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Una introduzione alla filosofia indiana, con un focus particolare sulle upanishad e la loro influenza sulla comprensione dell'esistenza. Del ruolo di jagargiuna e della tradizione filosofica indiana, l'importanza del primo millennio dopo cristo, la nascita del buddhismo e del jainismo, e la contestazione della concezione ritualistica. Vengono presentate due upanishad e i loro insegnamenti sui concetti di essere, continuità, coscienza e dipendenza/indipendenza.
Tipologia: Appunti
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-2 pagine di elaborato scritto da noi, come se dovessimo rispondere a una domanda d’esame, deve avere come tema uno di quelli elencati nella pagina su internet -Lui estrae delle frasi tratte dai testi e noi dovremo riconoscere da quel testo sono tratte le frasi, lavoro di riconoscimento dei contenuti, 7 frasi su 10 da riconoscere per andare avanti negli esami -elaborato scritto durante l’esame, cioè la risposta a tre domande (c’è un elenco di domande che riguardano i temi dell’elaborato e saranno simili) Date : fine maggio, 2 appelli giugno e luglio
15- Il corso non tratta la storia della filosofia Indiana ma è una introduzione e valorizza solo alcuni temi. Primo millennio dopo cristo è il momento di fioritura di una vera e propria tradizione filosofica. Il periodo precedente rappresenta una sorta di preistoria della filosofia indiana, per essere più precisi la prima grande personalità filosofica e un filosofo buddista chiamato Jagargiuna, collocabile nel secondo secolo dopo cristo. Intorno alla metà del primo millennio avanti cristo e un’epoca particolarmente importante, periodo in cui nascono in india il buddismo e il Jainismo, si sviluppa l’Upanishad. In quest’epoca accade che viene condiviso dai pensatori, dai leader religiosi, dagli interlocutori di una dialogicità particolarmente frequente, dialoghi e dispute che avvengono di fronte agli esponenti del potere—> in questo mondo si impone una sorta di presupposto, che potremmo chiamare assioma che viene chiamato assioma del Karman e della rinascita. Dunque le personalità che andremo a delineare, condividono tutti l’assioma del karman e della rinascita. Diciamo qualcosa a proposito della tradizione e delle persone alle quali attribuiamo la capacità e lo sviluppo di queste forme di pensiero : chi erano i pensatori di questa epoca? Non è facile rispondere da un punto di vista storico, non c’è una risposta precisa a causa delle fonti a disposizione ma sappiamo che fonti a partire da terzo secondo A.C. ci descrivono la società delle persone che rappresentano la spiritualità e le forme religiose, suddivisa in due gruppi:
primo è uno strato di carattere mitologico cioè inni dedicati alle varie divinità, secondo strato si chiama Brahmana cioè gli strati commentariali, il terzo è uno strato di testi della foresta che cominciano a rappresentare una sorta di messa in discussione dalla tradizione mitologico ritualistica originaria. L’ultimo di questi strati, quarto e ultimo, viene chiamato lo strato delle Upanishad (o anche chiamato Vedanta in quanto fine dei veda: Anta=fine—> fine del veda) si ha una vera e propria messa in discussione dell’impianto mitologico ritualistico che era stato rappresentato negli strati precedenti. Assistiamo così, con il quarto strato o ultimo strato del veda (Upanishad - Vedanta), una contestazione della della concezione ritualistica che si esprime nei primi due strati. È nell’Upanishad che andiamo a cercare quegli elementi che strutturano i pensieri filosofici in India.
Testi dei brahmana (le persone non lo strato dei veda) : nella loro tradizione i testi chiamati Upanisad hanno un’importanza rilevante. Brano prologo p 23 (l’India filosofica) Continuazione tra essere e non essere. Non c è stato un passaggio dal non essere all’essere ma fin dall’inizio c’è sempre stato soltanto L’essere. 1-2: il padre dice al figlio questa profonda verità, della continuità dell’essere. Notiamo che stiamo traducendo con il temine Essere il termine vedico SAT (in sanscrito) che è il participio del verbo essere, e il suo opposto è il A-SAT cioe non essere. (La A indica la negazione). Essere e non essere, il rapporto tra questi due viene indicato come un essere che è ed è sempre stato e sempre sarà è il non essere che il non essere non era all’inizio, non c’è un passaggio dal non essere all’essere. Quindi l’apparizione dell’essere non è un’apprizione di un’entità che deriva dal buio del non essere bensì e l’apparizione di qualcosa che è sempre stato. È importante ciò perché è una sorta di negazione di un principio che definisce l’essere attraverso un passaggio (quello dal nulla all’essere), in quanto questo essere è fin dall’inizio, e rimane sempre tale e sempre uguale a se stesso “Uno senza secondo” senza secondo indica che non c’è un’alterità e non c’è una compresenza. Possiamo dire che questa Upanishad in maniera netta ci parla di una continuità dell’essere, una negazione del non essere e di una alterità rispetto all’essere, e di un rapporto di causalità secondo la quale l’effetto pre esiste nella causa. Verrà sostenuta la tesi (nei pensieri filosofici del primo millennio) secondo la quale l’effetto pre esiste nella causa, queste l’effetto non è nuovo rispetto alla causa ma logicamente non può che pre esistere nella causa dunque non è prodotto da essa, non si aggiunge come qualcosa di nuovo rispetto alla causa. Questa tesi verrà particolarmente sostenuta dalla scuola Samkhya. Dobbiamo subito dire che questa non è l’unica posizione rappresentata nel pensiero indiano. Questo testo è molto antico che ha già un’andamento e un lessico filosofico, questo testo possiamo considerarlo l’antenato di una posizione secondo la quale l’essere in viene modificano ma ha un suo originario primato (senza secondo) e non ha una alterità rispetto alla quale esso si definisce, questa posizione viene sostenuta da qualcune scuole ma negata da altre —> c’è una disputa molto forte su questo preciso assioma. Il pensiero indiano non è un pensiero unitario - identitario. Questo testo riguarda una nozione astratta cioè quella di essere ma la cosa interessante è che questa non definisce la ricerca di questo personaggio dell’upanishad perché il personaggio (il padre) parlando con il figlio parla anche di un approccio sperimentale, che potremmo prendere come esempio di una tendenza per così dire naturalistica rappresentata in un altro testo (quello sotto)
coscienza, e il brahman considerato il presupposto indispendabile per concepire ciò che ci si presenta dunque l’oggetto della coscienza. Sè= atman , coscienza, presupposto per l’atto di coscienza. Brahaman= assoluto, oggetto della coscienza, presupposto per concepire Ex. Relazione soggetto oggetto : io vedo un albero. Nell’atto percettivo io distinguo una parte soggettiva, un soggetto che ha un atto di coscienza cioè io cioè il sè, il sè e la precondizione che mi permette di avere l’atto di coscienza cioè vedere. Nella parte oggettiva, cioè l’oggetto della coscienza, cioè l’albero, anche esso ha una pre condizione cioè l’essere nella sua assolutezza, cioè non avere altro che se stesso, cioè il brahman (pre condizione dell’ente, ente = albero). Brano pag 26 qui parla un maestro importante del’up della grande foresta, nonché un temibile argomentatore. 1-10 L’interlocutore domanda al maestro quale sia l’essenza presente in ogni cosa, la pre condizione dell’esistenza di qualcosa, ossia il brahman visibile, come il brahman è percepibile? Il maestro dice che è la pre condizione della sua soggettività che è presente in ogni cosa cioè l’Atman. Il maestro così spiega cosa sia l’atman. All’interlocutore che vuol vedere ciò che è causa della vista il maestro risponde che altro non è che l’atman, così come non puoi risalire all’origine del tuo atto percettivo, all’origine dell’atto di coscienza, così non puoi risalire all’oggettovita, tutto inizia dall’atman, ecco è l’origine, è sempre questa è l’origine di ciò che ti appare—> dunque oggettività (ciò che vedo) e soggettività (atto di coscienza) hanno entrambi come origine l’atman. Sia arman che brahman sono assoluti, questa assolutezza ha principio nella coscienza. L’essere senza secondo, quell’essere in questa prospettiva diventa qualificato come coscienza, prima era sostanzialità astratta, adesso lo vediamo sotto una differente luce, identificato con l’atman e brahman. La coscienza (atman e brahman) non necessita di un oggetto (come ad esempio l’albero) per esserci —> potremmo immaginarli come una luce che per essere luce non ha bisogno di un oggetto da illuminare, essa c’è= assolutezza dell’atman brahman.
Altro brano (4. Pag 26) Questo è un altro modo per affrontare il problema del nesso tra l’oggettività, ciò che viene fruito (la dolce bacca) e la soggettività cioè l’essere testimoni senza fruire. Il testo, dal punto di vista del l’atman, come si passa dalla coscienza senza oggetto (luce) alla coscienza che fruisce, che mangia la dolce bacca? Questa immagine simboleggia il nostro non sapere come avvenga. I due elementi sono specularmente contrapposti (i due uccelli che sono amici e si rispecchiano l’uno nell’altro) non sappiamo come l’uno trasmuti nell’altro. Forse rappresentano due elementi contrapposti e uno dovrà prevalere sull’altro? Non lo sappiamo. Ciò ci aiuta a riflettere sul fatto che non ci sia una soluzione immediata al problema del rapporto tra questi due poli. 16-