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L'evoluzione del pensiero criminologico: da Quetelet a Lombroso - Prof. Montaldo, Appunti di Storia

appunti completi storia del risorgimento mod 2

Tipologia: Appunti

2019/2020

Caricato il 20/08/2020

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gabriella-palma 🇮🇹

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STORIA DEL RISORGIMENTO
MOD. 2
Lezione 1
In questo secondo modulo ci occuperemo delle origini della
criminologia e delle modalità con cui tra ‘700 e ‘800 il carcere
divenne l’architrave dei sistemi penali. Si creò infatti un luogo e
uno spazio temporale per l’osservazione dei criminali.
Questo in Europa fino ad allora non si era avuto perché le pene,
durante l’Antico Regime si fondavano su punizioni che erano
divise in afflittive, che comportavano un dolore fisico o la morte
e pene infamanti. Tra il 500 e 600, nella fase di consolidamento
degli stati assoluti, in tutta l’Europa vi fu una dura repressione con
frequente ricorso alla pena di morte, alla tortura e alla violenza
sul corpo del condannato.
In Inghilterra intorno al 1600 circa 25 o 30 persone venivano giustiziate ogni 100.000
abitanti ogni anno. In seguito a partire dai primi decenni del ‘600 le esecuzioni capitali
incominciarono a diminuire. Al tempo stesso però le leggi continuavano ad essere
molto severe. La pena di morte era prevista in molti casi ma applicata meno. Il
condannato veniva spesso graziato e la sua pena veniva tramutata in altri tipi di
condanna. È proprio nel corso del ‘700 che sappiamo che le leggi inglesi diventarono più
severe. Triplicarono infatti i reati puniti con la pena di morte, soprattutto per i reati
contro i beni. A fine ‘600 era prevista la pena di morte per circa 50 tipologie di reato; nel
1815 la pena di morte era prevista per 288 tipologie di reato. Era possibile perdere la
vita anche per un semplice furto. Questo tipo di legislazione è il cosiddetto Bloody
Code, cioè codice sanguinario. Esso è rappresentato da un aumento enorme della
possibilità di essere condannati a morte per reati contro la proprietà. Si pensa che
questa legislazione fosse voluta soprattutto dalla classe possidente per difendersi
dall’aumento della criminalità contro i beni che accompagna in Inghilterra la rivoluzione
agraria e poi industriale. Sappiamo che il Bloody Code fu applicato soprattutto nella
capitale, Londra, dove tra il 1750 e il 1775 590 persone accusate di furto furono
impiccate.
La pena di morte poteva essere preceduta ed accompagnata dalla tortura, come
vediamo nelle immagini del codice del 1541. La tortura poteva essere di tipo
inquisitoriale, cioè durante il processo per far confessare il sospettato e poi
preventiva, cioè prima della condanna a morte per far confessare i nomi dei complici.
La condanna a morte non era l’unico tipo di pena ovviamente. Sempre da questo codice
francese del 1541 notiamo le pene infamanti come le esposizioni alla gogna,
l’arruolamento in certi corpi militari oppure la condanna alle galere cioè al remo,
l’espulsione dalla città oppure la detenzione per certe categorie di persone come
condannati per debiti, donne oppure giovani. In generale in queste immagini del codice
del 1541 si possono osservare bene le caratteristiche delle prigioni d’Antico Regime.
Erano piccole fortezze proprio perché la galera non era una delle principali forme di
punizione. Il carcere aveva principalmente scopo giudiziario, serviva a tenere a
disposizione dei giudici e la persona sospettata durante il processo. Ne seguiva poi la
condanna o la liberazione. Nel caso della condanna si subivano condanne come quelle
infamanti che abbiamo visto prima. Il carcere non era dunque una forma di punizione
particolarmente diffusa.
Nella mappa si nota la frequenza delle condanne a morte tra il 1750 e il 1775. Si vede
che man mano che ci sia allontana dalla capitale alle contee più esterne, la pena di
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STORIA DEL RISORGIMENTO

MOD. 2

Lezione 1 In questo secondo modulo ci occuperemo delle origini della criminologia e delle modalità con cui tra ‘700 e ‘800 il carcere divenne l’architrave dei sistemi penali. Si creò infatti un luogo e uno spazio temporale per l’osservazione dei criminali. Questo in Europa fino ad allora non si era avuto perché le pene, durante l’Antico Regime si fondavano su punizioni che erano divise in afflittive , che comportavano un dolore fisico o la morte e pene infamanti. Tra il 500 e 600, nella fase di consolidamento degli stati assoluti, in tutta l’Europa vi fu una dura repressione con frequente ricorso alla pena di morte, alla tortura e alla violenza sul corpo del condannato. In Inghilterra intorno al 1600 circa 25 o 30 persone venivano giustiziate ogni 100. abitanti ogni anno. In seguito a partire dai primi decenni del ‘600 le esecuzioni capitali incominciarono a diminuire. Al tempo stesso però le leggi continuavano ad essere molto severe. La pena di morte era prevista in molti casi ma applicata meno. Il condannato veniva spesso graziato e la sua pena veniva tramutata in altri tipi di condanna. È proprio nel corso del ‘700 che sappiamo che le leggi inglesi diventarono più severe. Triplicarono infatti i reati puniti con la pena di morte, soprattutto per i reati contro i beni. A fine ‘600 era prevista la pena di morte per circa 50 tipologie di reato; nel 1815 la pena di morte era prevista per 288 tipologie di reato. Era possibile perdere la vita anche per un semplice furto. Questo tipo di legislazione è il cosiddetto Bloody Code , cioè codice sanguinario. Esso è rappresentato da un aumento enorme della possibilità di essere condannati a morte per reati contro la proprietà. Si pensa che questa legislazione fosse voluta soprattutto dalla classe possidente per difendersi dall’aumento della criminalità contro i beni che accompagna in Inghilterra la rivoluzione agraria e poi industriale. Sappiamo che il Bloody Code fu applicato soprattutto nella capitale, Londra, dove tra il 1750 e il 1775 590 persone accusate di furto furono impiccate. La pena di morte poteva essere preceduta ed accompagnata dalla tortura, come vediamo nelle immagini del codice del 1541. La tortura poteva essere di tipo inquisitoriale , cioè durante il processo per far confessare il sospettato e poi preventiva , cioè prima della condanna a morte per far confessare i nomi dei complici. La condanna a morte non era l’unico tipo di pena ovviamente. Sempre da questo codice francese del 1541 notiamo le pene infamanti come le esposizioni alla gogna, l’arruolamento in certi corpi militari oppure la condanna alle galere cioè al remo, l’espulsione dalla città oppure la detenzione per certe categorie di persone come condannati per debiti, donne oppure giovani. In generale in queste immagini del codice del 1541 si possono osservare bene le caratteristiche delle prigioni d’Antico Regime. Erano piccole fortezze proprio perché la galera non era una delle principali forme di punizione. Il carcere aveva principalmente scopo giudiziario, serviva a tenere a disposizione dei giudici e la persona sospettata durante il processo. Ne seguiva poi la condanna o la liberazione. Nel caso della condanna si subivano condanne come quelle infamanti che abbiamo visto prima. Il carcere non era dunque una forma di punizione particolarmente diffusa. Nella mappa si nota la frequenza delle condanne a morte tra il 1750 e il 1775. Si vede che man mano che ci sia allontana dalla capitale alle contee più esterne, la pena di

morte era meno praticata contro i reati di proprietà. Addirittura in Galles e in Scozia la pena capitale contro la proprietà non veniva quasi mai applicata già attorno al 1750-

  1. Invece le condanne a morte contro i crimini di sangue erano molto più uniformi: non c’erano molte differenze tra Londra e le periferie. Il che fa pensare che già nell’Antico Regime ci fosse una sorta di freno nei confronti della pena di morte, cioè che la pena di morte contro i beni fosse applicata solo a Londra e poco nelle altre contee. Si pensa dunque che ci fossero già delle forme di resistenza che potevano consistere nel fatto che nelle piccole località dove tutti si conoscevano la pensa di morte per furto semplice fosse giudicata troppo severa oppure c’era anche il problema di trovare il boia. Nella legislazione inglese si arriverà ad un punto di svolta nel 1823 con il Judgment of Death Act quando viene riconosciuta ai giudici la possibilità di commutare le pena capitali in pene meno severe tranne nei casi di omicidio e di tradimento nei confronti dello Stato. Dunque la severità del Bloody Code viene finalmente posta ad un termine. Nel 1832 con il Punishment of Death Act si ha inoltre una riduzione dei due terzi del numero dei crimini capitali. La pena di morte viene così ridotta sia dal punto di vista della sua effettiva esecuzione che nella sua presenza nei codici penali. È vero però che la pena di morte in Inghilterra già nel ‘700 inizia ad essere sostituita dalla deportazione , proprio perché l’Inghilterra ha un vasto impero coloniale. La deportazione con i lavori forzati inizia ad essere praticata in maniera massiccia a partire dal 1718 con il Transportation Act. Si calcola che dall’Inghilterra siano stati deportati tra il 1718 e il 1776 verso l’America 50.000 persone circa. Dopo l’indipendenza americana le deportazioni si dirigono verso l’Australia tra il 1788 e il 1868 con circa 162.000 persone di cui circa il 20% erano donne. Il criminale veniva dunque espulso, allontanato dalla comunità. La situazione negli altri paesi non era diversa, a parte la questione della deportazione tipica inglese. Un foglio volante in italiano racconta la punizione di uno dei criminali più celebri del ‘700 Robert-François Damiens che nel 1757 aveva attentato alla vita di Luigi XVI. In questo foglio volante è possibile osservare il momento in cui Damiens attenta alla vita del Re, l’arresto, l’interrogatorio, la detenzione, la tortura inquisitoria della “strappata”, la condanna, la tortura sul patibolo e infine la morte. Damiens viene squartato attraverso il tiro di 4 cavalli e poi le sue membra vengono esposte alle porte della città. Siamo nel 1757: è vero che la pena di morte era meno frequente ma nei casi di lesa maestà era ancora applicabile. Questi tipi di esecuzioni attiravano folle enormi: lo vediamo da una stampa di William Hogarth , un famoso disegnatore inglese che rappresenta la folla a Tyburn , un sobborgo di Londra dove venivano eseguite le condanne capitali. Questa struttura che vediamo nell’immagine con tre pilastri era la forca. Notiamo poi la carretta che trasporta il condannato con la cassa da morto già pronto. Nel disegno Hogarth rappresenta tutti gli usi del tempo: le zuffe, la venditrice di Gin, un personaggio che deride il sacerdote che sta parlando al condannato e sta cercando di convincerlo a pentirsi. Lo stesso personaggio che deride il sacerdote sta per lanciargli un cane addosso. Lo stesso scenario lo ritroviamo in un quadro successivo, in cui possiamo osservare la popolazione tutt’altro che atterrita, anzi in modo sguaiato segue l’esecuzione. Questo fatto diventerà durante i Lumi un elemento centrale della critica nei confronti dell’Antico Regime: lo vediamo nell’ Affaire Calas , un protestante di Tolosa, un commerciante agiato il cui figlio si suicidò. La famiglia camuffò il suicidio in un omicidio da parte di ignoti poiché si voleva evitare che il cadavere del figlio subisse quel trattamento infamante che la legislazione prevedeva per i suicidi. La polizia di Tolosa e i

delle sue visite in tutte le prigioni dell’Inghilterra, del Galles e di altri stati europei. Egli denuncia le promiscuità, le sofferenze ingiuste, le pericolosità sanitarie delle prigioni di antico regime. Seguirà nel 1789 in Inghilterra il Prison Act cioè l’inizio di una riforma delle strutture delle prigioni che vennero rese più salubri, con la separazione tra i sessi. L’effetto più immediato di questa trasformazione sarà la costruzione a Philadelphia nel 1790 del carcere di Walnut Street. Qui una società di filantropi, i quaccheri, riesce ad ottenere che le pene dei condannati vengano trasformate in forme di isolamento in maniera da innescare un processo di rieducazione, un altro dei concetti espressi da Beccaria. Nel giro di pochi anni si passerà dal piccolo carcere di Walnut Street, alle prigioni enormi, come Pentonville a Londra costruita nel 1842 , in cui possono essere custoditi in isolamento fino a 1300 detenuti. Il carcere diventa non soltanto la pena più comune, ma anche una struttura del tutto nuova. Jeremy Bentham nel 1791 pubblica il Panottico , il suo modello di carcere ideale che lui avrebbe voluto costruire e di cui avrebbe voluto diventare direttore. Egli applicava il principio della continua visibilità: era un edificio a base circolare, al centro del quale era posta la torre di osservazione che aveva visibilità su tutte le celle. Egli nel 1811 dedicò un altro testo a questa questione, La teoria delle pene e delle ricompense. Egli sostiene che la detenzione debba essere la pena più diffusa perché assomma a sé tutta una serie di vantaggi:

  • È divisibile , cioè è suscettibile di maggiore o minore intensità o durata. La pena di morte invece non è graduabile in nessuna maniera.
  • Deve essere continua cioè prevedere sempre lo stesso tipo di trattamento.
  • Deve essere economica. Questo è il principio di Beccaria cioè non avere che il grado di severità necessarip per raggiungere il suo scopo.
  • Deve essere revocabile. La pena di morte è irreversibile.
  • Deve impedire al reo di nuocere di nuovo.
  • Deve tendere alla rieducazione morale
  • Deve essere trasformata in profitto per la parte lesa attraverso i lavori forzati. Durante la Rivoluzione francese , nel 1791 l’Assemblea nazionale promulga il primo codice penale francese. Questo sistema penale prevede ancora la pena di morte, la deportazione, la perdita dei diritti civili, l’esposizione in ceppi ma fa della privazione della libertà il cardine della penalità moderna. Questa privazione della libertà viene applicata secondo diverse modalità:  I lavori forzati nelle prigioni o negli arsenali.  La reclusione in cui il detenuto può conservare una parte del guadagno derivato dai lavori forzati.  L’isolamento assoluto, soprattutto per i prigionieri politici.  Detenzione in una fortezza militare  Detenzione correzionale per i minori di 21 anni. lezione 2 LA NASCITA DELLA CRIMINOLOGIA PARTE II Abbiamo già visto la centralità che le esecuzioni capitali hanno nella ritualità delle monarchie assolute. L’apparato giudiziario è stato uno degli strumenti più importanti nella costituzione degli stati moderni. È attraverso la costruzione di un apparato giudiziario che le monarchie assolute riescono a disgregare i residui poteri feudali locali. Con le leggi del re è possibile appellarsi contro i feudatari, creare un rapporto privilegiato tra le corporazioni, formare l’apparato dello stato e così via. L’esercizio della giustizia sovrana è uno dei

puntelli delle monarchie assolute contro la proliferazione dei poteri locali che era caratteristica dell’età medievale. I rituali della giustizia, soprattutto l’esecuzione capitale, diventavano una manifestazione del potere del sovrano che il reo aveva tradito. Il colpevole ha violato non solo un patto sociale (come dirà poi Beccaria) ma ha anche tradito il sovrano e ha messo in discussione il suo potere. L’esecuzione capitale ha una cerimonialità precisa: lo vediamo nel dipinto che ritrae un letto di giustizia (prima slide), una riunione del Parlamento di Parigi di Carlo VII, è il supremo tribunale (non va inteso ancora in modo moderno come espressione potere legislativo e di rappresentanza degli elettori) e a destra si vede il Palazzo di giustizie a Ruen che rappresenta bene la dimensione simbolica che la giustizia del sovrano esercita nei confronti dei sudditi. C’è anche un aspetto religioso: in Francia molte sentenze prevedevano oltre alla condanna e all’esecuzione del reo anche un atto di penitenza formale, attraverso il quale il reo prima di essere giustiziato doveva recarsi o sul luogo dei suoi misfatti o su un luogo centrale della città con una torcia in mano per chiedere perdono, e ciò veniva anche ripetuto davanti al sagrato di una chiesa. Questo ci ricorda la natura sacrificale delle esecuzioni capitali, un rito che coinvolgeva l’intera comunità. Nell’europa cattolica vi erano confraternite solitamente intitolate San Giovanni Decollato (?) specializzate nell’assistenza dei condannati, ma anche nell’europa protestante l’esecuzione capitale aveva un significato religioso: lo testimonia una lettera che si scambiano i fratelli Verri, ispiratori del lavoro di Beccaria, importanti illuministi milanesi, in cui era descritta un’esecuzione capitale collettiva in Inghilterra in cui uno dei due era stato testimone oculare. Dopo che il boia aveva stretto il cappio intorno al collo del giustiziando questi aveva cantato insieme al pubblico per un’ora i salmi sacri e poi era stato giustiziato. Un altro esempio è il rito in cui il boia chiede perdono al giustiziando e viceversa, un finto perdono comune che però non impedisce l’esecuzione della giustizia più violenta. In questa concezione tradizionale di antico regime della giustizia che ha un significato religioso il corpo del reo veniva distrutto in nome della salvezza ultraterrena della sua anima, ottenuta attraverso il pentimento che era anche una testimonianza di fede per la sua comunità. Le sofferenze sue avrebbero ristabilito la comunità. Concezione in cui il male veniva dal peccato originale, comune a tutti gli esseri umani. Il crimine ha un’origine ultraterrena, è oggetto delle speculazioni della teologia morale, crimine che poi si è sviluppato attraverso le tentazioni demoniache alle quali per debolezza l’umanità non era in grado di resistere. Un esempio del passaggio di fine ‘700 da una mentalità tradizionale in cui la pena di morte è inserita in un sistema religioso e la nuova mentalità dell’abate salernitano Antonio Genovesi (una delle figure più importanti dell’Illuminimo dell’Italia meridionale) esprime la sua visione di una teologia morale riformata in cui il confronto è con i problemi concreti dell’umanità è nel trattato ‘’ le lettere accademiche sulla questione se siano più felici gli ignoranti o gli scienziati ’’ il tema della felicità di cui si discute e di cui tratta anche Beccaria, una di queste lettere è dedicata al problema della criminalità. Scritta nel 1764, prima che Genovesi abbia letto Beccaria, ne siamo sicuri perché c’è una sua lettera nell’anno successivo in cui dice che ha appena letto Beccaria. Gli elementi in comune con Beccaria: idea che il crimine abbia un’origine legata a elementi esterni come povertà, miseria, ignoranza… La criminalità ha quindi delle cause sociali. La risposta dell’illuminista è: istruzione, riforma della società, aiuto che il governo deve portare ai più poveri, altro non è che il programma dei lumi, di Montesque, di Voltaire ecc.

passaggio breve e inevitabile a cui il reo può sottoporsi in cambio di lunghi anni di impunità. Sulla disuguaglianza sociale come causa dei debiti c’è un altro passo ben noto. (slide) Nelle legislazioni del tempo un semplice furto poteva portare al patibolo. Chi viene scoperto rubare veniva privato dei propri beni. Ma di solito chi ruba è poverissimo, il furto è il delitto della miseria e della disperazione. Mette in discussione il diritto di proprietà. Poi c’è di nuovo l’invito nella conclusione del trattato a diffondere l’istruzione e a cambiare la società. Questo trattato ha grande diffusione nonostante la condanna all’Indice della Chiesa. Gli illuministi tra cui Voltaire lo commentano e lo diffondono, Beccaria diventa una celebrità. Voltaire nel 1766 scrive un commento in cui fa sua questa nuova sensibilità nei confronti dei rei, la compassione per le vittime della giustizia barbara, come la giovinetta traviata da un amante. Lei rimane incinta, lui scappa, lei partorisce, abbandona il figlio, viene scoperta e giustiziata. Voltaire dice che la colpa è del seduttore. Oppure il povero morto di fame che viene giustiziato perché in un giorno di magro imposto dalla Chiesa trova una carcassa di animale ma viene scoperto mangiare carne e condannato a morte. Idea che leggi ingiuste producono i debiti. È chiaro però che questo processo di ripensamento rapido intorno alla criminalità e alla giustizia ha forti opposizioni, tra cui di Pierre Francois Muyart de Vouglans , che scrive una Refutation des principe hasardès dans le traitè des Dèlits et Peines nel 1767, interessante perché ci dà la misura della concezione tradizionale dominante della giustizia e della criminalità. Lui ritiene di essere fatto di una fibra diversa da Beccaria e da quei ‘’criminalisti (chi si occupa di crimini) moderni’’ (cioè gli illuministi) che ‘’provano dei dolci fremiti’’ quando pensano ai criminali, ‘’quella sventurata parte del genere umano che ne è il flagello, che la disonora e qualche volta ne è anche la distruttrice‘’, quindi non c‘è nessuna compassione. Respinge il quadro odioso ai suoi occhi che Beccaria aveva fatto della giurisprudenza e dei magistrati, ribadisce l’utilità della pena di morte e della tortura, rifiuta l’uguaglianza di fronte alla legge. Aspetto fondamentale per capire la differenza che si crea con la rivoluzione: nella società dell’antico regime, divisa per ordini distinti da leggi private, non c’è spazio per l’individualità del reo. Agli occhi dei giudici prevale la condizione (servo, schiavo, borghese, religioso, nobile) del reo e della vittima, cioè la parte lesa. È la condizione che determina il tipo di condanna, non c’è lo un’indagine sull’individualità perché andrebbe contro la società degli ordini. Pertanto non c’è spazio per un’indagine sui criminali né sulle cause dei crimini. Lui parla di tentazioni e passioni a cui gli uomini non riescono a sottrarsi ma sono solo brevi accenni. Ci sono classificazioni sul tipo di crimine, sulle condizioni in cui viene perpetrato e sul tipo di punizione. Quanto questa concezione sia incardinata in una società di tipo religioso è data dal fatto che in un’edizine successiva pubblica una lettera di Papa Pio VII che lo benedice per aver combattuto quegli scrittori che ‘’in questi tempi perversi non si impegnano che per cacciare dal cuore degli uomini ogni timore di Dio’’. Riformare la legge del re vorrebbe dire indebolire la fede in Dio. Il dibattito che nasce intorno al trattato di Beccaria è enorme perché i tempi sono maturi, lo vediamo nell’opera di William Blackstone , un importante magistrato inglese, i cui commentari sulle leggi d’Inghilterra degli anni ’70 sono le basi della legislazione inglese. Lui inserisce un piccolo passaggio nel 4 volume in cui dice che ‘’la legislazione criminale deve fondarsi su principi dettati sempre dalla verità, dalla giustizia, dalla pietà e sempre conformi ai diritti imprescrittibili del genere umano.

Quindi anche i condannati hanno dei diritti’’. Svolta nella concezione dei rapporti tra giustizia e criminali. Il dibattito in Inghilterra è molto intenso proprio perché le leggi sono molto severe. Di fatto si fronteggiano due visioni della società e dei rapporti sociali: i primi sono i sostenitori del bloody code, che sono contro ogni riforma, sono tories per i quali il patibolo doveva continuare a esistere per far rispettare alle masse le leggi e le gerarchie e ispirare in loro un salutare terrore. Secondo i sostenitori della conservazione delle leggi tradizionali la società inglese era progredita grazie a leggi severe che nella loro applicazione potevano essere attenuate, infatti abbiamo visto che il dosaggio della pena di morte cambia a seconda delle zone, ma non dovevano essere rimosse, pena la perdita del vigore morale del popolo inglese che stava dominando su tutte le altre nazioni. I secondi sono i riformatori come Wilbeforce, Buxton, Montague, Romilly, secondo i quali lo scopo del sistema penale era quello di rafforzare i sentimenti di fraternità, una visione completamente diversa. Le pene dovevano avvicinare la gente e diventare il cemento di rapporti umani nuovi in vista di una nuova società meno violenta e meno segnata dalla sofferenza, più sicura. In molti di loro, come in Wilbeforce, questa lotta per la riforma del codice penale e per l’abolizione del bloody code si univa alla lotta contro la tratta degli schiavi abolita nel 1807 e contro la schiavitù nelle colonie, abolita nel 1833. Per loro la prigione è lo strumento per rieducare il reo, per fargli perdere l’ostilità contro la società umana, è importante per loro l’opera di Elisabeth Fry, la quacchera che nella sezione femminile del carcere di New Gate dimostra che, con le cure e la gentilezza, è possibile riottenere il pentimento e la rieducazione del reo. Altro personaggio in cui ideali illuministi, nuova concezione del ruolo della pena e lotta contro la schiavitù si intrecciano è Benjamin Rush , uno dei padri fondatori degli Stati Uniti, uno dei firmatari della dichiarazione dell’indipendenza, medico, uno dei primi psichiatri che si interessa a questi temi intorno al trattato di Beccaria, lo fa con un saggio che presenta all’associazione per le indagini sulle questioni sul miglioramento della repubblica che nasce negli usa all’indomani dell’indipendenza per rivedere le leggi della tirannia. Lui si occupa degli effetti delle punizioni esemplari e pubbliche, dicendo che sono controproducenti perché distruggono nel reo il senso della vergogna e fomentano il desiderio di vendetta verso la società. Davanti a ciò il pubblico spegne la sensibilità e la compassione verso gli altri, l’empatia che è la sentinella della moralità e il motore delle buone azioni. Non bisogna dimenticare che secondo Rush ‘’gli uomini, o forse le donne, che detestiamo, cioè i criminali, hanno corpi e anime composti dagli stessi materiali dei nostri amici e parenti’’. Non sono figli del demonio ma sono esseri umani. Archetipo del criminologo moderno. L’anno prima aveva pubblicato un’indagine sull’influenza delle cause fisiche sulle facoltà morali. Troviamo un’ennesima conferma innanzitutto del cambiamento intorno al peccato e al delitto di questi anni, la secolarizzazione della società, separazione tra peccato e delitto: bisogna distinguere tra facoltà morali che fanno parte della mente e sono indagabili attraverso azioni virtuose o malvagie e la coscienza che rimane invisibile e celata alla nostra indagine E poi le domande che pone che diventeranno classiche tra criminologi dell’800: esiste un rapporto tra una certa forma del cervello, tratti del volto, intelligenza e facoltà morali? Tra cervello e comportamento? Le facoltà intellettuali e morali hanno un carattere ereditario?

La psichiatria moderna nasce formalmente con Philip Pinel (1745-1826). Anch’egli è stato ispirato dall’ illuminismo giuridico, per lui il folle non è né un peccatore che si è lasciato andare alle passioni né un pazzo, ma un persona malata che può guarire attraverso una rieducazione, la quale gli farà sviluppare degli atti razionali che sono ancora nella sua mente. Lui fa togliere le catene ai malati del grande ospedale di Salpetrière. Sono anche gli anni della teoria di Franz Joseph Gall, il quale instituisce la frenologia ossia la scienza della mente: egli guarda alla materia (era stato accusato di materialismo), al cervello in chiave organicista, accosta criminalità e follia, sottolineando il carattere di nascita materiale dei difetti morali. Gall fonda la rappresentazione frenologica della mente, secondo cui il cervello aveva tante divisioni, quante erano le capacità psicologiche. Tramite la cranioscopia (palpazione del cranio), si può individuare la personalità delle persone. Dunque attraverso analisi dirette e autopsie su cadaveri lo studioso mette in evidenza l’esistenza di 27 “ forze primitive ” che si trovavano in diverse postazioni frenologiche. Ciascun individuo poteva aver sviluppato di più una forza rispetto a un'altra e questo determinava la sua personalità. L’uomo in quanto essere vivente condivideva con gli altri esseri viventi determinate forze, altre erano solo sue ed erano chiamate “superiori”. Esse sono:  Istinto di difesa,  istinto carnivoro,  Cupidigia (da questa derivano la tendenza alla violenza, all’omicidio e al furto. Queste tendenze erano comprese tra le 27 da lui individuate e in particolare le tre derivate dalla cupidigia spiegano la criminalità. Era possibile riconoscere nel giovane il criminale che sarebbe potuto diventare. Nell’esame del cranio si potevano osservare delle depressioni: se la benevolenza e l’amore per il prossimo erano “schiacciate” tra le postazioni in cui si trovavano cupidigia o l’istinto carnivoro, questi individui avevano TENDENZE cattive, negative. La parola tendenza è molto importante, non la troviamo in Beccaria. Un’ analisi precoce avrebbe potuto evitare che l’individuo diventasse un vero e proprio reo nel futuro. Le pratiche medico-legali avevano un peso molto forte in quel periodo: attraverso l’autopsia si passa a considerare anche l’analisi del comportamento del reo. Ecco che si vede sempre più il legame tra criminologia e malattia mentale. Francois Emmanuel Fodéré, critico nel confronti di Gall , anche lui parla di pulsione depravate che si ereditano direttamente dai genitori, le quali si sviluppano attraverso la mimesi e si diffondono grazie al progresso e quindi lo sviluppo della società. Anche Pinel aveva parlato di istinto sanguinario che poteva nascere anche tra i più buoni. Due suoi allievi Georget e Esquirol porteranno a logiche conseguenze l’ incrocio tra la nascente psichiatria e l ‘articolo 64 di Napoleone. Georget, che è più vicino a Gall, perché più materialista, offriva la possibilità di pensare alla mente come portatrice di monomanie ossia manie che, pur lasciando intatte le facoltà intellettuali, potevano essere caratterizzate da tendenze al furto , all’omicidio, al suicidio. Egli aveva notato che l’articolo 64 era stato redatto con l’idea di un’Antropologia spiritualista, ossia si divideva/categorizzava troppo tra delinquente mosso dal libero arbitrio e folle irresponsabile completamente demente. La scienza aveva dimostrato che anche i più sani possono avere aberrazioni. Egli mette in discussione il concetto di libertà morale, polemizzando su diversi casi giuridici come il caso “Papavoine” persona insospettabile, che aveva ucciso due bambini sotto gli occhi della madre, senza che li conoscesse. Oppure un altro caso di infanticidio commesso da Ariette Dornier che ha ucciso una bambina con cui non aveva niente a che fare.

Ecco che si mettono in luce i difetti della giurisprudenza. Benjamin Rush nel 1812 scrive a “Medical inquiries and observations upon the diseases of the mind” un’opera che tratta di uno squilibro delle facoltà morali per una disorganizzazione (mal disposizione) delle capacità della mente (siamo vicini a Gall). Rush dice di aver incontrato tre persone che non avevano problemi intellettuali, ma esse non capivano quello che si poteva fare e quello che non si poteva fare. (giusto, sbagliato). Egli si interroga sul ruolo della legge e sul fatto che bisognerebbe avere compassione di queste persone, dunque trattarle in modo consono e non dare pene senza aver valutato la loro condizione mentale. In Inghilterra, lo psichiatra Richard nel suo trattato sulla follia e su altre malattie che colpiscono la mente ; egli parla di una malattia morale che portava a impulsi e tendenze cattive: Il medico francese Adolphe Tollush (?) divide i detenuti in tre categorie:  coloro che avevano violato la legge, perché erano indotti dalla miseria, dai cattivi consigli (reo creato dalla società);  quanti avevano un carattere passionale, quindi propensi a violenza;  oppure a criminali già dalla nascita. Tutto ciò porterà a una svolta quando nel 1838 , nel regno di Luigi Filippo d’Orleans si emana la legge sugli alienati, la prima legge che prevede un trattamento delle malattie mentali e crea i manicomi su tutto il territorio francese. Si istituisce per legge il trattamento obbligatorio per gli alienati come coloro che si trovavano in uno stato di alienazione mentale , i quali rischiano di compromettere l’ordine pubblico e la salute delle persone. A decidere per l’internamento erano i prefetti di polizia oppure anche i sindaci dei comuni .La pubblicazione della legge si deve a Charles Chrétien Henri Marc. Egli individua più monomanie per esempio quella all’omicidio, al suicidio, all’ incendio, alla cleptomania.. esse determinavano uno stato di “pericolo” per se e gli altri e quindi bisognava intervenire direttamente. LE ORIGINI DELLA CRIMINOLOGIA lez. 4 Con la Restaurazione del 1814, che chiude il ciclo apertosi con la Rivoluzione francese e l’impero napoleonico, che punizioni corporali non sono certo scomparse: la ghigliottina è rimasta e anche le pene corporali più lievi, coma la bastonatura nell’ambito di un bagno penale. Esso non è una prerogativa della Francia, ma nasce nel momento in cui la tecnica navale rende obsolete le galee , da cui deriva il nome galera per il tipo di condanna – quella al remo – a cui venivano condannati i criminali negli Stati marittimi (chiamati da qui galeotti ), come Venezia che ne riceveva anche da altri Stati dell’interno della penisola. In Francia il primo e più longevo bagno penale del regno è quello di Tolone, che negli anni della Restaurazione ospita fino a 3000 o 4000 condannati. I galeotti all’interno del bagno penale potevano subire una condanna a tempo – in tal caso indossavano un berretto rosso – oppure una condanna a vita, identificata per mezzo di un berretto verde; i guardaciurme erano invece i sorveglianti muniti di bastone, che spesso davano sulle schiene dei galeotti. La tipologia di condanna stessa si divideva in lavori pesanti e lavori leggeri. All’interno dei porti esistevano delle specie di carceri, da cui i galeotti uscivano per recarsi ai lavori forzati. Anche la letteratura Francese dell’epoca ci restituisce una vivida descrizione di ciò che erano i lavori forzati nei bagni penali, come ad esempio I Miserabili di V. Hugo, in cui uno dei personaggi principali viene raffigurato proprio nel momento in cui esce dalbagno penale di Tolone, in cui era stato condannato. Ancora, abbiamo il giornalista Maurice Alhoy, uno dei fondatori de Le Figaro , che dedica un libro ai bagni, le cui ricche

Per la frenologia, la biologia non è un destino, dunque è possibile contrastare le cattive predisposizioni ereditate alla nascita se si riceve un’ educazione adeguata e si viene collocati in ambienti favorevoli , che permettono di rafforzare ideali quali l’amore per gli altri e la benevolenza. Ad esempio nel bagno penale di Tolone il direttore ha istituito un corpo di musica e un teatro, ritendendo che queste pratiche potessero favorire lo sviluppo di sentimenti più docili. Questo è lo stesso tipo di educazione che la statunitense Elisa Farnham, una figura pionieristica e frenologa, cerca di applicare nella prigione femminile di Sing-Sing, di cui viene nominata direttrice tra il 1844 e il 1848, dopo che era stata teatro di una rivolta delle detenute. Nel 1846 ripubblica un testo della frenologia europea con il titolo Rationale of crime , con un chiaro riferimento a Bentham che invece parlava di rational of punishment. Ella non vuole che venga usata violenza nei confronti delle detenute a lei sottoposte, viene insegnato loro a leggere, a suonare musica, a coltivare piante; vengono fatte letture di romanzi a tematica sociale, pensando che possano aiutare queste donne a capire perché si trovano in carcere e trovare una vita di recupero sociale. La testimonianza più consistente di questa prima esperienza legata alla frenologia, che utilizza carcere e soprattutto bagno sociale come terreno d’indagine, è quella data da un medico francese, Pierre Marie Alexandre Dumoutier; di lui non sappiamo molto se non che è nato nel 1797 ed è morto nel 1871, che si è laureato in medicina a Parigi, che è tra i fondatori della Società di Frenologia di Parigi e ha fondato un suo museo di frenologia a Parigi. Il suo nome viene spesso citato da altri studiosi, perché realizza dei calci di volti di criminali con uno strumento da lui creato, il cefalometro. Sappiamo che nel 1837 questa sua attività si interrompe, perché egli s’imbarca in una spedizione attorno al mondo, che gli permetterà di creare moltissimi calchi di popolazioni di tutta la Terra. LA NASCITA DELLA CRIMINOLOGIA lezione 5 È necessario spostarsi dall’ambito sul quale finora abbiamo lavorato, perché non si tratta né del dibattito sulla penalità e neanche delle ricerche tra psichiatria e frenologia che stanno nascendo all’inizio dell’800; ci spostiamo in un ambito che è piuttosto distante apparentemente da quelli che sinora abbiamo seguito, che è quello della astronomia e della matematica. Qui incontriamo la figura del grande Laplace, uno dei maggiori scienziati della sua epoca, uno dei più influenti. Nel suo trattato sulla meccanica celeste (uscito in vari volumi tra 1799 e 1825) riesce a sistematizzare dal punto di vista matematico gli studi sui corpi celesti che risalivano a Newton. È un nuovo paradigma che si sostituisce a quello definito da Newton, grazie appunto a Laplace. Questo scienziato ha una vicenda biografica molto interessante: attraversa fasi di grandi importanza, come la Rivoluzione, il Consolato, l’Impero e la Restaurazione francese, passando indenne e anzi venendo promosso (apparteneva già all’Accademia delle Scienze) perché con il colpo di stato di Napoleone si trova proiettato a ministro dell’interno, carica che in verità riveste solo per alcune settimane, tuttavia egli rimane all’interno del Senato (uno degli organismi del consolato) e poi verrà fatto barone dell’Impero. Alla caduta di Napoleone e con il rientro dei Borbone sembra che il suo astro possa declinare ma non è così: egli viene conservato nei suoi incarichi e morirà addirittura marchese. È certamente una delle figure più eminenti dal punto di vista scientifico ma certamente anche dal punto di vista della rappresentatività sociale, del peso, dei guadagni (vedi slide: ritratto in alta uniforme). È anche una delle figure che gli storici richiamano quando pensano al cosiddetto giacobinismo scientifico, cioè un’epoca in cui la scienza è vicina a posizioni decisamente radicali sul piano dei principi, dell’ideologia (basti pensare che su di lui circolava un aneddoto, ovvero che quando egli presentò a Napoleone il suo trattato, in cui spiegava con un calcolo matematico il movimento degli astri e le sue varie applicazioni, tra cui il calcolo delle maree, Napoleone tra l’arrabbiato e il faceto gli disse: Ma come, lei ha scritto un intero trattato sull’universo senza mai usare la parola Dio”, pare che Laplace abbia risposto: “Sire, Dio

è un’ipotesi non necessaria”). La visione di Laplace appartiene a quella fase della scienza dei lumi, tardo settecentesca, fortemente improntata alla laicità. Certamente quell’aspetto di forte determinismo presente ne “La meccanica celeste” lo troviamo poi in altri lavori importanti di Laplace: “la teoria analitica delle probabilità” del 1812 e “Saggio filosofico sulle probabilità” del 1814. Queste opere sono importanti perché Laplace, proseguendo le ricerche di altri matematici e scienziati, intende sviluppare il calcolo delle probabilità (ovvero la formulazione matematica delle probabilità che un determinato evento si ripeta nel tempo) e intende applicarlo anche alle scienze morali e politiche. Intende applicarlo anche a quel settore della conoscenza che è lontano dalle scienze della natura, in cui il calcolo matematico invece viene già applicato da tempo, il campo delle scienze morali. È chiaro che in questa visione della possibilità di prevedere il comportamento dell’uomo in base a delle leggi precise qualsiasi visione provvidenziale di una mano di Dio dev’essere esclusa. Secondo Laplace anche nel comportamento dell’uomo è possibile applicare quel rapporto di causa effetto che è alla base delle indagini sulle scienze della natura. Quindi una volta scoperte le cause generali del comportamento umano è secondo lui possibile prevederlo e fondare su questo sapere una vera e propria scienza, che avrà delle ricadute evidenti anche sulla scienza del governo. Conoscere per meglio governare, attraverso lo studio. Egli fornisce qualche esempio di queste possibili applicazioni. Il trattato ispirerà anche tutta un’altra serie di lavori, i più importanti sono le ricerche statistiche sulla città di Parigi che vengono avviate da Chabrol de Volvic, un napoleonide, fu prefetto del dipartimento di Montenotte (Savona) durante l’Impero. Ha lasciato su questo dipartimento francese in Italia importanti studi statistici. Anch’egli non subisce un arretramento a causa della Restaurazione e lo ritroviamo come prefetto della Senna, è amministratore del territorio di Parigi e promuove queste ricerche statistiche basate su una grande quantità di studi statistici in cui i metodi d’indagine promossi da Laplace vengono applicati da una serie di collaboratori. Nel 1827 (ormai la ricerca statistica su Parigi è iniziata) il governo francese realizza per la prima volta un rendiconto generale dell’amministrazione della giustizia criminale per tutto il regno di Francia (è il primo paese a farlo). Si riferisce al 1825 e viene pubblicata nel 1827. Raccolta di dati prodotti dai tribunali dei regni di Francia. Nel 1829, quando esce il volume successivo della ricerca statistica gran parte di questo volume è dedicato all’analisi della criminalità all’interno di Parigi e del mondo delle prigioni. A contribuire a questo lavoro è un medico, Louis René Villermé, che possiamo considerare tra i filantropi ispirati da Beccaria. Sul tema delle prigioni Villermé aveva pubblicato nel 1820 uno studio in cui dava conto di tutte le disfunzioni e gli aspetti orribili, squallidi, pericolosi, malsani della vita all’interno delle prigioni francese (“Le prigioni: quello che sono e quello che dovrebbero essere in rapporto all’igiene, alla morale, all’economia politica”). Questo tema delle prigioni lo troviamo anche nel “Dictionnaire des sciences médicales” del 1819, una grande enciclopedia fondamentale per tutto il primo Ottocento in cui un gruppo di medici sistematizza le conoscenze mediche dell’epoca, Villermé contribuisce proprio per la voce prigioni, sottolineando i problemi sia sotto l’aspetto della nascente psichiatria e psicologia, sia dell’igiene, causati dalla concentrazione degli uomini nelle prigioni (e donne). Sul tema dell’igiene è importante la rivista “Annales d’hygiène publique et de médecine légale” del 1829, a cui Villarmé contribuisce, che diventa importante per la nascita della criminologia (vi vengono pubblicate perizie di processi famosi, atti, statistiche, ecc.). Villarmé è un punto di congiunzione tra il mondo del governo, delle prigioni e il mondo della scienza. Altra applicazione delle idee di Laplace sul calcolo delle probabilità: quella di Charles Dupin, un altro napoleonide, ufficiale del genio nell’esercito di Napoleone, congedato con la Restaurazione. Fa comunque una carriera politica, la Restaurazione non è feroce nei confronti dei napoleonidi. Diventa membro della camera dei deputati, ha ruoli di governo, ruoli importanti a livello degli uffici dell’amministrazione dell’istruzione e pubblica, nel 1826 questa carta figurativa della diffusione dell’istruzione popolare in Francia, considerata la prima rappresentazione grafica di una statistica al mondo. Ha utilizzato, e probabilmente semplificato, il lavoro di Laplace per rappresentare la diffusione dell’istruzione pubblica in Francia (questo modo di rappresentare un

o meno alta). Si tratta di scoprire quale influenza hanno le stagioni, il clima, il sesso e l’età su questa tendenza. Per poterlo fare bisogna che le persone sottoposte a indagine si trovino tutte nelle stesse circostanze. La tendenza al crimine, egli si accorge, è determinata da tre fattori:  Volontà di commettere un delitto (attiene alla moralità del singolo individuo);  Forza della tentazione (situazione in cui ci si trova);  Possibilità (mezzi di cui si dispone). Questa scoperta e visione nuova del fenomeno della delinquenza Quetelet l’ha presa in parte dal giovane botanico ginevrino (Andor?) che era intervenuto già su questi temi. Quetelet ci dà un esempio di quello che dice nella parte successiva del suo saggio, facendo vedere la differenza ad esempio riguardo al sesso: scopre che le donne sono molto meno criminali degli uomini, da quattro a cinque volte meno degli uomini. Le donne superano l’uomo solo in due categorie di reati: gli infanticidi e gli aborti. In tutti gli altri casi l’uomo supera la donna nel delitto. Ogni 100 uomini 91 donne per quanto riguarda l’avvelenamento, ogni 100 uomini 60 donne per il furto domestico, ogni 100 uomini 50 donne per parricidio e così via. Una donna condannata ogni 5 uomini. Altra scoperta fondamentale è quella del differenziale in base all’età (rimasta pressoché invariata): le tendenze criminali sono maggiori tra i 21 e i 25 anni, è alta fino ai 30 e poi inizia a scendere. È l’inizio di un tentativo di indagare tutto il mondo della criminalità attraverso dei metodi il più oggettivo possibili, per poter scoprire le costanti che possono rinviare a cause comuni su cui intervenire. Per molti studiosi Quetelet è l’iniziatore di una scienza del crimine. Lezione 6 – Il razzismo scientifico Nuovo ciclo di lezioni sul razzismo scientifico, vedremo poi come questo tema si intrecci con il tema delle origini della criminologia. Un elemento va dichiarato fin da subito: ovvero che abbiamo una sovrapposizione cronologica tra la nascita di un razzismo scientifico e il dibattito della riforma dei sistemi penali e il nuovo atteggiamento nei confronti dei criminali. Occorre dire che le rappresentazioni dell’altro e le forme di razzismo risalgono all’antichità, ma per quello che riguarda la nostra cultura un punto di inizio può essere trovato nell’era delle grandi scoperte geografiche, quindi a partire dal 400. È con la scoperta delle varietà delle popolazioni dell’uomo, la scoperta di popolazioni di cui nessuno prima mai aveva sentito parlare prima in Europa che inizia un dibattito tra monogenisti (coloro che ritenevano che anche le nuove scoperte non inficiassero la tradizione del racconto biblico, ovvero della discendenza dell’uomo da un unico capostipite) e i poligenisti (che di fronte alla varietà delle popolazioni ritenevano che il racconto della genesi fosse solo uno dei racconti della nascita dell’umanità e che vi siano state varie creazioni da cui discendevano le varietà dell’umanità che venivano continuamente scoperte). È un dibattito impregnato di una cultura religiosa che ha sullo sfondo la validità della tradizione biblica con una maggioranza ortodossa monogenista e una minoranza che utilizza invece il poligenismo per attaccare quella tradizione e mettere in discussione il racconto biblico. Tutto ciò poi ha un altro versante, cioè il fatto che con le scoperte geografiche e le scoperte delle Americhe inizia anche una forma di colonizzazione e di brutale sfruttamento da parte degli europei sulle popolazioni americane ed africane, con l’esportazione della schiavitù - forme di sfruttamento e dominazione che ovviamente si intrecciano anche con la cultura della superiorità dei bianchi, ma non ha ancora nulla a che vedere con il dibattito sul razzismo scientifico. Per questo dibattito dobbiamo aspettare la prima metà del Settecento, abbiamo per quest’epoca una splendida rappresentazione di come la cultura vedesse le altre popolazioni nell’affresco della volta

del salone monumentale del castello di Würzburg in Germania, realizzata da Gianbattista Tiepolo, vediamo 3 dei 4 continenti conosciuti:

  • L'Europa, a cui le altre popolazioni guardano
  • L'Africa
  • L'Asia
  • Sul lato che per noi è cieco avremmo l’America = idea di una varietà molto forte di costumi e tradizioni che considera in qualche modo superiore il modello europeo. L’Olimpo e i quattro continenti, Giambattista Tiepolo Il razzismo scientifico viene fatto risalire, secondo varie interpretazioni, a Linneo, questo scienziato svedese che nel 1735 pubblica la prima edizione del Sytema Naturae in cui sposta la questione dell’origine dell’uomo, della sua collocazione, da una sfera ancora impregnata di cultura religiosa, ad una sfera prettamente laica. Linneo colloca l’uomo al vertice del regno animale (uno dei tre regni in cui è diviso l’esistente) al primo posto tra i quadrupedi, appena al di sopra delle scimmie. Secondo Linneo esistevano 4 categorie di uomo:
  1. l’uomo europeo = bianco
  2. l’uomo americano = rosso
  3. l’uomo asiatico = scuro
  4. l’uomo africano = nero In un’edizione successiva del Systema Naturae in cui compare l’espressione “homo sapiens” Linneo aggiunge due categorie all’umanità:
  • L'uomo selvaggio intermedio tra il sapiens e le scimmie
  • L'uomo mostruoso, come degenerazione dell’umanità Attribuisce anche caratteristiche fisiche e psicologiche alle diverse categorie dell’uomo. Insomma, sovrappone a una linea del colore della pelle anche diverse qualità. Si attribuiscono categorie fisiche e psicologiche alle diverse categorie dell’uomo, insomma sovrappone a una linea del colore anche diverse qualità che vanno ad arricchire quel modello geografico dei 4 continenti fino all’ora conosciuti. Possiamo già parlare di razzismo aggressivo? Si e no, perché Linneo, come si vede nel quadro, fece un viaggio in Lapponia e si fa ritrarre con un costume delle popolazioni sami, cosa che un razzista non avrebbe mai fatto, è più una curiosità di conoscenza, comunque con pregiudizi in un sistema globale di dominio e sfruttamento. Linneo scrive che il tipo africano è spensierato e negligente, quello asiatico autoritario, gli americani regolati dalla tradizione e gli europei controllati dalla legge, gli asiatici guidati dall’opinione e gli africani governati dal capriccio. Linneo, pur curioso delle altre

Bluemnbach è ostile alla tratta degli schiavi ed è favorevole all’incrocio fra le popolazioni. Al tempo stesso ha i suoi pregiudizi: l’uomo caucasico è al vertice dell’umanità di cui le altre varietà: mongoliche, etiopiche rappresentano forme degenerative. Un salto di qualità nel dibattitto, un arricchimento forte è determinato dall’ampliamento delle altre discipline scientifiche in generale nella storia naturale. Molto si deve a Georges Cuvier uno scienziato francese che nel 1817 pubblica le “Regne Animal” per il quale vi è un’unità della specie umane, ma diverse trasmissioni ereditarie, il tema dell’eredità entra nel dibattito e avrà un ruolo importante, che sarebbero le razze e lui ne individua tre: bianca, gialla e nera. Cuvier attraverso l’anatomia comparata fra uomini e animali e le ricerche sui fossili riesce a far fare un grande salto di qualità alle conoscenze. Ci si rende conto che la storia del pianeta terra è più antica di quella che era creduta nel racconto biblico. La Bibbia parlava di una creazione della Terra, del sistema solare e dell’umanità che risaliva a 4000/5000 anni addietro. L’opera di Buffon viene posta al giudizio dell’Inquisizione e tacciata di eresia poiché l’aveva portata a 10 milioni di anni. Ma con le scoperte che vengono fatte appunto anche da Cuvier sui fossili (ovvero su esseri viventi che hanno popolato la Terra ma che oggi non esistono più; si tratta soprattutto di ritrovamenti nel bacino che circonda Parigi) ci si rende conto che la storia della Terra è molto più antica. Lyell, nel 1831, parla addirittura di molti milioni di anni. Si tratta quindi della scoperta della profondità del tempo storico, e questa profondità permette di pensare la trasformazione in termini scientifici, non come degenerazione così come l’aveva pensata Buffon, ma come evoluzione e miglioramento delle caratteristiche. La cronologia biblica viene quindi superata e abbiamo appunto, con Lamarck, la formulazione di una teoria trasformista. Lamarck ritiene che l’esercizio di un organo determini delle variazioni. Questo tema lo ritroviamo nella scienza della sua epoca: l’esercizio di un organo ne determinava uno sviluppo maggiore dell’organo sede, ad esempio un grande esercizio nella musica rafforzava appunto l’organo della musica. Lamarck applica questa idea al regno animale, come le talpe diventate cieche a forza di vivere al buio o le giraffe il cui collo si sarebbe allungato per effetto della costante tensione per arrivare alle foglie degli alberi. Oggi sappiamo che non è così poiché con Darwin abbiamo scoperto che sono le variazioni casuali che si rivelano adatte all’ambiente a permettere il potenziamento di quel tipo di variazione: le giraffe erano quindi cavalli con un collo molto lungo e quelli con il collo più lungo per causa naturali avevano migliori possibilità di arrivare alle foglie più alte, distruggevano le risorse più accessibili alle giraffe con il collo più corto, motivo per cui il loro collo nel corso del tempo si è allungato poiché dava un vantaggio in termini evolutivi. C’è quindi una differenza molto chiara tra il trasformismo di Lamarck e la teoria dell’evoluzione che nasce con Darwin. All’inizio dell’800 con Lamarck possiamo ormai concepire la trasformazione in termini di miglioramento e non più di degenerazione. Chi applica queste teorie all’essere umano pur essendo un critico di Lamarck è Virey, altro scienziato, poligrafo francese di questi anni che scrive, nel 1801, l’Histoire naturelle du genre humain. Per Virey le scimmie sono la radice dell’umanità, mentre il vertice è l’Apollo. C’è una catena che unisce attraverso forme intermedie la scimmia all’ideale di umanità espresso dalla cultura classica.

In questi stessi anni un grande contributo allo studio delle origini dell’uomo deriva anche dalla linguistica che, attraverso la comparazione così come era stato fatto tra le strutture anatomiche e ossee dell’uomo e degli animali, così viene fatto dai linguisti con la comparazione tra sistemi linguistici e famiglie linguistiche diversi, riuscendo a fare notevoli progressi sull’origine delle lingue. Questi progressi vengono condensati nel 1828-1829 da Adriano Balbi che pubblica le tavole di raffronto tra la diffusione del crimine l’istruzione. Balbi è un geografo e un linguista veneziano esule nel 1821 che va in Francia dove nel 1926 pubblica Atlas ethnographique du globe, in cui costruisce una rappresentazione grafica delle varie famiglie linguistiche. Questo lavoro serve all’inglese Prichard che, nello stesso anno, pubblica la Storia fisica dell’umanità, in cui sostiene :

  • l’unità della specie umana
  • la netta separazione tra uomo e scimmia
  • la perfettibilità degli africani Questi sono tutti elementi presenti nella cultura dei lumi per cui lui ancora opera, a cui aggiunge il contributo della linguistica e degli studi sull’organizzazione sociale. Per Prichard non esistono razze nettamente distinte ma vi è una estrema varietà degli esseri umani. È quindi un contributo fondamentale che viene rappresentato di nuovo con delle mappe etnografiche → Questa rappresenta quella che all’epoca si riteneva fosse la distribuzione delle popolazioni e delle famiglie linguistiche dal punto di vista antropologico nel continente europeo. Lezione 7 Storia del risorgimento (Il razzismo scientifico parte II) Permanenza di principi illuministici all’inizio del 1800 —> questo è un freno alle forme di razzismo come: discriminazione degli altri popoli e inferiorità acquista per natura e irrimediabile. Anche nelle forme di pensiero razzista democratico o socialista l’idea dell’ineguaglianza delle razze è compatibile con progetti di dominio sulle altre popolazione —> è il caso del gruppo dei San Simoniani gli allievi di Saint-Simon che è considerato il padre del socialismo francese, il quale di fronte a tutto quello che si è creato durante la Rivoluzione francese, crede che si debba riorganizzare la società su nove basi con l’aiuto della scienza. Il suo pensiero è particolarmente interessante dal punto di vista della nascita del razzismo scientifico perché nel 1814 pubblica insieme ad un suo allievo il saggio "Réorganisation de la société européenne” in cui immagina di ricostruire un ordine europeo attraverso una configurazione di stati con un Parlamento europeo in cui la scienza dev’essere in supporto della nuova organizzazione sociale. Scienza e tecnologia permetteranno agli scienziati e industriali di guidare la trasformazione della società migliorando anche la situazione dei lavoratori —> che fin ora erano basati sullo sfruttamento. In questo testo c’è anche un paso che riguarda l’ espansione europea (che è già in atto da secoli), lui dice “il mezzo più sicuro di mantenere la pace nella confiderazione europea sarà di portarla senza interruzioni verso l’eterno e di occuparla senza interruzioni da grandi lavori verso l’interno, ovvero popolare il globo di razza europea che è superiore a tutte le altre europee. Rendere il pianeta viaggiavi come l’Europa, l’impresa alla quale il Parlamento dovrà esercitare l’attiva dell’Europa”. Dopo la morte di Saint-Simon i suoi allievi danno vita a una setta a carattere politico-religioso , che è la nuova religione naturale riuscendo a fare molti proseliti sopratutto negli ambienti