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Jainismo: Principi, Storia e Filosofia - Prof. Marchignoli, Dispense di Filosofie Orientali

Una panoramica completa del jainismo, esplorandone le origini storiche, i principi fondamentali come l'ahimsa (non-violenza) e il karma, e le diverse scuole come digambara e svetambara. Analizza il dualismo tra anima (jiva) e materia (ajiva), il concetto di liberazione (moksha) attraverso l'austerità e la meditazione, e la filosofia della non-assolutezza (anekantavada). Confronta inoltre il jainismo con il buddhismo, evidenziando le differenze nella concezione del sé e dell'obiettivo spirituale. Una solida base per comprendere questa antica tradizione filosofico-religiosa indiana.

Tipologia: Dispense

2021/2022

Caricato il 29/09/2025

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JAINISMO
Il Jainismo nasce nel VI secolo a.C. nel nord-est dell’India, in particolare nella regione
del Bihar, come movimento ascetico e filosofico alternativo alla religione vedica
dominante. È una delle religioni più antiche del subcontinente indiano, e si sviluppa in
parallelo al Buddhismo.
È una filosofia religiosa eterodossa, fondata sugli insegnamenti di
Mahāvīra
(detto
anche
Jina
, “il Vittorioso”), considerato il ventiquattresimo
Tīrthaṃkara
, ovvero
maestro illuminato che indica la via per la liberazione.
Origini e contesto storico
Il fondatore storico del Jainismo è Vardhamāna, noto come Mahāvīra (“Grande
Eroe”), nato nel 599 a.C. a Kundagrāma, vicino a Vaiśālī (fu contemporaneo del
Buddha) -> Mahāvīra è considerato il 24° Tīrthaṃkara, cioè un maestro che “crea
un guado” per attraversare il ciclo delle rinascite (
saṃsāra
). I giainisti credono che ci
siano stati altri 23 Tīrthaṃkara prima di lui, tra cui il penultimo, Pārśva, vissuto
intorno all’850 a.C., e il primo, Ṛṣabha, figura mitica associata alla civiltà della valle
dell’Indo.
Era di casta kṣatriya (guerriera) e abbandonò la vita mondana a 30 anni per diventare
asceta. Dopo 12 anni di penitenze estreme, raggiunse l’illuminazione e divenne un
Jina
(“vincitore”), da cui deriva il nome della religione.
Il Jainismo si sviluppa come risposta alle esigenze soteriologiche (di salvezza)
dell’epoca, proponendo una via di rinuncia, meditazione e nonviolenza radicale
(
ahiṃsā
). La tradizione ascetica cercava la liberazione dal
saṃsāra
, il ciclo delle
rinascite, attraverso la purificazione dell’anima e l’eliminazione del
karma
.
Principi fondamentali
Dualismo tra anima (
jīva) e materia (
ajīva
): l’anima è intrinsecamente pura, ma viene
contaminata dalla materia attraverso il karma che è una sostanza sottile che si attacca
all’anima a causa delle azioni. Lo scopo della vita è liberarsi dal karma e dal ciclo delle
rinascite, raggiungendo lo stato di
mokṣa
(liberazione). Ma la liberazione si ottiene
solo attraverso pratiche ascetiche rigorose e il rispetto assoluto della nonviolenza,
anche verso le forme di vita più microscopiche -> La liberazione si ottiene tramite:
austerità (digiuni, rinunce) meditazione, nonviolenza assoluta (
ahiṃsā
): non si
deve nuocere a nessun essere vivente, nemmeno microscopico, verità, non
possesso, castità e autocontrollo.
Assenza di un Dio creatore
il Jainismo non contempla una divinità suprema come causa del mondo, ma considera
l’universo eterno e non creato -> le divinità esistono, ma sono esseri superiori non
coinvolti nella creazione o salvezza.
Tradizione e testi
I giainisti seguono un canone di testi che riportano gli insegnamenti dei
Tīrthaṃkara
.
Mahāvīra non è considerato il fondatore assoluto, ma il più recente di una lunga serie
di maestri, il cui primo,
Ṛṣabha
, è avvolto nel mito e potrebbe avere radici nella civiltà
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JAINISMO

Il Jainismo nasce nel VI secolo a.C. nel nord-est dell’India, in particolare nella regione del Bihar, come movimento ascetico e filosofico alternativo alla religione vedica dominante. È una delle religioni più antiche del subcontinente indiano, e si sviluppa in parallelo al Buddhismo.

È una filosofia religiosa eterodossa, fondata sugli insegnamenti di Mahāvīra (detto

anche Jina, “il Vittorioso”), considerato il ventiquattresimo Tīrthaṃkara, ovvero

maestro illuminato che indica la via per la liberazione. Origini e contesto storico Il fondatore storico del Jainismo è Vardhamāna , noto come Mahāvīra (“Grande Eroe”), nato nel 599 a.C. a Kundagrāma, vicino a Vaiśālī (fu contemporaneo del Buddha) -> Mahāvīra è considerato il 24° Tīrthaṃkara , cioè un maestro che “crea

un guado” per attraversare il ciclo delle rinascite ( saṃsāra). I giainisti credono che ci

siano stati altri 23 Tīrthaṃkara prima di lui, tra cui il penultimo, Pārśva , vissuto intorno all’850 a.C., e il primo, Ṛṣabha , figura mitica associata alla civiltà della valle dell’Indo. Era di casta kṣatriya (guerriera) e abbandonò la vita mondana a 30 anni per diventare

asceta. Dopo 12 anni di penitenze estreme, raggiunse l’illuminazione e divenne un Jina

(“vincitore”), da cui deriva il nome della religione. Il Jainismo si sviluppa come risposta alle esigenze soteriologiche (di salvezza) dell’epoca, proponendo una via di rinuncia, meditazione e nonviolenza radicale

( ahiṃsā). La tradizione ascetica cercava la liberazione dal saṃsāra, il ciclo delle

rinascite, attraverso la purificazione dell’anima e l’eliminazione del karma.

Principi fondamentali

Dualismo tra anima (jīva) e materia ( ajīva): l’anima è intrinsecamente pura, ma viene

contaminata dalla materia attraverso il karma che è una sostanza sottile che si attacca all’anima a causa delle azioni. Lo scopo della vita è liberarsi dal karma e dal ciclo delle

rinascite, raggiungendo lo stato di mokṣa (liberazione). Ma la liberazione si ottiene

solo attraverso pratiche ascetiche rigorose e il rispetto assoluto della nonviolenza, anche verso le forme di vita più microscopiche -> La liberazione si ottiene tramite:

austerità (digiuni, rinunce) meditazione, nonviolenza assoluta ( ahiṃsā): non si

deve nuocere a nessun essere vivente, nemmeno microscopico, verità, non possesso, castità e autocontrollo. Assenza di un Dio creatore il Jainismo non contempla una divinità suprema come causa del mondo, ma considera l’universo eterno e non creato -> le divinità esistono, ma sono esseri superiori non coinvolti nella creazione o salvezza. Tradizione e testi

I giainisti seguono un canone di testi che riportano gli insegnamenti dei Tīrthaṃkara.

Mahāvīra non è considerato il fondatore assoluto, ma il più recente di una lunga serie

di maestri, il cui primo, Ṛṣabha, è avvolto nel mito e potrebbe avere radici nella civiltà

della valle dell’Indo. I testi canonici sono raccolti nell’ Āgama , che contiene gli insegnamenti di Mahāvīra. Esistono due principali scuole Digambara (“vestiti d’aria”): monaci completamente nudi, più rigorosi. Il termine

Digambara significa “vestito di cielo” o “nudo”, e si riferisce alla pratica dei monaci di

rinunciare completamente agli abiti, simbolo di distacco totale dal mondo materiale = i monaci Digambara non indossano alcun vestito , in segno di assoluta rinuncia. Le

MONACHE, invece, non possono raggiungere la liberazione ( mokṣa) in questa

vita, secondo questa scuola, e devono rinascere come uomini per completare il percorso. Ritengono che i testi originali siano andati perduti e non riconoscono il canone

Śvetāmbara. I testi principali includono opere come il Samayasāra e il Tattvārthasūtra

(quest’ultimo è accettato da entrambe le scuole). Le statue dei Tīrthaṃkara sono rappresentate senza ornamenti né vestiti , in posizione meditativa, con occhi abbassati. Il culto è più austero (rigido), con meno enfasi su rituali e offerte -> accettano elemosine nel solo palmo della mano, negano che il liberato abbia bisogno di cibo. Da loro verranno i maggiori contribuiti in campo teoretico e logico-epistemologico. Śvetāmbara (“vestiti di bianco”): monaci vestiti di bianco, più aperti alla vita

comunitaria. Il termine Śvetāmbara significa “vestito di bianco”, e si riferisce alla

pratica dei monaci e delle monache di indossare semplici abiti bianchi. I monaci e le monache Śvetāmbara indossano vesti bianche e sono più integrati nella vita comunitaria. Le DONNE possono raggiungere la liberazione anche in questa vita, secondo questa scuola.

Conservano un vasto canone scritto in lingua Prakrit, noto come Āgama, che si ritiene

derivi direttamente dagli insegnamenti di Mahāvīra. Hanno una tradizione letteraria più ampia e articolata. Le statue dei Tīrthaṃkara sono abbellite con ornamenti e occhi aperti , spesso con un atteggiamento più umano e accessibile. Il culto include riti, offerte, festività e una maggiore partecipazione dei laici. Il canone scritturale ammesso comprende 45 testi, contenenti gli insegnamenti dei Tirthankara. La lingua è affine a quella usata nel Maghada, regione nord-est dell’India, la ARDHAMAGADHI, l’uso di essa viene visto come l’esito di una deliberata presa di distanza dal sanscrito, ovvero la lingua dei brahmani. Era intesa come la “lingua parlata dagli dei”. Tuttavia i testi originali sono andati persi, ma ne si mantiene il ricordo -> le scritture si diffondono sui più disparati argomenti, dalla metafisica, alla psicologia, alle scienze naturali e trattengono la loro autorità dall’onniscienza dei loro autori. QUINDI Alla base della filosofia Jaina, vi sono i 4 elementi principali: la NON VIOLENZA, la CENTRALITA’ DEL KARMA, L’AUSTERITA’ DEL COMPORTAMENTO VOLTA A ERADICARE OGNI ELEMENTO EMOZIONALE e PASSIONALE, infine l’aspetto speculativo e mentale,

es l’elefante e i ciechi -> Diversi ciechi toccano un elefante: uno sente la zampa e dice che è una colonna, un altro tocca la proboscide e dice che è un serpente, un altro la coda e dice che è una corda. Nessuno ha torto, ma ognuno coglie solo un

aspetto parziale della realtà = nessuna affermazione può essere assolutamente

vera in modo indipendente = ogni enunciato è condizionato dal punto di vista da cui è espresso. Questo porta a una logica non dogmatica , che rifiuta il pensiero binario (vero/falso) e abbraccia la complessità = ACCETTAZIONE DEI LIMITI E SISTEMATICO RIFIUTO DI OGNI ASSOLUTISMO SIA CONOSCITIVO che ETICO (dottrina del “potrebbe essere” -> comprende il “sistema dei sette modi” 1 è, 2 non è, 3 è e non è, 4 è inesprimibile, 5 è ed è inesprimibile, 6 non è ed è inesprimibile, 7 è, non è ed è inesprimibile Il jainismo è una delle più antiche tradizioni filosofico-religiose dell’India, e affronta in modo radicale il problema dell’ azione (karma) e dei legami che essa comporta. Al centro della sua visione c’è la convinzione che ogni azione — anche involontaria —

lega l’anima alla materia , impedendole di raggiungere la liberazione ( mokṣa).

Questo sistema è riassunto nei sette argomenti fondamentali ( tattva), che

costituiscono la base della dottrina giainista. Jīva – L’anima, la sostanza vivente, eterna e cosciente. Ogni essere vivente possiede

un jīva, che è puro ma contaminato dal karma.

Ajīva – La materia, la sostanza non vivente. Include tempo, spazio, movimento, riposo e particelle karmiche. Āsrava – L’afflusso del karma. Le azioni (mentali, verbali, fisiche) creano un flusso di particelle karmiche che penetrano nell’anima. Bandha – Il legame karmico. Le particelle karmiche si legano all’anima, oscurandone la conoscenza e la libertà. Saṃvara – L’arresto dell’afflusso karmico. Si ottiene attraverso la disciplina etica, la meditazione, la vigilanza. Nirjarā – La distruzione del karma. Avviene tramite austerità, penitenza e purificazione. Mokṣa – La liberazione. Quando l’anima è completamente libera dal karma, raggiunge uno stato di esistenza pura e eterna. “La via della liberazione è la via della purificazione: non si aggiunge nulla all’anima, si toglie ciò che la contamina.” Nel jainismo, ogni azione è problematica , perché genera karma. Anche il pensiero, il desiderio, il movimento involontario possono legare l’anima. Per questo: 1) I monaci giainisti praticano una non-azione estrema : non camminano senza guardare, non mangiano cibi cucinati, non usano oggetti inutili. 2) La non-violenza (ahiṃsā) è assoluta: non si deve nuocere nemmeno a un insetto o a una pianta. 3) Il mondo materiale è visto come fonte di contaminazione , e la salvezza è distacco radicale. I laici seguono i voti minori , mentre i monaci osservano i voti maggiori. La pratica include meditazione, digiuno, silenzio, studio , e in alcuni casi anche il digiuno

fino alla morte ( sallekhana) come atto di purificazione finale.

Il jainismo non cerca di “salvare” il mondo, ma di liberare l’anima dal mondo. È una filosofia dell’ auto-purificazione , dove la salvezza è individuale , ascetica , e radicale BUDDHISMO Anatta significa letteralmente “assenza di sé” o “non-sé”. È la negazione del concetto di ātman , l’anima eterna e immutabile che, secondo l’induismo, costituisce l’essenza dell’individuo. Il Buddha insegnò che non esiste alcuna entità permanente o autonoma all’interno dell’essere umano (= nessun’anima): ciò che chiamiamo “ sé” è solo un insieme di fenomeni fisici e mentali in costante cambiamento. Il Buddha identificò tre caratteristiche fondamentali dell’esistenza: anicca (impermanenza), dukkha (sofferenza) e anatta (non-sé). Secondo questa visione: o Tutti i fenomeni sono impermanenti. o L’attaccamento a un sé porta alla sofferenza. o Poiché tutto è condizionato e mutevole, non può esistere un sé permanente. Anatta è considerata una realizzazione profonda , accessibile solo a chi ha raggiunto un alto livello di saggezza e meditazione. Il Buddha stesso la definì il suo “ruggito del leone”, cioè la dichiarazione più audace e rivoluzionaria del suo insegnamento. Aspetto Filosofie precedenti (es. Brahmanesimo) Buddhismo (Anatta) Concezione del sé Esistenza di un ātman eterno Negazione di qualsiasi sé permanente Obiettivo spirituale Unione dell’ātman con Brahman Liberazione dalla credenza nel sé Trasformazione personale Evoluzione dell’anima attraverso vite Comprensione della vacuità del sé Fondamento etico Azioni influenzano il karma dell’anima Azioni condizionate da ignoranza del sé Il Buddha si distaccò dalla visione dominante dell’India vedica, dove l’ātman era considerato il nucleo eterno dell’individuo. La sua intuizione fu che l’idea di un sé è fonte di illusione e attaccamento , e quindi di sofferenza. Questa posizione rese il buddhismo unico nella storia del pensiero umano , secondo molti studiosi e maestri. Epistemologiche : il soggetto conoscente non è un’entità fissa, ma un processo in divenire. Etiche : la responsabilità morale non si basa su un sé, ma sulla consapevolezza delle cause e condizioni. Pragmatiche : la pratica meditativa mira a dissolvere l’illusione del sé, portando alla liberazione (nibbāna).

trasformazione radicale della percezione : VEDERE IL MONDO SENZA LE

DISTORSIONI DELL’EGO.

Il Buddhismo è profondamente etico , compassionevole , e pragmatico. Mira a liberare gli esseri dalla sofferenza , non a negarli. La pratica buddhista porta a una consapevolezza più profonda , non a un vuoto esistenziale.