che diventa un’immagine funzionale

alla creazione di un ricordo.

 Percezione  memoria- abitudine: meccanismo motorio di risposta agli stimoli esterni.

Richard Wolfang Semon (1859-1918)

Restituisce una visione unitaria di memoria organica e memoria psicologica. Nella sua opera conia dei

neologismi (mneme, engrafia, ecforia) per evitare sovrapposizioni con il linguaggio usato normalmente per

parlare della memoria ma proprio questi termini possono aver creato un ostacolo per la lettura dei suoi

studi. Egli focalizza la sua attenzione sul ruolo del contesto ambientale nella costruzione della memoria

organica e del contesto socioculturale nella formazione di quella quotidiana.

MNEME: è il processo del ricordare che comprende tutti i fenomeni connessi al processo mnestico sia dal

punto di vista organico (ereditarietà di alcuni tratti) sia da quello psicologico (acquisizione alcuni

comportamenti e abilità). Mneme include lo stimolo esterno, le sollecitazioni sensoriali ecc.

Mneme si realizza in tre passaggi:

1. ENGRAFIA: momento preciso del ricordare; quando un determinato avvenimento (stimolo)

modifica lo stato di partenza dell’individuo e quindi viene compreso.

2. ENGRAMMA : momento della trasformazione dell’avvenimento (stimolo) in traccia; è l’alterazione

causata dalla sollecitazione esterna.

l’orizzonte sociale e culturale, la comunità e l’individuo. (legame indissolubile tra memoria e cultura/

memoria e società.

Lev Semenovic Vygotskij (1896-1934)

La sua prima opera diffusa in Europa è “Pensiero e linguaggio”. Si concentra in particolar modo sul ruolo

che la cultura, intesa come contesto materiale e simbolico di vita, capace di orientare il vissuto familiare e

comunitario, svolge nel favorire o meno lo sviluppo di alcune abilità intellettuali.

Egli introduce la definizione di ‘ricordo mediato’ , che caratterizza il soggetto in quanto persona

culturalmente e socialmente connotata. Si manifesta principalmente attraverso la parola: l’azione verbale

sostanzia la memoria e ne orienta lo sviluppo a partire dal processo culturale di formazione dei bambini.

Egli rivendica la doppia essenza del ricordare: come meccanismo naturale e come processo sociale. Il primo

condizionato e determinato da un apparato organico, l’altro condizionato dal contesto sociale e culturale. Il

primo processo (meccanismo naturale) dipende dalla azione neurologica della mente e si articola in un

meccanismo di azione-reazione; il secondo processo (sociale) è più complesso e dipende dalle

caratteristiche identitarie e individuali del soggetto, dalla sua storia di vita, dalla sua formazione. Proprio da

questi fattori deriva la capacità di un individuo di pensare, ragionare, plasmare simboli. Proprio il linguaggio

è uno strumento mnemotecnico che aiuta e favorisce il processo di memorizzazione.

Frederic Charles Bartlett (1886-1969)

Riconosciuto come uno dei fondatori della psicologia cognitiva. La sua aspirazione (in seguito ad un viaggio

in Africa che lo spinge verso questa prospettiva nuova) è quella di riprodurre le condizioni realistiche di

manifestazione e funzionamento della memoria così come i soggetti le vivono nel contesto sociale e di

appartenenza.

Esperimento più famoso quello relativo alle “ripetizioni ripetute” e alle riproduzioni in serie (racconto

indiano “La guerra dei fantasmi” ripreso da Boas).

Racconto “la guerra dei fantasmi”: due giovani decidono di trascorrere la notte nei pressi di un fiume alla

ricerca di foche da cacciare. I due incontrano degli sconosciuti che li pregano di partecipare con loro alla

battaglia contro i cittadini di una località vicina. Solo uno dei due amici segue gli stranieri e assiste a brutali

uccisioni da entrambi gli schieramenti. Finita la battaglia il giovane sente gli stranieri parlare fra loro del suo

ipotetico ferimento ma lui non sente dolore da nessuna parte: non è stato ferito. Quindi intuisce che quelle

figure che lui vede sono dei fantasmi. Decide di tornare a casa e comincia a raccontare ai suoi familiari

l’accaduto. Non appena il sole sorge l’uomo avverte un malessere e muore, proprio come i fantasmi

avevano predetto la notte prima.

Bartlett conduce degli esperimenti proprio partendo da questo racconto. Egli evidenzia un comune

processo di metamorfosi del racconto che progressivamente viene semplificato e adattato. La versione

originale viene culturalmente tradotta fino a rendere il racconto coerente con l’orizzonte di ricezione.

Bartlett parla di trasformazioni che possono avvenire su diversi livelli: omissione di dettagli, cambiamento

dell’ordine cronologico degli eventi, razionalizzazione dell’intera storia e dei dettagli fino al raggiungimento

di un repertorio condivisibile col gruppo di appartenenza.

Ricordare significa pertanto addomesticare l’esperienza di ripetizione in ripetizione. La memoria in

quest’ottica è un processo di razionalizzazione che si realizza in diversi passaggi e che implica delle

trasformazioni progressive e coerenti con l’orizzonte di riferimento del soggetto che racconta. Queste

operazioni avvengono seguendo quelli che Bartlett chiama ‘schemi’ o ‘schemata’: rappresentano un codice

che ogni individuo apprende vivendo nella società e che orientano il ricordo e il pensiero influenzandolo.

Maurice Halbwachs (1877-1945)

Rigetta completamente sia la visione materialista sia quella spiritualista della memoria (materialisti: ricordo

dipende dai meccanismi organici e dal sistema celebrale; spiritualisti: ricordo è manifestazione dell’anima

individuale). Egli sostiene che la memoria è un fatto sociale. Ogni atto di memoria sottintende delle

strutture sociali che funzionano da canovaccio attorno alle quali costruire il racconto del passato e che ne

permettono la comprensione e la condivisione. Queste strutture sono i quadri sociali. Primo fra tutti è il

linguaggio: rappresenta il primo veicolo attraverso il quale la cultura di appartenenza orienta la memoria

individuale (la parola plasma la mente e quindi anche il ricordo ).

Per Halbwachs l’ipotesi di un ricordo assolutamente soggettivo è un’illusione poiché sia il pensiero sia la

mente sono sociali. Il soggetto filtra qualsiasi esperienza usando i quadri sociali di riferimento per renderlo

quanto più possibile pensabile e comprensibile per la società di appartenenza.

Ciascun individuo sociale costruisce il suo romanzo personale via via che lo vive. L’autobiografia si presenta

come un building romance : il protagonista supera tutta una serie di ostacoli per arrivare al suo obiettivo

che coincide con l’integrità del sé; i nuclei tematici principali coincidono con i momenti più problematici

vissuti dal protagonista; la cornice temporale integra più dimensioni, quella personale, familiare, sociale.

La memoria autobiografica è un fatto sociale e il ricordo è un’azione pubblica di condivisione del vissuto. In

questo contesto la famiglia è il primo dei luoghi comunicativi in cui si trasmettono le memorie dei singoli, si

costruisce un patrimonio da trasmettere, si perpetuano delle regole, dei valori. La famiglia è una comunità

nella comunità e svolge un’azione protettiva nei confronti dei suoi membri, addomesticando gli stimoli che

vengono dall’esterno secondo il proprio codice interpretativo.

Memoria autobiografica e memoria collettivo non sono categorie agli antipodi, piuttosto sono in relazione

continua fra loro secondo un rapporto di inclusione. Le molteplici azioni commemorative individuali o

comunitarie interagiscono fra loro. In ogni comunità agiscono due forme di memoria :

 Memoria attuale: si manifesta quotidianamente nel dialogo, si concretizza in luoghi, forme rituali di

commemorazione, monumenti, che contribuiscono a rendere attuale il legame col passato seppure

distante nel tempo.

 Memoria potenziale : rimane latente in attesa di essere selezionata e valorizzata dal presente

sociale. È una memoria sociale che evoca un sentimento di familiarità

La storia nasce quando il legame identitario si interrompe e il passato non viene più percepito come

familiare e non è più condiviso.

Capitolo terzo: IL CONTESTO “NATURALE” DELLA MEMORIA (1960-1980)

Anni ’60 e ’80 del ‘900: si assiste ad un riconoscimento lento e progressivo degli approcci di Bartlett,

Halbwachs e Vygotskij. Soprattutto Tulvig e Neisser hanno giocato un ruolo principale per il riconoscimento

della cultura quotidiana nell’intero processo del ricordare.

Ulric Neisser (1928-2012)

Psicologo cui si riconosce di aver fondato la psicologia cognitiva e di aver inaugurato la prospettiva

ecologica negli studi sulla memoria. Egli riprende ed amplia il concetto di ‘schemata’ introdotto da Bartlett

applicandolo in una visione capace di valorizzare gli aspetti pratici della memoria. Si concentra sulla

memoria autobiografica, sui meccanismi di trasmissione ed elaborazione, sui ‘memorata’ ossia le funzioni

pratiche del ricordare osservate nel contento ‘naturale’ di manifestazione.

Per contesto naturale egli intende il contesto sociale e culturale del soggetto ricordante. Infatti, è l’uso

sociale a determinare la capacità del ricordo; secondo Neisser, pertanto, la cultura svolge un ruolo primario

nel determinare cosa e come si ricorda individualmente e collettivamente. Egli parla di ‘flashbulb

memories’, ovvero ricordi fotografici di eventi pubblici rilevanti che i soggetti trasmettono anche a distanza

di anni.

Capitolo quarto: GLI ANNI SETTANTA: LA MEMORIA TRA ORALITA’ E SCRITTURA Il dibattito degli anni ’70 vede come protagonista un progressivo riconoscimento della memoria come “soggetto e oggetto” conoscitivo delle discipline storico- sociali. L’antropologia culturale comincia a valorizzarne gli aspetti culturali e riflette sulla funzione giocata dalla memoria organica e sociale nell’evoluzione della specie, nella trasmissione delle tecniche e dei saperi. André Leroi-Gourhan (Il gesto e la parola) Antropologo francese classifica tre diverse tipologie di memoria:  memoria specifica: ha a che fare con l’ereditarietà genetica  memoria sociale : (etnica) ha a che fare con i modelli educativi acquisiti fin dalla prima infanzia, vengono incorporati e replicati nella quotidianità. Questa educazione è quella che garantisce la continuità di un gruppo grazie al linguaggio. Infatti, il gruppo sopravvive grazie all’esercizio di una vera e propria memoria in cui si inscrivono i comportamenti: per gli animali si tramandano grazie all’istinto; negli esseri umani col linguaggio.  memoria elettronica Partendo da queste distinzioni, l’antropologo indaga i nessi fra il pensiero e il linguaggio e si interroga sui rispettivi collegamenti con la storia. In quest’ottica egli ricostruisce la storia della memoria collettiva suddividendola in cinque periodi:

  1. Trasmissione orale  la trasmissione dei saperi di una comunità è la condizione necessaria per la sopravvivenza materiale e sociale del gruppo stesso, poiché la memoria non si appoggia a nessun supporto grafico.
  2. Trasmissione scritta
  3. Scrittura di schede  le prime schede sono cartacee, successivamente arrivano quelle elettroniche che determinano la supremazia della memoria artificiale.
  4. Meccanografia
  5. Classificazione/ conservazione elettronica Questi cinque periodi segnano il passaggio da una memoria sociale etnica trasmessa oralmente a una conservata grazie alla scrittura. Claude Levi Strauss Rimanendo sulla dicotomia fra oralità e scrittura, egli suddivide le società in società calde e società fredde. Società calde: sono le società evolute, caratterizzate dal mutamento continuo dei loro modi di vita. (visione cumulativa della storia) Società fredde : società che producono meno progresso; sono avvantaggiate dal punto di vista sociale perché generano meno conflitti al loro interno. (visione stazionaria della storia) Jack Goody (Addomesticamento del pensiero selvaggio, 1981) La distinzione fra ‘mito’ e ‘storia’ nasce nel momento in cui la scrittura alfabetica incoraggia l’umanità a mettere l’una accanto all’altra le varie descrizioni dell’universo e quindi a percepirne le differenze. Sono proprio i cambiamenti introdotti dalla tecnica scritturale ad aver stimolato nuovi modi di ricordare e memorizzare. Pertanto, la storia come scienza si sviluppa grazie all’introduzione progressiva di tecnologie di comunicazione. Nell’analizzare il pensiero umano, i suoi processi di apprendimento e memorizzazione non si può non considerare il sistema comunicativo che li veicola. Goody descrive tre situazioni linguistiche:
  6. Società esclusivamente orali: il passato viene controllato e tramandato grazie agli apparati mitico- rituali che rinnovano il legame identitario, connettendo il presente al tempo delle origini.
  7. Società a sistema misto: la tecnica scritturale facilita la conservazione di testi e documenti e assieme alla trasmissione orale crea e rafforza i legami culturali col passato.
  8. Società a comunicazione esclusivamente scritta

Jacques Le Goff Un altro grande protagonista del dibattito degli anni ’70 sulle relazioni tra pensiero- linguaggio- apprendimento, oralità- scrittura e mito-storia. Analizzando le società senza scrittura (società selvagge ) egli osserva che la memoria collettiva sembra organizzarsi attorno a tre poli di interesse: l’identità collettiva del gruppo (fondata sui miti d’origine), il prestigio della famiglia dominante (genealogie) e il sapere tecnico (pratiche). Nelle società complesse egli nota un legame indissolubile tra la celebrazione del passato e l’identità collettiva e politica. Questo legame si è via via rafforzato proprio grazie alla democratizzazione della scrittura e alla nascita di alcune istituzioni come cimiteri, archivi e musei. Da qui egli tripartisce la memoria collettiva in : memoria urbana; memoria regia e memoria funeraria. Un altro aspetto che viene analizzato nel dibattito degli anni ’70 è la nascita dello stato-nazione e la sua costruzione- immaginazione simbolica. A questo proposito, Le Goff evidenzia come lo spazio e il tempo siano stati adattati alle necessità simboliche della politica identitaria. ORAL History: rivendicazione portata avanti da antropologi, sociologi, storici sull’uso scientifico della storia orale che avesse a che fare con la dimensione privata di vivere quotidiano e di gruppi poco valorizzati dalla precedente ricerca sociologica e storica. Sono tre le cause che hanno favorito la creazione e la progressiva diffusione dell’Oral History:

  • Gruppo delle ‘Annales’  studiosi come Bloch, Braudel, Le Goff, con cui il passato comincia a essere studiato alla luce di nuove categorie, quelle di mentalità e immaginario. Il loro intento è quello di includere le pratiche sociali condivise dalle persone all’interno del discorso storico (prima escluse) - Contesto storico-politico dell’epoca  anni contraddittori (anni ’60) in cui si assiste ad una contrapposizione fra un discorso progressista e uno fortemente conservatore
  • La consapevolezza e la critica contro il modo di produrre e trasmettere la storia  si ricorreva soltanto all’utilizzo di fonti ufficiali, escludendo dal discorso storico i diversi soggetti sociali come le classi più deboli etc. riportando soltanto il punto di vista delle classi dirigenti ed egemoniche. Pertanto, in quest’ottica le testimonianze orali diventano una sorta di missione scientifica e politica allo stesso tempo. Attraverso la testimonianza orale e quindi le autobiografie e/o biografie si veicola una diversa versione degli eventi storici, ricca di dettagli emozionali che sfuggono ai documenti ufficiali. L’egemonia della tecnica scritturale viene molto spesso criticata perché strumento di rimozione delle alterità e delle minoranze. Capitolo quinto: GLI ANNI OTTANTA: MEMORIE, SIMBOLI E IDENTITA’ Negli anni ’80 il dibattito sulla memoria collettiva e sociale acquisisce più visibilità. Il legame tra passato e presente e il suo potere simbolico nel rafforzamento delle identità collettive vengono progressivamente riconosciuti come argomenti prioritari. In questo periodo si rafforzano quattro filoni di studio:  Il primo sviluppa le relazioni multidisciplinari su storia orale, soggettività e storie di vita  Il secondo sviluppa i temi sulla memoria come simbolo necessario alla costruzione dello stato-nazione e popolo-nazione  Il terzo si concentra sui legami tra mito, rito e immaginazioni storiografiche  Il quarto sancisce il riconoscimento sociale della memoria come valore morale Costruzione dello stato-nazione e popolo-nazione Fra il ‘700 e l’800 si realizza in Europa l’invenzione della tradizione. Per tradizione inventata (Hobsbawm) si intende un insieme di pratiche, regolate da norme accettate, rituali o simboliche che si propongono di inculcare determinati valori

Capitolo sesto: GLI ANNI NOVANTA: MEMORIE DIVISE, GIUSTIZIA E TRAUMA Negli anni ’90 si assiste ad un massiccio incremento degli studi sulla memoria collettiva e sociale che approfondiscono la dicotomia fra memoria- storia, oralità- scrittura. Gli elementi di principale interesse in questi anni sono:

  • Definizione della memoria collettiva e differenze fra memoria collettiva e memoria sociale
  • Analisi delle pratiche memoriali nello spazio pubblico dello stato-nazione
  • Comprensione delle relazioni tra passato e identità (etnica, politica, religiosa, nazionale)
  • Ricostruzione di una teoria unitaria delle forme del ricordare Queste esigenze dal punto di vista degli studi sulla memoria è spiegabile in relazione agli eventi che caratterizzano questo decennio (fine Guerra Fredda, caduta muro di Berlino, guerre etniche-nazionaliste) Jay Winter Si interroga sull’esplosione della memoria come tema condiviso dalla società civile e usata dal mercato, mediatico e non. Egli si interroga se la miccia di questa esplosione sia stata la memoria dell’Olocausto (come afferma Pierre Nora). In realtà sono molteplici le circostanze che hanno favorito la nascita di questa ‘generazione- memoria’: il ’68 e le sue rivendicazioni; il progressivo incremento del capitale sociale dopo la Seconda Guerra Mondiale; lo sviluppo tecnologico e la costruzione di dispositivi di archiviazione ecc. In particolare egli si interessa soprattutto di memorie di guerra , quelle legate al genocidio degli ebrei e si occupa dell’elaborazione del lutto fra sfera privata e commemorazioni pubbliche. Jay Winter propone cinque forme sociali attraverso cui il ricordare si manifesta nella contemporaneità:
  1. Identità politiche: manifestano in vari modi il legame fra passato e potere;
  2. Commemorazioni
  3. Memorie familiari
  4. Memorie di guerra
  5. Memorie traumatiche In questi anni anche la sociologia stessa si apre molto allo studio della memoria. Paolo Jedlowski Una delle voci più autorevoli in Italia, ricostruisce una breve storia sociale della memoria (“Rassegna Italiana di Sociologia). Egli riflette sull’onnipresenza della memoria della sfera pubblica contemporanea. Parla di memoria della sfera pubblica intendendola come l’ambito della vita delle moderne società: si costituisce come tradizione e razionalizzazione del discorso di ieri a confronto con il presente. La memoria della sfera pubblica assolve due funzioni:
  • È il luogo di confronto delle memorie collettive che convivono in una società
  • Definisce i criteri di plausibilità e rilevanza della memoria sociale da offrire alla società per formare opinioni competenti su questioni di interesse Jan Assmann Con lui ritorna negli anni ’90 il tema del legame tra memoria, potere e identità politica (Le Goff, Hobsbawn, Anderson, Nora). Lui interpreta la memoria come la conseguenza di un processo di significazione del passato : tutto ciò che un soggetto ricorda dipende dal suo contesto di vita e rimanda a un’esperienza vissuta e celebrata collettivamente secondo le pratiche e gli usi di quel determinato gruppo. Lo scorrere del tempo è una caratteristica universale; culturale è la forma che assume il riferimento al passato. Per questo egli parla di ricordo freddo, ricordo caldo, sistemi di raffreddamento (sedativi) o di riscaldamento (incentivi) che determinano quindi la capacità di orientare il comportamento sociale nel presente in relazione al passato. Assmann riprende gli studi di Vansina sulle memorie orali delle società africane senza scrittura e sulla lacuna che si presenta in tutte le loro narrazioni storiche (floating gap: laguna fluttuante). Gli attori sociali raccontano il proprio passato cucendo, senza preoccuparsi della continuità temporale, il tempo delle origini con quello del presente. Partendo da questo Assmann parla di:
  • Memoria culturale : il racconto del tempo delle origini; è una memoria istituzionalizzata, si riferisce al passato esemplare e fondante e viene trasmessa in circostanze particolari e formalizzate. Bisogna evidenziare la lezione ad essa associata, il senso che gli viene attribuito collettivamente
  • Memoria comunicativa : il racconto della vita dell’attore sociale; riguarda la dimensione privata e si basa sulla trasmissione di storie di vita anche tramite piccoli archivi familiari, foto, oggetti. John Gillis Memoria e identità sono due tra i principali termini usati nel discorso contemporaneo pubblico e privato, a livello globale. La nozione di identità dipende da quella di memoria e viceversa. Sono le memorie nate dopo la prima e la Seconda Guerra Mondiale ad aver sancito la nascita della contemporanea cultura del ricordo in Europa. A seguito della Grande guerra si è assistito ad una monumentalizzazione del paesaggio nazionale con altari, targhe, statue destinate al culto dei morti per elaborare il lutto privato. Il dolore è stato raffigurato materialmente tramite oggetti di culto; tutto è stato oggettivato tramite il linguaggio cinematografico, fotografico, narrativo. La commemorazione della morte di massa a seguito dei due conflitti mondiali va a sostanziare la memoria ufficiale. Molto studiosi si sono interrogati nel corso degli anni Novanta sul perché soltanto alcuni ricordi legati alla guerra fossero riproposti in contesti ufficiali, mentre altri, come quelli delle donne o le persone della classe operaria, fossero spesso emarginati. Si parla per questo di comunità mnemonica : i superstiti e i loro figli formano una comunità a se stante che continua a raccontare la “loro storia”, una narrazione in cui memorie individuali e memorie di gruppo di intersecano e si fondono insieme. La memoria della Shoah oggi viene definita come il modello esemplare e paradigmatico di ogni memoria traumatica ed ha innescato il boom di ricordi esplosi negli anni Novanta. Avviene una vera e propria trasformazione della Shoah da memoria di pochi a patrimonio di tutti a prescindere che la violenza e il lutto siano vicini o estranei dall’esperienza diretta. La storia di questa trasformazione può essere suddivisa in tre fasi diverse: I. Tentativo degli abitanti dei ghetti di conservare quante più tracce possibili di un mondo che percepiscono come in via d’estinzione II. “emorragia di espressione” che caratterizza i sopravvissuti dopo la fine della guerra. Essi avvertono un debito nei confronti delle vittime tanto grande da essere come un’ossessione e per questo testimoniano III. Riconoscimento sociale e culturale della Shoah. Questa fase inizia con il processo contro Eichmann del 1961. Nel processo viene attribuita una nuova identità al sopravvissuto, il testimone è portatore di storia. (l’era del testimone) Il vasto studio attorno alla memoria legata alla violenza, identità e giustizia ha fatto evidenziare dei punti in comune a tutte queste ricerche: a. Valorizzazione della memoria come intreccio fra una sfera soggettiva e collettiva, privata e pubblica; negoziazione attorno alla morte subita e violenza di guerra; creazione-condivisione di simboli di celebrazione b. Distanza percepita fra la memoria ufficiale trasmessa dagli apparati istituzionali e le verità locali (istituzioni colpevoli di non averli aiutati e averli dimenticati) c.  trasmissione di una memoria collettiva alternativa a quella ufficiale diffusa soprattutto attraverso canali privati (archivi familiari, collezioni di foto ecc) d. Consapevolezza delle comunità mnemoniche di poter vendicare una proprietà simbolica del proprio passato, con una visione nostalgica e idilliaca della vita familiare antecedente alla guerra (paradiso perduto) Tutti questi elementi accomunano diverse memorie di guerra, memorie traumatiche di violenze subite.

PARTE TERZA  IL PARADIGMA MULTIDISCIPLINARE (DAL 2008)

Capitolo settimo: VERSO UNA TEORIA GENERALE DELLA MEMORIA Nel corso degli anni e degli studi che si sono susseguiti sulla memoria, ritroviamo sempre la necessità di elaborare e proporre una visione complessiva di quest’ultima, a partire da come il passato viene ricordato entro contesti sociali nei quali soggettività diverse interagiscono. Vengono studiate realtà culturali diverse, da quella europea a quella asiatica ecc. Altro elemento comune che si riscontra in tutti gli studi dal 2008 in poi è l’autorevolezza e il riconoscimento del contributo di Halbwachs, considerato un apripista di un certo modo di osservare, classificare e studiare la memoria. Due testimoni del nascente interesse dell’antropologia agli studi sulla memoria sono Paul Connerton ed Elizabeth Tonkin. Il primo riflette sulla dimensione corporea e la seconda sulla dimensione narrativa.

  • Connerton  sottolinea l’influenza del passato nella determinazione del presente; le rappresentazioni del passato servono per avvalorare un ordine sociale nel presente; il passato funge da modello per orientare tanto il singolo quanto le collettività. Questo modello agisce proprio attraverso il corpo, tramite gli automatismi corporei, gestualità incorporate. Egli riflette sulle azioni commemorative, come i riti e sugli elementi formali e performativi che compongono la pratica rituale. In quest’ottica il corpo appare sia come veicolo di costruzione sia come canale di trasmissione e ripetizione del ricordo.
  • Tonkin  si concentra sulla dimensione sociale e culturale della testimonianza orale che va a costituire un vero e proprio genere narrativo. Lei definisce la testimonianza autobiografica come rappresentazione e azione discorsiva. Attribuisce, come Connerton, una doppia identità alla memoria: sia dispositivo funzionale all’individuo singolo, sia dispositivo sociale e culturale utile alla collettività. Collective Remembering (1990): un manifesto per chi riconosce nella memoria un processo culturalmente e socialmente costruito, curato da David Middleton e Derek Edwards. Tentano di far superare la visione dominante secondo cui la memoria sia una proprietà individuale circoscritta e il mondo sociale lo sfondo su cui essa di esprima. Nel loro manifesto essi affermano la multidisciplinarietà della memoria: vista la complessità dell’oggetto in questione, deve nutrirsi di tutte le prospettive interessate. Motivo per cui lo stesso spazio pubblico, in cui si manifesta la memoria, deve diventare necessariamente oggetto di studio. Il problema della veridicità o meno del ricordo viene sostituito da quello della rilevanza simbolica. Aleyda Assman Propone un’analisi attenta e dettagliata dei mutamenti della memoria culturale. La sua idea di memoria è strutturata intorno alle diverse funzioni che nel tempo le sono state attribuite, ai mediatori che ne hanno consentito la trasmissione, ai depositi che l’hanno raccolta e custodita. Lei differenza la memoria come ars dalla memoria come vis:Memoria come ARS  Cicerone ne è il padre; è un’idea tecnica della memoria che può essere raffinata; si basa strettamente sulla connessione tra stimolo esterno e conseguente reazione interna all’individuo.  Memoria come vis  Nietzsche ne è il padre; riflette sulla relazione tra il ricordo individuale e l’identità del soggetto. La memoria come vis è alla base degli studi psicologici. Essa è connessa con la dimensione sociale e collettiva. Tra i mediatori della memoria concepita come vis, l’autrice riconosce lo spazio, il tempo, la scrittura, le immagini, il corpo, i luoghi. Tutti questi mediatori incorporano la dimensione culturale di ogni comunità e la trasmettono nel tempo. Memory Studies (2008): rivista nata per favorire i dibattiti, incontri e dialoghi su cui scrivono i maggiori studiosi che si sono occupati della memoria (coniugi Assman, Connerton, Winter, Schwartz…). Gli spunti su cui riflettere sono i più disparati dal ricordo nella quotidianità, la memoria collettiva, pubblica, sociale, relazione fra biografia e storia ecc. su cui i vari studiosi si confrontano. Nel corso del tempo si va a configurare come vero e proprio campo di studio multidisciplinare.