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Appunti di semantica Aldo Frigerio 2023
Tipologia: Appunti
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Semantica = studiare il significato
Il segno Il segno, fin dai tempi medievali, viene spesso definito come un elemento che rimanda ad un elemento altro da sé ( aliquid quod stat pro aliquo , qualcosa che sta per qualcos’altro). Il “altro da sé” è il significato del segno. In realtà possiamo aggiungere che il segno rimanda ad un altro da sé per un interprete. L’interprete è quindi colui che media fra i due poli della relazione segnica. La relazione semiotica è quindi sempre triadica (segno, significato, interprete).
Significante e significato Se chiamiamo significato ciò a cui il segno rimanda, allora il segno stesso assume la veste di significante , cioè di elemento che rimanda a qualcos’altro da sé. Questa terminologia differisce da quella di Saussure che chiamava segno l’unione inscindibile di significante e significato. Qui si preferisce usare invece segno in modo più conforme con l’uso quotidiano di tale termine.
Regole La differenza fra i segni e le pure associazioni di idee consiste nel fatto che l’associazione fra il segno e l’altro da sé è determinata da qualche tipo di regola che rende l’associazione manifesta a tutti quelli che conoscono quella regola. L'esistenza di regole che uniscono il significante al significato rende ragione del carattere pubblico che di solito i segni possiedono. I segni sono tali per più di un interprete.
Tipi di segni Si possono suddividere i segni proprio in base alla diversità di regole che uniscono i segni con l’altro da sé (il loro significato) a cui essi rimandano. In particolare possiamo individuare segni che rimandano ad altro da sé in quanto sono l’effetto o la causa di quel qualcos’altro (indici), segni che rimandano ad altro da sé perché assomigliano a quel qualcos’altro (icone) e segni che rimandano ad altro da sé per una convenzione (simboli). Questa tripartizione fra tipi di segni è stata proposta da Charles Peirce (1839-1914), considerato il fondatore della semiotica , ossia dello studio dei segni. Peirce chiamava indici quei segni che denotano il loro significato perché hanno un qualche legame di tipo fisico-causale con esso. Lui diceva che in
certi casi la relazione semica, ovvero la relazione tra segno e significato, è una relazione di tipo causale (uno causa l’altro) e chiamavo indici questo tipo di segni.
Indici L’esempio di Peirce è quello del segnavento che indica la direzione del vento perché mosso dal vento stesso. Altri esempi sono il fumo che è segno del fuoco o le nuvole che sono segno di pioggia (c’è un segno di causa tra le nuvole e la pioggia) o la febbre che è segno di malattia. In questi casi c’è un legame di causa-effetto che lega il segno e il suo significato. In questi casi a volte il segno causa il suo significato, altre volte il significato causa il segno.
Icone Le icone rimandano al loro significato per il fatto di assomigliare ad esso. Molti cartelli stradali, per esempio, sono (in parte) iconici perché il disegno indica il tipo di pericolo presente. Altri esempi sono le emoticon (icone di emozioni), segni iconici utilizzati nel messaggio.
Simboli I simboli rimandano a qualcos’altro a causa di una convenzione. In questo caso c’è un accordo fra gli utilizzatori del segno. Un tipo di convenzione, per esempio, è la scelta di quale corsia bisogna utilizzare per guidare. Si stabilisce una convenzione quando è indifferente scegliere una cosa o l’altra ma conviene a tutti che si scelga la stessa cosa. Un’altra convenzione è l’ordine alfabetico. I nostri segni verbali, ovvero le parole, (orali e scritti) sono per lo più convenzionali in quanto rimandano ai loro significati in base a una convenzione e non per qualche caratteristica intrinseca. La natura convenzionale e non intrinseca della relazione segnica dei segni verbali rende conto della diversità del lessico delle lingue. Si è precisato per lo più in quanto ci sono degli elementi di iconismo nelle lingue naturali (cfr. ad esempio parole come sussurrare o to slam ). I cartelli stradali sono in parte iconici perché, ad esempio, che il cartello triangolare indichi il pericolo lo abbiamo deciso noi, trattandosi quindi di un concetto convenzionale. Molti sistemi di scrittura antichi erano iconici (pittogrammi). Tuttavia, con la necessità di esprimere concetti astratti e parti “ grammaticali ” della lingua (ad esempio congiunzioni) si è passati lentamente a codici convenzionali, in cui l’associazione fra segno e informazione è arbitraria. Anche i segni dell’alfabeto che utilizziamo oggi erano una volta convenzionali.
Il segno, in sostanza, è qualcosa che rimanda a qualcos’altro per un interprete secondo una regola. Si possono distinguere tre tipi di segni in base ai tre tipi di regole: causa-effetto (indici), somiglianza (icone), convenzione (simboli).
Il linguaggio (= lingua) Una lingua è costituita da almeno due elementi:
Imparare una nuova lingua In effetti quando impariamo una nuova lingua non impariamo frasi (o comunque questa non è la nostra attività principale), ma il lessico e la grammatica. Imparare una nuova lingua e quindi (soprattutto) imparare il sistema dei segni primitivi di cui essa è composta e i modi in cui essi vengono combinati. Se le lingue non fossero composizionali, questo sarebbe largamente insufficiente per imparare una lingua in quanto non capiremmo ancora le frasi di quella lingua.
Limiti alla composizionalità Le lingue sono largamente composizionali, non lo sono completamente. Ci sono vari fenomeni che limitano la composizionalità:
In sostanza, la lingua è formata da due elementi: un sistema di segni, in cui sistema indica un insieme strutturato, e un sistema di regole sintattiche a cui corrispondono regole per comporre e ricavare i significati.
La comunicazione Comunicare significa “ mettere in comune ”. Comune deriva da cum- (“insieme”) e munis (“appartenere a tutti”). La comunicazione può essere definita in prima istanza come il trasferimento di informazione da un mittente a un destinatario , cioè come la messa in comune di informazioni e di contenuti astratti tra un mittente e un destinatario.
Fondamenti teorici della comunicazione L’informazione è un contenuto semantico astratto. Il significato di molti dei nostri enunciati può essere identificato con un pezzo di informazione. Proprio perché astratta l’informazione in quanto tale non può essere codificata. Se la telepatia fosse possibile, questo processo di codifica non sarebbe necessario. Per essere condivisa, l’informazione deve essere associata ai segni, che possano essere trasmessi al destinatario. L’operazione di associazione dell’informazione ai segni si chiama codifica. L’operazione inversa, associare i segni che arrivano all’informazione, si chiama decodifica. Internet, ad esempio, è una grande macchina inventata per trasferire segni in maniera veloce ed efficiente. L’associazione fra un pezzo di informazione e un segno deve essere uguale per il mittente e per il destinatario (altrimenti non ci si capirebbe). L’insieme delle regole di associazione si chiama codice. Esso è l’insieme delle regole che associa un sistema di segni al loro significato. Inizialmente i codici erano i libri scritti a mano.
Codice In alcuni codici i segni hanno come significato i segni di un altro codice. È quello che accade per esempio nel codice Morse. Una serie di segnali del codice Morse rimanda a una parola di una lingua naturale e questa a sua volta rimanda a un significato. La stessa cosa accade con i codici QR o con i codici a barre.
Type-token I segni di per sé sono anch’essi qualcosa di astratto (type) ma hanno istanze (token) che sono invece qualcosa di concreto e che può essere trasmesso al destinatario. I segni type stanno alla specie gatto come i segni token stanno ai singoli gatti. I gatti sono oggetti fisici, esemplari di una specie astratta. I segni token sono oggetti fisici, esemplari di un type astratto. La categoria di gatto è qualcosa di astratto, mentre i singoli individui che appartengono alla categoria sono concreti. Questa stessa distinzione la si può fare anche per i segni.
Diversi token, stesso type Ci sono differenze individuali nel modo in cui si scrivono e si pronunciano le parole di una lingua. La grafologia ritiene che queste differenze derivino da caratteristiche psicologiche di un individuo.
Type/token Mentre i type sono oggetti astratti e non materiali , i token sono oggetti concreti e materiali che possono essere fisicamente spostati. Il mittente quindi dovrà:
Lingue indoeuropee
La comunicazione deve essere intenzionale? Paul Watzlawick (1921-2007), uno degli studiosi della scuola di Palo Alto, affermava che non si può non comunicare. Questo implica che la comunicazione può anche non essere intenzionale (volontaria). Tuttavia non è questo il modo in cui utilizziamo solitamente il termine comunicazione. Non si comunica di avere gli occhi verdi o di avere un tic. Piuttosto gli altri, osservandoci, possono estrarre l’informazione che abbiamo gli occhi verdi o che abbiamo un certo tic. La comunicazione, se assumiamo il suo significato corrente, è quindi solo intenzionale, comunico solo quando voglio comunicare.
Differenza tra estrarre informazione e comunicazione Osservando ed esplorando un certo oggetto possiamo ricavare informazione su di esso. Ma non diciamo per questo che l’oggetto ci ha comunicato qualcosa. Perché ci sia comunicazione, un mittente deve volontariamente passare una certa informazione al suo destinatario. Nei due casi il soggetto ricevente apprende qualcosa, ma per due ragioni differenti. Nel primo caso ha estratto lui l’informazione, nel secondo ha decodificato il messaggio che intenzionalmente il mittente gli ha passato.
Condizioni sul destinatario Perché ci sia comunicazione il destinatario deve essere consapevole dell’intenzione del mittente di passargli informazioni? Si supponga che Anna voglia far sapere alla polizia che il colpevole è Roberto, ma che non voglia che la polizia si accorga che è stata lei a passare l’informazione. Anna fa trovare alla polizia un indizio che la conduce inequivocabilmente a Roberto e che le permette di rintracciare il colpevole. L’indizio tuttavia sembra una scoperta casuale e quindi la polizia non si accorge che è stata Anna a passare l’informazione. In questa condizione non diremmo che Anna ha comunicato alla polizia che Roberto è il colpevole, ma semplicemente che Anna ha messo la polizia sulla strada giusta.
Un’ulteriore complicazione Si riprenda la storia precedente e si supponga che, contro la volontà di Anna, la polizia si accorga che è stata Anna a fornire l’indizio. Anche in questo caso, non diremmo che c’è stata comunicazione. Eppure in questi caso Anna ha passato l’informazione alla polizia e la polizia è consapevole dell’intenzione di Anna di passare l’informazione. La definizione precedente è quindi ancora troppo larga. Nella comunicazione non solo il mittente deve intenzionalmente passare l'informazione ma egli/ella deve volere che tale intenzione sia manifesta al destinatario. Le intenzioni se sono comunicative sono manifeste.
Definizione di comunicazione A comunica a B l’informazione i se e solo se: a) A ha intenzione di passare i a B tramite i segni s ; b) A codifica l’informazione i tramite un token di s ; c) A trasmette a B i token di s ; d) B decodifica s e ne ricava i ;
e) B comprende che A vuole passargli i tramite s ; f) l’intenzione di A è raggiunta nel momento stesso in cui B si accorge della sua intenzione. Questa clausola implica che l’intenzione di A vuole essere manifesta al destinatario. Nel momento in cui ci si rende conto qual è l’intenzione comunicativa, si è raggiunto il fine ultimo (quando gli altri si rendono conto il mio volere di comunicare x, io comunico x).
Quando si scrive un messaggio i passaggi sono gli stessi. Innanzitutto si ha una cosa in mente da comunicare agli altri e la prima cosa che si fa è utilizzare il codice (l’italiano) per codificare (tradurre) in parole il messaggio. Dopo aver scritto e inviato il messaggio, il cellulare usa un altro codice, traducendo i segni digitati, ovvero le parole, in altri segni, i bit, che possono essere accesi o spenti (combinazioni). Si tratta di una codifica che compie il cellulare, dopo la quale trasmette questo codice. L’antenna trasmette quindi a un’altra antenna che riceve e internet si preoccupa della trasmissione, far arrivare questi segni token (acceso, spento) al cellulare del destinatario. Internet dunque è un canale che porta segni, che porta bit, che codificano l’informazione. Quando arriva al cellulare del destinatario, avviene il processo inverso, in cui il cellulare traduce i bit in lettere. A questo punto il destinatario legge il messaggio, usa il codice, l’italiano, per ricavare l’informazione. Internet, quindi, interviene sulla trasmissione.
I loro rapporti Segni-linguaggio Si sono già visti quali rapporti intercorrono fra i segni e il linguaggio : uno degli elementi fondamentali che costituiscono un linguaggio è un sistema di sogni. Se quindi possono esistere dei segni che non appartengono a nessun linguaggio (per esempio, le nuvole che sono segno di pioggia, le luci di un semaforo, ecc.), non si dà un linguaggio se non si dà un sistema di segni.
Segni e linguaggio vs comunicazione È indubbio che lo scopo fondamentale della creazione e dell’uso di segni e di un linguaggio sia quello comunicativo. Nella grande maggioranza dei casi i segni vengono utilizzati per comunicare e lo stesso vale per il linguaggio. Di solito utilizziamo un segno con l’intenzione di trasmettere un certo contenuto (il suo significato) e la nostra intenzione è soddisfatta quando il destinatario comprende quell'intenzione, cioè comprende che, tramite, quei segni, vogliamo passargli quel contenuto (quel significato).
Filosofia e filosofia del linguaggio La filosofia si interessa, per ogni regione di mondo, dei principi e dei concetti più generali concernenti quella regione, come la filosofia del diritto, estetica, filosofia della scienza, filosofia della matematica, ecc. La filosofia del linguaggio, invece, si chiede: che cos'è il linguaggio? Che cosa significa comunicare? Quali sono i rapporti tra pensiero e linguaggio? E quelli tra linguaggio e mondo?. In particolare, la semantica, si domanda: che cos’è il significato?. Comprendere il linguaggio serve a comprendere il pensiero e comprendere il pensiero serve a comprendere come è fatto il mondo. I filosofi hanno maggior interesse per gli aspetti più generali e universali concernenti il linguaggio.
Filosofia del linguaggio Ci sono sempre state osservazioni concernenti il linguaggio nella storia della filosofia e si tratta di una disciplina autonoma nata alla fine dell’Ottocento. Inizialmente si è sviluppata in ambito tedesco (Gottlob Frege, Ludwig Wittgenstein) e inglese (Bertrand Russell), ma con l’avvento del nazismo si è sviluppata soprattutto in ambito anglosassone (Willard Van Orman Quine, Peter Strawson, Michael Dummett). Dagli anni Settanta del Novecento, si è sviluppata anche in altre nazioni, sia europee che extraeuropee.
Filosofia del linguaggio e altre discipline Rapporti con la linguistica generale
La sintassi La sintassi è lo studio delle regole che presiedono alla formazione di segni più grandi (sintagmi, frasi, testi, ecc.) a partire da segni di base (parole). È una delle due componenti fondamentali di una lingua (insieme al lessico) e una delle sottodiscipline fondamentali della linguistica.
Saldare le parole Mediante le regole sintattiche le parole vengono raggruppate in costituenti sempre più grandi. Questo significa che la costruzione di unità più grandi delle parole avviene con un certo ordine. La sintassi, però, dice che questo ordine differisce spesso da quello lineare (la successione delle parole nella frase).
Saldatura Non possiamo saldare tutto con tutto. Ad esempio non possiamo saldare un articolo com un verbo non sostantivato (il vado). Non possiamo neppure coordinare due costituenti qualsiasi (Marco e corre). Possiamo saldare solo i costituenti di una certa categoria di parole con i costituenti di un’altra categoria. Per esempio, possiamo saldare i nomi con gli aggettivi: bella casa.
Le regole della sintassi Le regole sintattiche ci dicono quali categorie sono saldabili fra loro. Che due categorie siano saldabili significa che un qualunque elemento appartenente alla prima categoria può essere saldato con un qualunque elemento della seconda categoria. Per esempio una regola sintattica è: aggettivo + nome, cioè qualunque aggettivo può saldarsi con qualunque nome. Che due categorie non siano saldabili tra loro significa che nessun elemento appartenente alla prima categoria può saldarsi con alcun elemento appartenente alla seconda categoria. Per esempio, *congiunzione + congiunzione non è una saldatura permessa (due congiunzioni non possono saldarsi fra loro: *perché sebbene). Data qualunque coppia di parole appartenenti a queste due categorie, la sintassi ci proibisce la loro congiunzione.
Gerarchia Due parole, appartenenti alle giuste categorie, dopo essersi saldate, possono poi saldarsi con altre parole o con altri insiemi di parole per dare vita a un' unità ancora più grande e questa a sua volta può saldarsi con altre parole, e così via. Questa organizzazione è quindi di tipo gerarchico , ossia gli elementi si vanno ad organizzare in unità sempre più ampie annidate le une dentro le altre.
Costituenti Le parole e le combinazioni di parole che sono ottenute applicando una regola sintattica sono le unità che costituiscono le nostre frasi e i nostri discorsi. Per questa ragione, tali unità vengono chiamate anche costituenti della frase. Per interpretare una frase, dobbiamo innanzitutto individuarne i costituenti. Esempio: il cane mangia l’osso.
Tutte le parole sono costituenti, gli articoli (D: determinanti) si uniscono ai sostantivi (S) e vanno a formare sintagmi nominali (SN). Il verbo (V) può unirsi al sintagma nominale e questa combinazione si chiama sintagma verbale (SV). Un sintagma nominale insieme a un sintagma verbale costituisce una frase (F). Si tratta di una struttura uguale in italiano come in inglese, in francese e in
Esempi di ricorsività A un nome si può aggiungere un aggettivo e al costituente ottenuto si può aggiungere di conseguenza un altro aggettivo, e così via: una casa gialla, grande, spaziosa, ariosa, alta, carina,…; sono venuti Paolo e Giovanni e Roberta e Anna e Elisa e…; Branduardi Alla fiera dell’est : “ E venne il macellaio, che uccise il toro, che bevve l’acqua, che spense il fuoco, che bruciò il bastone, che picchiò il cane, che morse il gatto, che si mangiò il topo che al mercato mio padre comprò ”.
Perché la ricorsività? La ricorsività spiega perché è possibile, mediante un vocabolario finito e un insieme finito di regole, produrre un insieme indefinito di frasi e di testi. Se, infatti, le regole non fossero ricorsive, il numero di frasi producibili sarebbe alto, ma non indefinito. La ricorsività implica che non c’è alcun limite teorico alla lunghezza che una frase può possedere. Applicando continuamente una regola ricorsiva, possiamo in teoria produrre frasi di lunghezza indefinita.
SN e SV Gli enunciati si organizzano a due sintagmi: Sintagma Nominale (SN) e Sintagma Verbale (SV) (in tutte le lingue del mondo le frasi sono fatte così, si tratta dei due elementi fondamentali). Si chiamano così perché il nome da una parte e il verbo dall’altra sono gli unici elementi obbligatori, mentre gli altri, che si vanno ad aggiungere, sono facoltativi. Il nome tecnico del nome, nel sintagma nominale, e del verbo, nel sintagma verbale, è testa dei sintagmi. La teoria X-barra prevede che i sintagmi si costruiscano su tre livelli. Per quanto riguarda i sintagmi nominali (SN):
Per quanto riguarda il sintagma verbale (SV):
Ricorsività Non c’è limite al numero di aggettivi che possono essere contenuti all’interno di un SN e al numero di avverbi all’interno di un SV. La regola che li riguarda è dunque ricorsiva. C’è invece un limite alle combinazioni e all’ordine dei Det e degli ausiliari: tutti i miei amici ; i due amici ; *alcuni i miei amici ; *questi gli amici ; *molti alcuni amici ; *qualunque due amici ; *tre ogni amico ; è stato mangiato ; could have been told ; *è stato stato mangiato ; *stato è stato mangiato ; *could been told.
Nomi e verbi Ontologia di base: oggetti e cambiamenti → gli oggetti perdurano attraverso i cambiamenti. Gli oggetti, che compongono il mondo, ci appaiono come rivestiti di proprietà (il tavolo, ad esempio, ha un colore e ha una certa lunghezza), che però cambiano nel tempo, vanno incontro a cambiamenti, acquistando o perdendo proprietà. I nomi indicano le cose (che sono relativamente stabili), gli aggettivi indicano le proprietà delle cose, i verbi indicano i cambiamenti a cui le cose vanno incontro. Gli oggetti sono il sostrato sopra ai quali avviene il cambiamento, per questo si parla di nomi o sostantivi (= sub stanzia). I cambiamenti avvengono, passano sopra, ma la cosa sotto rimane uguale, l’oggetto mantiene la sua identità. Per questo abbiamo creato le lingue che ci servono per parlare del mondo che noi concepiamo così. I nomi denotano gli oggetti, i verbi i cambiamenti. Vi sono però dei controesempi:
Semantica bidimensionale di Frege L’idea che il significato di molte nostre espressioni linguistiche sia bidimensionale è stata avanzata da Gottlob Frege (1848-1925). Frege chiama Sinn (senso) il concetto associato a una parola e Bedeutung (significato, a volte tradotto con referente ) l’oggetto o gli oggetti a cui il segno rimanda per il tramite del concetto. Lo schema precedente può essere generalizzato a nomi comuni, aggettivi, verbi transitivi, ecc. Per i nomi comuni si parla di intensione ed estensione. L'intenzione è il concetto, l’insieme delle caratteristiche che percepiamo quando abbiamo in mente un nome, mentre l’estensione è l’insieme degli oggetti che stanno nel mondo.
Critiche alla teoria di Frege Le critiche alla teoria di Frege, soprattutto per quanto riguarda i nomi propri, sono state avanzate da Saul Kripke (1940-2022) agli inizi degli anni Settanta del Novecento. Le differenze tra i concetti che i parlanti hanno del referente di un nome proprio non impediscono la comunicazione e la comprensione reciproca. Con il termine Roma, ad esempio, ognuno pensa a cose diverse sulla città, quindi le conoscenze che si hanno variano molto da parlante a parlante. Tuttavia, questo non impedisce la comunicazione e la comprensione reciproca, anche se il concetto di Roma è differente dal concetto dell’altro parlante. Per capirsi, infatti, conta che il referente sia lo stesso. Il concetto non sembra far parte del significato della parola Roma, non è qualcosa che viene trasmesso. Pare impossibile individuare un nucleo di caratteristiche fondamentali che è necessario conoscere per conoscere il significato del nome proprio e che individuino univocamente il referente. Il referente in altre situazioni possibili potrebbe possedere caratteristiche differenti da quelle che ha, ma questo non muta il significato del nome proprio (Roma non è sempre stata capitale d’Italia, nel corso del tempo ha cambiato tante caratteristiche, ma non ha cambiato significato; il nostro nome non cambia di significato nonostante i nostri cambiamenti fisici e psicologici a cui andiamo in contro). Ipotizzare che il referente non abbia le caratteristiche che esso possiede non porta a nessuna contraddizione , contrariamente alle previsioni. Se, per esempio, prendiamo come riferimento la parola scapolo (un uomo adulto non sposato) e ipotizziamo che uno scapolo è sposato, si tratta di una contraddizione perché all’interno del significato di scapolo c’è il non essere sposato. Se pensiamo a una cosa rossa ma non colorata è contraddittorio, perché nel significato di rosso c’è l’essere colorato. Se essere capitale d'Italia facesse parte del significato di Roma, pensarlo diversamente sarebbe contraddizione. Il referente del nome proprio muta le proprie caratteristiche nel corso della sua esistenza, ma questo non muta il significato.
Teoria del riferimento diretto dei nomi propri I nomi propri hanno un solo significato, il referente, senza passare per un concetto, o meglio passando per un concetto, ma che non fa parte del significato, cioè non fa parte di ciò che trasmettiamo con il nome proprio, con cui vogliamo solo indicare un determinato oggetto e quando la persona a cui parlo capisce che oggetto intendo, la comunicazione è riuscita.
Teoria del riferimento diretto I concetti che fissano il riferimento dei nomi propri non fanno parte del loro significato. L’identificazione non avviene sempre per il tramite di concetti (infatti noi non identifichiamo una persona con una serie di caratteristiche), ma anche tramite schemi percettivi. La nostra identificazione degli oggetti è spesso parassitaria rispetto a quella degli esperti. In qualche modo c’è chi crea i nomi propri e noi siamo parassitari rispetto a loro (creatori e consumatori del linguaggio).
Problemi per la teoria del riferimento diretto La teoria del riferimento diretto sembra convincente, però ha dei problemi:
quelle che non sono membri. Se si hanno certe caratteristiche si fa parte della categoria, al contrario no).
Semantica a tratti (Katz and Fodor, 1963) Secondo Kitz e Fodor, una parola è caratterizzata dal fatto di avere o non avere certi tratti (scapolo: + umano, + adulto, + maschio, - sposato). Questa teoria, inoltre, spiega le relazioni di iperonimia (quando un vocabolo ha un significato più esteso rispetto ad un altro: gatto, felino), di sinonimia (quando due cose hanno gli stessi tratti), di iponimia (quando si hanno tutti i tratti comuni più uno) e di opposizione (quando si hanno tutti i tratti in comune meno uno). Spiega anche cose che dal punto di vista grammatico funzionano, ma dal punto di vista semantico no (spiegazione di certe agrammaticalità: * La sincerità ama John ). Gli enunciati, secondo la teoria, possono essere:
Esperimenti di Labov (1973) Laboc ha cominciato a fare esperimenti facendo vedere ai soggetti delle immagini e gli chiedeva se quello che vedevano fosse una tazza o una scodella, segnando poi le risposte. Mentre nei confronti del numero 1 tutti erano d’accordo che fosse una tazza, nei confronti dell’altro estremo, il numero 4, invece, le persone avevano idee diverse, alcuni dicevano che fosse una tazza e altri che fosse una scodella. Allargando il disegno sempre di più, le persone erano sempre più d'accordo sul fatto che fosse una scodella. Il problema è capire quando finisce la categoria delle tazze e inizia quella delle scodelle.
L’idea di prototipo Esistono tazzine prototipiche, cioè tazzine che sono classificate unanimamente e in modo non controverso come tazzine. La tazzina prototipica ha un piccolo manico, è fatta di porcellana, ha una certa dimensione e forma, serve per bere il caffè o bevande analoghe, è di solito accompagnata da un piattino. Nessuno di questi attributi è tuttavia di per sé sufficiente per essere una tazzina. Ci sono tazzine senza manico, tazzine di plastica, tazzine con forme inusuali, ecc.
Eleanor Rosch e l’idea di prototipo Nel 1975 Rosch fece un esperimento che consisteva nel chiedere a circa 200 studenti di college americani se certi tipi di cose erano o meno buoni esempi di diverse categorie: furniture, fruit, vehicle, weapon, vegetable, tool, bird, sport, toy, clothing. Le risposte potevano variare da 1 (ottimo esempio) a 7 (pessimo esempio o non un esempio affatto), mentre 4 significava esempio abbastanza buono. Le risposte hanno avuto un alto grado di accordo tra i soggetti e la provenienza geografica, culturale, di genere, ecc. è risultata poco rilevante. Alcuni item (sedia, sofà, tavolo, credenza, ecc.) sono considerati casi centrali della categoria ( casi prototipici ). Altri (panca, inginocchiatoio, lampada, ecc.) come casi più periferici. Altri ancora (telefono, ventilatore, posacenere, ecc.) come casi cattivi o come casi esterni alla categoria stessa. Questo accade sia con i generi naturali che con gli artefatti. I soggetti impiegavano più tempo a rispondere quando avevano a che fare con casi non prototipici che con casi prototipici. Le categorie attivano la presenza nella mente dei casi prototipici: esempio del priming e esempio della richiesta di elencare i membri della categoria che vengono in mente.