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Riassunto realizzato dalla lettura di "Antropologia della memoria - il ricordo come fatto culturale" di Caterina di Pasquale. Per esame di Antropologia sociale o Antropologia culturale
Tipologia: Appunti
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Il filosofo Hacking sostiene che le scienze hanno iniziato a studiare la memoria quando il processo di secolarizzazione inizia a includere anche l’anima – cioè nella seconda parte dell’Ottocento. Questo argomento è stato studiato soprattutto dalla psicologia o sue sottocategorie. Ma da Cartesio o Aristotele al XX secolo non si è progredito di molto: la traccia mnestica, sostanzialmente, era considerata come un imballaggio stabile lasciato nell’organismo dall’esperienza. E il riconoscimento della relazione tra memoria e cultura è stato relativamente tardivo. La Di Pasquale sostiene che non c’è cultura senza memoria e non c’è memoria senza cultura. ---Anni ’60 Svolta Ecologica ---Anni ’90 Svolta Costruzionista Primo capitolo I primi studiosi ad analizzare la memoria sono Galton, Ebbinghaus, Ribot, Semon, Bergson e Freud. Europei a cavallo tra Ottocento e Novecento. Che hanno contribuito a delineare 5 nuclei di studio principali: 1 – Memoria come risorsa naturale che permette di comprendere ereditarietà dei caratteri ed evoluzione. 2 – Memoria che caratterizza fisiologicamente le facoltà psichiche. 3 – Memoria come meccanismo (elaborazione, conservazione, recupero) a prescindere da cultura e contesto 4 – Memoria come meccanismo consapevole o inconsapevole 5 – La relazione fra corpo, mente e psiche della memoria. Il contesto storico permette la nascita di questo approccio scientifico, poiché si iniziava a valorizzare la memoria con monumenti, musei, archivi, cimiteri monumentali – ma anche a livello familiare con reliquie, nome dei nonni e foto di famiglia. A livello letterario: con le autobiografie. Galton (1822/1911) – Vive in un’epoca dove i confini tra le discipline scientifiche sono labili. Lui si interessa di trasmissione ereditaria. Sperimenta un metodo di comparazione delle caratteristiche antropiche e psichiche, e diventa uno dei protagonisti dell’eugenetica, approcciandosi all’analisi attraverso l’uso delle fotografie. Lui usa tale approccio per classificare modelli comportamentali e fisici e dare un connotato “razziale” alle capacità mentali, al contrario di Halbwachs che usa la fotografia per analizzare la memoria collettiva e quindi il ricordare insieme.
Per Galton corpo e mente di razze diverse hanno diverse potenzialità, sviluppate in base al contesto. La cultura è quindi la conseguenza delle loro capacità. Ebbinghaus (1850 – 1909) – Pur pubblicando negli stessi anni di Galton, lui toglie la cultura dal suo lavoro sulla memoria poiché ritiene la realtà fuorviante. Il suo obiettivo è definire i meccanismi della memoria scissi dal contesto. Teorizza quella che verrà successivamente chiamata “curva dell’oblio”: l’oblio non è un movimento cumulativo, anzi una volta superata la prima fase nel quale la maggior parte delle informazioni si perdono, la possibilità di trattenere quelle informazioni aumenta fino a stabilizzarsi. Ribot (1839 – 1916) – Studia i disturbi della memoria ed è tra i fondatori della psicologia patologica. Ha scoperto la legge di Ribot: la distruzione della memoria segue una legge: si degenera prima ciò che è più recente e si degenera più facilmente ciò che è complesso, poiché l’esperienza lo ripete meno del semplice. Per lui la memoria è un fatto biologico e solo accidentalmente psicologico. Bergson (1859 – 1941) – Si oppone nettamente alla visione di una memoria organica separata da quella psicologica. Afferma che i ricordi acquisiti per ripetizione sono solo una minima parte, la maggiore è legata alla contingenza reale. Solo perché le cose “imparate” sono le più utili gli diamo maggiore importanza. Per Bergson il passato si manifesta in due forme: attraverso il corpo e quindi la memoria procedurale; la seconda sono ricordi indipendenti richiamati narrativamente. I primi si manifestano per ripetizione, abitudine; i secondi si saldano al primo colpo nella memoria diventando nuclei irripetibili – un ricordo cosciente di essere nel tempo e nello spazio. Distingue però memoria, ricordo e percezione in base alle diverse forme con cui si relazionano al passato: memoria-abitudine, memoria-immagine e memoria-durata. Semon (1859 – 1918) – Ritiene ambiguo il termine memoria e conia delle classificazioni: mneme, engrafia ed ecfaria. Semon focalizzava l’attenzione sul ruolo del contesto. Chiama Mneme il processo del ricordare nel suo complesso, comprensivo della sollecitazione. Mneme si realizza in tre passaggi: engrafia è il momento in cui lo stimolo smove l’organismo, l’engramma è il momento in cui l’organismo trasforma quello stimolo in traccia: il frutto di quello stimolo, infine ecfaria è il momento in cui si ha coscienza di quell’engramma. Freud (1856 – 1939) – Più degli altri, prova a integrare gli aspetti naturali e psicologici della memoria. Freud dà il via a una riflessione clinica sulla memoria che prescinda dai meccanismi biologici e si rapporti a quelli psicologici. La memoria autobiografica diventa l’espressione del super io, che distorcendo il vissuto manifesta la malattia. E, perciò, attraversi la memoria autobiografica il paziente può riconoscere e rielaborare il trauma. Difatti definisce il rimosso e le dimenticanze una lotta fra eros e thanatos, impulso di vita e impulso di morte. Nel malato thanatos vince su eros. Dubita dei ricordi d’infanzia ritenendoli costruiti sull’infanzia a posteriori.
Terzo capitolo Grazie a Vygotskij, Bartlett e Halbwachs le scienze della memoria alla fine degli anni Trenta hanno scoperto la dimensione sociale della memoria. Negli anni Sessanta saranno Tulving e Neisser a concentrarsi sul ruolo giocato dalla cultura quotidiana nel processo del ricordare. Neisser fece notare in una conferenza di psicologi nel 1978 che gli studi di Bartlett non erano stati sufficientemente affrontati. Tulving accoglie la sua istanza studiando il funzionamento del ricordare nell’apprendimento, mentre Neisser si concentra sulla memoria autobiografica. Ed insieme riescono a produrre un importante cambiamento di rotta. Tulving (1927) – Combatte con la visione unitaria della memoria, che in cento anni (1870-
include anche le conoscenze inconsce o che abbiamo pur non avendo noi come protagonisti degli eventi. Questi anni in cui le basi sociali e culturali del ricordare sono state riconosciute sono chiamati “svolta ecologista”. Quarto capitolo Nonostante l’apertura degli anni ’60 e ’70, le scienze socioculturali non si interessarono al ricordo prima degli anni ’80, quando iniziano a porsi le fondamenta dei memory studies. Non è solo da imputare alla psicologia ma anche alla storia, alla sociologia e all’antropologia. Questa reticenza conferma il pregiudizio che si percepiva: la memoria è una questione soggettiva. E, inoltre, affrontare la memoria per ogni disciplina significa anche mettersi in discussione. Il primo antropologo a parlare della memoria nella trasmissione culturale è Leroi-Gourhan , associando l’evoluzione fisiologica dell’homo sapiens al suo potere creativo: una volta acquisita la posizione eretta e liberate le mani cresce la sua immaginazione. Classifica tre memorie: specifica, etnica ed elettronica. La prima riguarda l’ereditarietà genetica, la seconda è quella acquisita nella prima infanzia, i modelli culturali acquisiti e replicati quotidianamente – appartiene al gruppo di appartenenza e agisce in maniera più o meno cosciente. Levi-Strauss classifica come “società fredde” quelle che sono oggetto di studio per l’antropologia, società orali immerse in un eterno presente, o meglio in una storia stazionaria. Le società evolute, che hanno interiorizzato i dispositivi di classificazione e memorizzazione, sono le “società calda”. Sostiene che le culture orali e le culture scritte abbiamo modi diversi di pensare, comunicare e trasmettere il passato. Le società fredde sono più reticenti al cambiamento e quelle calde più propense. Goody critica questo modello poiché ritiene che storia e mito non siano opposti poiché figli entrambi di un pensiero storico. Anche Le Goff si inserisce nel dibattito riprendendo le riflessioni di Goody e Leroi- Gourhan. Definisce selvagge le società prive di scrittura e non-selvagge quelle che l’hanno incorporata – senza però negare la sopravvivenza di tecniche mnemoniche legate all’oralità. Tuttavia, il suo interesse principale è la celebrazione (o esecrazione) del passato e l’identità collettiva e politica; come il rapporto cambi con il progredire delle tecniche e come il potere regio abbia la discrezionalità sulla memoria. Come lui Mosse riflette su memoria e identità concentrandosi sulla creazione del nazionalismo tedesco tra Ottocento e inizio Novecento. Mostrando come la scelta di monumenti, celebrazioni e rituali – giunta dalla politica – ne abbia costituito una parte importante. Mutatis Mutandis, possiamo traslare queste riflessioni in Italia durante il fascismo. Negli stessi anni, però, si consolida la oral history. Un gruppo di antropologi e sociologi che rivendica l’uso scientifico dell’oralità e in generale l’uso di fonti soggettive. Bloch , Febvre e Braudel inaugurano questa scena, la cosiddetta “nuova storia”. Centrale diventa il ruolo della testimonianza diretta, ritenuta in qualche modo più pura. Seppur minoritaria, questa
non può essere l’unico fattore ma una serie di elementi storici, politici e anche tecnologici che l’hanno favorito. Negli anni Novanta lo spazio viene evidenziato come centro dove si forma la memoria, mentre agli inizi era la sfera intima e privata. Assmann, ritiene la memoria un modo per dare, nel presente, significato al passato – sulla scia di Bartlett. Lo scorrere del tempo è un senso universale, ma i riferimenti al passato sono un fatto culturale. Assmann parla di ricordo fondante e di ricordo contrappresentistico: il primo legittima lo status quo in quanto conseguenza dei miti elaborati dal potere; il secondo manifesta l’insoddisfazione di alcuni gruppi sociali. Nel mezzo inserisce il floating gap: i due ricordi non si escludono ma sono connessi. La prima è la memoria culturale: il racconto del passato, il secondo la memoria comunicativa, il racconto del presente. La prima è istituzionalizzata, la seconda privata. Lowenthal definisce il passato come un campo di battaglia fra schieramenti rivali, dove si gioca una battaglia ideologica: da una parte la visione eurocentrica e dall’altra chi la vede come terra straniera. Gillis ritiene siano le memorie nate sulle ceneri della Prima e Seconda guerra mondiale ad aver sancito la nascita della contemporanea cultura del ricordo, in Europa. Sia per i simbolismi che per la narrazione che se ne è fatto. Questo apre il campo, quindi, a una conflittualità attorno ai ricordi, sia a livello istituzionale che privato -in base a ideologie politiche personali – questioni che distorcono il ricordo di ogni fatto storico del Novecento. Gli stessi studi sulla memoria dei conflitti hanno occupato un vasto campo d’analisi – soprattutto per la Shoah. Anche per questo Nora la definisce come causa scatenante del boom dei ricordi negli anni Novanta. Quindi erano gli anni dei “testimoni”, di conseguenza anche gli anni dei “traumi” e del discorso clinico attorno a ciò. Nonostante già dopo la guerra in Vietnam è stato riconosciuto il disturbo traumatico dei reduci come patologia. E studiare il trauma ha messo in luce un aspetto molto importante, poiché nel trauma spesso non si guarda a ciò che si ricorda ma a quello che si dimentica, si rimuove. La nascita del termine “memoria divisa” mette in luce le scivolosità che ha la memoria intesa come scienza, poiché l’analisi è facilmente strumentalizzabile ideologicamente e il passato manipolabile. Ancora una volta, la memoria, come campo di studio è ritenuto ambiguo, privo di certezze. Settimo capitolo Nel 2008 nasce la rivista “Memory studies” che dà il via anche al campo di studi. Diversi studiosi si sono fatti notare, tra punti in comune e divergenze.
Ad accomunarli la ricerca di una visione complessiva della memoria, meno frammentaria, partendo da Halbwachs – riconosciuto come il padre di un certo modo di osservare la memoria – e i suoi quadri sociali. Connerton - tra i fondatori della rivista – sostiene che sia per la memoria collettiva che individuale, il passato ci serva a legittimare il presente. Per Connerton il passato ci orienta tramite gli automatismi del corpo, questo anche in forma collettiva per esempio nelle commemorazioni pubbliche. Offre un punto di vista inedito perché non analizza i contenuti ma la forma – poiché la ritualità è ripetitiva e la ripetitività è continuità col passato. E questa continuità avviene per assimilazione. Connerton mette al centro quella che veniva definita memoria procedurale; valorizzando inoltre il linguaggio e la scrittura come dispositivi di ricordo collettivo. La Tonkin si concentra sulla testimonianza orale e la sua dimensione socioculturale, concordando con Connerton per quanto riguarda il passato come strutturazione personale e collettiva del presente, vedendo il singolo come portatore e costruttore di storia. E anche per l’importanza corporea e performativa della testimonianza autobiografica. Tulving nel 2007 pubblica un articolo provocatorio dal titolo “ci sono 256 tipi di memoria?” riferendosi a tutti i campi di studio dove è stata affrontata. Il punto era definirla come campo di studi in qualche modo inafferrabile, impossibile da circoscrivere. In contrarietà con questa visione nasce la rivista Memory studies, nata per favorire il dibattito e l’incontro di prospettive diverse sulla memoria. Cercando di essere più inclusiva e meno accademica possibile. Dopo dieci anni, nasce un nuovo campo accademico (Memory studies) che però condivide solo l’oggetto di studio, senza condividerne la tradizione nel tempo. In uno dei primi editoriali di Sutton le tradizioni di studio vengono addirittura definite un limite ai Memory studies; in quanto possono creare rigidità che compromettono il dialogo fra studiosi. Egli rivendica il carattere fluido della memoria. Nondimeno, i fondatori della rivista hanno agito per cercare di stabilire un paradigma comune e interdisciplinare. Dalla rivista nasce di conseguenza anche un’associazione omonima, al fine di unire le forza per rivendicarsi come campo scientifico di studi. Oggi è l’antropologia ad accettarne l’ibridata e le implicazioni politiche, a rapportarla senza pregiudizi a cultura e identità come è inevitabile e tentare quindi un discorso, sia soggettivo che collettivo, sul ricordare come atto culturale in grado di confondersi e sfuggire alle classificazioni.