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Riassunto di: ANTROPOLOGIA DELLA MEMORIA: IL RICORDO COME FATTO CULTURALE - DI PASQUALE. Esame di Antropologia Culturale - Iuso.
Tipologia: Appunti
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Introduzione. La memoria: un oggetto di studio tra natura e cultura Gli uomini sono sempre stati affascinati dalla memoria. Nella Grecia classica e nel Medioevo la conoscenza dell’arte della memoria fu una delle abilità maggiormente ammirate. Ma le scienze della memoria sono nate solo nella seconda metà dell’Ottocento. Fino a quel momento alla scienza era sempre stato precluso lo studio dell’anima. Le nuove scienze della memoria sono nate proprio per conquistare questo nucleo ancora sfuggente del pensiero. Secondo Hacking la memoria inizia ad essere studiata quando il processo storico di secolarizzazione coinvolge il discorso sull’anima. Fino al XIX secolo viene licenziata come una qualità innata da allenare e da trasformare in tecnica. Pertanto, la capacità umana di codificare l’esperienza, di incorporarla ed esteriorizzarla sotto forma di ricordo non è argomento d’interesse scientifico; il suo funzionamento o le sue distorsioni non sono oggetto di indagine da laboratorio, al limite affascinano la sensibilità degli artisti e le speculazioni dei filosofi. Solo tra la fine del XIX secolo e il XX secolo il ricordo in quanto fattore biologico e culturale (psicologico) diventa un’identità da indagare, secondo la scienza classificatoria di allora. In questo orizzonte si definiscono le scienze della memoria (Bergson, Freud, Ebbingaus, Ribot, Galton), ne studiano i meccanismi. Tutti questi studiosi oggi riconosciuti tra i fondatori del discorso scientifico sulla memoria insieme ad altri (Semon, Bartlett, Halbwachs, Vygotskij) hanno fatto ricerche sulla memoria fino a metà ‘900, contribuendo alla costruzione dello statuto scientifico del concetto di ricordo, ognuno valorizzandone aspetti diversi e utilizzando metodologie più o meno sperimentali in base al sapere che stava costruendo. Così la memoria è divenuta oggetto di studio per quelle discipline in cerca di affermazione a fine ‘800 come la sociologia, la psicologia clinica o la pedagogia. Lungo il Novecento queste discipline studiano la memoria come meccanismo ed espressione di una predisposizione della specie umana a trasformare, conservare e richiamare nel tempo una nozione, un avvenimento, un episodio, un’abilità tecnica e anche un suono. Ciò che li distingue è il modo di studiare questo meccanismo e questa espressione. Lo studio avviene in laboratorio attraverso la creazione di protocolli sperimentali di ricerca, oppure si realizza trasformando la realtà sociale in un laboratorio, oppure prendendo in considerazione alcune comparazioni tra casi clinici eccezionali, come pazienti ipermnestici o amnesici; la realtà viene considerata elemento disturbatore (e viene per lo più espunta dai protocolli sperimentali di ricerca), oppure viene vista come sfondo nel quale la memoria si crea, lo stimolo esterno al recupero del passato e quindi elemento neutro rispetto al funzionamento meccanico di essa. Relativamente recente (’80) è la scoperta della sintesi e risemantizzazione dei meccanismi di memoria. Altrettanto recente è la scoperta della connessione con la cultura. Per quanto la relazione tra memoria e cultura sia costitutiva e fondante il sentimento di appartenenza dei soggetti a collettività e comunità circoscritte, il riconoscimento di questa relazione è stato decisamente tardivo. Negli studi psicologici la dimensione storico-culturale ha favorito, negli anni ’60 una svolta ecologica, negli anni ’90 una svolta costruzionista. È dalla seconda metà del ‘ che si studiano le caratteristiche processuali relazionali e contestuali della memoria, la qualità simbolica del ricordo e l’oblio come parte costitutiva del ricordare. La mente umana e il suo sviluppo durante l'apprendimento e la crescita, così come la costruzione della persona come soggetto, vengono rilette alla luce dei contesti culturali e sociali in cui la vita quotidiana si realizza. È come se si fosse compiuto un viaggio che dalla definizione della memoria come processo organico naturalmente dato e trasmesso, ha portato al riconoscimento della relazione che unisce memorie e culture. Non c’è cultura senza memoria e non c’è memoria senza cultura. Il volume segue tutte queste piste analitiche ricostruendo il modo in cui la relazione tra memoria e cultura è stata affrontata alla fine dell'Ottocento dal nascente discorso scientifico. È suddiviso in tre parti: la prima è dedicata al dibattito delle scienze psicologiche dal 1880 al 1980, la seconda al dibattito delle scienze storico-sociali dal 1970 al 2008, la terza invece alla definizione dei memory studies come paradigma multidisciplinare a partire dal 2008. In sintesi: la prima parte ripercorre le tappe principali della definizione della memoria nel discorso psicologico. La seconda parte del libro si concentra sul dibattito nelle scienze storiche e sociali. Negli anni ‘70 la parola “memoria” compare relativamente poco e per lo più alla luce di una dicotomia che associa da una parte l'antropologia culturale alle società dell'oralità, e dall'altra la storia alle società della scrittura. A
parlarne è Marshall Sahlins che fa dialogare storia, storicità e cultura. Pierre Nora sancisce l'ingresso della memoria come parola chiave della riflessione storico-sociale. Negli anni ‘90 le ricerche sulla memoria sono esplose. In particolar modo quelle sulle commemorazioni, sul ricordo di guerra, sulle testimonianze, sulle conflittualità nel cordoglio e nel ricordo. Al contrario delle prime due, la terza parte del libro è dedicata alla proposta di definire un paradigma multidisciplinare abbandonando i criteri distintivi che alla fine del diciannovesimo secolo hanno favorito la nascita del discorso scientifico sulla memoria. Il libro non è solo una genealogia del discorso scientifico sulla memoria. E’ anche un tentativo di rileggere il dibattito sulla memoria come ponte tra natura e cultura alla luce della prospettiva antropologica. 1.GLI STUDI PSICOLOGICI (DAL 1880) SISTEMATIZZARE LA MEMORIA (1880-1920)
1. Premessa Galton, Ebbinghaus, Ribot, Semon, Bergson e Freud hanno cercato per primi di descrivere, analizzare e sistematizzare la memoria, pubblicando i loro principali contributi sulla memoria tra il 1880 e il 1920. L’analisi comparativa dei loro studi è utile per capire i principi generativi del discorso sulla memoria, senza ambire ad un’analisi dettagliata del singolo autore e della singola opera, preferendo una riflessione finalizzata a scovare la relazione che i soggetti hanno con la cultura, una cultura rimossa o volontariamente dimenticata agli albori del discorso scientifico mirato alla naturalizzazione del processo mnestico e alla sua definizione universale e oggettiva. I principi generativi ancora oggi rappresentano gli assunti dai quali partire, sintetizzabili in cinque nuclei argomentativi: 1. memoria come risorsa naturale da studiare, per comprenderne il valore ereditario e il miglioramento della specie. 2. memoria come elemento organico che caratterizza la fisiologia e le facoltà psichiche umane. 3. memoria come meccanismo complesso (realizzabile in tre stadi: elaborazione, conservazione, recupero) a prescindere dalla cultura e dal contesto. 4. memoria come meccanismo consapevole e inconsapevole. 5. relazione tra dimensione mentale, psichica, sensoriale e corporea della memoria. I primi studiosi presentati sono quelli che definiscono la memoria come un processo naturale (1 e 2), ossia Galton, Ebbingaus , Ribot. Seguono quelli che riflettono su aspetti del processo mnestico (passaggi e disturbi , 3-4-5), ossia Bergson, Semon, Freud. Infine si incontrano quelli che si focalizzano sulla relazione corpo-mente nell’elaborazione della memoria. 2. L’Ottocento e la memoria: media ed emozioni, definizione del sé e celebrazioni del noi Bisogna riflettere sul contesto storico-culturale. L’800 è un secolo cruciale per la costruzione della memoria sia pubblica che privata. I fattori che facilitano questo processo di valorizzazione sono diversi, ma per lo più di stampo culturale: hanno a che fare con le innovazioni tecnologiche , con le scoperte scientifiche, con le rivoluzioni delle istituzioni. Il processo di costruzione del popolo nazione per es. agisce attraverso la rivisitazione della storia comune, la commemorazione di antenati condivisi, l’invenzione di tradizioni, la definizione di ritualità che segnano il tempo quotidiano, la creazione di un calendario festivo, la monumentalizzazione di spazi pubblici. Lo spazio urbano viene modificato, nascono piazze funzionali alle manifestazioni, si inaugurano istituti dedicati alla conservazione del passato (archivi o musei), si restaurano vecchi beni architettonici e monumentali e se ne progettano di nuovi. Vengono progettati i cimiteri monumentali: città nelle città destinate a custodire i morti e a concentrare gli atti di memoria e cordoglio intimi e ufficiali. Il nesso tra lutto e memoria si rafforza con l’invenzione della fotografia. Parlare dei morti, conservarne oggetti, fotografie, chiamare i neonati con nomi di antenati, visitarne la tomba sono alcune delle pratiche del ricordo familiare che si intensifica in questo secolo. Lo stesso discorso può essere esteso al modello familiare, immaginario, che nasce con lo stato-nazione che rende tutti “figli della patria” e porta ad es. a commemorazioni dei lutti in battaglia e eroi nazionali. Nella seconda metà dell’Ottocento, la stampa e fotografia facilitano il legame privato-pubblico. Nelle famiglie compaiono souvenir, possibilità di avere foto di sovrani, eroi e eroine. Tutto ciò contribuisce ad una costruzione pubblica della memoria dove soggettività diverse si mescolano. L’800 è quindi il secolo dei media , caratterizzato dalla circolazione delle
stimoli. Insomma rivendica l’esattezza del metodo basato sulle relazioni casuali già validato dalle scienze naturali che potrebbe essere applicato anche ad altri contesti ed essere funzionale alla descrizione dei processi di memorizzazione. Per dimostrare l’efficacia di queste sue ipotesi sceglie come oggetto di apprendimento delle liste di sillabe prive di significato. Mette anche alla prova se stesso imparando e ripetendo a distanza di intervalli temporali di diversa durata tali liste. Controlla il contesto dove avviene l’apprendimento (il luogo, l’ora, lo stato d’animo) e lo monitora. Valuta la capacità di trattenere il ricordo e vede da cosa dipende (se dal tempo di ripetizione, dal numero delle ripetizioni, dal tempo trascorso fra memorizzazione e recupero o dall’ordine di apprendimento). Una delle conclusioni riguarda la dimenticanza che gli psicologici hanno chiamato la “curva dell’oblio”, secondo cui sembrerebbe che una volta superata una prima fase di dimenticanza, la possibilità di trattenere le informazioni rimanenti aumenta fino a diventare stabile (non è un movimento cumulativo). Ribot, uno dei fondatori della psicologia patologica, studia a Parigi i disturbi della memoria concretizzati nel suo Les maladies de la mémoire. Egli studia le amnesie generali e parziali e le ipermnesie, grazie anche a dei casi clinici di cui ha avuto esperienza diretta, e li analizza sulla base della prima verità sulla memoria “che è essenzialmente un fatto biologico e solo accidentalmente psicologico”. Divide infatti la memoria in organica e psicologica , per via della capacità di situare alcuni stati nel passato. La memorizzazione è composta da due caratteristiche: la conservazione di certi stati e la loro riproduzione. Queste due caratteristiche costituiscono la memoria organica, senza di esse il ricordo non sarebbe possibile. La memoria organica sono tutte le azioni automatiche secondarie , disposizioni procedurali, basate su esperienze acquisite e riprodotte inconsapevolmente (camminare). Dipendono dalla nostra identità culturale, dalla comunità in cui siamo cresciuti, dall’apprendistato cui siamo stati coinvolti. Gli elementi connessi all’identità dei soggetti servono proprio per distinguere la memoria organica da quella psicologica. La memoria psicologica è la localizzazione nel passato degli stati conservati e riprodotti , è questo che riempie di vita vissuta la potenzialità del ricordare, attraverso l’esplicito riferimento a un sentimento, immagine. È questo elemento che trasforma la memoria organica in psicologica. Tuttavia, l’obiettivo primario è la dimensione organica, senza la quale gli individui non possono trattenere consapevolmente e inconsapevolmente il ricordo. Prevale sempre l’idea della memoria come fatto isolato dalla cultura, come se potesse esistere un meccanismo mnemonico neutrale, capace di organizzare a prescindere del vissuto del soggetto.
5. La mente e il corpo ricordano: le considerazioni di Henri Bergson e di Richard Wolfgang Semon Bergson, in Matière et mémoire, si oppone alla visione di una memoria organica separata nettamente da quella psicologica. Per Bergson il passato si conserva in due forme distinte : la prima corrisponde al meccanismo motorio, nasce e si sviluppa attraverso il corpo che fa da mediatore nello spazio; il corpo riconosce un oggetto familiare e risponde di conseguenza. La seconda tipologia di memoria si conserva invece entro ricordi indipendenti che si manifestano a partire dal soggetto per mezzo di rappresentazioni narrative (come la memoria autobiografica, una narrazione capace di veicolare il racconto localizzando il soggetto in un passato preciso). La prima memoria corrisponde quindi all’abitudine, dove il ricordo si acquisisce attraverso la ripetizione dello stesso sforzo; il ricordo, al contrario, nella seconda memoria, non ha nessuna delle caratteristiche dell’abitudine; la sua immagine si imprime nella memoria al primo colpo, la sua essenza è quella di avere una data e di conseguenza, di non potersi ripetere. Il ricordo, per Bergson, filtra quindi il vissuto personale e si recupera solo quando è funzionale alle azioni da compiersi. Infine, distingue anche la percezione, che significa agire e modificare la realtà materiale sulla base delle esigenze corporee e degli stimoli derivati dal mondo esterno. Percezione, ricordo e memoria si distinguono in tre forme di relazione con il passato, e per quanto vi sia un’apparente impossibilità di collegamento , sono unite nella totalità dell’esperienza vissuta : ⁙ Memoria-abitudine è il meccanismo motorio di risposta agli stimoli esterni, evidentemente connesso alla
percezione. (ricordo implicito di una tecnica di apprendimento) ⁙ Memoria-immagine è la trasformazione del vissuto che dopo essere stato conservato nell’inconscio diventa un’immagine funzionale al ricordo. (ricordare una lezione) ⁙ Memoria-durata è l’esperienza soggettiva che permette di radicare il proprio sé nel tempo e nello spazio. (ricordo del momento in cui la lezione è stata appresa) Benché sembrerebbe che sia impossibile trovare un collegamento fra queste, l’originalità della prospettiva bergsoniana sta nella rivendicazione dell’unione della memoria-immagine, abitudine e durata. Semon restituisce un’idea unitaria della memoria e dei suoi meccanismi. Egli si dedica allo studio della memoria organica (trasmessa per eredità) e della memoria quotidiana (trasmessa per acquisizione). Per evitare confusione con i termini conia neologismi: mneme, engrafia ed ecforia (che secondo uno studioso hanno contribuito a ostacolare la lettura e a non concentrarsi sul suo lavoro; infatti Semon viene riscoperto postumo, la sua dimenticanza fu dovuta anche alla sua vita travagliata, suicidio e per via della sua visione in contrasto con la teoria dominante sui meccanismi associativi della memoria). Mneme è il processo del ricordare e include tutti i fenomeni connessi al processo (organici, psicologici). Esso include lo stimolo esterno, la sollecitazione che ne consegue, il cambiamento di stato a seguito di questa sollecitazione. La prima sollecitazione e le sensazioni ad essa connessa sono chiamate originarie, la seconda sollecitazione e le sensazioni ad essa connesse che sono chiamate mnemic. In sintesi , mneme si realizza in tre passaggi :
Lavora con soggetti affetti da una serie di handicap temporanei o permanenti e focalizza la sua attenzione sul passaggio dal pensiero preverbale a quello simbolico, dal linguaggio esteriore a quello interiore e si concentra sul ruolo della cultura, che può favorire o sfavorire alcune abilità intellettuali. Alla memoria dedica un ciclo di lezioni a Leningrado dove parla dell’irrisolta opposizione tra la visione meccanicista del ricordo e quella più spiritualista per introdurre la differenza tra chi vede nella memoria un meccanismo unitario (la memoria risponde ad un meccanismo associativo stimolo-risposta) e chi immagina un funzionamento più articolato e complesso (dovuto all’esistenza di una memoria organica (basata su associazione-risposta) e una memoria culturalmente mediata. Egli parla di ricordo mediato che caratterizza il soggetto in quanto persona culturalmente e socialmente connotata. L’azione del ricordare si manifesta con la parola, dunque l’azione verbale orienta lo sviluppo della memoria a partire dal processo culturale di formazione del bambino. Il bambino pensa attraverso il ricordo, l’adolescente ricorda attraverso il pensiero, quando il pensiero logico-astratto è sviluppato. La memoria è una sorta di cartina al tornasole dello sviluppo evolutivo dall’infanzia all’adolescenza. Lo psicologo russo lavora su entrambe le memorie (organica e culturale). Da una parte c’è un apparato organico che condiziona il sistema cerebrale e limita naturalmente le possibilità di ricordare; dall’altra parte c’è la presenza di un contesto sociale e culturale che plasma la forma, il contenuto e le modalità della trasmissione del ricordo e ne amplia le potenzialità. Durante la memorizzazione questi sono, secondo lo psicologo russo, i due processi che interagiscono l’uno con l’altro. Il primo, definito come inferiore ed elementare, dipende dalla struttura neurologica della mente. Il secondo processo viene definito come superiore e complesso e dipende dalla sua storia di vita, dalla dimensione culturale che ne ha caratterizzato la crescita e lo sviluppo. I dispositivi materiali e immateriali, che in qualche modo favoriscono lo sviluppo di queste capacità mentali superiori, sono fondamentali nel distinguere la memoria organica e animale da quella umana e culturale. Il primo di questi dispositivi per Vygotskij è certamente il linguaggio. Così, per Lev Semënovič Vygotskij, l’individuo, nel ricordare, esplicita la sua identità, frutto di un legame indissolubile tra le caratteristiche naturalmente date e la formazione culturale acquisita. La formazione, che potremmo chiamare anche apprendistato culturale, non rappresenta solo il contenuto della memoria, ma ne plasma le potenzialità. Il linguaggio come sistema arbitrario e convenzionale di segni che orientano la dimensione comunicativa intersoggettiva è il primo veicolo capace di plasmare il mondo e di «performare» l’esperienza che se ne fa. Come vedremo nel paragrafo successivo, anche lo psicologo inglese Frederic Charles Bartlett e il sociologo/psicologo sociale Maurice Halbwachs arrivano a conclusioni simili riconoscendo nell’atto linguistico le basi sociali e culturali del ricordare.
3. Ricordare: la ricerca della significatività nel contributo di Frederic Charles Bartlett Bartlett è uno dei fondatori della psicologia cognitiva. Inizia il suo lavoro sulla memoria sfruttando il “metodo esatto” di Ebbinghaus (serie di sillabe) ma rimane deluso. Ciò lo conduce a immaginare un modello sperimentale di lavoro che prevede la riproposizione in laboratorio di contesti derivati dalla vita quotidiana e da una sorta di osservazione diretta. Decisivo un viaggio in Africa perché l’esperienza dell’alterità è quella che spinge lo psicologo a riflettere sugli aspetti della memoria ritenuti instabili e che causavano difficoltà rispetto alla prioritaria esigenza di sistematizzazione scientifica. Ebbene Bartlett persegue un’idea di sistematizzazione scientifica alternativa. La sua aspirazione è riprodurre le condizioni realistiche di manifestazione e funzionamento della memoria così come i soggetti le vivono nel contesto sociale di appartenenza. Lavorare in questo modo lo porta a rivendicare la sostanziale impossibilità a scindere i processi superiori del pensiero che chiama reazioni umane cognitive, il cui elemento comune sarebbe lo sforzo per connettere ciò che è presentato con qualcos’altro, che può essere presente (percezione/immaginazione) o passato (ricordo). Lo sforzo di significazione è il ponte tra percezione e memoria. Il significato sarebbe infatti il risultato di una connessione tra presente e passato (tra ciò che c’è e ciò che non c’è). L’esperimento più famoso è La guerra dei fantasmi (originariamente di Boas), in cui lui chiede a delle persone di leggere una storia fantastica indiana (cultura diversa), e a distanza di tempo se la fa ripetere. Questi la devono quindi ripetere ad altre persone, che la devono ripetere ad altre (gioco del
telefono). Sia nel primo che nel secondo esperimento Bartlett evidenzia un comune processo di metamorfosi del racconto che progressivamente viene semplificato e adattato. Potremmo dire che la versione originale viene culturalmente tradotta, gli elementi estranei alla cultura di origine dei rispettivi interlocutori vengono espulsi o plasmati fino a renderli coerenti con l’orizzonte di ricezione. Osservando il percorso di progressiva familiarizzazione che ha mutato un racconto «esotico» apparentemente irrazionale sulla guerra dei fantasmi, Bartlett conclude che ricordare significa addomesticare l’esperienza di ripetizione in ripetizione. La scelta di usare un repertorio narrativo estraneo alla cultura di appartenenza (sua e dei suoi interlocutori) lo aiuta a notare questo aspetto della memoria. Un aspetto che successivamente mette alla prova proponendo a rappresentanti di comunità diverse la lettura e la ripetizione seriale di brani più o meno vicini alle rispettive culture di provenienza. Anche questi esperimenti confermano la sua visione della memoria come un processo di razionalizzazione, che implica la trasformazione progressiva e coerente con l’orizzonte sociale e culturale di riferimento e già acquisito dal ricordante. Il processo di razionalizzazione si realizza seguendo degli schemi, codici che si apprendono in società e aiutano a situare l’esperienza in uno spazio-tempo preciso. In questo senso Bartlett definisce la memoria come costruttiva, perché vivere e ricordare un’esperienza significa adattarla a un senso in parte già costruito. Ma la memoria è anche creatrice. Se è pur vero che l’episodio o la nuova conoscenza possono essere costretti a un adeguamento di significato, è altrettanto vero che l’episodio o la nuova conoscenza possono generare una reazione attiva degli schemi acquisiti. Bartlett nega la definizione del processo mnestico come di un meccanismo neutrale di immagazzinamento dati e di ripetizione degli stessi. Il ricordo, sostiene, si rifà a un passato sociale che ne costituisce il contenuto e la forma, orientandone l’azione presente. In questo senso la memoria ha una struttura sociale.
4. Dall’individuo al gruppo: la memoria collettiva nelle opere di Maurice Halbwachs Con Maurice Halbwachs lo studio dei meccanismi individuali di memorizzazione perde di centralità. Piuttosto subentra l’interessamento per l’esperienza soggettiva del ricordare alla luce della presenza di una cerchia affettiva e sociale di appartenenza. Il primo testo che Halbwachs dedica alla memoria è Les cadres sociaux de la mémoire pubblicato nel 1925, l’ultimo è La mémoire collective che esce postumo nel 1950, in mezzo c’è La topographie légendaire des Evangiles en Terre Sainte del 1939. In queste opere, proprio come Vygotskij e come Bartlett, si oppone esplicitamente sia alla visione spiritualista sia a quella materialista della memoria. Per gli spiritualisti il ricordo è una manifestazione dell’anima individuale o della mente; per i materialisti dipende esclusivamente dal sistema cerebrale e da meccanismi organici; Halbwachs invece sostiene prima di tutto l’idea che la memoria sia un fatto sociale. Ogni atto di memoria secondo Halbwachs sottintende strutture sociali che funzionano da canovaccio intorno al quale costruire il racconto del passato e che ne permettono la comunicazione e condivisione. Queste strutture sono i quadri sociali. Il primo dei quadri sociali è certamente il linguaggio che i soggetti usano per rappresentare sé stessi e il mondo e per condividere orizzonti. Il linguaggio , come in Vygotskij e in Bartlett, è il primo veicolo attraverso il quale la cultura di appartenenza orienta la formazione individuale della memoria e la sua comunicazione. La parola plasma la mente e anche il ricordo. Lo rende comprensibile e condivisibile entro la cerchia sociale di appartenenza. La parola non rappresenta solo il contenuto del ricordare, ma ne sostanzia la forma e ne garantisce la vitalità. Senza trasmissione narrativa non ci sarebbe passato da evocare e commemorare. Ogni memoria è un’azione narrativa che crea un ponte comunicativo e costruisce un legame tra il soggetto ricordante e il gruppo d’appartenenza. La manifestazione del ricordo e il ricordare insieme, infatti, svolgono una funzione sociale ben precisa, quella di sancire e confermare periodicamente il suddetto legame, creando una corazza affettiva che svolge funzioni protettive. Nella visione di Halbwachs non c’è spazio per una memoria puramente individuale, l’ipotesi di un ricordo assolutamente soggettivo è un’illusione, perché sia il pensiero sia la mente sono sociali. Infatti, il vissuto diviene memoria solo quando entra a far parte di un bagaglio condiviso di esperienze, e ciò avviene se le persone che lo hanno esperito continuano a raccontarlo l’uno con l’altro, sancendo ogni volta il loro legame. Altrimenti il passato viene dimenticato, obliato da un gruppo che non c’è più, che magari nel tempo è cambiato, perché le relazioni
del ruolo giocato dalla cultura quotidiana nell’intero processo del ricordare.
2. Se X è un aspetto interessante o socialmente significativo della memoria, lo psicologo non ha quasi mai studiato X Questa è una citazione dal discorso di Neisser tenuto al convegno Practical Aspects of Memory del ’78 a Cardiff. In tal sede, Neisser ricorda il lavoro (rimosso) di Bartlett, sottolineando quanto la sua eredità fosse rimasta inascoltata per circa quarant’anni. Malgrado la metodologia sperimentale non proprio condivisibile, perché – a suo dire – solo in un contesto artificiale un individuo potrebbe scegliere di imparare a memoria una storia per poi ripeterla a intervalli diversi, la definizione di schemata proposta da Bartlett avrebbe dovuto e potuto avere una certa rilevanza negli studi. Quello a cavallo tra gli anni Sessanta e Ottanta del Novecento è un panorama nel quale la visione organica della memoria continua ad avere la meglio, favorendo una metodologia di ricerca costruita su protocolli sperimentali da sottoporre agli individui. Anche quando gli esiti obbligano a guardare alla dimensione culturale della memoria, la reazione della comunità degli psicologi è di sostanziale chiusura. Neisser porta l’esempio di Tulving, il quale riflette sul funzionamento del ricordare come strategia di apprendimento, sui meccanismi di elaborazione e trasmissione, sul portato in termini di verità e/o falsità. Di fondamentale importanza è anche l’attenzione che pone ai memorata , ovvero alle funzioni pratiche del ricordare osservate nel contesto «naturale» di manifestazione. Entrambi gli studiosi danno un cambiamento di rotta decisivo nelle scienze della memoria. 3. La memoria come sistema organizzato: le ricerche di Endel Tulving Elemento comune a tutti i lavori di Tulving è la rivendicazione della necessità che la memoria venga guardata e indagata abbandonando e combattendo l’approccio unitario, di fine Ottocento. Per Tulving, la memoria non è solo l’apprendimento di nozioni precedentemente immagazzinate nel cervello. La memoria è anche ricordare consapevolmente. I due processi, quello dell’apprendimento e quello del ricordare, appartengono a sistemi differenti. Ipotizzare l’esistenza di una memoria separata dai meccanismi che ne consentono l’utilizzo esplicito e consapevole (ovvero il recupero volontario) è controintuitivo, così come è antieconomico ipotizzare l’apprendimento infinito di conoscenze e asserire, contemporaneamente, l’impossibilità dell’individuo capace di utilizzare consapevolmente queste conoscenze. Tulving indaga due processi mnestici (attivati dall’apprendimento e dal ricordare consapevole) attraverso alcuni casi limite, come quello di K.C. che all’età di trent’anni, a seguito di un incidente in moto, subisce un grave danno cerebrale che gli causa un’amnesia totale del ricordo autobiografico. K.C. non ricorda nulla che riguardi la sua vita. Questa amnesia non ha colpito tutti i suoi sistemi di memoria. Chi non lo conosce può conversare con lui per molto tempo senza accorgersi di nulla. Per tutto ciò che non riguarda la sua vita, la mente di K.C. funziona perfettamente e il suo quoziente intellettivo è «normale». Non ha problemi nella sfera percettiva, nella capacità di concentrazione, sa leggere e scrivere e parlare, riconosce le cose e le persone e la sua capacità di pensiero è intatta. K.C. non ricorda la sua vita passata, ma ricorda perfettamente le nozioni e le conoscenze apprese nella sua vita passata. Tulving ha quindi lavorato sulle relazioni tra memoria e amnesia alla luce della distinzione da lui stesso introdotta nel 1972 tra memoria episodica e memoria semantica. La memoria episodica si riferisce alla memoria per le esperienze personali e le loro relazioni temporali, mentre la memoria semantica è un sistema per ricevere, conservare e trasmettere informazioni sul significato di parole, concetti e classificazione dei concetti. La differenza tra memoria episodica e memoria semantica ha a che fare con il contenuto, con gli stimoli che creano la memoria, con la tipologia del ricordo conservato e con i meccanismi che caratterizzano la conservazione e il recupero. Tra le altre scoperte di Tulving è anche « il principio di specificità della codifica ». La codifica non è altro che il modo in cui ogni individuo comprende e rappresenta il suo essere nel mondo, trasformando ogni esperienza in ricordo. Non è un’azione automatica e neutra, le conoscenze già apprese interagiscono sistematicamente con quelle da memorizzare, plasmandone il contenuto e il valore (interferenza proattiva); così come le nuove esperienze interagiscono con quelle passate, influenzandone la forma, il contenuto, il significato (interferenza retroattiva). Secondo il principio di specificità, l’atto della codifica condiziona anche il
recupero del ricordo, infatti a seconda dello stato d’animo, del contesto, dell’attenzione prestata dall’individuo, mutano qualitativamente e quantitativamente gli indizi funzionali alla presentificazione del passato. Insomma, tanto la codifica dell’esperienza, quanto il recupero, dipendono dalle circostanze nelle quali l’individuo esperisce un determinato presente e lo trasforma in memoria. Tulving classifica la memoria umana dividendola in memoria a lungo termine e memoria di lavoro. La cesura tra le due non è netta, piuttosto queste tipologie rappresentano livelli differenti di elaborazione dell’esperienza. La memoria di lavoro include la memoria sensoriale e la memoria a breve termine : la memoria sensoriale registra per pochi secondi gli stimoli visivi, olfattivi, uditivi, tattili, quelli che coinvolgono direttamente il corpo. La memoria a breve termine seleziona questi stimoli esterni e li pone all’attenzione, più o meno accurata, dell’individuo. La memoria a lungo termine invece si fonda sulla capacità di elaborare profondamente l’esperienza e di trattenere le informazioni nel tempo. Si manifesta in forma implicita o esplicita. Le memorie implicite sono conoscenze semantiche, ricordi episodici, sono tecniche o abitudini corporee, la cui codifica viene obliata (amnesia dell’origine), il cui recupero è involontario e associativo. Non possono essere spiegate e comunicate perché sono state trattenute dal ricordante in modo automatico e inconsapevole. Invece le memorie esplicite, l’individuo le può mostrare, e soprattutto le può raccontare e spiegare. Ma al di là di questa prima distinzione, la memoria a lungo termine viene suddivisa in memoria procedurale, semantica ed episodica. Le memorie procedurali sono atteggiamenti naturalizzati e compiuti quotidianamente che sottintendono regole culturali imparate fin dalla nascita (posizioni e movimenti del corpo, codificati senza averne la consapevolezza, per es.). Infine, la memoria semantica include il sapere sul mondo e il codice convenzionale che rende esprimibile tale sapere, cioè il linguaggio. La memoria episodica invece registra nel soggetto ricordante le esperienze vissute direttamente o quelle apprese da altri, le organizza entro una struttura di senso spazio-temporale che ne facilita il recupero e la narrazione. A distanza di dieci anni da questa prima classificazione, Tulving aggiunge un altro tipo di memoria: il sistema di rappresentazione percettiva. Resta ferma l’idea che fondamentali per la comprensione e l’attivazione di ogni memoria e di tutte le sottocategorie sono i contesti nei quali avviene la codifica e nei quali si recupera il passato. Gli studi di Tulving sono dunque una conferma di quella che dagli anni Ottanta in poi è diventata un’evidenza: non si può studiare la memoria umana a prescindere dalla sua funzione sociale e del suo contesto culturale. 4. I “memorata” e le funzioni sociali del ricordare: la prospettiva ecologica di Ulric Neisser Dagli anni Settanta in poi Neisser si focalizza sullo studio della memoria. Rispetto alle posizioni dominanti rivendica l’importanza della dimensione socioculturale della memoria e sostiene l’impossibilità di comprendere i meccanismi del ricordare prescindendo dal contesto «naturale» nel quale il passato si manifesta e interagisce con il presente. Neisser non dimentica l’origine organica della memoria ma la connette sistematicamente alla dimensione sociale che determina la capacità del ricordo, la sua applicabilità e le sue caratteristiche formali. La funzione del ricordare va studiata mentre si manifesta e agisce nei contesti pratici e quotidiani, non in quelli ricreati artificialmente e artificiosamente. La visione di Neisser inverte i termini della relazione tra natura e cultura. Alla natura si è riconosciuta una posizione dominante nel definire le potenzialità della memoria e del ricordare, con Neisser invece la cultura (le culture) acquisisce (acquisiscono) un ruolo primario nel determinare cosa e come si ricorda individualmente e collettivamente. La conclusione cui Neisser arriva è che «proprio come tutte le altre tipologie di memoria, anche quelle dette flashbulb (ricordi fotografici di eventi pubblici rilevanti che i soggetti trasmettono anche a distanza di anni) possono veicolare errori malgrado l’illusoria e apparente accuratezza». L’illusoria e apparente accuratezza delle memorie quasi fotografiche è il frutto della condivisione narrativa (implicita ed esplicita) che ogni soggetto percepisce e vive. Per Neisser il problema non è cosa si ricorda, ma come si ricorda. Focalizzare lo sguardo sul come significa interrogarsi su quale è il processo che struttura la formazione del ricordo: processo dalla chiara impronta culturale e sociale. Parafrasando quanto scritto da lui stesso, l’assenza di una tecnica (la scrittura) non può causare il rafforzamento di un’altra tecnica (la memorizzazione e trasmissione orale). Piuttosto a caratterizzare le comunità a oralità primaria sono le
Ottanta del secolo scorso, anni fondamentali per i memory studies. Questa lentezza non si può solo imputare agli psicologi. Sono le stesse discipline sociali ad essersene tenute volontariamente lontane per una sorte di timore. Si pensava (e si pensa) che la memoria fosse (sia) il regno della soggettività, perché si diceva (e si dice) coincidesse con la percezione individuale del tempo, puntellata da episodi significativi per chi li aveva vissuti ma poco rilevanti per le collettività e soprattutto per la ragione scientifica. Possiamo dunque affermare che la paura della soggettività – della sua inesattezza, della sua lontananza dalla verità e dall’oggettività – ha caratterizzato le principali scienze storico-sociali. E quando le scienze sociali e storiche iniziano a discutere di memoria a partire da tematiche contigue e affini, devono fare i conti con una riflessione sulle proprie discipline, sui metodi più o meno scientifici di relazionarsi a essa, sulle diverse rappresentazioni del passato, sui legami con il potere che decreta chi ricordare, come e al posto di chi e altri problemi, che avevano fino in quel momento portato ad ignorare questi temi. 2.Pensiero e linguaggio, comunicazione e comportamento: la memoria in Leroi-Gourhan Gli anni ’70 sono caratterizzati dall’imposizione di alcuni temi (3) che favoriscono il riconoscimento della memoria come s-oggetto conoscitivo nelle discipline storico-sociali. Alla fine degli anni Sessanta, l’antropologia culturale riflette sulla funzione giocata dalla memoria organica e sociale nell’evoluzione della specie, nella trasmissione dei saperi e delle tecniche, e soprattutto nella manifestazione creativa della diversità culturale. Il primo antropologo a parlare del ruolo della memoria nella trasmissione culturale è André Leroi-Gourhan. Egli associa l’evoluzione fisiologica dell’homo sapiens a quella del suo potere creativo, che, nel passaggio alla posizione eretta, gli permette di liberare le mani, potenziare gesti e tecniche, sviluppare il pensiero, l’immaginazione e la parola. L’antropologo francese classifica tre diverse tipologie di memorie, quella specifica, quella sociale (etnica), e quella elettronica. La memoria specifica ha a che fare con l’ereditarietà genetica, la memoria sociale (ed etnica) invece ha a che fare con i modelli acquisiti nella prima infanzia che vengono incorporati e che il soggetto replica nella sua quotidianità. L’educazione, che garantisce la trasformazione da individuo a persona, assume un valore superiore rispetto a ogni elemento organico ereditato e garantisce la continuità di un gruppo. È quindi esterna al soggetto ma gli garantisce la capacità creatrice-trasformativa e quella conservativa, entrambe funzionali alla continuità del gruppo stesso. La memoria sociale agisce in modo operazionale più o meno cosciente, si manifesta come habitus e si conserva e trasmette attraverso l'incorporazione e la naturalizzazione di concatenazioni operazionali. I piani operativi sono tre: il primo riguarda la natura organica, tocca gli ambiti della sessualità e dell'alimentazione; il secondo riguarda i comportamenti cui ogni soggetto viene educato e include tanto i gesti quanto le parole; il terzo coinvolge i modelli comportamentali lucidi e consapevoli. Leroi-Gourhan presenta una ricostruzione della storia della memoria collettiva divisa in cinque periodi : il primo è quello caratterizzato dalla trasmissione orale, il secondo dalla trasmissione scritta garantita, il terzo sarebbe caratterizzato dalla scrittura di schede, il quarto dalla meccanografia e il quinto dalla classificazione/conservazione elettronica. Il primo periodo è caratterizzato da 1) concatenazioni operazionali comuni, che corrispondono alla memoria familiare, riguardando tutti gli episodi della vita quotidiana e la loro registrazione nella memoria personale dei singoli avviene durante l’infanzia, secondo modalità nelle quali il linguaggio non ha necessariamente la funzione più importante; e 2) concatenazioni operazionali eccezionali, affidate alla memoria di veri specialisti: anziani capi di famiglia, sacerdoti che assumono nella umanità tradizionale il compito di mantenere la coesione del gruppo. Secondo Leroi-Gourhan nella transizione alla trasmissione scritta, la memoria collettiva non subirebbe molti cambiamenti almeno fino alla comparsa della stampa. A suo dire la fine del mondo antico in Europa coinciderebbe con il XVIII secolo quando la produzione libraria cresce tanto da documentare tutta l’antichità. Il XX secolo sarebbe invece caratterizzato dall’introduzione delle schede come supporti nei quali proiettare immagini semplificate dei contenuti da conservare. Le prime schede sono cartacee, successivamente arrivano quelle elettroniche che determinano la supremazia della memoria artificiale sulla corteccia cerebrale, quindi una nuova fase dell’evoluzione umana. Questi cinque periodi sanciscono l’avvenuto passaggio da una memoria sociale-etnica trasmessa oralmente a una conservata grazie alla
scrittura. La conservazione di ogni memoria per mezzo della tecnica scritturale favorisce a sua volta una diversa manifestazione della memoria etnica e sociale, ma soprattutto una diversa rappresentazione del tempo e del cambiamento.
3. L’oralità, la scrittura e le rappresentazioni del tempo in Claude Levi-Strauss e Jack Goody La dicotomia tra oralità e scrittura viene utilizzata per distinguere tra due modi differenti di pensare e trasmettere il passato; modi che caratterizzano diverse realtà socioculturali. Tuttavia. questa dicotomia si riflette anche in una spartizione di campi disciplinari: da una parte i popoli senza Storia (scritta) che per essere salvati dall’oblio devono essere descritti dall’antropologia culturale, dall’altra le realtà complesse che hanno saputo lasciare diverse tracce del loro passato vengono studiate dalle discipline storiche e dalla sociologia. Secondo questa spartizione le realtà di cui si occupano gli antropologi sarebbero quelle in cui il passato viene trasmesso attraverso il rito, il mito. Levi-Strauss , definisce le società orali, società fredde, immerse in un eterno presente e quindi stazionarie. Al contrario i gruppi evoluti, società calde, conserverebbero nella vita quotidiana le tecniche di memorizzazione affini a quelle orali, ma attraverso la scrittura avrebbero formato dispositivi di classificazione e memorizzazione funzionali al ragionamento, quello astratto-scientifico. Il futuro dovrebbe essere sempre più diverso anche dal presente, per questo si parla di società calde, sempre attive. L’incorporazione della tecnica scritturale definisce modi diversi di pensare, comunicare. Favorisce una diversa relazione con il tempo e con il cambiamento, un modo diverso di connettersi al passato. Negli ultimi anni di vita l’antropologo ha mostrato un ridimensionamento dell’opposizione società calde/fredde, probabilmente come conseguenza delle critiche mosse da altri studiosi nei confronti di una visione binaria che era stata recepita come troppo rigida anche perché che un pensiero sia storico e l’altro no, che uno sia cumulativo e l’altro no, scientifico o selvaggio, lo definisce e stabilisce chi guarda, in questo caso l’etnologo o lo storico. Dice Levi-Strauss, “le culture che ci appaiono stazionare non è che lo siano davvero, semplicemente la loro linea di sviluppo non significa niente per noi, non è misurabile nei termini del sistema di riferimento che utilizziamo”. Tra i critici di Levi Strauss citiamo Goody, altro studioso del pensiero-linguaggio-apprendimento. Egli dice che storia/pensiero storico non sono opposti a memoria/pensiero mitico-rituale. Storia/pensiero storico hanno a che fare con i cambiamenti introdotti dalla scrittura, che ha stimolato nuovi modi di memorizzare e ricordare. Questo significa che la storia come scienza si sviluppa grazie all’introduzione progressiva di tecnologie della comunicazione. Così, per lui lo studio del processo di memorizzazione non può prescindere dall’analisi del sistema comunicativo. Egli analizza così le evoluzioni dei sistemi comunicativi e descrive 3 situazioni linguistiche : 1. quella delle società caratterizzate esclusivamente da una comunicazione orale, dove passato viene controllato grazie apparati mitico-rituali, che connettono il presente al tempo delle origini. Ricorrendo a genealogie e narrativa orale viene invece conservato il passato prossimo, quello che la memoria umana può ricordare a mente e trasmettere grazie a specifiche mnemotecniche (pratiche culturali). 2. quella delle società caratterizzate da un sistema misto , con una propensione per l’uno o l’altro mezzo comunicativo. La scrittura facilita la conservazione di testi e documenti, e permette insieme alla trasmissione orale una sorta di triplice articolazione dei legami culturali con il passato: a) la prima articolazione riguarda il passato privato e familiare può essere conservato attraverso dispositivi materiali, e può essere celebrato oralmente e non. b) La seconda sarebbe caratterizzata dalla manifestazione dei culti collettivi del passato, con finalità politiche e identitarie che orientano la celebrazione rituale, la manipolazione simbolica e/o la rimozione di documenti e monumenti. c) La terza è favorita dalla conoscenza critica e ricostruzione del passato, anche quello rimosso dalle due articolazioni precedenti. Questa articolazione è favorita dalla storia, attraverso metodi e strumenti scientifici. Questa tripartizione viene ripresa da Le Goff per distinguere la memoria nella cultura europea caratterizzata dall’incorporazione della scrittura, dalle memorie delle culture etnologiche, connotate da una comunicazione e trasmissione orale]. 3. quella delle società caratterizzate esclusivamente da una comunicazione scritta.
di fame, abbondanza, malattia, paura, vita, morte); l’obiettivo è quello di ricostruire le rappresentazioni sociali e le pratiche condivise dalle persone fino a quel momento escluse dal discorso storico ufficiale. 2) Il contesto storico politico. Negli anni Sessanta emerge un discorso politico contro-egemonico che vede uno schieramento tra un fronte conservatore e uno progressista/rivoluzionario, composto da studenti, intellettuali e gruppi minoritari rivendicano la propria autonomia politica e identità. 3) La critica contro l’egemonia di un certo modo di produrre e trasmettere conoscenza. Un modo che predilige le fonti ufficiali e pubbliche, escludendo dal discorso scientifico diversi oggetti sociali, di cui non si restituisce la voce, ma solo quello delle classi dirigenti. A fronte di questi punti, l’oralità diventa una missione scientifica e politica, una fonte e anche un nuovo modello di rappresentazione letteraria della storia, della sociologia e dell’antropologia culturale. È un metodo perché l’intervista registrata e poi trascritta nasce da una comunicazione orale che mette in relazione persone diverse. È una fonte perché la testimonianza orale veicola una diversa visione degli eventi storici. È basata su una rappresentazione temporale differente da quella puntuale e lineare dei documenti ufficiali, che ha a che fare con il vissuto soggettivo, con le mentalità, con le emozioni, che sfuggono alle fonti scritte ufficiali. È un documento perché la testimonianza con la sua potenza espressiva acquisisce un valore simbolico che oltrepassa i contenuti. Il potere seduttivo di una voce registrata che narra quanto visto e vissuto prescinde dall’eccezionalità o banalità di quanto viene raccontato. È sia documento da conservare, ma anche monumento da valorizzare nella sua unicità. Tali caratteristiche di unicità da una parte, e riproducibilità dall’altra, obbligano a una riflessione sui metodi di trascrizione, di conservazione e di uso della traccia audio, per non parlare dei problemi di interpretazione dal punto di vista della verità storica, narrativa e culturale. Parlando del caso italiano possiamo citare il convegno internazionale di antropologia e storia organizzato nel 1976 a Bologna, pubblicato nel 1978 da Franco Angeli esempio della «fecondità di tale indagine», dice Le Goff. L’antropologia ha sempre vantato più familiarità con le fonti orali. Tuttavia, le riflessioni di questi anni rappresentano un punto di svolta per favorire un rinnovamento del dibattito sulla natura dell’oralità e sul confine convenzionale che teneva separate le società fredde da quelle calde, le discipline antropologiche da quelle storiche. L’egemonia della scrittura viene criticata perché strumento di rimozione delle alterità; e viene criticato anche il discorso dominante nelle scienze storico-sociali, ancora basato su una visione binaria del mondo che divide civilizzati-primitivi, storia-mito, scrittura-oralità, progresso-eterno presente. L’oralità viene valorizzata perché capace di sovvertire il rapporto tra scrittura potere e oblio; viene riconosciuta per la sua capacità di dare a tanti soggetti, privati della propria voce perché marginali, di entrare nella storia. Nascono manoscritti in cui le autorialità si confondono: da una parte ci sono le voci dei testimoni protagonisti, dall’altra la regia di chi ha rilevato le testimonianze, le ha ascoltate e trascritte, badando a lasciare intatta la forma dialogica e tutte le caratteristiche del parlato, le pause, le ripetizioni, le forme dialettali. È così che lo studioso ha un duplice ruolo: raccoglitore e valorizzatore di storie altrimenti dimenticate, e archivista filologo e critico letterario. Poi negli anni Settanta-Ottanta prevale una versione universale della testimonianza. La specificità del singolo ricordo, e del vissuto che veicola, non riscontra particolare interesse, anzi. L’atto del testimoniare viene percepito come neutro, è uno strumento funzionale alla trasmissione di contenuti altrimenti rimossi: più testimonianze sono, più i contenuti emersi acquisiscono valore probatorio. Non è un caso se in questi anni la categoria della memoria appare raramente nella oral history. Tale mancanza è paradossale se pensiamo che ogni testimonianza è un atto di memoria. Malgrado siano anni di profondi scambi multidisciplinari, le scienze storico-sociali non dialogano con quelle psicologiche e non dialogano nemmeno con i pochi antropologi che valorizzano l’unicità delle storie di vita. Anche negli anni Novanta prevale il discorso che abbiamo visto agire le scienze della memoria fin dai suoi albori: memoria individuale come ostacolo/deviazione dalla verità ricostruita e ricostruibile. Prevale l’idea che la mente ricordando venga disturbata tanto da distorcere la realtà, cosa che obbliga gli studiosi a sperimentare tecniche di controllo della veridicità del ricordo stesso. 5.GLI ANNI OTTANTA: MEMORIE, SIMBOLI E IDENTITÀ Negli anni Ottanta il dibattito sulla memoria collettiva e sociale acquisisce maggiore visibilità, anche se
continua ad apparire poco nella letteratura delle scienze storico-sociali. Tuttavia, il legame tra passato e presente, il suo potere simbolico nel definire le identità collettive, vengono riconosciuti come argomenti prioritari. Si definiscono così quattro filoni di studio: 1. Lo sviluppo di relazioni multidisciplinari su storia orale e soggettività (capitolo precedente), che poi riprenderemo nel cap. dedicato alle testimonianze di guerra e memorie traumatiche. 2. Lo sviluppo dei temi emersi in Le Goff e Mosse, sulla memoria funzionale alla costruzione dello stato-nazione. 3. La concentrazione sui di legami tra mito, rito e immaginazioni storiografiche. 4. Il riconoscimento sociale della memoria come valore morale, spiegato alla luce di una visione eurocentrica della storia.
2. Dalle “tradizioni inventate” alle “comunità immaginate”: i contributi di Eric Hobsbawn, Benedict Anderson e Albert Cohen Hobsbawn , come Mosse, riflette sulla nascita dello stato-nazione in Germania. In particolare, approfondisce il nesso tra potere politico e memoria, intesa come passato simbolico da valorizzare per fini identitari. Si interroga sul ruolo emblematico attribuito a posteriori ad alcuni conflitti (rivoluzione francese, guerre di secessione, guerre d’indipendenza d’Italia) e si sofferma sulla capacità di alcune figure ed eventi a divenire simboli condivisi. A suo dire, il problema principale affrontato dalle istituzioni nel XIX secolo è creare un’identità nazionale, o meglio costruire un popolo-nazione attraverso apparati ufficiali capaci di connettere gruppi e comunità differenti – gruppi e comunità che fino a quel momento non si sono concepiti come unità. A questo servirebbero le tradizioni inventate : insieme di pratiche regolate da norme apertamente o tacitamente accettate, dotate di natura rituale-simbolica, che si propongono di inculcare valori e norme di comportamento. L’invenzione della tradizione si realizza nell’Europa tra il XVIII e il XIX secolo rinnovando linguaggi e pratiche. Le innovazioni riguardano: 1. Istruzione primaria che si occupa della trasmissione di un’ideologia, attraverso la ripetizione quotidiana di abitudini, il disciplinamento dei corpi. La finalità è creare un soggetto sociale collettivo, gli “scolaretti”, che si identifichi nel discorso nazionalista e che si appropri dell’equivalenza popolo-stato-nazione; un soggetto collettivo che tutte le mattine canti l’inno guardando i docenti e dietro di loro i simboli della nazione, la bandiera e/o la foto del re o capo di stato. 2. Cerimonie pubbliche che servono a segnare lo spazio e il tempo della comunità mettendo in mostra la nazione attraverso liturgie formalizzate, che implicano i simboli nazionali, come la bandiera o le uniformi. Sono previsti anche cortei, marce spettacolari legate a confraternite e associazioni sportive e musicali. Le più famose cerimonie pubbliche (inno) vengono inaugurate nell’800. 3. Monument i che commemorano figure emblematiche per le comunità locali e nazionali. Statue che impersonano la madrepatria, figure locali riconosciute a posteriori, targhe che modificano la toponomastica locale alle esigenze di omologazione al suolo patrio. Tutto ciò garantisce l’efficacia simbolica della tradizione inventata. Infatti, senza condivisione nessun racconto, nessun mito, rito, evento, monumento, può essere incorporato e divenire riferimento identificante. La convergenza non è un processo meccanico e artificiale. Implica la condivisione di un sentimento, di un’immaginazione che ha a che fare con la rappresentazione della propria appartenenza nel tempo, tra passato e futuro. Anderson e Cohen approfondiscono il ruolo giocato dai simboli nella costruzione di una comunità. Entrambi riflettono sul ruolo della cultura nel tracciare confini capaci di definire chi fa parte dei noi e chi del loro. Questi sono malleabili, sono creati da dispositivi come stampa, lingua, mappe, musei, monumenti, che facilitano la strutturazione di un sentimento solidale tra soggetti. Per Anderson la nazione è immaginata come: limitata , la più grande con anche 1 miliardo di cittadini, ha confini finiti anche se elastici; sovrana , concetto nato quando illuminismo e rivoluzione distrussero la legittimità del regno dinastico di diritto divino. Comunità , come un orizzontale cameratismo nonostante le ineguaglianze; in fin dei conti è questa fraternità che ha consentito a tante persone di uccidere e morire in nome di immaginazioni così limitate. Gli elementi che hanno contribuito alla rappresentazione della nazione limitata, definita e sovrana sono: 1. L’intensificazione degli scambi commerciali dal ‘600 che ha permesso la circolazione dei beni e idee. 2. L’aumento dell’alfabetizzazione che ha facilitato l’accesso a nuovi prodotti editoriali. 3. Le università che hanno favorito gli studi linguistici e folklorici. 4. Le prime grammatiche, dei vocabolari grazie ai quali il
etnocentriche ed eurocentriche sulla naturalizzazione-destoricizzazione degli altri. Clifford, Fisher, Markus suggeriscono invece una nuova sensibilità nei confronti dei modi diversi di rappresentare e vivere la storicità, di incorporare l’incontro-scontro tra passati e memorie differenti, ma anche di rappresentare scientificamente queste storicità.
4. Il “boom” della memoria e l’accelerazione della storia: il contributo di Pierre Nora Le tradizioni inventate riguardano il riconoscimento simbolico di una storia che viene percepita come lontana, passata e per questo diventa oggetto di celebrazione nel presente. Le consuetudini fanno parte di un bagaglio di saperi, tecniche e testimonianze derivate da un passato che viene vissuto come presente, dal quale non si percepisce il distacco. È il passaggio alla modernità ad aver causato la fine del sistema consuetudinario. Le società consuetudinarie sono caratterizzate da dispositivi di raffreddamento del mutamento; il passato è nell’ambiente, anzi è l’ambiente, pertanto gli attori sociali non sentono il bisogno di celebrarlo. Le società moderne, quelle calde, nella quale la fucina del cambiamento è sempre in funzione, gli attori sociali sentono di perdere minuto per minuto il significato del loro passato, e lo valorizzano patrimonizzandolo ritualmente. [Hobsbawn e Ranger]. Nora parte da una constatazione: il processo di accelerazione della storia che caratterizzerebbe il 20°sec. Un processo che trasforma in tempo reale il presente in storia, che obbliga i soggetti a vivere in una situazione di trasformazione continua del presente in passato, contemplazione melancolica del passato e ansiosa attesa del futuro. Queste riflessioni sono il frutto della ricerca sui luoghi di memoria in Francia. Egli spiega la differenza tra milieu de la mémoire e lieux de la mémoire , due modi culturali di relazionarsi alla storia intesa come cambiamento e progressione. Il primo è quando il passato è “naturalmente” nel presente. Individua nel tramonto della cultura contadina la transizione da questa tipologia di memoria a una seconda tipologia rappresentata dai lieux de la mémoire. Il milieu non esisterebbe più in Francia, il lieu invece sarebbe ancora attivo. Questi luoghi di memoria rappresentano le ultime manifestazioni memoriali, in cui si invoca la memoria dopo averla abbandonata. Musei, archivi, cimiteri, anniversari, testimoniano un’altra epoca e le illusioni dell’eternità. Dobbiamo creare deliberatamente archivi, mantenere anniversari, organizzare celebrazioni, perché tali attività non si verificano più naturalmente. La contemporaneità è completamente proiettata al futuro, tanto che il presente non farebbe in tempo a essere tale perché subito spazzato via dallo scorrere del tempo. Una volta spazzato via il presente acquisterebbe subito un nuovo status simbolico e verrebbe trasformato in memoria artificialmente protetta. La memoria di oggi secondo Nora non è altro che storia. Non ha nulla a che fare con la memoria vera, che appartiene alle culture etniche, capaci di custodire nel tempo il passato da trasmettere di generazione in generazione. La memoria di oggi si esprime come un obbligo morale. Artefice è la filosofia della storia che inverte la direzione del presente. Il lieu è figlio di una consapevolezza storica e culturale estranea a quella contadina. La sua triplice natura: materiale, simbolica, funzionale: Nora si concentra sulla natura simbolica che veicolerebbe il dovere del ricordo. Anche un archivio diventa luogo di memoria se l’immaginazione lo investe di natura simbolica. Un testamento, una reunion di classe, un minuto commemorativo funzionano sempre come un appello alla memoria perché rompono letteralmente una continuità temporale. Nora è considerato il padre del boom della memoria : la memoria e i suoi usi pubblici saranno letti, valutati e giudicati negli anni ’90. Alla fine degli anni ’80 (guerra fredda, muro di Berlino ecc) la memoria compie il suo ingresso ufficiale nelle scienze storico-sociali. È da allora che gli storici e gli antropologi cominciano a sentire l’urgenza e la priorità di riflettere apertamente su questa categoria. Il discorso sulla memoria continua ad essere dunque dominato da un modello dicotomico che via via si riempie di coppie oppositive, che caratterizzeranno il dibattito degli anni Novanta. In questo dibattito, la prima grande dicotomia anni Settanta (memoria vs storia) sarà sottinteso ma costante. 6.GLI ANNI NOVANTA: MEMORIE DIVISE, GIUSTIZIA E TRAUMA C’è un incremento degli studi sulla memoria collettiva. Gli elementi di principale interesse sono: 1. definizione di memoria collettiva, i legami e le differenze con quella sociale. 2. analisi delle pratiche memoriali nello spazio pubblico dello stato-nazione e/o dello stato totalitario. 3. Comprensione delle
relazioni tra passato e identità. 4. ricostruzione di una teoria unitaria delle forme del ricordare. Le urgenze politiche e culturali del decennio favoriscono una riflessione sul rapporto tra presente e passato e sugli usi e abusi dell’ultimo. C’è una necessità di ricordare le testimonianze fino ad allora escluse e inoltre c’è l’esigenza di controllare la moltiplicazione dei ricordi, la cui diffusione è sostenuta da un’industria culturale sempre più globalizzata e connessa. 2.Il “boom” della memoria tra storia e sociologia Winter si interroga sull’esplosione della memoria come tema condiviso dalla società civile e sponsorizzato dal mercato mediatico ecc. Si chiede se la miccia sia stata la memoria dell’Olocausto negli anni Sessanta, in quanto è stata riconosciuta fino ad avere un ruolo trainante nell’emersione di altri ricordi traumatici legati a violenze di massa. A suo dire una lettura siffatta risulta essere monolitica. Le circostanze che hanno favorito la nascita di quella che definisce la «generazione-memoria» sono diverse: