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Appunti tv IUlm anno 2025/2026
Tipologia: Sintesi del corso
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Stare bene in televisione significa sapersi porre davanti alla telecamera senza sembrare finti, forzati o distanti. Chi si trova davanti a un pubblico televisivo non deve recitare, ma essere spontaneo, perché la comunicazione con gli spettatori funziona soltanto se chi parla non appare troppo distante da loro. Un esempio efficace è la prima puntata di Chi vuole essere milionario in cui una ragazza vinse il milione: il coinvolgimento era autentico, diretto, spontaneo. Un controesempio invece è rappresentato dall’intervento di Chiara Ferragni a Sanremo, dove la distanza e la costruzione eccessiva del messaggio hanno tolto naturalezza e credibilità. La televisione di oggi deve uscire dal concetto stereotipato, vecchio e stantio, e va considerata nella sua nuova forma : un mezzo che dialoga costantemente con i social e si nutre dei loro contenuti, trasformandoli però in qualcosa di diverso dal semplice programma televisivo. La TV non è più un unico linguaggio, ma un insieme di linguaggi diversi, e la sua forza è proprio questa capacità di adattamento, che risulta maggiore rispetto a quella di altri media, sia dal punto di vista tecnologico che da quello dei contenuti. Anche le piattaforme digitali, pur prive di palinsesto, possono essere considerate televisione, perché adottano un linguaggio seriale tipico della tradizione televisiva e sfruttano al massimo una delle caratteristiche strutturali di questo medium. Alla domanda se la televisione sia viva o morta, la risposta è netta: è assolutamente viva. Il comparto televisivo in Italia e nel mondo è ricco, florido, funziona bene anche dal punto di vista economico e continua a evolversi in maniera interessante. Uno dei punti di forza principali della televisione, che le piattaforme non possiedono, è proprio il palinsesto, capace di creare quel meccanismo dell’appuntamento fisso che genera ritualità e fidelizzazione, e che costituisce da sempre un aspetto fondante dell’esperienza televisiva. La televisione in Italia Va intesa come uno specchio del presente. Non è un oggetto che manipola le menti né una macchina che genera menzogne: è un faro che si accende su un momento della realtà e lo evidenzia. Non inventa la realtà, ma la illumina. È una presenza quotidiana, semplice e accessibile, ma allo stesso tempo il frutto di un lavoro preciso e complesso. La sua semplicità deriva dal linguaggio: la televisione utilizza parole quotidiane e comprensibili a tutti, perché entra nelle case di chiunque e deve essere recepita anche in sottofondo, senza la scelta attiva che invece caratterizza il cinema. Quest’ultimo utilizza un linguaggio “festivo”, ricercato, mentre la televisione si mantiene “feriale”, diretta, immediata. Per questo motivo la televisione si presenta anche come neutra, priva di connotazioni specifiche e visibili, capace di adattarsi a pubblici diversi. Dal punto di vista storico, la televisione attraversa tre grandi ere.
I. Dal 1954 al 1975 si parla di Paleotelevisione , termine coniato da Umberto Eco, uno dei padri della semiotica e tra i primi autori televisivi, autore della celebre Fenomenologia di Mike Bongiorno. In questa fase esisteva un solo riferimento: la Rai, monopolio pubblico senza alcuna concorrenza. Nel 1961 nasce il Secondo Canale e nel 1965 il Terzo, ma sempre sotto l’egida del servizio pubblico. II. Dal 1975 fino alla fine degli anni Novanta si entra nell’epoca della Neotelevisione , in cui cambia completamente il volto del medium. L’etere viene liberalizzato e nascono le televisioni e le radio private. Se il periodo precedente era figlio del dopoguerra, chiuso con la crisi petrolifera degli anni Settanta, i decenni successivi sono caratterizzati da un clima “ottimista” e da una netta predilezione per l’intrattenimento leggero. È l’epoca della concorrenza, incarnata in Italia da Silvio Berlusconi, che ridefinisce la fisionomia televisiva. III. A partire dagli anni Duemila si sviluppano invece le nuove forme di televisione , legate alla pay TV e agli OTT. Questo nuovo corso si apre con la rivoluzione del Grande Fratello, che segna un punto di svolta nel rapporto tra televisione e spettatori, e continua con l’avvento delle nuove tecnologie. Nasce Sky nel 2003 e Netflix nel 2015, cambiando radicalmente la fruizione e il linguaggio televisivo. Lo sviluppo della televisione Ha radici precedenti. I. Nel 1929 in Gran Bretagna viene trasmesso il primo programma sperimentale via etere. II. Nel 1936 la BBC, televisione pubblica britannica, inaugura le trasmissioni pubbliche, con l’incoronazione di Re Giorgio come primo grande evento mediatico capace di interessare un’intera nazione. III. Nello stesso anno in Germania Hitler utilizza la televisione come strumento di propaganda, trasmettendo le Olimpiadi di Berlino: un evento che, tuttavia, sfuggì in parte al controllo del regime, quando i 100 metri furono vinti da un atleta di colore e Hitler decise di non stringergli la mano. Anche qui la televisione si dimostrò un faro acceso sulla storia, non la sua creatrice, ma un potente strumento di diffusione. IV. In Italia, invece, il 1939 segna l’inizio della fase sperimentale nelle aree urbane, ma le trasmissioni regolari partiranno soltanto nel 1954, perché il tessuto sociale non era ancora pronto, nonostante la tecnologia fosse già disponibile. V. Lo scoppio della Seconda guerra mondiale bloccò lo sviluppo, ma nel dopoguerra si registrò una massiccia diffusione degli apparecchi televisivi, più veloce negli Stati Uniti che in Europa. VI. In Italia nel 1954 si contavano circa 88.000 abbonamenti, che diventarono 4.300. nel 1964. Poiché molte famiglie non potevano permettersi l’acquisto di un televisore, il mezzo assunse una funzione collettiva: si guardava insieme nei bar o perfino nei cinema, trasformandosi in un’esperienza comunitaria. La televisione, come la radio, segue due modelli di sviluppo:
Il confronto con il cinema dell’epoca è interessante: mentre negli Stati Uniti, soprattutto, il cinema offriva un immaginario di divi hollywoodiani irraggiungibili e patinati, in Italia il neorealismo raccontava la durezza della vita quotidiana. La televisione si collocava a metà strada: non proponeva sogni irrealizzabili, ma nemmeno soltanto realtà crude, riuscendo a essere insieme fonte di divertimento e di informazione, uno strumento immediato che entrava nelle case e nelle vite delle persone. Generi e programmi della Paleotelevisione:
fondamentale mostrare al pubblico non solo lo spettacolo, ma anche la macchina che lo rendeva possibile, per affermare la dignità della televisione accanto al cinema. È importante ricordare che nella Paleotelevisione tutto era in diretta: non esisteva il montaggio, e perfino gli sceneggiati venivano trasmessi dal vivo. Questo avvicinava molto la televisione alla radio e contribuiva a creare un senso di immediatezza e autenticità. Lo stesso Bongiorno prese parte al primo programma trasmesso, Arrivi e partenze , ambientato all’aeroporto di Linate. Qui intervistava i viaggiatori, chiedendo loro dove andassero o da dove tornassero. Il significato era chiaro: si voleva rappresentare un’Italia che si muoveva, che guardava al progresso e alla modernità, un Paese che non era solo miseria e difficoltà. Bongiorno divenne un conduttore diverso da tutti gli altri: un “middle man”, capace di porsi in mezzo tra i concorrenti e il pubblico, senza lasciare indietro nessuno. In un’epoca in cui la televisione entrava letteralmente nelle case delle famiglie, il conduttore era percepito come un componente aggiunto della famiglia stessa.
dall’altro gli apparati tecnici della produzione televisiva. Il contrasto tra l’eleganza della cantante e la presenza dei tecnici rendeva evidente la costruzione artificiale dell’immagine televisiva. Nel codino, Mina cambiava registro e presentava la pasta in modo ammiccante, quasi erotico, un gioco di allusioni e doppi sensi che rivelava l’ipocrisia della società italiana di quegli anni, rigida nella censura ma ricca di sottintesi. Da ricordare anche il Bio Presto , che costruiva storie surreali come quella di un matrimonio impossibile paragonato all’impossibilità che il detersivo non lavasse: il racconto pubblicitario diventava quasi assurdo, con l’attrice immersa a caso nell’acqua durante la scena. Parallelamente al Carosello, il vero genere di punta della paleotelevisione italiana era il varietà del sabato sera. Si trattava dell’appuntamento più atteso e seguito, in un’Italia ancora povera che trovava in questo spettacolo televisivo un momento di svago e leggerezza dopo una settimana di lavoro. Il varietà era un’esperienza collettiva che portava nelle case degli italiani uno spettacolo che in pochi avrebbero potuto permettersi dal vivo: un pubblico aspirazionale, ben vestito e truccato, assisteva dallo schermo a ciò che accadeva in studio, in un’atmosfera elegante, intrattenente e accessibile ma mai banale. Il varietà mescolava musica, canto, danza e sketch teatrali, senza scopi promozionali: gli ospiti partecipavano unicamente per fare spettacolo. Tutto era rigorosamente trasmesso in diretta, e i registi, lavorando con il bianco e nero, puntavano a creare immagini geometriche ed equilibrate, spesso mostrando consapevolmente anche gli apparati tecnici televisivi. I programmi duravano circa un’ora e tra i protagonisti spiccavano figure come Mina, Caterina Caselli, le gemelle Kessler – considerate l’incarnazione del sogno erotico dell’italiano medio – e Adriano Celentano. Tra i precursori del genere vi furono Un, due, tre di Tognazzi e Vianello e Canzonissima , gara canora che riscosse enorme successo. Il primo vero grande varietà fu Studio Uno (1961-1966), diretto da Antonello Falqui: con scenografie ridotte al minimo, il programma mostrava volutamente le macchine di produzione, mentre gli ospiti, di altissimo livello, si mettevano pienamente in gioco. In questo contesto nacque la figura della soubrette e si sviluppò un linguaggio teatrale e geometrico. La sigla stessa di Studio Uno era complessa e includeva un’orchestra sullo sfondo, con performance di cantanti spesso eseguite in playback. Altro programma fondamentale fu Senza rete , che eliminava il playback e prevedeva esibizioni dal vivo: la sfida era grande, sia per gli artisti sia per la regia, ma proprio per questo divenne un simbolo di qualità e autenticità. Vi parteciparono artisti come Orietta Berti e Giorgio Gaber, quest’ultimo con le sue canzoni politiche, come “La libertà”, portò in Rai messaggi di grande impatto sociale e generazionale, in anni in cui esprimere idee simili in una televisione nazionale era un atto audace. Innovativi anche i movimenti di macchina, moderni e descrittivi, con largo uso di carrelli e zoom. Teatro 10 fu un altro varietà di punta, che vide protagonisti Lucio Battisti e Mina. Neotelevisione
Con la riforma del 1975 e la legge n. 103 , la Rai cambiò radicalmente. Pur ribadendo il monopolio, la gestione non era più sotto il diretto controllo del governo ma del Parlamento, aprendo a una logica di pluralismo. Nel 1976 fu creata la Terza rete, con un telegiornale che rappresentava le posizioni politiche della sinistra, mentre la seconda rete si avvicinava ai socialisti e la prima manteneva la linea della Democrazia Cristiana. Nacque così la cosiddetta lottizzazione: ogni forza parlamentare poteva esprimersi e controllare una parte dell’offerta televisiva. Nello stesso anno, una sentenza della Corte costituzionale sancì sì la legittimità del monopolio Rai, ma riconobbe anche il principio della libertà di impresa radiotelevisiva a livello locale. Fu un passaggio epocale che aprì le porte alle reti private locali e sancì la fine della paleotelevisione, dando inizio alla fase della neotelevisione. La nuova epoca, che si consoliderà tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80 con l’arrivo delle tv commerciali e la concorrenza tra Rai e Mediaset, era caratterizzata da diversi elementi innovativi: l’evoluzione tecnologica con l’introduzione del colore, del telecomando – simbolo della possibilità di scelta e di cambiamento – e del videoregistratore, che consentiva la visione dei programmi in differita. Finiva il monopolio, nascevano nuovi spazi televisivi in orari prima non coperti dalla Rai (come la prima mattina e la tarda serata) e il palinsesto diventava a flusso, ossia un continuum senza soluzioni di continuità, con programmi che si susseguivano senza stacchi netti e con una maggiore integrazione della pubblicità. La pubblicità stessa si diffondeva in maniera più capillare, diventa una pubblicità pervasiva, e i generi televisivi diventavano ibridi, con la nascita dei contenitori domenicali come Domenica In e dei nuovi format di infotainment ed emotainment. Poi diventa fondamentale l’indice d’ascolto (Auditel) rispetto all’indice di gradimento che sparisce. A contraddistinguere questo periodo della storia della televisione italiana è l’insorgere delle emittenti private e locali : la prima fu TeleBiella , nata come televisione di quartiere, che proponeva notiziari locali, programmi in dialetto e in certi casi riusciva a coprire aree più ampie, mentre altre reti si fermavano a singoli quartieri o addirittura a condomini. In questo contesto nacque la pratica della televendita e l’intero sistema si sosteneva esclusivamente con la pubblicità, che in effetti era abbondante. Diversamente dalla Rai, che sottostava a forme di controllo e censura, le televisioni private si distinguevano per la libertà espressiva, la possibilità di sperimentare linguaggi nuovi e, talvolta, anche per programmi volgari. Si trattava di una vera fucina di idee, molte delle quali sarebbero poi confluite nella televisione nazionale. Tra le tante realtà private emerse TeleMilano , inizialmente nata per servire il quartiere di Milano
La competizione impose alle emittenti una serie di strategie. Per ridurre il rischio di insuccesso economico, si iniziò a puntare sui format , ovvero schemi già sperimentati altrove e quindi meno rischiosi, che permettevano di ridurre tempi e costi di produzione. Allo stesso tempo, si accentuava la componente spettacolare, privilegiando l’intrattenimento leggero e il drama, due generi in grado di raggiungere il pubblico più vasto e rendere più appetibile il messaggio pubblicitario. La televisione cercava di rispecchiare i valori medi della società, evitando scontri ideologici che avrebbero potuto alienare fette di pubblico, e costruiva una chiara identità di rete per fidelizzare gli spettatori. Fondamentale era anche l’osservazione della concorrenza : talvolta si sceglieva di differenziarsi con generi opposti (fiction contro talk show), altre volte si adottava una strategia d’attacco proponendo programmi simili ma apparentemente più forti, come accadde con i casi di “Affari tuoi” e “La ruota della fortuna”. Tutto questo si concentrava soprattutto sul prime time, la fascia serale considerata la più redditizia per ascolti e pubblicità. Un esempio significativo di questo nuovo linguaggio televisivo fu “ Pronto, Raffaella? ” (RAI), programma ideato da Gianni Boncompagni e condotto da Raffaella Carrà nella fascia di mezzogiorno. La trasmissione, caratterizzata da uno studio che ricordava un salotto luminoso e imperfetto, offriva un’immagine elegante e rassicurante della conduttrice, mai volgare e sempre in sintonia con l’orario. L’uso del green screen con Roma sullo sfondo, la diretta con le sue inevitabili imperfezioni e, soprattutto, l’introduzione del telefono come strumento di dialogo diretto con il pubblico segnarono una svolta: per la prima volta lo spettatore entrava fisicamente nello spazio televisivo, lo schermo diventava permeabile e la casa degli italiani coincideva con lo studio. Inoltre, Boncompagni decise di mostrare apertamente anche gli strumenti del backstage – le macchine da presa, il gobbo, gli autori – abbattendo le barriere tra spettacolo e realtà. “Pronto, Raffaella?” divenne così l’emblema della nuova televisione che, attraverso il contatto diretto e continuo con il pubblico, inaugurava la stagione della neotelevisione italiana. Raffaella Carrà rappresenta uno dei volti più iconici e significativi della televisione italiana, una figura che dagli anni Ottanta in poi ha incarnato un modello di femminilità moderno e indipendente, capace di coniugare emancipazione e popolarità. La Carrà, donna non sposata e senza figli, compie scelte personali precise e coraggiose per l’epoca, presentandosi come un simbolo di libertà e autodeterminazione, ma senza risultare mai distante o minacciosa. La sua immagine pubblica si costruisce su un equilibrio raffinato tra modernità e rassicurazione: appare sincera, onesta, ironica, empatica, curata ma mai eccessiva, esteticamente attraente ma non provocante, in grado di conquistare sia il pubblico femminile che quello maschile. La sua forza sta nella capacità di essere una donna forte e autonoma, pur restando accessibile e familiare, un volto “amico” della televisione che riflette il cambiamento culturale del Paese. Uno dei momenti più significativi della sua carriera è il passaggio dal varietà del sabato sera — tipicamente uno spazio d’intrattenimento leggero e generalista — a un programma di mezzogiorno, “ Pronto, Raffaella ?”, rivolto a un pubblico prevalentemente femminile. Questa
scelta è un vero rischio professionale: la fascia diurna era considerata marginale, difficile da gestire e poco attraente per i grandi nomi dello spettacolo. Tuttavia, la Carrà riesce a intercettare un pubblico nuovo e a costruire un rapporto diretto con gli spettatori, specialmente con le donne, attraverso un uso innovativo e affettuoso del mezzo televisivo e, in particolare, del telefono, che diventa un vero e proprio strumento di comunicazione con il pubblico. Prima di lei, un altro personaggio aveva introdotto il telefono come elemento televisivo: Enzo Tortora , con il programma “ Portobello ”, trasmesso dalla RAI negli anni Settanta. Il telefono, in questo caso, aveva però una funzione più limitata e mediata rispetto a quella che ne farà la Carrà. “Portobello”, noto anche come Il mercatino del venerdì, era un format profondamente innovativo per l’epoca: un programma di servizio che portava in televisione l’Italia reale, quella della provincia, della gente comune. Il pubblico partecipava attivamente proponendo annunci, cercando persone scomparse o vendendo oggetti: era un modo per avvicinare la TV al vissuto quotidiano. Il conduttore, Tortora, fungeva da intermediario tra chi era in studio e chi telefonava da casa — tuttavia, a differenza di Pronto Raffaella? , il pubblico televisivo non ascoltava direttamente le conversazioni telefoniche, a meno che non venissero aperte in diretta. “ Portobello ” può essere considerato il precursore dei moderni programmi di servizio e di reality, aprendo la strada a format come Chi l’ha visto? o Grande Fratello, che condividono l’obiettivo di mettere in contatto la televisione con la vita reale delle persone. L’elemento ludico del programma era rappresentato dal pappagallino verde, simbolo della trasmissione, che ogni settimana il pubblico cercava di far parlare pronunciando la parola “Portobello”: riuscì a farlo una sola volta, con l’attrice Paola Borboni. Enzo Tortora, figura colta, elegante e garbata, è stato uno dei conduttori più amati e rispettati della televisione italiana. Tuttavia, la sua carriera fu tragicamente segnata dall’arresto nel 1983 con accuse infondate di traffico di droga e associazione mafiosa. Dopo anni di processo e sofferenze, venne assolto completamente e poté tornare in televisione nel 1987, ma morì poco dopo, logorato da quella vicenda. La sua storia resta una delle più drammatiche e simboliche della TV italiana, un monito sul potere mediatico e giudiziario. Un elemento distintivo di Portobello era la sigla animata, accompagnata da una musichetta orecchiabile e allegra, che introduceva lo spettatore all’atmosfera del programma. Negli anni Settanta e Ottanta la sigla aveva una funzione fondamentale: era lunga, spesso di un paio di minuti, e serviva per “chiamare” il pubblico, dando il tempo alle persone di finire ciò che stavano facendo prima di sedersi davanti alla televisione. Con l’avvento della televisione commerciale e della logica del flusso continuo, descritta da Raymond Williams, le sigle tendono progressivamente a ridursi o a scomparire, diventando parte integrante della continuità televisiva.
sperimentale di Arbore, ma altrettanto significativa per comprendere l’evoluzione della televisione italiana. Gli anni 90’ Il decennio degli anni ’90 rappresenta un periodo di particolare importanza per la storia della televisione italiana, per due motivi principali. In primo luogo, in questi anni si arriva a definire e consolidare l’eredità dei programmi e delle logiche televisive nate negli anni ’80: il sistema televisivo degli anni ’90 deriva infatti da quello del decennio precedente, di cui vengono messi a fuoco i meccanismi, le dinamiche e i modelli produttivi. Tuttavia, non si può considerare questo periodo una semplice copia o prosecuzione lineare degli anni ’80, poiché il contesto storico, politico e sociale subisce profondi cambiamenti che inevitabilmente si riflettono nella televisione, specchio fedele della società italiana. Tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90, l’Italia vive un vero terremoto politico e culturale. Nel 1989 cade il Muro di Berlino, segnando simbolicamente la fine della Guerra Fredda; nel 1991 si scioglie il Partito Comunista Italiano, mentre tra il 1992 e il 1994 le inchieste di Mani Pulite e lo scandalo Tangentopoli travolgono la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista Italiano, distruggendo di fatto il sistema dei partiti della Prima Repubblica. Parallelamente, il Paese è scosso da eventi drammatici come gli attentati di matrice mafiosa in cui perdono la vita i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Tutto questo clima di instabilità e cambiamento si riflette direttamente nella televisione, che assume sempre più un ruolo di specchio, testimone e interprete della realtà sociale e politica. È in questo contesto che nascono i talk show politici , programmi che cercano di analizzare i fenomeni del momento coinvolgendo direttamente il pubblico e i protagonisti dell’attualità. La televisione diventa il luogo dove si discute e si elabora il senso del presente. Anche i programmi di servizio e di approfondimento iniziano a seguire in tempo reale i grandi processi e i casi giudiziari. Emblematico è il caso di Maurizio Costanzo , che nel suo Maurizio Costanzo Show dedica molte puntate alle vicende di mafia e, proprio per il suo impegno civile, diventa bersaglio di un attentato mafioso (fallito) nel 1993. Nel 1994 Silvio Berlusconi entra ufficialmente in politica e vince le elezioni diventando Presidente del Consiglio. La sua ascesa segna il momento in cui politica e sistema televisivo si fondono definitivamente: Berlusconi, imprenditore televisivo e politico, incarna perfettamente l’idea di un’Italia in cui i confini tra media e potere politico si fanno sempre più labili. Parallelamente, negli anni ’90 si forma un nuovo tipo di pubblico televisivo , più consapevole, frammentato e identificabile, che diventa interlocutore privilegiato per il mercato pubblicitario. In generale, il decennio è dominato dal concetto di abbondanza: la televisione diventa un flusso continuo, con una programmazione 24 ore su 24, un’offerta vastissima e diversificata rispetto agli anni precedenti.
Questo cambiamento è favorito anche dallo sviluppo delle nuove tecnologie : la trasmissione via satellite, che amplifica la portata del segnale televisivo grazie a ripetitori spaziali; il cavo, che garantisce una migliore qualità di ricezione; e soprattutto la nascita della Pay TV, un nuovo modello di business che prevede il pagamento di un abbonamento per accedere a contenuti esclusivi. Accanto a questa, si diffonde anche la Pay per View, che consente di pagare soltanto per il singolo evento o programma visualizzato. A dare una cornice normativa a questo sistema in rapida espansione è la Legge Mammì del 1990 , che di fatto legittima e regola l’emittenza privata, riconoscendo formalmente l’esistenza di un duopolio televisivo tra la RAI e Fininvest. La legge interviene su un sistema già consolidato: nonostante una sentenza della Corte Costituzionale vietasse alle reti private di trasmettere in scala nazionale o in diretta, Berlusconi era riuscito ad aggirare l’ostacolo grazie al sistema della syndication. Questo metodo prevedeva l’acquisto di numerose emittenti locali sparse su tutto il territorio nazionale, che trasmettevano gli stessi programmi registrati nello stesso orario, permettendo così di raggiungere di fatto tutto il pubblico italiano contemporaneamente. Quando le istituzioni tentarono di bloccare questo sistema, scoppiò la cosiddetta “guerra dei Puffi”: il pubblico, affezionato ai programmi Fininvest, protestò contro il blocco, spingendo il legislatore a regolarizzare la situazione piuttosto che ostacolarla. La Legge Mammì sancisce dunque che sia la RAI sia Fininvest possono possedere tre reti ciascuna, introduce il divieto per chi detiene tre reti di possedere anche quotidiani (per evitare il monopolio dell’informazione, riferimento diretto a Berlusconi), e stabilisce che tutte le reti nazionali debbano avere un proprio telegiornale. Inoltre, viene autorizzata la trasmissione in diretta anche per le televisioni private e fissato un tetto massimo per la pubblicità (12% per la RAI, 18% per Fininvest). Le conseguenze di questa legge sono molteplici. Innanzitutto, Fininvest può finalmente creare i propri telegiornali in diretta. Il 16 gennaio 1991 nasce Studio Aperto , diretto da Emilio Fede , che esordisce con un’edizione speciale dedicata allo scoppio della Guerra del Golfo. Per la prima volta, un telegiornale privato batte la RAI sul tempo, annunciando la notizia dieci minuti prima del TG1, grazie a una corrispondente collegata in diretta da Baghdad. Da questo momento, la televisione si afferma come il mezzo più rapido e immediato per comunicare notizie, una tendenza che si definirà definitivamente con la copertura in diretta dell’attacco alle Torri Gemelle l’11 settembre 2001. Lo studio di Studio Aperto si ispira ai modelli americani: un “disordine programmato”, ritmo veloce, luci dinamiche e un senso di costante urgenza. L’anno successivo, nel 1992, nasce anche il TG5 diretto da Enrico Mentana, caratterizzato da un linguaggio più giovane, veloce e accessibile, che inverte l’ordine tradizionale delle notizie — spesso aprendo con sport o cronaca invece che con la politica — e riesce a superare negli ascolti il TG1 di Bruno Vespa. Nello stesso anno debutta anche il TG4, sempre diretto da Emilio Fede, più apertamente schierato e di taglio politico.
dall’altro Claudio Baglioni , cantautore già affermato, noto per il suo stile nostalgico e intenso, lontano dalla televisione leggera. Questa tensione tra conduzioni opposte creava dinamiche comiche e affascinanti, mentre la struttura del programma favoriva duetti improbabili tra artisti di generazioni diverse, come Jovanotti e Baglioni, strategia che consentiva di legittimare artisti più giovani e di rivolgersi a pubblici differenti. La sigla, cantata da Baglioni accompagnato da orchestra, e i titoli di testa in sovrimpressione, contribuivano a rendere visibile il nuovo volto del cantante, più leggero e giocoso. La presenza di autori di rilievo come Pietro Galeotti, tuttora collaboratore di Fazio, garantiva una scrittura televisiva innovativa e di qualità. Parallelamente, il preserale , fascia compresa tra le 18 e le 20:30, divenne il terreno ideale per la diffusione del game show, format concepito per essere facilmente fruibile anche da chi non poteva dedicare attenzione continua alla televisione, permettendo al contempo interazione e collaborazione tra i membri della famiglia prima della cena. Qui il quiz si evolve in game show : le domande diventano accessibili, i concorrenti devono essere “al livello” del pubblico a casa, favorendo l’immedesimazione e il coinvolgimento. Programmi come Tira e molla (1996-1998), condotto da Paolo Bonolis su Canale 5, sperimentarono uno stile di conduzione nuovo, ironico e partecipativo, dove il conduttore interagiva con concorrenti e musicisti in modo ambiguo e divertente, anticipando dinamiche che caratterizzeranno successivamente programmi come Ciao Darwin. Con Passaparola (1999-2008), Gerry Scotti portò sul piccolo schermo un format derivato dal britannico The Alphabet Game , trasformandolo in un quiz sulla lingua italiana, caratterizzato dalla presenza delle Letterine, ballerine che affiancavano il conduttore e aggiungevano un elemento di spettacolarizzazione e appeal visivo. Negli anni ’90 si consolidò anche la funzione dell’ access prime time , fascia che va dalla fine del telegiornale alla prima serata, il cui scopo era traghettare il pubblico senza perdita di audience. Programmi come Striscia la notizia , in onda dal 1988 su Canale 5, iniziarono come parodia di telegiornali e successivamente ampliarono il loro raggio d’azione verso inchieste e gossip, con elementi come i tapiro d’oro, che introdussero un mix di satira e cronaca. Parallelamente, Il Fatto (1995-2002) di Enzo Biagi sulla Rai manteneva uno stile più tradizionale e serio, approfondendo fatti rilevanti con rigore giornalistico. Il decennio segnò inoltre la diffusione dei talk show, con programmi che ponevano al centro la parola e la gestione del contenzioso tra ospiti. Il Maurizio Costanzo Show (Canale 5, 1982-
Accanto ai grandi network generalisti, emerse la televisione tematica , specialmente musicale, che iniziò a parlare direttamente ai giovani. Videomusic (1984) propose in rotazione videoclip intervallati da rubriche condotte da giornalisti e deejay, anticipando l’arrivo di MTV in Italia nel 1997, che introdusse anche i live e una nuova cultura musicale. Contemporaneamente, si sviluppò la pay TV : Telepiù (1990) offriva cinema, sport e cultura su tre canali; Stream , nato da Mediaset e poi acquisito da Murdoch, tentava un’offerta parallela. Queste esperienze, seppur inizialmente limitate dal pubblico, prepararono il terreno per la nascita di Sky Italia nel 2003, unificando l’offerta satellitare e digitale. Nuove forme di televisione (anni 2000 – oggi) Allo scoccare del nuovo millennio, gli anni 2000 segnano una vera e propria rivoluzione nella comunicazione e nei media, che nasce dall’intersezione di due eventi emblematici, apparentemente molto diversi tra loro, ma entrambi fondamentali per comprendere il ruolo e il potere dei media nella società contemporanea. Il primo è un evento tragico e storico: l’11 settembre 2001. Quel giorno, due aerei si schiantano contro le Torri Gemelle di New York e, poco dopo, un terzo colpisce il Pentagono, mentre un quarto, diretto verso la Casa Bianca, si schianta in Pennsylvania. In Italia, come in tutto il mondo, i media corrono sul luogo e la televisione interrompe le trasmissioni regolari per trasmettere in diretta le scene drammatiche: il primo schianto, le esplosioni, il crollo dei grattacieli, le immagini della gente che si butta per cercare salvezza. Tutti noi, spettatori, ci sentiamo come se stessimo vivendo l’evento in prima persona. Questa esperienza collettiva dimostra in maniera inequivocabile la potenza dell’immagine televisiva: la TV non è più solo un mezzo per informare o intrattenere, ma diventa testimone diretto della realtà, capace di creare un’esperienza emotiva condivisa e di modellare la percezione di eventi storici. La televisione si conferma come autorità, specchio della realtà e mezzo che plasma la memoria collettiva. Il secondo evento, apparentemente più leggero ma altrettanto rivoluzionario, è l’arrivo del “ Grande Fratello ” in Italia, un format che inaugura un nuovo tipo di televisione e anticipa dinamiche che oggi conosciamo soprattutto attraverso i social network. Ideato da Daria Bignardi e poi condotto da Barbara d’Urso e Alessia Marcuzzi, il programma consiste in dieci persone comuni chiuse in una casa a Cinecittà per 100 giorni, senza contatti con l’esterno, osservate costantemente da telecamere e giudicate dal pubblico attraverso il televoto. Il successo di questo format introduce nel linguaggio quotidiano parole come “format”, “televoto”, “confessionale” e “nomination”. Il Grande Fratello trasforma la televisione in un’esperienza partecipativa, in cui lo spettatore diventa contemporaneamente giudice, autore e osservatore, provando la vertigine narcisistica di poter giudicare la vita altrui senza essere esposto, anticipando dinamiche che si svilupperanno pienamente solo con l’avvento dei social media (Facebook nasce nel 2004 e esplode nel 2008).
sottoscrivere un abbonamento, puntando su contenuti percepiti come “pregiati” e distintivi rispetto alla TV generalista. La strategia di Sky si articola su due linee principali: il calcio e il cinema/serialità. L’acquisizione dei diritti del calcio, un contenuto precedentemente accessibile a tutti, si rivolge a un pubblico maschile appassionato, per il quale il costo dell’abbonamento diventa un investimento accettabile, vista l’importanza culturale dello sport in Italia. Contemporaneamente, Sky punta sui film e sul cinema, introducendo poi anche le serie TV. In quegli anni, la nascita dei reality show nella TV generalista rende la serialità televisiva un contenuto di qualità e desiderabile, come dimostrano successi come Desperate Housewives, rivolto soprattutto a un pubblico femminile, con una forte componente estetica e aspirazionale. La serialità degli anni 2000 si avvicina molto alla produzione cinematografica, spesso con registi e attori provenienti dal cinema, e con un’enfasi sul production value piuttosto che solo sulla narrazione, trasformando i contenuti in strumenti di marketing e comunicazione. Parallelamente, si verifica una rivoluzione tecnologica cruciale: lo switch-off , ovvero il passaggio dall’analogico al digitale terrestre. La legge Gasparri del 2004 aveva previsto il completamento dello spegnimento delle frequenze analogiche entro il 2006, ma in realtà questo processo si è concluso nel 2012, con un lungo periodo di affiancamento tra analogico e digitale. Il passaggio al digitale porta vantaggi significativi, permettendo di trasmettere più canali sulla stessa frequenza grazie alla compressione dei dati, creando così un’ampia offerta e molte opportunità, simile a quanto avviene nello sviluppo del web, in cui tutte le aziende, anche le più piccole, cercano uno spazio di visibilità. Questo fenomeno porta alla nascita di nuovi canali a pagamento, come Mediaset Premium, e di televisioni basate sul modello pay- per-view, così come di canali tematici, ad esempio Rai Yoyo, Boing, Rai Gulp, Rai 5 per il pubblico femminile, o per Sky, Cielo, Disney Channel, Sky Crime, tutti progettati per offrire contenuti specifici e attrarre segmenti mirati di pubblico. Il digitale influenza anche il palinsesto e la misurazione degli ascolti. La pianificazione dei contenuti si evolve con l’introduzione del clock, strumento per gestire in modo preciso la rotazione dei programmi, mentre Auditel inizia a considerare gli ascolti in differita, riflettendo le nuove abitudini di consumo televisivo. Date chiave di questo periodo sono il 2012, anno dello switch-off, e il 2013, decennale di Sky, momento in cui l’azienda diventa un competitor consolidato sul mercato italiano. L’offerta di Sky, pur partendo dal calcio, si sviluppa ulteriormente verso la produzione e l’acquisizione di serialità di qualità. Se negli Stati Uniti HBO aveva già intrapreso questa strada negli anni ’90 con titoli rivoluzionari come I Soprano, Sex and the City e The Wire, proponendo contenuti vicino al cinema e con una forte identità, Sky cerca di replicare il modello in Italia, puntando su importazioni di successo e produzioni originali. La serialità italiana, con produzioni come Quo Vadis Baby di Gabriele Salvatores, inizia a guadagnare prestigio culturale, grazie all’attenzione ai registi e al casting cinematografico, anche se spesso il focus
resta sul valore produttivo più che sulla complessità narrativa. Campagne pubblicitarie di successo come quella di Desperate Housewives, con immagini provocatorie e simboliche (ad esempio la mela rossa), creano un forte richiamo estetico e aspirazionale, definendo un modello femminile desiderabile e di status. Nel tempo, Sky continuerà su questa linea con produzioni come I delitti del Barlume, Romanzo Criminale e Gomorra, distinguendosi sia per il calcio sia per contenuti televisivi di alto livello e diversificati, anche se il cinema non ha avuto lo stesso impatto. La generalista , privata dei contenuti sportivi più rilevanti o con diritti ridimensionati, risponde concentrandosi sull’intrattenimento di grande richiamo e sui talk show politici, che emergono come strumenti di basso costo ma alta efficacia in termini di ascolti e presa sul pubblico quotidiano. Inoltre, la TV generalista sviluppa i reality show, che diventano un fenomeno distintivo soprattutto in Italia, puntando sulla centralità dei VIP e sulla spettacolarizzazione del quotidiano, con un forte richiamo al pettegolezzo e alle dinamiche sociali. Formati come L’Isola dei Famosi, adattamento di Survivor, mostrano personaggi famosi alle prese con sfide estreme, generando curiosità e intrattenimento: il pubblico è attratto dall’osservare VIP normalmente privilegiati messi a nudo e messi in difficoltà, con intrecci amorosi e sociali che accrescono l’interesse. La produzione di tali format è impegnativa, spesso ambientata in luoghi esotici, ma funziona perché il format originale è breve, chiaro e replicabile, con regole precise, come nel caso di Chi Vuole Essere Milionario?, oppure più flessibile, come alcuni reality e varietà. Incontro con Simone Maino Auditel e gli ascolti televisivi Gli ascolti televisivi costituiscono una stima quantitativa della fruizione dei programmi da parte del pubblico e rappresentano la vera moneta di scambio dell’industria televisiva, essendo alla base della definizione dei listini pubblicitari e quindi degli introiti economici. L’azienda televisiva si struttura attorno a due anime fondamentali: l’editore e la concessionaria pubblicitaria, entrambe strettamente interdipendenti. L’editore ha il compito di definire la linea editoriale della rete, creare il palinsesto, decidere quali programmi produrre o acquistare e dove trasmetterli. Si interfaccia con le case di produzione, che detengono i diritti di specifici format, e con istituti di ricerca per analizzare l’andamento dei programmi sia in termini quantitativi sia qualitativi. Tra gli esempi di editori principali vi sono Rai, Mediaset, Warner Bros Discovery, Cairo, Sky. L’azienda editoriale si articola in diversi dipartimenti: programmazione (programming), che fornisce il materiale alla concessionaria e gestisce eventuali cambiamenti a livello editoriale, incluso il fabbisogno pubblicitario; emissione, che assicura la trasmissione dei contenuti secondo il palinsesto; marketing, che cura la comunicazione e la promozione dei programmi; ufficio stampa, che racconta e pubblicizza le iniziative e i programmi dell’azienda.