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Sintesi dei testi nel programma di Critica teoria e comparatistica letteraria Prof. Sinopoli, Sintesi del corso di Letterature comparate

In questo riassunto è presente tutto il programma della materia "Critica teoria e comparatistica letteraria". Ho diviso il programma nelle seguenti sezioni: -Aleida Assmann, Ricordare. Forme e mutamenti della memoria culturale -La Scuola di Francoforte. La storia e i testi -Patrizia Violi, Paesaggi della memoria. Il trauma, lo spazio, la storia - Riassunti di tutte le opere richieste in lettura integrale

Tipologia: Sintesi del corso

2019/2020

In vendita dal 10/12/2020

Carmen.Cirami995
Carmen.Cirami995 🇮🇹

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RIASSUNTI CRITICA E COMPARATISTICA
Aleida Assmann, Ricordare. Forme e mutamenti della memoria culturale
La Scuola di Francoforte. La storia e i testi
Patrizia Violi, Paesaggi della memoria. Il trauma, lo spazio, la storia
Luigi Meneghello, Promemoria
Katia Petrowskaja, Forse Esther
Edith Bruck, Transit
Primo Levi, La tregua
Jonathan Safran Foer, Ogni cosa è illuminata
Thomas Bernhard, Estinzione
Helena Janeczek, Lezioni di tenebra
Levi, I sommersi e i salvati
Hanna Arendt, Le origini del male
Appunti Sinopoli
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RIASSUNTI CRITICA E COMPARATISTICA

Aleida Assmann, Ricordare. Forme e mutamenti della memoria culturale

La Scuola di Francoforte. La storia e i testi

Patrizia Violi, Paesaggi della memoria. Il trauma, lo spazio, la storia

Luigi Meneghello, Promemoria

Katia Petrowskaja, Forse Esther

Edith Bruck, Transit

Primo Levi, La tregua

Jonathan Safran Foer, Ogni cosa è illuminata

Thomas Bernhard, Estinzione

Helena Janeczek, Lezioni di tenebra

Levi, I sommersi e i salvati

Hanna Arendt, Le origini del male

Appunti Sinopoli

Aleida Assman. Ricordare. Forme e mutamenti della memoria

culturale

Parte prima – Funzioni

Capitolo primo – La memoria come “ars” e come “vis”

Il percorso della letteratura si biforca in ars e vis. Esaminiamo prima la voce ars. Negli ultimi anni le indagini critico-letterarie sul tema della memoria hanno scelto come punto di partenza la mnemotecnica latina. Essa è arte della memoria, e qui il termine arte va inteso nel suo significato etimologico di “tecnica”. Questo metodo filtra la dimensione temporale, il tempo non interviene strutturalmente nel processo, e si configura perciò in modo puramente spaziale. Fino ad oggi le indagini critico-letterarie sulla memoria si sono rivolte di preferenza alla mnemotecnica antica. Il percorso della memoria descritto dalla parola ars vorrei definirlo “archiviazione”, per ricomprendere nel termine ogni processo meccanico che miri all’esatta riproduzione del dato immagazzinato. Tutto questo avviene in modo totalmente diverso se imbocchiamo la strada verso la memoria descritta dalla parola vis. Dal momento che il tempo vi si inscrive attivamente, in questo processo della memoria si giunge a una vera e propria discontinuità tra deposito e recupero del dato. Mentre nella mnemotecnica la coincidenza di output ed input è decisiva, nel ricordo soggettivo si stabilisce la loro differenza. Il ricordo soggettivo non è un atto deliberato: si può ricordare o non ricordare affatto. Il concetto di vis dimostra pertanto che la memoria non deve essere concepita come un contenitore ermetico che salvaguardia il dato, ma piuttosto come un potere immanente, come energia dotata di leggi proprie. Mentre l’archiviazione si realizza contro l’oblio e il tempo , e ne neutralizza gli effetti con l’aiuto di tecniche adeguate, il ricordo soggettivo avviene attivamente nel tempo ed il tempo stesso reagisce attivamente nel processo. La memoria viene intesa come ars , come metodo che può essere insegnato, e classificata come un dei cinque tratti distintivi del discorso retorico: inventio , dispositio, elocutio, memoria, actio. Contemporaneamente, nell’ambito della psicologia, la memoria venne intesa come vis , come ingentia virtus di fondamentale importanza antropologica, e collocata fra le tre facoltà principali dello spirito umano: fantasia, ragione e memoria. La filologia diventa un metodo rigoroso della memoria che ritrova via via nei fili conduttori della lingua, sulla base dell’etimologia, la strada verso il contenuto nascosto degli archetipi poetici.

Monumenti, rovine, tombe Gli avvenimenti e le imprese di un passato mitico, ma oscuro, devono essere convalidate da luoghi e oggetti: le rovine assurgono l ruolo di monumenti.

Capitolo terzo – Il conflitto dei ricordi nei drammi storici di Shakespeare

Il significato del ricordo nei drammi storici di Shakespeare verrà esaminato da tre prospettive: come intreccio di ricordo e identità, come intreccio di storia e memoria, come intreccio di memoria ed identità nazionale.

3. Memoria e identità personale In passato c’è stata una visione didascalica della letteratura come fonte di modelli da imitare e da evitare. La memorizzazione della storia I drammi di Shakespeare fondano la conoscenza storica ad almeno tre livelli, che intrattengono una diversa relazione con la memoria, come lezione, come interpretazione e come monumentalizzazione della storia.

Capitolo quarto – Wordsworth e la ferita del tempo

Nel Seicento e nel Settecento la caduta di prestigio della mnemotecnica antica aveva condotto alla scoperta della memoria.

2. Ricordo soggettivo e identità John Locke e David Hume Con il tramonto della cultura della memoria acquisita rilevanza culturale il ricordo personale. L’identità individuale , determinata nell’orizzonte di una personale vicenda storica, subentra così a identità familiari, istituzionali, dinastiche o nazionali fondate su genealogie. Nell’autoanalisi la

propria vicenda biografica viene oggettivata come il mondo naturale nella sperimentazione scientifica. Locke appartiene ai teorici del ricordo nati dalla traduzione della mnemonica. Egli non considera il ricordo di una tecnica di aggiramento della tendenza naturale all’oblio. Come già in Agostino, per Locke ricordo e oblio non sono in opposizione: ciò che si ricorda è ritagliato dall’oblio e l’oblio è un aspetto incancellabile del ricordo. La funzione-ponte della memoria in Locke non rimase inconfutata: Hume, infatti, la considerò una mistificazione inammissibile. Egli concepiva infatti l’identità come un’unità immutabile e ininterrotta e pertanto deve rinunciare all’idea di identità personale. William Wordsworth I poeti dividono i compiti della memoria culturale con gli storici e si dedicano a quegli avvenimenti degni di memoria che non sono contemplati nei libri di storia. Il progetto epico di Wordsworth è la costruzione di un’identità personale che si serve del ricordo come strumento privilegiato. Il ricordo è in primo luogo riflessione , analisi del proprio sé nel flusso del tempo, ripiegamento su s e stesso, esperienza della scissione e dello sdoppiamento.

4. Anamnesi: il rispecchiamento mistico L’anamnesi è il polo opposto del ricordo: è passiva, recettiva, mistica. Si potrebbe dire la “variante femminile” ed opposta della forza d’immaginazione “maschile”. La ferita del tempo è la versione romantica del mito della caduta che descrive la distruzione di una forma culturale di sopravvivenza, l’essere alienati da essa e proiettati nel tempo. Ogni teoria dell’alienazione ha una sua visione salvifica della riunificazione. La gnosi ha dato forma mitica a questo paradigma rappresentandolo come dramma del ricordo e dell’oblio.

Capitolo quinto – I contenitori della memoria

Gli spazi della memoria possono essere mobili o inamovibili: al contrario dell’archivio il contenitore è uno spazio chiuso, molto limitato e trasportabile.

storica. A suo avviso la memoria (collettiva) vivente e l’analisi storiografica si contrappongono in una lotta che, in relazione ad una progressiva modernizzazione, va a tutto scapito della memoria.

2. Memoria funzionale e memoria-archivio La memoria funzionale è selettiva perché richiama solo una parte dei contenuti della memoria che è possibile richiamare. La memoria-archivio è invece la “massa amorfa”, il cumulo dei ricordi non organizzati e non utilizzati che rimane fuori dalla memoria funzionale, quello che non può essere utilizzato per la story e che non si accorda con l’organizzazione del senso, ma che, non per questo, viene dimenticato. La memoria-archivio conserva a livello collettivo l’inutilizzabile, il diverso, il sorpassato e il sapere specialistico neutro per l’identità, ma anche il repertorio delle occasioni perdute e delle opzioni alternative e delle opportunità non utilizzate. La memoria funzionale, a livello culturale, è sempre legata ad un soggetto che si costituisce come suo portatore ed in quanto capace di decodificarla. Soggetti collettivi come stati e nazioni si costituiscono sulla base di una memoria funzionale, nella quale ritrovano una precisa ricostruzione del passato. La memoria archivio invece, non fonda l’identità, ma ha una funzione e non meno importante nel recepire un numero maggiore di dati e di qualità diversi da ciò che si trova accesso nella memoria funzionale. Compiti della memoria funzionale Si possono distinguere diverse forme d’uso della memoria funzionale: legittimazione, delegittimazione e differenziazione. Compiti della memoria- archivio Mentre la memoria funzionale si lega sempre a esigenze politiche e cioè alla delineazione di un’identità distintiva, la memoria-archivio costituisce l’altra faccia della medaglia delle diverse visioni prospettiche della memoria culturale. La storiografica critica di Lutz Niethammer, in sintonia con Halbwachs e Benjamin, tenta di riportare alla luce quelle tracce del passato che non hanno avuto parte nella tradizione culturale della memoria collettiva e di evidenziare le costruzioni di senso tradizionali che tendono ad essere riduttive o stabilizzanti perché cancellano percezioni alternative e speranze disilluse.

Parte seconda – I mediatori

Capitolo settimo – Metafore del ricordo

Tra mediatori e metafore della memoria esiste una stretta correlazione, perché le immagini simboliche del ricordo e dell’oblio elaborate da filosofi, studiosi e artisti rispecchiano di volta in volta i supporti materiali della codificazione e le tecniche di conservazione vigenti. Le metafore della scrittura: lavagna, libro e palinsesto Per De Quincey la memoria è un tesoro d’impressioni immortali e incancellabili. Esse sono si involontarie per l’uomo che non può controllarle né comandarle, ma sono iscritte indelebilmente nel suo corpo. La convinzione che le tracce del ricordo siano permanenti e involontarie si differenzia profondamente dalla recollection di Wordsworth, in quanto processo di ricostruzione immaginaria, e assomiglia alla memorie involontaire proustiana legata invece alle idea di tracce somatiche permanenti. Dopo la prima guerra mondiale lo psichiatra Ernst Simmel, ha descritto il fenomeno del trauma di guerra nell’astrazione della fotografia. La trascrizione automatica di un’esperienza traumatica nella matrice dell’inconscio veniva equiparata alla trascrizione automatica di frammenti di realtà nei sali d’argento della lastra fotografica.

2. Metafore spaziali Le metafore architettoniche della memoria sono i templi della fama, i teatri della memoria e le biblioteche. Le metafore architettoniche sono legate a diverse forme di memoria. Il tempio della fama seleziona e monumentalizza individui e opere esemplari in un pantheon di valori assoluti ed eterni dove, poiché lo spazio a disposizione è limitatissimo, i criteri di scelta sono altamente selettivi. Il volume della memoria che la biblioteca può conservare è, al contrario, soggetto a continua espansione: è la testimonianza del passato ed è ciò che viene salvato nel tempo. La prima forma di memoria culturale che abbiamo descritto può essere associata all’idea del canone, la seconda all’archivio. Anche la soffitta è un’immagine molto diffusa per la memoria latente. Ha il carattere residuale di una memoria-archivio non illuminata da alcun criterio interpretativo, ma non ancora completamente rimosa o caduta nell’oblio. Questa memoria si rapprende nelle pieghe oscure della coscienza come il ciarpame ammucchiato in soffitta: sempre presente ma lontano dagli occhi.

Simboli La soffitta è un’immagine comune per la memoria latente, gli oggetti vi giacciono in disordine, dismessi, sono ciarpame inerte, oggetti scartati e trascurati senza scopo e utilità alcuna. I ricordi latenti, come il ciarpame, esistono in un’intercapedine dalla quale possono cadere nel buio dell’oblio permanente o essere riportati alla luce della reminescenza. Traumi La memoria antieroica e l’io danneggiato risalgono a un evento traumatico che le vittime dell’Olocausto non hanno saputo trasformare in simboli salvifici. Un’esperienza che nei suoi eccessi oltrepassa ogni capacità psicofisica distrugge completamente la possibilità d’integrale costituzione dell’io. Il trauma stabilizza un’esperienza inaccessibile alla coscienza, che insedia nelle sue pieghe come presenza latente.

3. Ricordi falsati Il problema dell’instabilità del ricordo è legato a quello della sua inattendibilità. Emozioni, motivazioni e intenzioni attuali sono le custodi del ricordo e dell’oblio: stabiliscono quali ricordo siano a disposizione del singolo in un certo momento del presente e quali rimangono invece irrevocabili e definiscono anche la specifica sfumatura del valore del ricordo tra la condanna morale e la trasfigurazione nostalgica, tra rilevanza e indifferenza. Infatti è scientificamente dimostrato che sono falsate proprie le memorie che si riferiscono a esperienze elementari e traumatiche. 4. Il trauma di guerra nella letteratura Il trauma viene qui inteso come un’iscrizione corporea refrattaria a essere trasposta nella lingua e nella riflessione e che, perciò, non può assurgere allo status di ricordo. Il prendere le distanze da se stessi non è possibile per il trauma che crea un legame a doppio filo, inscindibile e incancellabile tra l’esperienza e la persona. La metafora per questi contenuti è “iscrizione corporea”. Una particolare variante del trauma è quella indotta dalla guerra ( battle shock) , diagnosticato e curato per la prima volta durante la prima guerra mondiale come reperto epidemico dell’isteria maschile.

Capitolo undicesimo – Luoghi

“La memoria dei luoghi” è un’espressione suggestiva perché implica la possibilità che i luoghi possano essere soggetti e portatori del ricordo, e magari, avere a disposizione una memoria che trascendere gli uomini.

5. I luoghi della commemorazione Il luogo informa di sé gli stili di vita e di esperienza degli uomini almeno quanto essi lo permeano delle loro tradizioni e della loro storia: i luoghi della commemorazione, invece sono profondamente diversi, perché si caratterizzano per un’eclatante differenza tra passato e presente. In un luogo della commemorazione la storia non continua a svolgersi ma è più o meno violentemente interrotta. Tale interruzione si materializza in relitti e rovine, che si stagliano nel paesaggio come residui stranianti. La storia di un luogo conserva i relitti materiali che diventano elementi della narrazione, a loro volta punti di riferimento di una nuova memoria culturale. Auschwitz Il nome Auschwitz è diventato un’abbreviazione per indicare lo sterminio su scala industriale perpetrato dai nazisti nei confronti degli ebrei, vittime perseguitate e innocenti. Per i polacchi, che lo ospitano sul loro territorio e ne hanno fatto un luogo centrale del ricordo della storia dell’oppressione nazionale, il lager ha un valore completamente diverso da quello che riveste per i deportati ebrei sopravvissuti. La conservazione e la riduzione a museo dei luoghi del trauma nasce dalla convinzione che i crimini di massa del nazional-socialismo, che non ammettano prescrizione morale, né distacco storico, debbano essere ancorati durevolmente alla memoria storica. Per i luoghi del ricordo ci si augura che, al di là del valore documentale, essi consentano un valore memoriale e testimoniale, essi consentano un valore memoriale e testimoniale non vincolato alla localizzazione, un potenziamento di questa intensità attraverso un’effettiva presa di contatto. Per Ruth Kluger i luoghi del ricordo trasformati in museo, a suo parere, sono diventati ricordi di copertura.

assolve a funzioni diverse. Come sempre nell’immagazzinamento, sono soprattutto tre le funzioni che hanno un ruolo rilevante: la conservazione, la selezione e l’accessibilità sono molto importanti. Lo statuto dell’archivio come memoria istituzionalizzata della polis , dello stato, della nazione e della società deve essere collocato a metà tra la memoria-archivio e la memoria funzionale, a seconda che esso sia organizzato come strumento di potere o come magazzino dello scibile. L’archivio ha il valore eminente di memoria potenziale o, meglio, di condizione materiale di una successiva memoria culturale. Capitolo tredicesimo – Persistenza, decadimento, residuo: i problemi della conservazione e l’ecologia della cultura Per Derrida, è già l’atto della comprensione a minacciare l’integrità di un testo, dal momento che esso ricompone e, in senso lato, “decompone”. Per questo motivo, egli identifica la durata con la resistenza alla leggibilità. Tale punto di vista è sviluppato a partire del concetto chiave di “biodegradabilità”. Nell’archivio culturale sono destinati alla durata testi che posseggono una qualità erratica e inconfondibile dell’identità e sono resistenti nella loro struttura. Persistenza e resistenza, continuità e resistenza, per Derrida come per Harold Bloom, sono interdipendenti, perché l’estraneità è la qualità canonica più importante di un testo. Le forme multimediali che collegano le informazioni in rete e in autostrade informatiche che dissolvono i confini dell’archivio e invitano a una libera possibilità di navigazione. Gli archivi digitali di massa promettono di affrancare il sapere dal suo legame con lo spazio e con la materia e di renderlo disponibile ubiquamente, quindi non si tratta di un luogo spazialmente delimitato. L’archivio nasce con la scrittura. Le società che non conoscono la scrittura non hanno alcun patrimonio di residui e quindi, neanche un archivio. Solo dove esiste la scrittura, la memoria culturale si differenzia in vecchio e nuovo, attuale e passato, nell’avamposto della memoria funzionale e nel retroterra di una memoria-archivio. Capitolo quattordicesimo – Simulazioni della memoria nei pascoli dell’oblio. Installazioni di artisti contemporanei. I libri, le biblioteche, le piante delle città e i relitti non archiviano nulla. Piuttosto rappresentano il significato individuale e culturale dell’immagazzinamento e dell’archiviazione. La nuova arte sulla

memoria, che produce rielaborazione del ricordo nel modo “come se”, mette uno specchio davanti alla memoria culturale. Capitolo quindicesimo – La memoria come “patrimonio di sofferenza” La memoria dell’umanità, che registra gli shock magico-fobici nonché le passioni orgiastiche cultuali, Aby Warburg la definisce “patrimonio di sofferenza dell’umanità”. Capitolo sedicesimo – Oltre l’archivio L’archivio è il luogo della collezione e della conservazione di ciò che è passato e che non deve andare perduto. Esso tuttavia può essere considerato anche, all’opposto, l’immagine speculare di una pattumiera in cui il passato viene accumulato e lasciato a distruggersi. Nell’archiviare i rifiuti si tratta, da un lato, di raccogliere le prove di un processo in cui è in gioco l’esistenza individuale, che deve essere giustificata davanti a un’istanza superiore.

Introduzione

La critica come professione Una suggestiva genealogia rintraccia il luogo di nascita della critica sociale nell’antica pratica della parresia , del dire la verità. L’autentico parriesasta ha il coraggio di agire in una situazione di fondamentale asimmetria: pronunciando verità sgradite a chi lo sovrasta in potere e ricchezza, poiché la critica è un dovere, in essa “vi è qualcosa che si associa alla virtù”. Il termine “critica” si colloca in un’area semantica che lo associa a quello del giudizio, di valutazione tesa a discernere, a produrre dei distinguo; il carattere che gli viene implicitamente attribuito in linea di principio negativo, analogo a quello di una sentenza o di un verdetto di condanna. Questa sottointesa cifra di fondo scaturisce dal convincimento che la realtà in cui si vive non dovrebbe essere così com’è. Cemento e dinamite La “teoria critica” lotta contro un pensiero rassegnato che dipinge il mondo con le tinte del mito. Un tema attorno a cui ruotano gli scritti della Scuola di Francoforte è il connubio tra marxismo e psicoanalisi. Al fondo vi è l’idea che la sfera pulsionale rappresenti l’anello mancante , quell’istanza di mediazione tra il condizionamento socio-economico e l’agire politico che il marxismo ufficiale , quanto mai lacunoso in campo psicologico, aveva cercato di afferrare con nozioni sfumate quali “ideologia” e “coscienza di classe”. Un altro nucleo attorno a cui possono essere raccolti vari articoli della “Zeitschrift” è la critica dell’arte e della cultura di massa. Nel caso di Lowenthal, e in parte di Marcuse, la teoria critica sulla base del canone marxista, indagava i prodotti estetici dall’angolo prospettico di una critica dell’ideologia trasfigurata in sociologia della letteratura. Decisamente meno classica e scontata era la pista battuta da Adorno che, volgendosi soprattutto alla produzione delle avanguardie, tentava di decifrare quel geroglifico sociale in cui l’estensione a tutte le forme culturali del feticismo delle merce aveva mutato l’opera d’arte. Nelle annate della “Zeitschraft” si staglia infine un ultimo blocco tematico legato a questioni di critica dell’economia politica e diagnosi del totalitarismo. L’universo totalitario appariva caratterizzato da una forma onnipervasiva di dominio. Una costellazione di concetti entrò in crisi sullo sfondo di una diagnosi epocale in cui l’attesa della rivoluzione si eclissa e l’orrore di Auschwitz incrina in modo irreparabile la fiducia nel futuro.

3. La ragione malata La malattia della ragione che aveva affetto per primo Ulisse erompe in tutta la sua virulenza ad Auschwitz e in forma più blanda nelle democrazie nel mondo libero. Ciò spinse Adorno a concludere che molti dei sintomi che avevano condotto ad Auschwitz erano ancora presenti, e minacciavano di produrre un fenomeno inquietante: un autoritarismo latente, camuffato sotto le spoglie di un ordinamento liberale e sempre pronto a esplodere i nuove forme. 4. Solo un io ci può salvare Rientrati dall’esilio, la piccola comunità guidata da Horkheimer s’impegno in una lunga marcia dentro le istituzioni che non tollerava passi falsi. Nulla doveva incrinare i rapporti con l’esterno: governo, università, enti pubblici e imprese private che commissionavano le indagini da cui l’Istituto, riaperta nel 1951, traeva sostentamento. Le ricerche verteranno su temi quasi ordinari di sociologia aziendale ed economica. Memori dell’esperienza di Auschwitz e del cono d’ombra che proietta sul materiale umano a cui le istituzioni democratiche affidano senso e legittimità, questi autori variano in chiave diversa un motivo critico che intende cogliere una delle principali patologie delle società contemporanee. Più di ogni altro autore del Novecento, Adorno eleggeva la Shoah a tema implicito, a tormento e a sfondo costante della sua riflessione.

Leo Lowenthal – Individuo e terrore

Il terrore fascista è profondamente radicato nella dinamica della civiltà moderna, in particolare nella moderna organizzazione economica. Il mondo occidentale continua ancora oggi a non vedere gli atti del terrore successivo alla fine della guerra. All’irrigidimento al servizio dell’autoconservazione, che regna nei paesi dominati dal terrore, fa infatti riscontro, nel cosiddetto “ mondo libero ”, una rimozione psichica di massa: una fuga inconscia davanti alla verità. Nella condizione di terrore il singolo non è mai da solo, ed è sempre solo. S’irrigidisce e diviene insensibile, non solo nella relazione con il prossimo, ma anche nel rapporto con se stesso. La paura gli impedisce reazioni emotive e cognitive spontanee. Una delle funzionali principali del terrore è di cancellare ogni legame razionale tra le decisioni del governo e il destino individuale. La trasformazione di un essere umano da individuo, il cui essere comporta la continuità di esperienze e ricordi, a nudo fascio di reazioni frammentarie, palesa certo

Leo Lowenthal  esponente della scuola di Francoforte più longevo  muore negli anni 90. Dagli anni 30 a 40 in Germania, poi in Basilea e infine negli stati uniti. Col passaggio in USA la Scuola di Francoforte si occuperà delle società di massa. Il saggio è del 1946, in esso individua la modalità del terrore che influenza il comportamento umano [ leggi nota n.42 dell’introduzione dove c’è il titolo originale del saggio]. L’atomizzazione è causata dall’esperienza del terrore negli esseri umani. Lowenthal dice che bisogna oltrepassare l’opinione che vede l’esperienza del terrore solo come quella del nazismo, dice ciò solo dopo un anno della fine della W2. Il terrore è radicato nella dinamica della civiltà odierna. Già nell’origine illuminista della modernità si cela il suo limite, ovvero il male. Non è possibile avere il mito dell’illuminismo e seguire l’idea cartesiana. Poiché essa cela un pensiero borghese che porterà alla tragedia massima del 900. Lowenthal insiste sul ribattere di Adorno a proposito del fatto che nulla è finito dopo il 1945, nemmeno dopo la morte di Hitler. Lowenthal insiste su ciò, dal punto di vista il terrore esso è un’esperienza europea e americana che continuano a portare con sé, secondo la sua opinione riguarda anche il campo economico. Per quanti vivono nel terrore non si ha la lucidità per capire come e chi ha fatto sorgere il terrore. Levi denuncia la volontà di lasciarsi passare dietro l’esperienza e il ricordo delle stragi. Lowenthal afferma che nonostante le fonti certe sul nazismo il mondo ha voluto chiuder gli occhi. Vi è quindi una rimozione psichica di massa. Ogni individuo nel regime totalitario è nemico dell’altro. La comunità è scissa intimamente in tanti universi singoli, legati solo dall’interesse. Beneficiare del potere significa appropriarsi del bene altrui. Ciò significa beneficiare della supina accettazione dei gregari nei confronti del leader. Ciò porta all’atomizzazione dell’individuo/ società. Le armi del terrore è la minaccia della tortura fisica e psicologica. Complice della massificazione sono proprio i sistemi di comunicazione di massa. Questi ultimi paralizzano tutte le comunicazioni umane e così si dimentica di parlare persino con i vicini. Il terrore crea una solitudine ma allo stesso tempo è incompleta, perché l’individuo si sente controllato. L’individuo diventa insensibile con gli altri e anche con stesso, perché il terrore gli impedisce di avere reazioni emotive  sono in un coma morale  Levi dice che i persecutori nel campo, come anche i Kapò. Lowenthal esplicita sei: immediatezza e onnipotenza, crollo della personalità, il collasso della continuità dell’esperienza, la trasformazione in oggetto e l’assimilazione ai persecutori, ovvero volontà di somigliargli. Cancellazione delle differenze individuali dei componenti della società  lo dimostra la presenza di diversi tipi di internati nei campi di concentramento. Il perché a cui non sa dare una risposta genera terrore. Il principio selettivo poggia

su un calcolo terroristico  non c’è l’incarcerimento che segue un processo regolare. Privazione della particolarità della colpa, poiché non c’è nesso tra la colpa e la punizione. Con il collasso della razionalità legale  non si ha diritto ad un giusto processo  si ha la sensazione di non avere garantiti i propri diritti  quindi il destino diventa opaco. Le proprie conoscenze non assicurano più un futuro. Le possibilità creative e la fantasia si atrofizzano perché non riescono a reagire alla realtà mutata nei campi di concentramento. L’individuo si riduce ad un fascio di reazioni che vive una per una, poiché non c’è più un continuum nella vita. Anche nella popolazione libera quando s’instaura un regime totalitario subiscano la disgregazione dell’individuo causata dal terrore. Quindi vittime del terrore furono tutti, non solo le vittime internate nei campi. Lo psicologo internato in un campo di concentramento, mantiene la lucidità poiché può fargli fornte con la comprensione degli eventi che imperversano. Esso scriverà un articolo sulla su esperienza nel 1943, ovvero mentre era ancora nel campo di internamento, i quest’ultimo non era attiva la macchina di uccisione di massa. Egocentrismo  atomizzazione  per sopravvivere ci concentra solo su se stessi. Si attende qualcosa che fa paura  situazione di shock attesi, subiti  provoca nell’individuo il progetto di non aver alcun progetto. Libertà  la possibilità di progettare anche una rivoluzione. Con questo collasso della continuità  c’è il crollo della personalità, quest’ultima era l’unico elemento distintivo degli individui. Subentra un Hitler io  la mancanza di libertà  ricompensata da un sistema di azioni meccaniche. Sia la vittima che il carnefice perde la propria individualità, limitandosi ad essere un oggetto. Ciò avviene perché entrambi controllati da un potere che viene dall’altro. Un prigioniero scampato parla della assenza di desiderio di socializzazione, esse viene rimpiazzato dall’obiettivo di sopravvivere anche se si tratta solo di un giorno in più. Bettheleim parla di un processo di disumanizzazione  operai che si comportano di automi senza sensibilità. Quindi un’irrealtà verso ciò che facevano avevano un riflesso condizionato su ciò che facevano. Nel carcere moderno non c’è la lotta alla sopravvivenza, ma i prigionieri spesso si coalizzano tra di loro. Il campo di concentramento non rispecchia assolutamente il sistema penitenziario. Lowenthal afferma che la più grande paura di chi governa il terrore è che gli individui riacquistino una coscienza storica. Quindi spinge per la riduzione dell’individuo a materia amorfa [leggi nota 5 dell’introduzione  Gesprache mit Hitler]  puro materiale della società  condizione per crearne una nuova più asservita e devota alla causa. Per il potere gli essere umani diventano materia prima che può essere sfruttata al massimo per poi essere annientata senza alcuna pietà. SI fa