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appunti corso semantica, Appunti di Filosofia del Linguaggio

appunti del primo modulo del corso di semantica della professoressa Raynaud

Tipologia: Appunti

2018/2019

Caricato il 26/05/2019

Sara.Molteni
Sara.Molteni 🇮🇹

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SEMANTICA
Cos’è il significato? Tutti noi abbiamo sperimentato il desiderio di farci capire da qualcuno, la
comprensione reciproca è fallimentare, nello scambio verbale. Possediamo il concetto di significato
e lo sappiamo gestire in uno sfondo che è il linguaggio verbale e appartiene ad uno scontato e
spesso precede l’instaurazione di una teoria. Una volta posta la domanda, va costruita la risposta,
un po’ alla volta, in dialogo con varie formazioni (filosofi, linguisti, neuroscienziati…).
Al centro del lavoro ci sono lingua e linguaggio. Giardino e giardinaggio sono la stessa cosa? E
terra e atterraggio? No. Se non sono la stessa cosa devo capire il nesso che c’è. Il linguaggio è la
capacità di parlare, l’avere noi la potenzialità di parlare e di scegliere se sia opportuno o meno
farlo. Al tempo stesso è l’uso delle lingue, tipicamente umano. Si dice che è specie-specifico, cioè
specifico della specie umana. Questa facoltà è così sviluppata negli esseri umani che viene a
crearsi una pluralità di lingue. Abilità che stabilisce la facoltà di linguaggio, richiede un aspetto
ricettivo e attivo, può essere esteso a lingue disparate, non per acquisizione spontanea. Tra
acquisizione e apprendimento di una lingua c’è una differenza. Gli immigrati apprendono la lingua,
gli studenti la apprendono. Una lingua parla? No. Un soggetto sì. Possiamo predicare la facoltà o
l’esercizio dell’arte di parlare solo tra esseri umani. Perché proprio noi la acquisiamo? Come
matura? (soprattutto nei primi tre anni di vita). Almeno tre posti vuoti da saturare nel concetto di
parlare.
I nostri discorsi si aggregano come molecole, fatti di più elementi (valenza, disposizione a legarsi
ad altri ben saldamente). I predicati similmente possono legarsi per un massimo di cinque elementi
per un motivo che riguarda la nostra realtà psicofisica. Questi posti vuoti che colmiamo ogni volta
che usiamo un verbo, perché abbiamo un limite di memoria che non possiamo superare. Occorre
chiarire chi è il parlante. Parlare è un atto dialogico, qualcuno parla a qualcun altro. Qualcuno parla
qualcuno a qualcun altro e sempre di qualcosa. Il fatto linguistico non può essere chiuso su sé
stesso. È un dispositivo complesso fatto per essere messo dai parlanti in relazione a qualcosa,
nella massima indefinitezza. Il parlare è esercizio di una facoltà che si riferisce a qualcosa (c’è
sempre un argomento), questo vuol dire istituire una relazione di senso. Un quarto argomento è
che noi parliamo in una lingua, concetto dato per scontato, dipende quindi dalle condizioni in cui
siamo inseriti, ma parlare vuol dire avere per forza un codice predefinito, è normale disporne. In
una lingua qualcuno parla a qualcun altro di qualcosa.
Teoria del significato come un crocevia di varie discipline: linguistica, filosofia (logica) e scienze
cognitive.
Linguistica generale
Strutturalismo (Saussure, circolo di Praga, glossematico)
Generativismo
Filosofia analitica e continentale
Svolta pragmatica (i parlanti sono gli agenti, i discorsi nei vari contesti…)
Svolta cognitiva (processi mentali che generano il dare espressione all’emittente e la
codifica del destinatario)
Linguistica testuale (significato, come qualcosa che va oltre le frasi singole, ma merita di
essere ambientato nello sviluppo di un testo)
E’ normale passare attraverso unità discorsive diverse e ampie non semplici mots. Si organizzano
in strutture articolate (sintagmi). Riuscendo a distinguere tra ciò che è esplicito e ciò che è riferito
implicito.
La semantica circola intorno alla teoria del referenziale. A cosa si riferisce una determinata parola?
Il nesso tra il termine e ciò a cui si riferisce. Capacità di rapportare le parole alle cose. L’uomo
tende a soffermarsi di più sulla componente reale, visualizzare le cose, non tanto le parole (un
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SEMANTICA

Cos’è il significato? Tutti noi abbiamo sperimentato il desiderio di farci capire da qualcuno, la comprensione reciproca è fallimentare, nello scambio verbale. Possediamo il concetto di significato e lo sappiamo gestire in uno sfondo che è il linguaggio verbale e appartiene ad uno scontato e spesso precede l’instaurazione di una teoria. Una volta posta la domanda, va costruita la risposta, un po’ alla volta, in dialogo con varie formazioni (filosofi, linguisti, neuroscienziati…).

Al centro del lavoro ci sono lingua e linguaggio. Giardino e giardinaggio sono la stessa cosa? E terra e atterraggio? No. Se non sono la stessa cosa devo capire il nesso che c’è. Il linguaggio è la capacità di parlare, l’avere noi la potenzialità di parlare e di scegliere se sia opportuno o meno farlo. Al tempo stesso è l’uso delle lingue, tipicamente umano. Si dice che è specie-specifico, cioè specifico della specie umana. Questa facoltà è così sviluppata negli esseri umani che viene a crearsi una pluralità di lingue. Abilità che stabilisce la facoltà di linguaggio, richiede un aspetto ricettivo e attivo, può essere esteso a lingue disparate, non per acquisizione spontanea. Tra acquisizione e apprendimento di una lingua c’è una differenza. Gli immigrati apprendono la lingua, gli studenti la apprendono. Una lingua parla? No. Un soggetto sì. Possiamo predicare la facoltà o l’esercizio dell’arte di parlare solo tra esseri umani. Perché proprio noi la acquisiamo? Come matura? (soprattutto nei primi tre anni di vita). Almeno tre posti vuoti da saturare nel concetto di parlare. I nostri discorsi si aggregano come molecole, fatti di più elementi (valenza, disposizione a legarsi ad altri ben saldamente). I predicati similmente possono legarsi per un massimo di cinque elementi per un motivo che riguarda la nostra realtà psicofisica. Questi posti vuoti che colmiamo ogni volta che usiamo un verbo, perché abbiamo un limite di memoria che non possiamo superare. Occorre chiarire chi è il parlante. Parlare è un atto dialogico, qualcuno parla a qualcun altro. Qualcuno parla qualcuno a qualcun altro e sempre di qualcosa. Il fatto linguistico non può essere chiuso su sé stesso. È un dispositivo complesso fatto per essere messo dai parlanti in relazione a qualcosa, nella massima indefinitezza. Il parlare è esercizio di una facoltà che si riferisce a qualcosa (c’è sempre un argomento), questo vuol dire istituire una relazione di senso. Un quarto argomento è che noi parliamo in una lingua, concetto dato per scontato, dipende quindi dalle condizioni in cui siamo inseriti, ma parlare vuol dire avere per forza un codice predefinito, è normale disporne. In una lingua qualcuno parla a qualcun altro di qualcosa.

Teoria del significato come un crocevia di varie discipline: linguistica, filosofia (logica) e scienze cognitive.

  • Linguistica generale
  • Strutturalismo (Saussure, circolo di Praga, glossematico)
  • (^) Generativismo
  • Filosofia analitica e continentale
  • Svolta pragmatica (i parlanti sono gli agenti, i discorsi nei vari contesti…)
  • Svolta cognitiva (processi mentali che generano il dare espressione all’emittente e la codifica del destinatario)
  • Linguistica testuale (significato, come qualcosa che va oltre le frasi singole, ma merita di essere ambientato nello sviluppo di un testo)

E’ normale passare attraverso unità discorsive diverse e ampie non semplici mots. Si organizzano in strutture articolate (sintagmi). Riuscendo a distinguere tra ciò che è esplicito e ciò che è riferito implicito.

La semantica circola intorno alla teoria del referenziale. A cosa si riferisce una determinata parola? Il nesso tra il termine e ciò a cui si riferisce. Capacità di rapportare le parole alle cose. L’uomo tende a soffermarsi di più sulla componente reale, visualizzare le cose, non tanto le parole (un

tramite). Una fonia è una stringa verbale per raggiungere ciò di cui si parla, ma non mi ci soffermo, la semantica invece lo fa.

La semantica predicativo-argomentale aiuta a cogliere un nodo centrale. Noi vediamo una progressione lineare del discorso, però noi tutti viventi abbiamo un’intenzione sintetica attraverso una stringa di parole, che si rivela non essere una semplice successione di parole, ma gestito dai parlanti (scelto dal parlante). Il nodo centrale è fondamentalmente il predicato, che raccorda le funzioni nominali del significato.

La semantica inferenziale parla di significati depositati nella mente senza che vi sia un passaggio di parole. Per esempio le forme di cortesia, chiudere la porta dell’aula se c’è una lezione corrente e passa tanta gente nei corridoi. Atti linguistici indiretti dove se io ti chiedo “potresti passarmi il sale?” tu puoi e magari lo fai anche.

L’ottocento è un secolo molto importante, dove nascono nuove discipline linguistiche. La linguistica nasce con quella storico-comparativa, le lingue sono entità non fisse, ma vivono delle persone che le parlano. La linguistica si qualifica in Germania dal primo ottocento, ricostruendo gli stati di lingua non più utilizzate, antiche, per ricostruire genealogie, partendo dalle lingue viventi (greci, romani, antica India, germaniche). Ancor prima c’erano leggi del corretto pensare, la logica, formale. Sul finire dell’Ottocento/inizio Novecento nasce la semiotica, con Peirce e Saussure. Nel Novecento c’è l’affermazione di discipline come linguistica generale, con fonetica, fonologia, sintassi, prosodia, testualità, filologia l’aspetto storico da un approccio critico, a livello culturale.

Il piano descrittivo. Sapere descrivere per quali vie in un dialogo pervengono alla comprensione di un significato. Stabilire la chiarezza di un messaggio, individuare il punto del messaggio che non è limpido. Il piano valutativo. Cosa mi fa dire che un atto del discorso non è felice, cioè per esempio è falso. Non solo su base linguistica, ma anche di ciò di cui si parla. Il parlante può scegliere sempre il passaggio al silenzio.

SEMANTICA/FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

Martedì: 15.

Giovedì: 16.

Venerdì: 9.

Che cos’è il significato? : tutti sperimentiamo il desiderio di farci comprendere, l’interazione non è scontata e semplice. Abbiamo un’intuizione che precede la formulazione di una teoria.

Il focus non sono solo le lingue, ma anche il linguaggio: qual è il rapporto tra i due? Il linguaggio è la capacità del parlare, la potenzialità di comunicare, anche quando stiamo nel silenzio = scelta più opportuna in alcune situazione per comunicare. È anche l’uso delle lingue, facoltà tipicamente umana, è specie specifico. Essendo così sviluppata tra gli uomini, viene a crearsi una pluralità di lingue e disparità/diversità. Alcuni aspetti però accomunano l’abilità, nonostante la diversità delle lingue dei parlanti = accomunati dalla facoltà di linguaggio. La facoltà di linguaggio non è improvvisa: aspetto attivo e ricettivo, matura gradualmente e può essere esteso a lingue disparate, attraverso decisione di apprendimento (differenza tra acquisizione = migranti e apprendimento = studenti).

Una lingua non parla, un parlante sì: parola solo nei soggetti umani, facoltà esclusiva che matura e chiede una progressione per almeno i primi 3 anni di vita per poi perfezionarsi. L’esito del parlare è il discorso, non una singola parola.

Frigerio, Filosofia del linguaggio.

28/02/

Wilhelm von Humboldt (1767-1835) : linguista delle lingue, linguista generale,

filosofo del linguaggio.

All’epoca queste aree erano ancora piuttosto inesplorate e alle prime armi, infatti fu un apri pista. Non fu preso come precursore, ma riesce a porre un quadro generale. Apparteneva all’aristocrazia prussiana, ebbe precettori privati, imparò greco, latino e sanscrito, si appassiona alla letteratura classica e sa le sue responsabilità civili/pubbliche: diventa funzionario e ambasciatore prussiano, successivamente un ministro dell’istruzione prussiano. (Gymnasium ideato da Humboldt, non bastavano precettori). Viene a Roma come ambasciatore, viaggia in Europa e in particolare a Parigi; mentre scende verso i Paesi Baschi vive un’esperienza che lo segna per sempre. Questa lingua è diversa da tutte quelle a lui note: isolata, non indo-europea. La diversità delle lingue è vissuta come sorpresa attraente, suscita senso dell’enigma ed è fortemente sollecitante. Mentre le regioni circostanti sono romanze e neolatine, la lingua basca è a sé stante. Secondo Humboldt ignorando la lingua, si ignora anche la storia e la cultura del popolo. Ascoltando una fonia sconosciuta più volte, si riconoscono somiglianze che fanno emergere tratti comuni e ricorrenti. Alcune occorrenze possono essere accolte anche se non si conosce la lingua e a furia di coglierle, si trovano espressioni fondamentali come desinenze, forme finali e ci inducono a strutture forme morfologiche (sempre a tentoni però). Cerca grammatiche, dizionari e studiosi della lingua stessa. La base vitale dell’esserci di una lingua è l’uso della lingua di una comunità. La lingua è sempre un codice parlato da una comunità, anche se solo orale.

Le lingue possono essere sistematizzate da due strumenti di rappresentazione fondamentali: grammatica e dizionari. Non solo allo stato immediato, ma lo stato è rappresentabile da questi due. Humboldt fa la stessa operazione con la lingua basca. Essendo uomo di stato capisce anche il ruolo delle lingue, capisce il ruolo costruttivo.

Anche il fratello Alexander è molto importante: esploratore, viaggiatore e naturalista. Nei suoi viaggi riporta al fratello tutte le grammatiche che trova. Per questo viene definito linguista delle lingue, studia la diversità delle lingue. Vuole raccogliere le radici della lingua, non solo gli elementi lessicali: le radici sono strutture da cui fioriscono espressione diverse tutte da uno stesso ceppo. Vuole trovare anche ciò che caratterizza la morfologia, la forma che questi derivati possono assumere. Alcune classi di parole si flettono in un determinato modo (verbi), ci sono regolarità morfologiche. La collaborazione tra i due fratelli porta ad un’apertura planetaria per l’interesse alle lingue.

“La diversità delle lingue” opera di Humboldt. Risente molto del pregiudizio che fosse romantico a causa del periodo: effettivamente era interessato alla storia, scriveva di posti esotici (isola di Java con lingua cali, ha dato vita anche ad una letteratura) e della lingua messicana, si occupò di lingue molto lontane e esotiche da lui, tuttavia così si ridurrebbe il suo amore per le lingue. Si trovarono 50 tra grammatiche e dizionari, per non accostarsi in modo superficiale alle lingue. Favorito dalla linguistica missionaria = missionari che andavano fino a quelle terre, che capivano l’importanza della condivisione della lingua per annunciare la loro parola. Per Humboldt una lingua è matura quando si munisce di scrittura e la sua natività avviene con la scrittura letteraria.

In Italia si fonda l’Accademia della Crusca a partire con la fioritura della letteratura nel ‘300; ma in altri Paesi, anche europei, non avvenne lo stesso. In Francia il modello in uso era solo quello della corte. Lo stato di lingua contemporaneo non viene dal nulla, ma può avere origini letterarie alla base o meno.

Humboldt non era un professionista, ma un funzionario che modella il percorso accademico per l’università. Mette alla base Franz Bopp, ma lui stesso è alla base. La sua importanza è dovuta al

suo gusto per l’empiria, per la raccolta: ben più che un dilettante. Molti autori si sono soffermati sul suo ruolo, anche se non è etichettabile.

Tesi fondamentali:

  • (^) “il linguaggio organo formativo del pensiero: è sempre intersoggettivo, è fatto per specie umana che è per radice sociale e socievole. Possesso destinato alla fruizione della vita sociale, si parla sempre per e a qualcun altro e ascoltiamo ancor prima di nascere e di essere noi a parlare. Questa dimensione dialogica rende il linguaggio meritevole di non essere concepito come solipsistico, l’atto è per natura sempre sociale, destinato a qualcuno e non inventato nel momento dal singolo: ricevuto da una tradizione di una comunità. In realtà si mette in circolazione qualcosa di cui siamo debitori ad altri: possesso che si è accumulato, sviluppato ed espanso, prima ricevuto che dato. Il linguaggio collabora al pensiero, che è sempre proprio ma in funzione di essere condiviso e comparato al pensiero di altri. Ognuno vi mette la propria soggettività, ma nessuno è sprovvisto di un ausilio al pensiero nella lingua che dominiamo, una sofisticata risorsa al nostro pensiero in quanto trova parole già pensate da altri e tesoro condiviso già da una comunità. Il linguaggio si avvale di pensabilità e dicibilità condivisa da una comunità linguistica o dall’essere umano in generale.
  • “La formatività del linguaggio e la forma linguistica interna”: formare, forma, formazione, informazione, deformazione, formativo, informativo, formante, deformante, informazionale, informatico, formale, informale. Il dizionario non aiuta, perché è secondo un criterio alfabetico: qui cambiano suffissi, prefissi. Così nasce la logica di linguaggio formale, di una radice a cui si inseriscono poi suffissi o prefissi che servono in altre parole. Ci sono dei segmenti formativi altamente produttivi: si ha quantità enorme di vocaboli. Anche non conoscendo una parola, ci sono somiglianze che fanno ricondurre: d’aiuto sia per gli studenti sia per i nativi. Essere capaci di incanalare in una qualche forma espressiva un’espressione semantica. In- non ha sempre la stessa valenza: a volte negativo a volte rimanda a preposizione, principio di economia.

Nel 1836 nel volume scritto dal fratello: (slide) non si può togliere parte semantica delle lingue, alienante e altera funzione di comprensione comune a tutte le lingue. Non è un qualcosa di chiuso che si passa, ma contributo individuale.

Per Humboldt le lingue hanno una fonia che è varia ed è chiamata forma esterna. Ogni lingua ha la sua fonetica, ma anche delle costanti che sono fonologia. Prima di arrivare a pensieri o cose, non bisogna riconoscere solo foni ma segmenti interni, gradini che la parola ci offre per arrivare alla comprensione del valore finale.

Esempio: in sanscrito tre parole per designare elefante. Dv ipa, Dv irada; Hastin. Quello che beve due volte, quello che ha due zanne, quello che è provvisto di una mano (proboscide). Tre strade diverse per abbozzare qualcosa che ci aiuti a rappresentarci quello stesso animale. Ci sono forme diverse per suggerire la stessa idea.

Sunrise- sunset, Sonnenaufgang-Sonnenuntergang, aube-couché de soleil, vocxob- zaxob, alba- tramonto. Stesso fenomeno letto in modo diverso dalle lingue: buona capacità di scomposizione dice che possiamo arrivarci per vie diverse.

WILHELM VON HUMBOLDT

solipsistica, non deve riferirsi all’individuo singolo. Non è inventato dal singolo parlante, è ricevuto da una tradizione di una comunità di parlanti. E’ un possesso che si è accumulato e gradualmente espanso ma è prima ricevuto che dato. Pensiero di ciascuno che si appoggia su qualcosa che in realtà è già stato pensato da altri. Attualizzazione del proprio pensiero che senza ricalcare orme di altri si avvale di una pensabilità di una comunità linguistica.

  • Formatività del linguaggio e la forma linguistica interna. Prendiamo la parola forma. Verbo formare, sostantivo formazione, informazione, deformazione, neoformazione, aggettivi come formativo, informativo, deformante, aggettivi/sostantivi come informatico, aggettivi come formale, informale. Un dizionario non basta a trovarle tutte per il criterio alfabetico. Alla radice aggiungo prefissi/suffissi ecc per costruire formativi produttivi. Ho parole la cui produttività mi è già familiare. Essere capaci di incanalare in una funzione espressiva (?).

Il ruolo attivo, l’influenza del linguaggio sul pensiero :

è l’attività soggettiva che forma un oggetto nel pensiero. Nessun genere di rappresentazione può essere infatti considerato una pura e semplice contemplazione passiva di un oggetto già dato. …

«Come senza il linguaggio non è possibile alcun concetto, così neppure per l’’anima vi potrà essere alcun oggetto, perché perfino l’’oggetto esterno acquista per essa compiuta essenzialità solo mediante il concetto. Nella formazione e nell’’uso del linguaggio penetra tuttavia necessariamente l’’intero modo di percezione soggettiva degli oggetti. La parola, scaturendo appunto da questa percezione, è una copia non dell’’oggetto in sé, ma dell’’immagine che questo ha prodotto nell’’anima [...] e poiché sulla lingua della medesima nazione influisce una soggettività uniforme, in ogni lingua è insita una peculiare visione del mondo ... W. Von Humboldt, La diversità delle lingue , p. 47

Le lingue hanno una fonia varia. Forma linguistica esterna. Ogni lingua e ogni parlante ha la sua fonetica, eppure ci sono delle costanti che sono la fonologia di una lingua.

Prima di arrivare o al pensiero o alle cose dobbiamo riconoscere non solo i foni ma anche i segmenti interni, quei gradini che la parola ci offre per salire fino alla comprensione del settore semantico finale.

DATI- 1 Dvipa, quello che beve due volte Dvirada, quello che ha due zanne Hastin, quello provvisto di una mano. (elefante) Abbiamo forme diverse all’interno della struttura della parola per definire una stessa cosa

DATI- 2

Sunrise – sunset Sonnenaufgang - Sonnenuntergang Aube - couché de soleil Alba – tramonto

Prospettiva onomasiologica: che nome do alle cose, che nome do ad un evento, ad una proprietà, ad una relazione ecc… è complementare alla semasiologia, tengono insieme due elementi e ne

percorrono la relazione. Segno linguistico da una parte, ci chiediamo il senso e arriviamo a cosa significa. La semasiologia risponde alla “domanda cosa vuol dire?”. Parente della semantica. Complemento dell’onomasiologia, ovvero “come si dice? Come si chiama?”. Dà il nome alle cose. Che parola uso per esprimere quanto ho da dire. I fenomeni della natura possono essere esperiti in base alla lingua che si parla ed eventualmente all’assenza di parola. Le lingue fanno sì che di fronte ad un’alba ci si chieda come si chiama, come si dice in una lingua. Le risposte sono di orientamento onomasiologico.

Il fatto che tutte queste espressioni (dati) ci appaiono composte ci aiuta a capire il “principio di economia”. Criterio generale di costituzione delle lingue storico-naturali che cerca di evitare la formazione di doppioni, attesta che una comunità linguistica invece che inventare sempre parole nuove adopera segni già disponibili e li compone con segni già disponibili con opera di formazione (prefissi, affissi, suffissi…) per generare un termine nuovo. Poi riflessione semasiologica, mi chiedo quindi cosa significa. Dire qualcosa nel modo più sintetico possibile, utilizzo strutture già disponibili, non lo invento. La varietà di criteri utilizzati per dare espressione ad un fenomeno storico-naturale sono sotto ai nostri occhi. Senso equivalente ma forme diverse. Alba e sunrise sono vie diverse per arrivare alla stessa meta.

DATI – 3

Rainbow Regenbogen la forma francese sfrutta meno il principio di economia e rende Arcobaleno arc-en-ciel più visibile l’autonomia dei termini. le lingue non hanno bisogno di prestiti dai popoli vicini per formare le proprie parole. Come tali questi fenomeni sono i più facilmente condivisibili. Sono così familiari agli abitanti che ogni comunità tende a trovare la propria via.

DATI – 4 Glasses/spectacles Brille Occhiali Lunettes Gafas

Tanti elementi, funzioni, organi presi in considerazione. La lingua parlata avalla un certo anacronismo. Le lenti non sono tutte di vetro ma l’inglese non cambia, mantiene la parola glasses. Glass singolare bicchieri, glasses occhiali, spiegazioni diverse in altre lingue. Principio del contesto. Spectacles ricorda invece l’azione dello spettare (lat. spicere, da cui poi ispettore, ispezione…). Con alcune preposizioni carica il composto che ne deriva con alcune intensione: despicere significa guardare dall’alto in basso. Può voler dire di una direzione di sguardo dall’alto in basso, non con simpatia, reso spesso con disprezzare. Spesso i parlanti delle lingue hanno in forza del principio di economia ma anche di quello che ci suggerisce qualcosa di spirituale a partire da qualcosa da esperire, si usano espressioni per spiegare qualcosa inerente al mondo psichico, spirituale. Brille deriva dal berillio, materiale che serve per fare la pasta di vetro. I francesi indicano la forma delle lenti, riconducibili a piccole lune. Gafas sono le stanghette. Enomasiologia. Occhiali, per gli occhi.

Humbolt -> Weltansicht: diversi sguardi sul mondo

Come un concetto identico possa essere reso in modi diversi da una lingua all’altra. Anche con i numeri e le operazioni

Dopo Lipsia torna a casa sua a Parigi e riflette sul fatto che la lingua è più della sua grammatica, anche se ne ha un grane bisogno. Una lingua non vive nel tempo senza gli uomini che se ne servono, le lingue ci riportano all’uomo e all’uso delle lingue. E’ un uso che si svolge nel tempo e lascia tracce, non ci sono automatismi, la lingua evolve nel tempo. La sua semantica sarà quindi storica.

  1. Nell’ambiente tedesco vige un modello positivistico e nelle prime fasi che precedono la formazione del positivismo come corrente filosofica il modello è biologico-naturalistico della linguistica comparata.
  2. Non si può dimenticare la faculté du langage e il soggetto parlante.
  3. La linguistica non può avere pretese autonomistiche Si parla di organismo delle lingue e questo suggerisce che le lingue abbiano una vita paragonabile a quella di un vivente, almeno dell’ordine vegetale. Cresce, si duplica, si ramifica… espansione della lingua e derivazione di lingue da una lingua originaria ad un ceppo limitato capace di dare diverse lingue. Linguaggio antropomorfico. Come se la lingua avesse una sorta di dinamica interna propria. Quasi abituale esprimersi in questi termini. Il rischio è che non cogliamo il suo dipendere nel crescere, subire sorti, dalle comunità di parlanti che la adottano, la usano, la modificano, la tengono in vita o la perdono. La lingua è un costrutto culturale alla cui base stanno i parlanti. Occhiali è in riferimento a glasses una possibile ma non necessaria traduzione. La semantica si consolida grazie agli autori, e al di là delle occasioni che essi ci offrono, noi abbiamo a che fare con espressioni minimali: singole parole di una determinata lingua. Occuparsi del loro significato è indagare la loro relazione con ciò che significano. Gli esseri umani vivono nel mondo grazie alle lingue. Isolare il fatto linguistico è una tentazione che prende gli studiosi, ma è una tentazione perversa: la lingua è fatta per parlare d’altro e non solo per concentrare su di sé gli sguardi degli studiosi. Bréal dice che ciò che importa come motore che fa essere le lingue è la faculté du langage. Ciò che fa vivere le lingue sono i soggetti parlanti. Senza di essi le lingue rimangono in uno stato di potenzialità. Bréal nella sua convinzione che una lingua è fatta per essere strutturata in rapporto ad una altro capisce che la sua fonte sono i soggetti parlanti.

Università tedesche. Fonda scuola francese di iranistica. Traduce in francese la “grammatica comparata” di Bopp. In Italia, la scuola romana di linguistica ha una sua fama, è un punto di riferimento. Fondata da Antonino Pagliaro. Arriva alla semantica perché studia l’iranico. L’interesse della decifrazione o della letteratura di questi testi è orientato a comprenderli. Mi interesso ad una lingua così diversa perché mi interessa la sua civiltà. Questi documenti mi aprono direttamente alla sua civiltà. Pagliaro è stato il maestro diretto di De Mauro, che ha sempre ricordato con enfasi il ruolo di iniziatore degli studi semantici di Pagliaro ed è il curatore del corso di linguistica generale di Saussure -> ricordiamo insieme a Bréal Pagliaro come studiosi che pur partendo da competenze rare attualizzano i loro studi su queste lingue interrogandosi sul loro significato. La parola nasce per portarci la volontà di comunicare di chi la proferisce. Passa anche attraverso le traduzioni (Grammatica Comparata). La grammatica comparata di Bopp mette in relazione i sistemi di coniugazione dei verbi di varie lingue. Es. le lingue slave marcano anche l’aspetto dell’azione, altre lingue, come l’italiano, lo attualizzano in maniera molto più ridotta. Questo sarà il mestiere di Bréal per una quarantina d’anni.

Il centro delle sue opere sono sempre le parole:

  • Forma e funzione delle parole
  • Les idées latentes du langage (IDEA PER TESI TRIENNALE)
  • La science du langage
  • Essai de sémantique

La semantica è una disciplina psicologica/cognitiva -> è una novità nel panorama disciplinare.

L’idea che accompagna tutta la sua ricerca è che la lingua non è fatta per essere isolata. È impensabile sottrarre le lingue alla storia e alle società che le parlano. Ci sono fattori extralinguistici che sono correlati a quelli linguistici. L’impatto della vita che scorre sulle lingue è fondamentale. La centralità dell’uomo, dalla relazionalità umana avvicina l’opera di Bréal alla sensibilità e all’opera di Humboldt. Una delle caratteristiche del lavoro di Bréal è di chiedere agli studi sulle lingue il rigore e la flessibilità che si richiede ad ogni scienza, ma con la specificità ch caratterizza le sciezne umane che non possono essere equiparate alle scienze della natura. Perché la Francia nell’ottocento è molto segnata dal positivismo e dalla battaglia del positivismo per eliminare dalla filosofia tutto ciò che non abbia il culto dei dato positivi: l’ancoraggio ai dati che è proprio delle scienze. Ci sono due principi: di economia e di economia cognitiva: non posso fr stare nella testa dei parlanti più di ciò che la loro testa possa contenere -> non possono A questo principio si rifa la legge di ripartizione una delle questioni tipiche della semantica è “cos’è un omonimo e un sinonimo” una lingua non può permettersi il lusso di due sinonimi davvero identici. Quindi se sussistono relazioni tra parole affini, queste ultime sono pienamente intercambiabili. Se le parole esistono nonostante la vicinanza dei loro senso è perché hanno delle mansioni simili. Bisogna evitare di isolare eccessivamente le parole. Ci sono dei gruppi articolati. Come trattare espressioni/locuzioni fatti da più di una parola? Es. piede di porco: sintagma fisso, questi gruppi di parole vengono a sussistere in un modo solidale tanto che i parlanti le trattano insieme.

Metodo della disciplina: abbiamo l’ambizione di dire che la semantica è facilmente realizzabile -> per dire ciò dobbiamo trovare delle leggi, così come i linguisti fonico comparativi hanno fatto. Che cosa regolarmente accade quando si passa da uno stato di lingua all’altro dalla parte della fonia. Non ci sono le leggi fonetiche. Ci sono le forme dei significati. Trovare leggi intellettuali che governano il mutamento semantico. significati ulteriori a parole già esistenti. Principio di uniformità.

In Germania impara a comparare le lingue e le loro grammatiche ma questa non è un’alternativa o in antitesi a ciò che era già maturato in Francia: ricerca di una grammatica generale e ragionata. Cerca di integrare la grammatica filosofica e generale (1660) con il metodo scientifico comparativo empirico.

Nell’Europa 1500-1600 si costruisce l’Europa delle nazioni e si promuovono e si attestano nello scritto lingue nazionali. Questi secoli sono determinanti per quanto riguarda la formazione delle nostre lingue di specializzazione. All’interno del lavoro di specificazione degli idiomi nazionali ci si chiede cosa valga per tutte le grammatiche. Uguali sono i rapporti costanti tra ogni lingua e l’esercizio del pensiero? Da un lato ci sono i grammatici -> ti illustro come sono fatte le lingue, come è legittimo servirsene senza il latino. Da un lato questa diversificazione delle lingue da notare alcuni tratti ricorrenti e fondamentali. Presenti anche nella Grammatica Generale. Es. ruolo dei nomi, cos’è una frase… Con più di 20 lettere si possono generare infinite parole. Ci sono delle ragioni di significazione che guidano la crescita di tutte le lingue.

Bréal è attento ai gruppi di parole articolati: vuole andare oltre a quello che era la morfologia e ritiene i gruppi di parole che siano più di gruppi di morfemi. Bréal indugia anche su quelle strutture che noi chiamiamo ELLISSI o SOTTINTESI. Ellissi: omissione di una parte di frase -> lasciare fuori qualcosa Esempio: gli studenti del primo anno portano un esame da quattro crediti, quelli del terzo da otto. “raga” è un’ellissi, dispone del principio di economia, non dice tutto e non annoia ma ci si capisce.

Cos’è l’uguaglianza? Frege è un professore di matematica all’università di Jena, lui dice che ci sono due tipi di ricercatori.

Lessico e semantica coincidono? Il lessico è un livello di ogni lingua storico-naturale, non è l’unico ma ci aiuta a ritrovare gli altri. Altri livelli/strutture di una lingua storico-naturale possono essere la fonetica e la fonologia (articolazione sonora), la morfologia (un dizionario non precisa per esempio la variazione di genere, non declina e non coniuga. Si ha solo il lemma), la sintassi, l’intonazione (studiata dalla prosodia). Una lingua non si può ridurre ai suoi termini lessicali, consultare un dizionario non ci basta. Lessico e semantica sono quindi in uno stretto rapporto ma non esclusivo. Tutto nella lingua è semantico, tutto ha rilievo nel significato semantico, ogni livello sub e sovra lessicale contribuisce al significato. Es. il cane abbaia? Formulo una domanda che richiede una risposta, diversa quindi dalla semplice espressione “il cane abbaia”. Oppure Paolo ama Maria o Maria ama Paolo non è la stessa cosa, perché diversifico agente e colui che “subisce”.

Gottlob Frege (1848-1925) autore tedesco di un articolo “ Senso e denotazione ” (o significato, “Über Sinn und Bedeutung”) del 1892. In poche pagine mette a tema in modo chiaro temi centrali studiati approfonditamente dalla semantica. Bertrand Russell nel 1905 sostituisce la parola Bedeutung con il termine inglese “denoting”. Senso e significato denominano la stessa cosa? Parliamo di cinque sensi, di strada a senso unico, senso orario, definizioni che non possiamo sostituire con “significato”. Il significato è l’esito di una significazione. “Senso” deriva dal verbo latino “sentire”, i cinque sensi ci permettono di sentire ciò c’è nel mondo (tutto ciò che è sensibile). Il termine senso denota qualcosa che è afferrabile come avente un senso, avvertibile da chi ha un’intelligenza, chi è dotato delle parole di lingua, è come se avesse dei sensori in più (la lingua plasma la nostra mente e ci fa riconoscere ciò che c’è nel mondo anche al di là di ciò che avvertiamo con i 5 sensi, per esempio avvertiamo la paura). Il senso ci rimanda quindi a un sentire più intellettuale e a una direzione/orientamento. Anche la semantica dice che le parole ci orientano/ci indirizzano verso i pensieri che costituiscono il loro senso. Con le parole sentiamo aspetti del mondo che se non possedessimo quella competenza linguistica sarebbero meno notabili.

Frege si pone il problema “che cosa è l’uguaglianza”. Frege è un matematico e professore di matematica all’università di Jena. Per Frege esistono in ogni ambito disciplinare due ricercatori, quelli che esplorano aree mai esplorate e coloro che ricevono i reportage di questi esploratori e li riordinano in una mappa. Lui fa un lavoro di approfondimento di ciò che altri possono andare avanti a esplorare ma che deve essere messo a sistema. Si chiede “che cosa è un numero?” (domanda di identità difficile che implica un lungo ragionamento). Fu paragonato a Cristoforo Colombo; a lui interessavano ragionamenti logici ma gli occorre fermarmi sulla terra “di mezzo”; per rispondere alle sue domande fondamentali non poté che indagare i modi in cui noi esprimiamo un’uguaglianza o un numero. La sua attenzione al linguaggio è mediazione. Affronterà una questione semiotica, il singolo = cosa ci rappresenta? Come funziona? E in che rapporto sta con ciò che lo precede e segue? Coglierà due funzioni: essere espressivo di senso e designare un oggetto.

Dati e procedura (la procedura ci fa arrivare a qualcosa che non rientra nei dati) Dati di tipo linguistico che Frege prende in considerazione: ci sono 3 espressioni che considera: -Nomi propri: come Napoleone, Venere, Parigi, qualcosa di rilevato che merita qualcosa di suo, che rimandano diretti al denominato. Sono espressioni nominali per oggetti determinati (es. Il sole, la luna, la capitale della Francia, la stella del mattino, l’imperatore dei francesi). Dal punto di vista linguistico sono costrutti (nominali); abbiamo bisogno di espressioni fatte da un pensante. Sono sintagmi nominali che vanno inclusi tra le espressioni che designano/denotato un oggetto determinato. Con poche parole denominiamo una sola entità precisa. Spesso uso gli indicali (es. questa giornata) che rimandano a un contesto d’uso che ha bisogno di precisazioni (chi sta parlando?). in un trattato di matematica non sono sempre esplicitati.

Frege da un lato considera fondamentale indicare con precisione ciò di cui si sta parlando, ma dall’altre parte è esplicito nel dire che nel suo articolo si occuperà solo degli enunciati assertori, non vengono dati ordini e la trattazione dovrà fornire risposte ovvero enunciati assertori (che danno sicurezze e sono sempre vere).

La domanda “che cosa è l’uguaglianza” gli fa capire il procedimento del linguaggio. Citazione di Leipniz “sono le stesse le cose che possono essere sostituite senza compromettere la verità”. Immaginiamoci un’operazione aritmetica che abbia al centro un = : es. ()=x Inter-sostituibilità salva veritate: arrivati alla fine dell’espressione posso invertire x con il numero ottenuto (anche se i due contenuti sembrano diversi). Consideriamo la formula a=b, essa mette in rapporto due espressioni fra loro diverse. Se siamo letterali, guardiamo all’espressione per ciò che è osservabile, a non è uguale a b, ma possiamo usare questa formula in un altro modo come 20-5=15. Oppure dire arrivo a Parigi da Milano Ci vuole far capire che se scriviamo a=b dicendo qualcosa di vero, sotto la superficie della formulazione di questi simboli, dobbiamo trovare qualcosa che nonostante la diversità del simbolo garantisca la verità. Sotto la superfice del segno e le procedure, si deve arrivare alla stessa entità e si deve designare lo stesso significato.

  • La proprietà semantica che usiamo quando ci riferiamo alla stessa entità, ma la consideriamo sotto titoli diversi, si chiama coreferenzialità (es. sono Giulia, ma sono anche la figlia di mio padre e vicina di banco di Sara, ma rimango la stessa persona). Individuo la stessa cosa anche con relazioni diverse. Più espressioni possono essere conferenziali se si riferiscono alla stessa entità.
  • Il senso non è la designazione. Il senso è il pensiero pubblico/condiviso suscitato da un’espressione non coincide con l’oggetto del pensiero (abbiamo un pensiero sulla luna, ma il corpo celeste non è il nostro pensiero). Spesso si confonde l’uguaglianza della sinonimia con quella della coreferenzialità. Es. astro è sinonimo di stella (principio di sinonimia, il senso è uguale ma entro certi limiti, identità di senso), autore dei Promessi Sposi per Alessandro Manzoni (principio di corefenzialità, identità di designazione, ovvero la capacità di esplorare conoscitivamente qualcosa di nuovo di cui non abbiamo conosciuto tutte le relazioni/descrivibilità. Non c’è un mondo delle entità complete del mondo che non merita di essere conosciuta a più e più titoli ma non in modo ripetitivo ma tutte le volte scorgendo aspetti/denotazioni che lo rendano più conoscibile/descrivibile.

-Considera gli enunciati dichiarativi (constativi, assertivi): dato un enunciato dichiarativo, esso ha due possibili riferimenti alternativi: o dice il vero o dice il falso. Quando si cerca una risposta è importante la forma assertoria, che può asserire o il vero o il falso. Non solo i nomi enunciano ma anche gli enunciati parlano di vero o di falso. Se un giornalista pubblica qualcosa di non vero, può essere denunciato. Il linguaggio è quella forma che può dar espressione di una menzogna. Asserendo posso indicare il vero o il falso, devo quindi valutare se quanto asserito è una menzogna o meno. Tesi di Freger: che cos’altro se non il valore di verità si può trovare che appartiene in completa generalità a ogni enunciato e che resta immutato in una sostituzione del tipo indicato? Conclusione: se per giudizio intendiamo il progredire dal pensiero al suo valore di verità, il senso dell’enunciato, il pensiero espresso, non è meno importante del suo significato, che è il suo valore di verità.

Valore di verità- capacità intuitiva dell’essere umano, nel rapporto tra parole e eventi, se ciò è vero. Il vero è il faro a cui si orienta la logica.

Il ruolo del linguaggio è la manifestazione pubblica, il proferimento di un pensiero. Le parole hanno la capacità di riferirsi a qualcosa.

Un testo normativo. “Il presidente deve essere eletto all’interno del direttivo, per far parte del direttivo si deve essere socio da almeno due anni”. Indicazioni scandite di articolo in articolo, per invogliare ad uno stato di cose. Qui le parole servono a gestire le cose, indipendenti dalla lingua

complementi, complementano l’evento. In qualsilingua voglia, il concetto deve essere completato e saturato per calarlo il un tempo, Luogo che precisa un ente… una referenzialità precisa quindi. Tutto ciò aiuta a capire se è vero o meno. Il concetto è un po’ come il + matematico.

In formule:

F (x) = y

P ( ) = 1 vs P ( ) = 0, più simile alle lingue storico naturali. Da saturare, dove 1 è la verità e lo 0 è falsità. Noi abbiamo l’esperienza di operazioni dove dopo = non c’era nessun valore. Le incognite erano mescolate a sinistra. Risolvere quelle incognite, ci mettiamo nella situazione di chi ha un vincolo, cioè dire la verità, il risultato. Se scrivere, appunti sul tablet saturato da Chiara uguale a 1, se uno di noi seduti in aula non sta scrivendo inserito al posto di chiara, sarebbe falso.

Vi sono casi nella vita reale, ci son anche situazioni di sospensioni di giudizio, dove non si sa che causa sposare, non ne si sa abbastanza. Spesso non siamo nelle condizioni di dare una valutazione, quindi magari accettiamo uno di qualcun altro. Nella comunicazione di massa, per l’ampiezza dei fenomeni o la distanza fra i molti, è raro trovare qualcuno che dica “non so se è vero questo o quello”, oppure piena fiducia per un ente che da la propria opinione. L’aderire agli asserti, di molti li crediamo oppure speriamo/temere che siano veri (o falsi), ma tendiamo a pronunciarci in modo ultimo per espirmerne una verità.

Semantica logico-filosofica. Quella restrizione che Frege dichiara e che noi stessi abbiamo sottolineato -> costrutti discorsivi (sintagmi nominali, enunciati dichiarativi…) Frege si concentra solo sugli enunciati dichiarativi perché suscettibili di essere veri o falsi. In questo modo vengono lasciati fuori gli altri tipi. Alcuni autori imprimono in modo palese la svolta pragmatica. 1892 Frege pubblica l’articolo, 1955 Austin ad Harvard (?) Passiamo da una semantica vero-funzionale (giudizio) ad una semantica luogo-funzionale (si amplia il campo di osservazione, includendo enunciati non solo assertivi). La ricchezza dell’indagine iniziata da Frege prende l’energia degli studiosi per molti anni. Non si considera centrale il rapporto tra linguaggio ed azione. Nella seconda metà del Novecento la svolta pragmatica si rende palese anche grazie al fatto che Austin e Brice sono anglofoni.

AUSTIN

Come fare cose con le parole. Il dire è un modo dell’agire (questo lo diceva già Platone). Pragmatica è quell’arte dell’agire che fa sì che il nostro dire giunga a buon fine. Parte dall’osservazione, come Wittgenstein, che nella filosofia del linguaggio c’è stato un pregiudizio a favore degli enunciati che descrivono il mondo rispetto a tutti gli altri. La chiama la fallacia descrittivistica. Non parliamo solo per descrivere e se coltivassimo quello che è un pregiudizio sbaglieremmo. Noi parliamo per molti altri fini. Anche i grammatici classici sapevano che c’erano enunciati diversi da quelli dichiarativi: domande, esclamazioni ecc. Esempio: prendo questa donna come mia legittima sposa. Esempi di constativi: oggi piove, paolo ha il raffreddore, i cinesi sono più di un miliardo. Esempi di performativi: che ore sono, prometto che vengo, vi dichiaro marito e moglie.

Ci sono molti casi in cui una azione può essere compiuta solo pronunciando certe parole. Non ci si sposa se non si dice Sì, quando viene richiesto. In questi casi non si s (SLIDE)

Negli assertivi il fine è dire il vero o il falso, negli altri casi il raggiungimento del fine è diverso, è ricevere una risposta, prendere un impegno, emettere un verdetto se c’è una decisione da prendere e quant’altro. Per Aristotele il fine dell’agire umano è la felicità correlata al bene. Chiama felici o infelici per sottolineare che pur non constativi o descrittivi anche gli altri enunciati hanno un fine e in base al fatto che lo raggiungano o meno sono infelici o felici. La verità è la felicità e l’infelicità è la falsità.

Il performativo è un colpo a vuoto se: A. Le circostanze e le persone che vi partecipano non sono appropriate B. (^) La procedura non viene eseguita correttamente e completamente Il performativo va a segno ma costituisce un abuso (è vacuo) se: C. 1. Gli attori che vi partecipano non hanno stati mentali adeguati all’atto C.2. All’atto non seguono azioni conformi

  • Bisogna stare attenti al contesto. In primo luogo devono essere appropriate le circostanze in cui si emette un performativo. Devono cioè essere appropriati il contesto e gli attori presenti nel contesto.
  • Non ci si può sposare se non davanti a un sacerdote o a un sindaco, se si è già sposati, se non in presenza di testimoni, ecc.
  • Non si può lasciare in eredità qualcosa che non si possiede, non si può esprimere un voto se non si è maggiorenni, non si può promettere qualcosa di già avvenuto (*prometto che sono venuto).
  • Inoltre, la procedura deve essere completata interamente e correttamente. Anche se le circostanze sono adeguate, se la procedura non è completa, il performativo non può avere successo. Non si è sposati se la cerimonia non è giunta al termine o se non si sono rispettate certe regole.
  • La scommessa non è valida se anche l’altro non ha detto: “sì, ci sto”.
  • Non posso lasciare in eredità una mia casa, ammesso che ne abbia molte, semplicemente dicendo “la mia casa”: deve essere chiaro di quale casa si tratti.

Alla fine Austin riguarda la collezione di enunciati che ha racconto e trova che non ci sia nessun criterio che crei uno sparti acqua chiaro e netto che metta i performativi da una parte e i constativi dall’altra. Quindi collassa non tanto l’intenzione di ampliare lo sguardo. Persino i constativi sono enunciati che sono forme d’azioni. Tra le azioni sono anche quelle del descrivere, del constatare.

Ci sono tanti modi per mandare a vuoto enunciati che sembrano voler essere solo descrittivi (slide infelicità dei constativi) un enunciato è infelice quando è falso. O c’è di mezzo una falsa credenza o l’intenzione di ingannare. (altra slide infelicità dei constativi) Per mandare a buon fine un enunciato che mira a descrivere devono esserci una serie di condizioni.

  • Dopo avere delineato così accuratamente la distinzione constativo/performativo, Austin la distrugge. La sua idea fondamentale è che anche con i constativi facciamo qualcosa: informiamo gli altri di come stanno le cose. È una delle cose che possiamo fare con il linguaggio accanto alle altre (promesse, ordini, espressioni di sentimenti, ecc.).
  • Le ragioni che spingono Austin a rifiutare la distinzione sono molteplici. In primo luogo non c’è alcun criterio grammaticale fra constativi e performativi perché tutti i performativi possono avere la forma dell’asserzione (ti saluto, ti ordino di uscire, ti prometto che verrò).
  • Si potrebbe obiettare che mentre i constativi possono essere veri o falsi, i performativi non lo possono essere e che questa costituisce una ragione sufficiente per distinguerli. Austin risponde che:
  • Principio di cooperazione: Il tuo contributo alla conversazione sia tale quale è richiesto,

allo stadio in cui avviene, dallo scopo o orientamento accettato dello scambio linguistico in cui sei impegnato.

  • Violazioni e abusi: come valutarli?
  • Conflitti: come gestirli?

LE MASSIME

PRIMA MASSIMA:

Massime della categoria della Quantità :

  • Dà un contributo tanto informativo quanto è richiesto (per gli scopi accettati dallo scambio linguistico in corso)
  • Non dare un contributo più informativo di quanto è richiesto.
SECONDA MASSIMA :

Supermassima della categoria della Qualità :

  • Tenta di dare un contributo che sia vero. Massime della categoria della Qualità :
  • (^) Non dire ciò che credi essere falso. Non dire ciò per cui non hai prove adeguate.

TERZA MASSIMA: Supermassima della categoria della Relazione :

  • Sii pertinente. [Su questa categoria della pertinenza si concentra le teoria di Sperber e Wilson: cfr. Relevance: Communication and Cognition , 1986 1 ,1995^2 ]
QUARTA MASSIMA:

Supermassima della categoria del Modo :

  • Sii perspicuo. Massime della categoria del Modo :
  • Evita l’oscurità di espressione.
  • Evita ambiguità.
  • Sii breve (evita la prolissità non necessaria).
  • Sii ordinato nell’esposizione.

IMPLICITI, IMPLICATI, IMPLICATURE

  • Fra detto e non detto: interpretare l’implicito, determinare l’implicato (o il presupposto)
  • Implicature convenzionali
  • Implicature conversazionali, particolarizzate o generalizzate

L’IMPATTO SULLE TEORIE DELLA COMUNICAZIONE

  • (^) Dal modello del codice al modello inferenziale
  • Il ruolo delle intenzioni nella comunicazione
  • Linguaggio e cognizione
  • Le euristiche, il principio di carità

STORIA DELLA TEORIA E TEORIA

Il problema del significato: soluzioni sistematiche che si ispirano alla filosofia del linguaggio di scuola analitica.

Ci sono tre nozioni fondamentali alla base di varie scienze del linguaggio:

  1. Segno
  2. Linguaggio
  3. (^) Comunicazione
SEGNO
  • Il segno viene spesso definito come un elemento che rimanda ad un altro elemento da sé, siano essi pensieri o entità, di questo mondo o di altri mondi possibili.
  • In realtà possiamo aggiungere che il segno rimanda ad altro da sé per un interprete, che mette in relazione i segni con ciò a cui essi rimandano.
  • L’interprete è quindi colui che media fra i due poli della relazione segnica perché una relazione fra di essi sussiste proprio in quanto c’è qualcuno che li mette in relazione.

Non è una libera associazione di idee, ci sono delle idee “pubbliche”, vincolanti per tutti. Natura intersoggettiva, non è un linguaggio privato.

Ci sono diversi segni, possono rimandare a chi emette i segni, a chi li riceve, a ciò che simbolizzano. Possono esserci segni icone, segni simboli e segni indici. Peirce segnala che insieme ad un campo simbolico ogni atto di discorso è caratterizzato da un campo indicale. Ogni lingua è popolata da indici ma ogni atto di discorso attualizza un campo indicale. Segni come qui e la che prendono la completezza del loro significato dall’atto di enunciazione. Parole dotate di segno e quindi censite dal dizionario, finché stiamo al livello della langue. E’ l’atto di parola che dà le coordinate. Quello indica qualcosa che non è vicino al parlante. Regole di significazione standard che troviamo negli indicali di qualunque lingua, ma sono mobili come lo sono gli atti di parola e i dialoganti. Sul piano non verbale le icone sono segni che hanno la proprietà della somiglianza con quello a cui rinviano. I simboli sono quei tipi di segni verbali e non verbali che pur non provvisti di somiglianza e aggancio diretto mantengono la capacità di rimandare a qualcos’altro, di significare. In un lessico di una lingua storico-naturali troviamo sicuramente parole simbolo e parole indici. Ci sono alcuni aspetti di iconismo anche nelle lingue storico-naturali (ESEMPIO: sussurro, imito il tono basso e poca vocalità conferita all’atto del sussurrare).

LINGUAGGIO Costituito da due elementi: un sistema di segni, una sintatti. Se uno di questi viene a mancare allora non si può parlare di linguaggio. Pertanto un linguaggio non può essere costituito da un solo segno, ma richiede più segni. Inoltre i segni formano un sistema, ossia hanno diverse relazioni fra loro.

Inoltre un linguaggio possiede delle regole per combinare i segni di base in segni più complessi a cui corrispondono delle regole per combinare i loro significati.

Ci sono modi per osservare una certa regolarità di una lingua storico-naturali

  • Perché esista una lingua non è sufficiente avere un sistema di segni, ma è necessario avere anche un insieme di regole che strutturano i segni semplici in unità più grandi.
  • Due sono gli aspetti da studiare: il primo sono le regole per cui i segni si strutturano in unità maggiori; il secondo sono le modalità per cui il significato di queste unità maggiori dipende da quello di unità più piccole.
  • Vedere i segni costrutti ben formati sintagmaticamente e capaci di rinviare ad altri in una forma più precisa grazie alla sintassi dei segni stessi.