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I processi di apprendimento sono sempre stati considerati fondamentali da chi studia il comportamento dell’uomo e, infatti, l’apprendimento è un tema centrale nelle diverse correnti di pensiero che si sono susseguite nella storia della psicologia.
Per apprendimento s’intende ogni modificazione del comportamento, relativamente stabile e duratura, che consegue a, o viene indotta da, un’interazione con l’ambiente ed è il risultato di esperienze che conducono allo stabilirsi di nuove configurazioni di risposta agli stimoli esterni (Moderato, Ziino 2007).
È possibile distinguere l’apprendimento da modificazioni del comportamento imputabili a programmi genetici e a circuiti nervosi sottesi ai riflessi, a condotte istintive e a processi maturativi, dato che nessuno di essi considera l’esposizione a stimoli esterni ma si basa solo su meccanismi interni all’individuo.
Legame apprendimento- cambiamento; distinzione risposte elicitate o comportamento emesso.
Già Charles Darwin , nella sua teoria sull’evoluzione delle specie, individuò l’apprendimento, accanto alla selezione naturale, come uno dei due meccanismi principali per la sopravvivenza, in quanto permette al singolo individuo di adattarsi alle molteplici e mutevoli richieste dell’ambiente.
Gli studi sull’apprendimento furono sviluppati in particolar modo all’interno del comportamentismo ; tra gli anni ’40-’50, infatti, la psicologia sperimentale si identificava quasi completamente con lo studio dell’apprendimento, considerato come un fenomeno di associazione tra stimoli e risposte indagabile attraverso il metodo di indagine sperimentale. Inoltre, poiché la maggior parte dei comportamentisti credeva che i principi fondamentali dell’apprendimento fossero gli stessi per gli esseri umani e per gli altri animali, l’attenzione fu rivolta, in particolar modo, agli studi sugli animali che mostravano come ratti e piccioni fossero in grado di apprendere e come questo apprendimento potesse essere studiato da un punto di vista puramente comportamentale, senza riferimento ad alcun processo mentale. In questo, la psicologia comportamentista fu profondamente influenzata dalle ricerche sull’apprendimento animale e sul condizionamento di Pavlov e Skinner.
Il paradigma del condizionamento classico o rispondente può esser fatto risalire agli studi del fisiologo russo Ivan Pavlov (1927). Pavlov aveva vinto nel 1904 un Nobel per le sue ricerche sul sistema digestivo. Egli aveva notato che mettendo del cibo nella bocca di un cane, si produceva un immediato aumento della salivazione. Questa relazione tra stimolo (cibo) e risposta (salivazione) è la conseguenza di un riflesso, cioè di una risposta automatica inscritta geneticamente nel sistema nervoso dell’animale. Lavorando sui cani, Pavlov notò che questi producevano più saliva quando udivano o vedevano stimoli che, di solito, precedevano il cibo. Questi riflessi condizionati, o appresi (cioè una relazione stimolo-risposta acquisita con l’esperienza), destarono la curiosità di Pavlov che decise di studiarli in modo sistematico, con uno specifico apparato sperimentale: un cane veniva legato con delle cinghie in una stanza insonorizzata, un tubo impiantato chirurgicamente nella cavità orale del cane raccoglieva la saliva, così da poter registrare il flusso. Pavlov definì il cibo stimolo incondizionato ( SI ) e la risposta di salivazione risposta incondizionata (RI).
Provò a far suonare ogni tanto una campanella nella stanza, anche se il cane mostrava rizzando le orecchie di sentire il suono, non venivan registrate variazioni nel flusso di saliva. In seguito, iniziò a far seguire al suono della campanella ( stimolo neutro ), la presentazione del cibo e, gradualmente, verificò un aumento della salivazione al suono della campanella. La campanella, nella terminologia del fisiologo russo, era uno stimolo condizionato ( SC ) o appreso, mentre l’aumento della salivazione al suono della campanella era una risposta condizionata ( RC ). Il processo di condizionamento pavloviano, comporta l’associazione ripetuta tra SC e SI, che diviene in grado, alla fine, grazie alla contiguità temporale tra i due stimoli, di condizionare lo SC a evocare una RC simile alla RI. L’esperimento classico di Pavlov prevede una Fase I di ACQUISIZIONE , nella quale lo stimolo neutro viene ripetutamente associato ad uno SI, diventando SC in grado di evocare una RC. Nella Fase II, dopo un certo numero di presentazioni di SC senza SI, la RC scompare gradualmente, si parla quindi di ESTINZIONE. Il giorno seguente ha luogo la Fase III nella quale prosegue l’addestramento all’estinzione, ma durante il quale le prime presentazioni dello SC evocano ancora RC piuttosto forti, superiori a quelle osservate al termine della Fase II, questo parziale ristabilimento dell’apprendimento dopo un periodo di riposo viene definito RECUPERO SPONTANEO. Inoltre, se viene accoppiato nuovamente l’SC all’SI, si verificherà un riapprendi mento molto rapido chiamato RIACQUISIZIONE. Inoltre la RC tende a verificarsi anche con stimoli simili all’SC (GENERALIZZAZIONE) e più il nuovo stimolo è simile all’originario maggiore sarà la forza della RC. Tuttavia, è possibile condizionare un animale a non rispondere stimoli simili all’SC, pur continuando a rispondere all’SC, si tratta dell’addestramento alla DISCRIMINAZIONE. Pavlov studiò altresì la relazione temporale tra SC e SI: il condizionamento è particolarmente efficace quando SC precede SI di circa mezzo secondo, meno efficace è la presentazione simultanea e ancor meno la presentazione successiva dell’SC all’SI. James Watson fu il primo psicologo americano ad applicare il paradigma pavloviano nell’ambito dei fenomeni umani. Secondo questo autore le persone nascono possedendo alcuni riflessi e alcune reazioni emotive (amore, odio), mentre tutti gli altri comportamenti vengono a formarsi attraverso associazioni stimolo-risposta attraverso il condizionamento. Negli anni ’20, con il suo esperimento sul piccolo Albert, intendeva dimostrare che era possibile spiegare la genesi di alcune reazioni di paura in base alle leggi conosciute dell’apprendimento e del condizionamento. Albert era un bambino di 11 mesi cui fu sperimentalmente indotta una risposta condizionata di paura nei confronti di una piccola cavia bianca, associando la presenza di questa ad un forte rumore improvviso; dopo solo sette presentazioni dei due stimoli accoppiati, la semplice vista della cavia provocava una reazione condizionata di paura che si generalizzò presto ad altri stimoli condizionali percettivamente simili. Il condizionamento classico attribuisce al soggetto un ruolo passivo nei confronti dell’ambiente, e descrive solo una parte della vastità e della complessità dell’apprendimento degli esseri viventi. Ogni azione, infatti, possiede anche un effetto retroattivo sull’organismo, le conseguenze di un comportamento possono cioè modificare (aumentare o diminuire) la probabilità che quel comportamento si verifichi ancora.
L’estensione del condizionamento classico fu realizzato grazie a uno studioso americano, Skinner (1930), che riprese le ricerche pioneristiche di Thorndike (1911), che aveva iniziato a studiare l’APPRENDIMENTO PER PROVE ED ERRORI. Gli esperimenti di Thorndike consistevano nel mettere un gatto in una gabbia, detta problem-box, dal quale doveva cercare di uscire. Osservò che il gatto compiva una serie di movimenti alla cieca finchè non accadeva che uno di questi funzionava e riusciva ad uscire. Secondo Thorndike l’effetto di soddisfacimento derivante dalla risposta che portava al successo, rendeva il suo verificarsi molto più probabile quando il gatto veniva rimesso nella gabbia. Egli osservò che l’apprendimento si verifica gradualmente (vs gestalt) attraverso una serie di prove ed errori che portava al consolidamento delle reazioni dell’organismo che eran state ricompensate. Chiamò LEGGE DELL’EFFETTO il fatto che un’azione
Prima e durante il comportamentismo ortodosso vi furono dei tentativi di studiare gli aspetti cognitivi dell’apprendimento animale. In particolare prendiamo in considerazione:
Tra comportamentismo e cognitivismo: LA TEORIA DELL’APPRENDIMENTO SOCIALE La teoria dell’apprendimento sociale di Albert Bandura (1969), cerca invece di spiegare il comportamento umano in termini di continue reciproche interazioni tra influenze cognitive, comportamentali e ambientali. A partire dagli studi di Miller e Dollard che avevano cominciato a studiare l’apprendimento sociale, Bandura ha dedicato un’attenzione focale all’APPRENDIMENTO OSSERVATIVO, una forma di apprendimento indiretto nel quale un comportamento è acquisito o modificato a seguito dell’osservazione del comportamento di un altro
organismo che svolge la funzione di modello. Avviene senza bisogno di ricorrere ad un rinforzo diretto ma si fonda sul principio di somiglianza nei confronti dell’altro che funge da modello. Importante è nuovamente la distinzione tra acquisizione e prestazione: un modello di comportamento nuovo può essere appreso e acquisito indipendentemente dai rinforzi, ma che il comportamento venga o meno messo in atto dipenderà da ricompense e punizioni (direttamente sperimentate o osservate sui modelli). Alla base di tale apprendimento vi sono 2 meccanismi distinti: 1) emulazione: quando un individuo riproduce in modo meccanico e stereoptipato una certa azione compiuta da un altro, senza una valutazione dell’efficacia strumentale di tale azione e senza la comprensione del suo scopo; 2) imitazione, quando un individuo riproduce in modo consapevole l’azione di un modello per raggiungere il medesimo scopo. Diversamente dall’emulazione, l’imitazione comporta la comprensione dell’intenzione e del piano mentale implicati nell’azione imitata, riuscendo ad anticiparne l’esito finale. Tutte le specie animali hanno la capacità di emulare una condotta ma non di imitarla, l’apprendimento imitativo è sostanzialmente umano, si rivolge alle condotte intenzionali del modello, ignorando quelle accidentali e volontarie. L’imitazione è un dispositivo che compare molto precocemente nei neonati, ed è sostenuta dalla presenza dei neuroni specchio (Rizzolatti
Applicazioni derivate dal paradigma pavloviano Il condizionamento classico può riguardare nel’uomo l’apprendimento di risposte emozionali specifiche, tra cui, in primo piano, vi sono le paure e le fobie. La paura è una risposta emozionale incondizionale provocata da stimoli pericolosi, spiacevoli e dolorosi. La paura in quanto risposta non si apprende; ciò che si apprende è il fatto di avere paura di alcune cose e non di altre. Talvolta la risposta di paura è irrazionale, incontrollabile e originata da stimoli e situazioni “normali” o, in ogni caso, non pericolosi: se non vi è funzione adattiva per l’organismo significa che si è instaurata una fobia vedi Watson e il caso del piccolo Albert. Se Watson aveva ipotizzato che il condizionamento di Albert avrebbe potuto essere superato tramite quattro possibili soluzioni (1. Estinzione sperimentale, 2. Attività costruttive sull’oggetto temuto, 3. Ricondizionamento, 4. Provocando una competizione con la paura), il decondizionamento della paura per mezzo di uno stimolo “competitivo” gradito si diffuse solo trent’anni dopo, grazie a Joseph Wolpe. Wolpe, che al termine “terapia del comportamento” (behaviour therapy) preferì “ psicoterapia per inibizione reciproca ”, utilizzò il rilassamento muscolare profondo come agonista dell’ansia, unitamente alla presentazione graduale degli stimoli ansiogeni: tale tecnica è stata chiamata “ desensibilizzazione sistematica ” e si è rivelata molto efficace nel trattamento di un’ampia gamma di stimoli fobici. Un’altra applicazione è la tecnica del biofeedback. Si sviluppò negli Stati Uniti alla fine degli anni ’60, quando alcuni ricercatori dimostrarono che sia nell’animale sia nell’uomo è possibile controllare alcuni parametri quali: la frequenza cardiaca, i ritmi elettroencefalografici, la vasocostrizione cutanea, etc. Il Biofeedback rappresenta l’informazione sulle funzioni biologiche di un individuo o almeno questa è la definizione più semplice. In realtà tutti noi riceviamo informazioni nel corso della vita. Per esempio, ogni volta che usiamo la bilancia ci procuriamo un feedback diretto sul controllo del nostro peso. Quando abbiamo la febbre e la misuriamo con il termometro, esso ci informa su quanto sta avvenendo nel corpo. In realtà, nessuno di questi strumenti esercita un’azione su di noi: la bilancia ed il termometro non fanno altro che fornirci informazioni su quanto avviene all’interno dell’organismo, insomma una sorta di specchio esterno dei nostri stati interni: questo è il Biofeedback. L’apparecchiatura di Biofeeedback raccoglie, amplifica e rimanda al soggetto una serie di processi che avvengono nell’organismo. L’obbiettivo non è tanto quello di produrre uno stato particolare, ma più propriamente quello di facilitare l’auto- consapevolezza ed il controllo di alcuni parametri fisiologici. Prima si fa pratica (training) con l’apparecchiatura, acquisendo così una maggiore consapevolezza e sensibilità rispetto alle reazioni fisiche. In seguito, dopo un esercizio prolungato e continuo, si riuscirà ad avere coscienza di questi segnali interni senza dover ricorrere agli indicatori strumentali. Raggiunto questo obbiettivo si cerca di integrare nella propria vita di tutti i giorni questa capacità di regolazione appresa di una variabile somatica: per esempio si può ottenere l’abbassamento della contrazione muscolare, l’aumento della temperatura, o la diminuzione dei battiti cardiaci. Per raggiungere questo obbiettivo si deve procedere attraverso questi stadi: