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Lezioni sul Buddhismo e l'Arte Indiana: Stupa di Sanchi, Gandhara e la Dinastia Mauria, Appunti di Storia dell'India

Informazioni su una serie di lezioni riguardanti il Buddhismo e l'arte indiana, con un focus sul Stupa di Sanchi, Gandhara e la Dinastia Mauria. Il testo include informazioni sulla genesi dell'immagine antropomorfa del Buddha, la nascita e sviluppo dell'arte buddista e hindu, e la presenza di divinità femminili in queste tradizioni. una visione dettagliata e interessante della storia e della cultura indiana antica.

Tipologia: Appunti

2019/2020

Caricato il 14/10/2021

pietromilazzo1997
pietromilazzo1997 🇮🇹

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Storia dell’arte dell’India e dell’Asia centrale.!
Appunti!
Lezione 1 - 01/03!
Fondamenti dell’arte dell’India in senso storico e vedremo una panoramica generale delle cose più belle che
l’umanità abbia mai prodotto. Il corso da un’idea generale dell’arte dell’India nel corso del suo sviluppo
storico: non studiamo l’India e bisogna tener conto che i media danno un’idea altamente imprecisa di questo
stato.!
Il corso è strutturato con un volume, per i primi 6 CFU, e poi parte di un secondo volume che riguarda gli altri
3 CFU: i libri gli ha scritti la professoressa. L’arte Indiana può suddividersi in tre grandi periodi: la preistoria, il
periodo buddista e il periodo induista (queste prime parti le copre il primo volume: dalla preistoria fino al
12/13 secolo) e poi, intorno all’anno 1200, arrivano delle popolazioni musulmane e conquistano l’India
settentrionale e poi si diondono patrocinando l’arte, con criteri e valori ed eredità culturale diversa, e dando
inizio alla terza fase. La connotazione religiosa è importante perché l’arte dell’India è segnatamente religiosa
anche se bisogna tener conto del problema della conservazione: si sono conservate le opere di spesa
maggiore ovvero quello di natura religiosa e questo pone in mezzo l’utilizzo della pietra. L’arte profana (nelle
case e nei palazzi privati). !
Nell’arte indiana non sappiamo il nome degli artisti: l’arte indiana antica è sostanzialmente anonima anche
perché l’opera spesso è lavoro di squadra. L’arte indiana è costellata anche da diverse dinastie che regnano
in periodi diversi in posti diversi dello stato: l’arte indiana va studiata quindi per dinastie che porta quindi a
dierenza a seconda dei luoghi e questo vuol dire impadronirsi almeno un po’ di geografia.!
La geografia e la storia indiana è molto complicata: si parte dal 2500 a.C. ed è grande quasi 11 volte l’Italia e
proprio per questo è importante sapere dove e quando sono state realizzate le cose. Bisogna sapere dove
sono state create le cose almeno indicando le regioni dello stato moderno i nomi delle dinastie vanno imparati
per inquadrare storicamente e geograficamente un’opera. !
Il manuale va fatto TUTTO e va studiato con una cartina sempre sotto mano.!
Quella che noi chiamiamo oggi India è una repubblica federale, con stati che sono il risultato di un processo
storico, ed è circa 11 volta l’Italia che contava più di un miliardo e 300 milioni di persone: è il secondo paese
più popoloso al mondo dopo la Cina. Questa è l’india che conosciamo dalla sua indipendenza nel 1947 dopo
circa 200 anni di dominio coloniale inglese durante la quale il Pakistan e il Bangladesh ne facevano parte per
poi essere dati ai musulmani: tra l’India e il Pakistan vi sono ancora tensioni. Il Pakistan è nato come Pakistan
Occidentale e Pakistan. Orientale tant’è che quello orientale nel 1971 si è reso indipendente con una guerra
“giusta” creando quello che è il Bangladesh. Tutto ciò è importante per capire che noi non aronteremo solo
l’India ma anche i territori ad essa limitrofi: quest’area è segnata nella storia dell’arte con le parole sub-
continente indiano sud-Asia e ciò comprende anche Pakistan, Sri Lanka, Bangladesh. !
Lezione 2 - 02/03!
L’india attuale non coincide con l’India storica (sub-continente indiano o sud-Asia). La geografia fisica non
influisce direttamente sui monumenti che si studieremo ma è importante capire la varietà che presenta l’india:
a nord ha le montagne più alte del mondo ed è bordata a nord-est dalla catena dell’Himalaya (oggi in Nepal),
a nord-ovest ci sono il Pakistan e l’Afghanistan con anch’esse montagne molto alte tra le quali i passi
dell’Hindu Kush da cui arrivano molti popoli stranieri che influenzeranno la cultura e l’arte indiana. La zona
che occuperemo nella prima parte del corso è l’india settentrionale: ci sono due piangere ovvero quella
dell’Hindo, dove ci sono i primi reperti storici e sorge una società proto-storica (senza letteratura) dal terzo al
secondo millennio a.C., e poi quella Gangietica, che è la piana del Ganges (fiume) dove sorge l’india “storica”
con una grossa varietà di climi, montagne altissime, pianure alluvionali, una penisola, detta Dekkan, con clima
molto arido e bordata da catene montuose che fanno va nord a sud. L’india presenta un clima condizionata
dalla realtà geografica e da alcune peculiarità che hanno a cha fare con le interazioni tra terra ed oceano; la
letteratura sannita indica sei stagioni ma in verità sono, come da noi, 4 ovvero quella invernale, quella estiva
(da marzo a giugno) che è caldissima (e ciò è importante per concepire i monumenti), quella del monsone
(parole che deriva da una parola rava che significa stagione), ovvero la stagione delle piogge, che inizia tra
giungo e luglio e che è influenzata dai venti che tirano verso nord-ovest che però sono bloccate dalle
montagne portando quindi queste grosse piogge che sono accolte con felicità in quanto, dopo la tremenda
calura estiva, questo avvento di pioggia è salutato con grosso entusiasmo. !
L’india è una repubblica federale chiamata Bharat (con la prima A lunga) Ganarajya: la parole India (molto
attiva) è una derivazione del nome del fiume Indo che, attraverso una serie di trasformazione, è arrivata in
Grecia la quale ha fatto diventare questo paese il paese degli Indoi. Bharat è il mitico capostipite degli indiani
che col suo poema voleva raccontare la storia dell’India. Dal punto di vista delle religioni vediamo prevalere
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Storia dell’arte dell’India e dell’Asia centrale. Appunti Lezione 1 - 01/ Fondamenti dell’arte dell’India in senso storico e vedremo una panoramica generale delle cose più belle che l’umanità abbia mai prodotto. Il corso da un’idea generale dell’arte dell’India nel corso del suo sviluppo storico: non studiamo l’India e bisogna tener conto che i media danno un’idea altamente imprecisa di questo stato. Il corso è strutturato con un volume, per i primi 6 CFU, e poi parte di un secondo volume che riguarda gli altri 3 CFU: i libri gli ha scritti la professoressa. L’arte Indiana può suddividersi in tre grandi periodi: la preistoria, il periodo buddista e il periodo induista (queste prime parti le copre il primo volume: dalla preistoria fino al 12/13 secolo) e poi, intorno all’anno 1200, arrivano delle popolazioni musulmane e conquistano l’India settentrionale e poi si diffondono patrocinando l’arte, con criteri e valori ed eredità culturale diversa, e dando inizio alla terza fase. La connotazione religiosa è importante perché l’arte dell’India è segnatamente religiosa anche se bisogna tener conto del problema della conservazione: si sono conservate le opere di spesa maggiore ovvero quello di natura religiosa e questo pone in mezzo l’utilizzo della pietra. L’arte profana (nelle case e nei palazzi privati). Nell’arte indiana non sappiamo il nome degli artisti: l’arte indiana antica è sostanzialmente anonima anche perché l’opera spesso è lavoro di squadra. L’arte indiana è costellata anche da diverse dinastie che regnano in periodi diversi in posti diversi dello stato: l’arte indiana va studiata quindi per dinastie che porta quindi a differenza a seconda dei luoghi e questo vuol dire impadronirsi almeno un po’ di geografia. La geografia e la storia indiana è molto complicata: si parte dal 2500 a.C. ed è grande quasi 11 volte l’Italia e proprio per questo è importante sapere dove e quando sono state realizzate le cose. Bisogna sapere dove sono state create le cose almeno indicando le regioni dello stato moderno i nomi delle dinastie vanno imparati per inquadrare storicamente e geograficamente un’opera. Il manuale va fatto TUTTO e va studiato con una cartina sempre sotto mano. Quella che noi chiamiamo oggi India è una repubblica federale, con stati che sono il risultato di un processo storico, ed è circa 11 volta l’Italia che contava più di un miliardo e 300 milioni di persone: è il secondo paese più popoloso al mondo dopo la Cina. Questa è l’india che conosciamo dalla sua indipendenza nel 1947 dopo circa 200 anni di dominio coloniale inglese durante la quale il Pakistan e il Bangladesh ne facevano parte per poi essere dati ai musulmani: tra l’India e il Pakistan vi sono ancora tensioni. Il Pakistan è nato come Pakistan Occidentale e Pakistan. Orientale tant’è che quello orientale nel 1971 si è reso indipendente con una guerra “giusta” creando quello che è il Bangladesh. Tutto ciò è importante per capire che noi non affronteremo solo l’India ma anche i territori ad essa limitrofi: quest’area è segnata nella storia dell’arte con le parole sub- continente indiano sud-Asia e ciò comprende anche Pakistan, Sri Lanka, Bangladesh. Lezione 2 - 02/ L’india attuale non coincide con l’India storica (sub-continente indiano o sud-Asia). La geografia fisica non influisce direttamente sui monumenti che si studieremo ma è importante capire la varietà che presenta l’india: a nord ha le montagne più alte del mondo ed è bordata a nord-est dalla catena dell’Himalaya (oggi in Nepal), a nord-ovest ci sono il Pakistan e l’Afghanistan con anch’esse montagne molto alte tra le quali i passi dell’Hindu Kush da cui arrivano molti popoli stranieri che influenzeranno la cultura e l’arte indiana. La zona che occuperemo nella prima parte del corso è l’india settentrionale: ci sono due piangere ovvero quella dell’Hindo, dove ci sono i primi reperti storici e sorge una società proto-storica (senza letteratura) dal terzo al secondo millennio a.C., e poi quella Gangietica, che è la piana del Ganges (fiume) dove sorge l’india “storica” con una grossa varietà di climi, montagne altissime, pianure alluvionali, una penisola, detta Dekkan, con clima molto arido e bordata da catene montuose che fanno va nord a sud. L’india presenta un clima condizionata dalla realtà geografica e da alcune peculiarità che hanno a cha fare con le interazioni tra terra ed oceano; la letteratura sannita indica sei stagioni ma in verità sono, come da noi, 4 ovvero quella invernale, quella estiva (da marzo a giugno) che è caldissima (e ciò è importante per concepire i monumenti), quella del monsone (parole che deriva da una parola rava che significa stagione), ovvero la stagione delle piogge, che inizia tra giungo e luglio e che è influenzata dai venti che tirano verso nord-ovest che però sono bloccate dalle montagne portando quindi queste grosse piogge che sono accolte con felicità in quanto, dopo la tremenda calura estiva, questo avvento di pioggia è salutato con grosso entusiasmo. L’india è una repubblica federale chiamata Bharat (con la prima A lunga) Ganarajya: la parole India (molto attiva) è una derivazione del nome del fiume Indo che, attraverso una serie di trasformazione, è arrivata in Grecia la quale ha fatto diventare questo paese il paese degli Indoi. Bharat è il mitico capostipite degli indiani che col suo poema voleva raccontare la storia dell’India. Dal punto di vista delle religioni vediamo prevalere

l’Hindu e i Musulmani ma lo Sikh e il Buddhismo sono veramente poco diffuse nonostante quest’ultimo sia stato importantissimo per la storia dello stato fino al V secolo d.C. fino a quando cede i passi all’Induismo: dopo il sesto secolo i monumenti sono praticamente tutti Hindu. L’india ha 22 lingue ufficiali anche se la lingua nazionale è l’Hindi e inoltre ci sono due famiglie di lingue, quella che si chiama Indo-Aryan che è imparentata con le lingue Indo-Europee e che caratterizzata la parte settentrionale dello stato, e quella che si chiama Dravidica che caratterizzata la parte meridionale del paese e che non è per nulla imparentato con le lingue Indo-Europee. Non soltanto le lingue sono diverse ma anche gli alfabeti sono diversi infatti in uno dei primi monumenti che si studieranno si vedranno le prime attestazioni dell’alfabeto che darà poi vita agli alfabeti attuali. La moneta è la Rupia. La prima civiltà che viene documentata sul suolo dell’Asia meridionale ed è la prima che si studia dal punto di vista dei ritrovamenti artistici: la civiltà della valle dell’Indo è l’ultima delle grandi civiltà del mondo antico che è stata scoperta e vede il suo culmine tra il 2600 e il 1900 a.C. Questa civiltà lascia molto interrogativi perché è archeologica con nessuna letteratura: il contrario con le civiltà che verranno dopo. Le due principali città sono Mohenjo-Daro e Harappa e presentano edifici avanzati, bagni in casa, sistemi fognari, pozzi per le acque: civiltà avanzata per quello che poteva sembrare il benessere degli abitanti e molto unitaria infatti sia nei secoli che nella distanza geografica (città distanti 600 km). Chi erano gli abitanti di queste due città? Per rispondere a questa domanda entriamo nell’ambito dei reperti infatti nella Valle dell’Indo troviamo distese di rovine di mattoni ma anche oggetti piccoli (non troviamo statue al massimo statuette e non troviamo templi) tra cui i sigilli i quali sono quadrangolari, a differenza di quelli della vicina Mesopotamia circolari e cilindrici, e potevano avere valore commerciale o di firma individuale in quanto questi sigilli oltre alle figure mostrano anche segni di scrittura che però non è stata decifrata ed ha portato a diverse teorie ma pochissimi fatti. I sigilli, oggetti piccoli ma eseguiti con cura e che servono come “stampi” per produrre oggetti a rilievo, mostrano anche figure che possono essere divinità: il sigillo in foto è quello del proto-Shiva (in mancanza di letteratura o altra documentazione gli studiosi tentano di interpretare i repeti con ciò che viene dopo in India e questo è un esempio infatti la divinità rappresentata potrebbe essere l’erede storica della più recente Shiva). Lo Shiva sul sigillo è seduto su una specie di sedile basso in una posizione identifica come una posizione Yoga (una serie di pratiche psico-fisiche che servono per meditare) e con un viso interpretato con un’insieme di tre volti, uno centrale e due di lato, che va a rappresentare un corpo duplicato come duplicati sono i poteri degli dei. Altro aspetto è il fatto che che Shiva viene, tra i suoi vari epiteti, chiamata Pashupati (Pashu: animali / Pati: signore) per il suo essere circondata da animali caratteristici dell’India (Bufalo, Rinoceronte, Tigre) tra i quali quello sotto il sedile vediamo un cervo che nella raffigurazione del Buddha che tiene il suo primo sermone si ri-presentano seduti vicino a lui. Il corpo è anche itifallica cioè col fallo eretto e anche ciò è un particolare che si ri-troverà nelle iconografie di Shiva in quanto lui è sia il grande Asheta, che riesce a padroneggiare gli impulsi erotici, sia il dio dalla grande e inesauribili potenza erotica (aspetto importantissimo dell’arte indiana) infatti in molte raffigurazione Shiva è rappresentato con una pietra a forma fallica. Tra gli animali presenti non c’è il cavallo e questa assenza. Lezione 3 - 03/ In altri sigilli ne vediamo uno che assomiglia al proto-stiva, senza animali ma con la stessa posizione, e ce ne sono altri che rappresentano un bovino, animale che avrà molta importanza nella cultura ed economia indiana: in uno di questi sigilli vediamo un bovino maschio (perchè sono tutti maschi), raffigurato con un notevole naturalismo nel modellato del corpo con una gobba e una grossa giogaia, un’altro bovino con un unico corno, che sembrerebbe quindi un un animale fantastico o rituale. Quello su cui si deve concentrare l’attenzione è, pure su oggetti così piccoli che vanno dai 3 ai 5 cm di lato, il tentativo di naturalismo con cui sono raffigurati questi animali: il naturalismo nella raffigurazione di animali ci accompagnerà per tutta la storia dell’arte dell’india storica infatti essa ama molto la raffigurazione degli animali che, salvo alcuni di essi come il leone, presenterà molto amore e attenzione per le loro forme arrivando anche a vedere animali ibridi, per esempio animali con con più teste, mostrando come il naturalismo si mischi con la fantasia. La civiltà della valle dell’Indo ci ha lasciato oggetti piccoli e tra i più famosi troviamo una raffigurazione di un personaggio definito come un re-sacerdote: non sappiamo se questo personaggio raffigurato sia effettivamente una figura politica ma ci restituisce aspetti tipicamente indiana come il volto, nel quale il taglio degli occhi ha fatto pensare ad un espressione meditativa, la veste che copre la spalla sinistra lasciando scoperta la spalla destra, abbigliamento standard e tradizionale indiano maschile, e con trifogli disegnati sopra che hanno fatto pensare alle macchie di una pelle di un animale. Questo personaggio porta sulla testa una crocchia di capelli e ciò si ri-presenta anche in un’altra statuetta di un volto: è una caratteristica tipica. Questi disegni su questa statuetta recano ancora tracce di colore e ciò ci porta ad una considerazione: quando vediamo una statua indiana (che vengono sempre da contesti architettonici) esse erano sempre

Una cosa da comprendere è la divisione in classi: già intorno al 1000 a.C. ne abbiamo la documentazione le cui classi si chiamano varna (che letteralmente vuol dire colore) delle quali quella più alta è quella dei Brahman, che hanno come simbolo il bianco e sono la classe dei sacerdoti che ricordano e trasmettono i Veda di generazione in generazione, vi è poi la classe degli Kshatriya, che sono la classe dei principi e dei guerrieri con potere politico, poi la classe dei Vaishya, ovvero la classe dei proprietari terrieri e il cui colore è il verde, e poi la classe degli Shudra, che hanno come colore il nero e che rappresentano la popolazione che gli arii trovano in India e che è esclusa dal sapere medico. Questa suddivisione esiste ancora in caste le quali però sono un’altra ancora … nel corso del primo millennio a.C. questa religiosità vedica basata sul sacrifico diventa sempre più articolata e complicata dove i riti sacrificali diventano sempre più complessi e, per opera dei brahmani, potenti infatti si arriva un punto in cui non sono gli dei che concedono agli uomini quello di cui hanno bisogno ma l’evoluzione di questa religiosità è che sia il rito stesso a far andare avanti le cose cioè che sono i brahmani coi oli sacrifici che il mondo prosegua. … Lascia la vita domestica per ritirarsi nella foresta a meditare oppure abbandona tutto e se ne va in giro con una ciotola per mendicar per dedicarsi alla ricerca spirituale: entrano in questo momento, nella concezione generale delle religioni indiane, alcune idee come per esempio quella del Samsara, che si può tradurre in “scorrimento”, del Karman, che è tipo l’incarnazione … tutti questi concetti, che forse erano già indiane e che forse gli arii vedici non le contemplavano… Nirvana vuol dire letteralmente “spegnimento”. L’arte più antica che incontriamo in India è ispirata al Buddhismo il quale ci ha lasciato monumenti che si legano alla vita del Buddha proprio come personaggio storico e al suo insegnamento e ai suoi luoghi specifici dove si creeranno monasteri, luoghi di pellegrinaggio: cominciamo ad avere i monumenti. Dobbiamo però osservare la vita del Buddha il quale è stato quasi sicuramente un personaggio storico (Siddartha Gautama Sakyamuni) salvo che la sua biografia è geografica che si forma da testi che sono stati poi messi per iscritto che porteranno solo poi a decidere di raffigurarlo in forma umana. Il Buddha, che è un participio passato che vuol dire letteralmente “il risvegliato”, viene da un clan chiamato Sakya, nome che distinguerà questo Buddha dagli altri. Siddharta vuol dire colui che ha raggiunto il proprio scopo. Il Buddha vive o tra il 565 e il 485 a.C., oppure tra il 480 e il 400 a.C. oppure ancora tra il 460 e il 380 a.C.: possiamo dire che è vissuto nel V secolo a.C. e quello che sappiamo è ha vissuto 80 anni, passati a cercare risposte e poi predicare risposte. La nascita del Buddha: la regina consorte Maya, dopo aver fatto un sogno dove un elefante bianco le entra nel fianco destro, chiede consulto ad un astrologo di corte che le dice che il figlio che lei avrà sarà un grande sovrano del mondo che viene chiamato Chakravartin oppure sarà un grande imperatore dello spirito. L’elefante è un animale molto importante perché ha un valore simbolico sia perchè sono animali che stanno nell’acqua e sputano acqua dalla proboscide e sono legati a leggende che li legano alle nuvole e quindi alla fecondità della pioggia e alla prosperità della terra. Lezione 5 - 09/ Le immagini del Buddha vengono da contesti artistici diversi come per esempio quella del Gandhara dove avviene un incontro particolare tra contenuto buddista e forme erediate da contatti con l’Occidente greco- romano e ciò emerge nell’immagine della Nascita del Siddhartha (Buddha prima dell’illuminazione) la quale mostra il piccolo Buddha uscire dal fianco destro della madre Maya la quale è aggrappato al ramo di un albero prendendo una posizione che sarà la stessa ripresa in certe ninfee della fertilità che sono divinità che non fanno parte ne del buddhismo ne dell’induismo ma sono divinità popolari che vengono inglobate e fatte proprie da queste religioni. Il Re padre del Buddha, dopo la profezia, è preoccupato pecche l’intendo di un sovrano è di avere un’erede e quindi non vuole che si avveri la profezia per cui suo figlio diventerà un grande signore dello spirito per il quale allora gli farà costruire una reggia nella quale vivrà molto bene e dove verrà fatto sposare fino a quando il figlio giovane (Buddha) vuole uscire a fare una passeggiata in un parco fuori città, luoghi importanti quelli dei parchi e dei giardini nella vita del Buddha, dove il re fa sgomberare le strade della città da tutto quello che piò disturbare gli occhi e lo spirito di suo figlio che è cresciuto ignaro da tutte le possibili sofferenze della vita: nonostante il padre faccia ripulire le strade gli dei (nel Buddhismo antico gli dei ci sono ma sono soltanto altre livelli di esistenza) fanno apparire una serie di figure nella strada del Buddha ovvero un vecchio, un malato e un morto e tutte queste volte Buddha chiede al cocchiere chi sono queste persone fino a quando il figlio vede un’asceta e si rende conto che ci sono individui che rifiutano una vita normale per cercare qualcosa di superiore. Ne “La grande partenza" al Museo di Arte orientale di Torino è proprio raffigurata questa scena durante la quale Buddha capisce che la vita umana è costellata da momenti dolorosi: comincia quindi la sua ricerca che avrà come scopo proprio come superare il dolore dell’esistenza; decide quindi di fuggire di nascosto scappando di casa. Un modo per raggiungere questo scopp è la sofferenza della carne e la soppressione degli impulsi terreni (fame, caldo, freddo): ciò è raffigurato nel “Il digiuno di Sakyamuni Da Sikri” che mostra un copro si emaciato ma senza precisione anatomica questo

perché il corpo vuole esprimere qualcosa ma l’artista indiano non lo fa attraverso la ricreazione di un corpo vero ma lo fa trasfigurandolo. Dopo alcuni anni di viaggio meditativo si sente conto di capire e spiegare alcune cose e per questo si siede sotto un’albero Pipal (appartiene alla famiglia dei Ficus), albero che verrà poi connesso al Buddha, con foglie a forme di cuore in un luogo che si chiama Bodh Gaya nell’India nord- orientale e qui Buddha entra in uno stato meditativo che lo condirà al risveglio: nel “L’illumianzione a Bodh Gaya” dal Gandhara è rappresentata questa scena con altri personaggi ovvero piccoli soldati, creature mostruose con espressioni aggressiva o con volti animali, questo perché la storia ci dice che nel momento della sua illuminazione il Buddha viene tentato (Tentazione dell’Asceta) da un demone chiamato Mara che viene rappresentato da questi mostriciattoli. Il Mudra, che è una parola che ha tanti significati, sono movimenti di mani che letteralmente significa bhumi sparsha mudra overo la mudra che tocca la terra e questo è il segnale che è il momento dell’illuminazione. Il Buddha poi ad un certo punto ha capito come superare il dolore dell’esistenza ovvero attraverso il non attaccamento ovvero il governo del desiderio. Il luogo dove va a tenere il suo primo sermone è il luogo del Sarnath. … Quello che vi è sul sedile tra le due gazzelle è una ruota raggiata e ciò è il simbolo della legge buddista: il Dharma, la quale è la legge che sostiene tutto l’esistenza e contiene anche il fatto che bisogna fare sacrifici e la divisone in classi ecc, viene attivata dal Buddha. Sulla mano destra vi è l’a-bhaya-mudra ovvero la mudra della non paura e significa “Non temete, io vi dono la sicurezza” … il Buddha fonda comunità dinastiche con monasteri, di cui sono rimasti alcuni reperti ancora oggi, dove i monaci vivono della carità dei laici. … Il Buddha morente è raffigurato disteso sul fianco destro e con un braccio sotto la testa: questa morte e chiamata Pari-Nirvana … La dinastia Mauria è la prima dinastia imperiale dell’India, imperiale nel senso che se prima di questo periodo consociamo qualcosina di qualche brano locale, qui invece abbiamo una dinastia che riesce a estendere il suo dominio su gran parte del continente indiano: la dinastia Mauria (320-185 a.C.) ha un sovrano che ha lungo regno e si chiama Asoka (il senza dolore) che regna al 269 al 232 a.C. ed è lui che riesce a dominare e controllare praticamente tutta l’India. Ciò è importante perché a tradizione considera suo il patrono e diffusore del buddismo. Per Asoka sono le prime date quasi precise che abbiamo e di lui sappiamo anche le sue geografie d’espansione: questo perché lui ci lascia la sua voce e traccia del suo operato facendo incidere una serie di editti suoi o su colonne monumentali: questi editti sono proclami importanti per il loro contenuto, per la loro bellezza estetica, e per il loro essere prima attestazione dell’alfabeto della Valle dell’Indo. Le colonne di Asoka che ci sono rimaste non sono tutte integre ma di alcune si sono conservate i capitelli il più famoso dei quali mostra 4 leoni ritratti soltanto con la loro parte anteriore, che rappresentano la regalità del Buddha e i 4 punti cardinali esprimendo il dominio sia tutte e 4 le direzioni del creato; sotto gli animali abbiamo un tamburo su cui sono rappresentati una serie di animali intervallati da una ruota raggiata; sotto vi è l’ultima parte del capitello con il loro ribaltato. Asoka è un re che si converte al buddismo, ma aperto anche alle altre, e questo monumento, che va a segnare anche l’editto e quindi la voce del sovrano: la ruota raggiata è simbolo sia del buddismo ma anche simbolo imperiale infatti il chakra vartin è l’imperatore che manda avanti il carro di guerra che conquista tutte e 4 le direzioni. Lezione 6 - 10/ La quasi totalità dei reperti artisti che ci restano dall’India Antica è di tipo religioso: è quindi un arte imperiale. Il capitello che prendiamo in considerazione è stato scelto come logo della repubblica indiana e quindi lo si vede riprodotto in tutti gli uffici dell’India. Il capitello è di arenaria da storiche cave dell’India settentrionale. Altra caratteristiche è la lucidatura molto particolare dell’epoca Mauria e dell’Asoka: è una tecnica peculiare di quest’epoca. Gli editti di Asoka parlano di varie cose e ce ne sono alcune che sono toccanti e molto moderni: tali editti sono ripetuti in diversi luoghi. Asoka è un discepolo laico del buddismo che vuole proteggere tutte le religioni diverse all’interno del suo impero. Altra cosa che propugna Asoka in un suo editto è una forma di rispetto verso gli esseri viventi: nei secoli in cui si diffonde il buddismo si diffondono altri valori ovvero la tecnica della non-violenza (ahimsa ovvero il non nuocere) che si diffonde e si collega anche al vegetarianismo e quindi anche al rifiuto dei sacrifici animali per la religione: l’editto di Asoka di rispetto viene verso gli esseri viventi si traduce non in un completo vegetarianismo me in una riduzione drastica dell’uccisione di animali. Non è una presa di posizione strettamente legata al buddismo ma anche ad altre religioni. Il secondo manufatto di cui ci occupiamo è una statua celeberrima e molto antica in quinto è attribuita ad epoca Mauria perchè è in Arenaria (la stessa della colonna del capitello) ed ha la tipica lucidatura di epoca Mauria anche se ci son studiosi che l’attribuiscono ad epoche tarde ovvero i primi secoli d.C.: noi l’affrontiamo nel contesto dell’epoca Mauria. Questa statua è stante e viene definita Yakshi da Didarganj (sobborgo di Pautria) dove quest’ultimo è il luogo in cui è stata rinvenuta per caso e Yakshi si rifa a Yakshini

orizzontali sono una copia di una staccionata e quindi dobbiamo presumere che questi monumenti sono stati preceduti da opera lignee e inoltre molti altri monumenti anche contemporanei di pietra erano preceduti da materiali deperibili. L’arte di questo Stupa di concentra strettamente su scultura a rilievo sui portali (Torana) che sono la parte più recente che è stata aggiunta infatti si datano tra fine I secolo a.C. e inizio I secolo d.C. e inoltre questo Stupa di Sanci è ricchissimo di iscrizioni che mostrano che ogni pezzo era donazione di qualcuno, spesso anche donne monache che avevano soldi propri, e di cui un’iscrizione ci dice una donazione intagliatori dell’avorio. Sul Torana a nord è rappresentato il percorso della Pradakshina e sugli architravi troviamo delle vere e orarie narrazioni ovvero storia della vita del Buddha oppure delle storie delle vite precedenti del Buddha: sappiamo dalla letteratura del più antico canone buddhista che ci è conservato e che si chiama Pali e che ci raccontano le vite precedenti del Buddha le quali sono più di 500 e lui, passando ad una serie di incarnazioni, ha spesso vissuto in animali che si distingue per le sue virtù ed è molto articolare perché gli animali nel contesto buddista non sono tanto ben visti in quanto sono considerati ottusi e bisognerebbe rinascere uomini. Queste storie di animali in cui si reincarna il Buddha sono la trasformazione con una morale buddista di favole con protagonisti animali ed una morale buddista. l’India ha una grandissima tradizione di favole di animali umanizzati. Su queste architravi noviamo quindi o Jakata o storie della vita del Buddha che sono narrati in vario modo ovvero: queste narrazioni sono la bibbia dei poveri perché questi Stupa erano centri monastici anche di pellegrinaggio. Troviamo narrate storie edificanti salvo il fatto che queste storie non sono narrate in modo chiaro e per questo utile capire la storia. Sopra gli architravi ai lati troviamo gli triratna (tre gemme) e sono le tre pietre preziose del buddismo cioè il Buddha, il Dharma e il Sangha: fu Vidya Dehejia che con un saggio del 1997 ha studiato i modi di narrare e nega identificati 5 con delle varianti e sul nostro Torana ne troviamo tre. Sulla facciata interna dell’architrave superiore vediamo una serie di elefanti di varia dimensione che convergono verso un albero sacro: questa è una rappresentazione del Jataka monoscenica che si chiama Chaddanta Jataka dove Chadddanta è l’elegante presente che è ovviamente un’incarnazione del Buddha con sei zanne infatti la moltiplicazione degli arti è un segno di superiorità: la regina da al cacciatore il compito di prendere quelle zanne come segno di superiorità ma non ce la fa e infine sarà proprio l’elefante che si staccherà le zanne dandogliele e morendo. Sull’architrave mediano c’è l’episodio del Buddha dell’illuminazione che però non è spiegato per tappe ma è stato messo tutto insieme di quello che accade durante l’illuminazione: a questo tipo di raffigurazione. L’evento raffigurato è l’illuminazione del Buddha però noi di fatto non lo vediamo e ciò è importante prece nella prima fase dell’arte buddhista il Buddha non è raffigurato in forma umano ma solo per simboli e per segni infatti quì ci sono delle cose che ci fanno capire che qui sull’architrave il Buddha c’è ma ci sono cose che ci fanno capire la sua presenza: questa fase dell’arte buddhista è detta aniconina perché non c’è l’icona. Come facciamo a sapere che questo è momento dell’illuminazione: noi abbiamo la scena famosa che è una figura femminile chiamata Sujata che tiene in mano una brocca su un piatto vicino ad una pianta … ci sono poi degli essere mostruosi che sono la raffigurazione dei demoni che al momento dell’illuminazione tentato il Buddha e questo demone si chiama Mara e il suo nome è connesso con la morte e questo demone cerca di interrompere la meditazione del Buddha mandando i suoi demoni. Questi demoni non sono spaventosi ma sono raffigurati come essere attraenti e sono raffigurati come un principe e ciò emerge anche nel loro modo di sedersi. Questi elementi che accompagnano l’illuminazione del Buddha sono messi tutti insieme senza una logica temporale. Il terzo architrave che analizziamo è quello inferiore dove troviamo un’altro Jataka che è quello più famoso di tutti e so chiama Vessantara Jataka che è il nome del principe in cui Buddha si incarna: la storia deve un regno prosperoso il cui re è Vessantra che come portafortuna ha un elefante bianco che garantisce pioggia e prosperità del regno che è un elefante albino che è raro e ciò lo rende importante e fortunato e di buon auspicio. Arrivano poi dei bramani che sono rappresentanti della religione Vedi e chiedono al Vessantara il dono dell’elefante perchè anche il loro regno si possa sollevare ma scatenando così una grande ira di popolo. Il padre di Vessantara caccia sia figlio in una foresta donde Vessantara ci va con sua moglie e figli: la storia prosegue dove si proseguono i personaggi e i protagonisti ma senza linee di demarcazione e infatti vi è una sorta di narrazione continua dove gli episodi si inanellano uno dopo l’altro. Mentre sono nella foresta a cercare cibo arriva un bramano che chiede a Vessantra i figli e quest’ultimo glieli dona. L’episodio successivo vede addirittura Vessantra dare via sua moglie ma qui intervengono gli dei tra cui Sakka che restituisce subito la moglie, i figli tornano alla villa del nonno e il bramano muore. Sugli architravi si trovano poi raffigurazioni di coppia sia animale che umana e la coppia è una rappresentazione grafica del benessere e della fertilità e della fecondità e del matrimonio (stadio fondamentale della vita dell’India antica) … Animali compositi ci sono in tutte le religioni … Questi animali fantastici, come per esempio quelli suo Torana est, sono fantastici e mostrano anche immagini del Samsara che si trasformano …

Lezione 8 - 16/ Proseguiamo con lo Stupa di Sanci. Quando si parla di rilievi è difficile definire se basso o alto quindi è meglio usare solo rilievo. Troviamo anche una donna prosperosa circondata da fiori di loro ed elefante che poggiano su fiori di loto che sulla proboscide tengono un vaso e versano dell’acqua sulla testa della signora e in mezzo c’è un parasole e delle ghirlande. Questa signora è stata interpretata in un contesto buddista e Marshall interpretava questa signora come la Maya ovvero la madre del Buddha su basi però esili perché Maya non sembra avere queste connotazioni ma sembra essere Shri oppure Lakshimi dove vogliono dire entrambe fortuna: questa dea la troveremo nell’induismo raffigurata fino ad oggi ed è una dea che presiede nell’induismo alla ricchezza e al benessere infatti se noi torniamo al rilievo di Sanci è proprio un’immagine di prosperità che emerge dall’acqua e dal loto che pisano considerarlo il fiore nazionale dell’India perchè è il fiore più raffigurato e sta a significare la prosperità e fecondità; questi concetti, insieme al buon auspicio, ritornano spesso perché sono fondamentali per l’apparato iconografico indiano. Il loto è una pianta rigogliosissima e invasiva e copre veramente molto velocemente gli stagni e le acque ferme in cui cresce (pianta acquatica) ed ha il rizoma nella terra ed attraversa l’acqua e le foglie e le corolle del loto sono grandi e crescono alte non appoggiando sull’acqua: è una pianta che attraversa gli elementi ma nonostante ciò le foglie non si bagnano mai ma scivolano via. È quindi considerato un fiore immacolato perché cresce verso l’alto, verso la luce e verso il sole e una delle cose che vengono spesso alluse nelle poesie indiana è che si apre al mattino e si chiude la sera e questo la fa corrispondere anche alla figura del sole: quindi rigoglio, purezza, luminosità, fertilità. Nel rilievo infatti vediamo il seggio su cui è seduta la donna che è a forma della base di un fiore di loto perché è un emblema di trascendenza. Sulle parte più decorative dello Stupa di Sanci troviamo inoltre un animale di nome Makara ed è modellato di base su matrice del coccodrillo ma che assume diverse forme ed è un emblema dell’acqua e proprio per questo sarà il veicolo (Vahana) della dea fluviale più importante di tutto l’Indo ovvero ) Un altro particolare dello stupa sta sul Torana est dove vediamo capitelli con elefanti che sono simbolo di sostentamento per la loro forza e si troveranno scolpito sui basanti di certi monumenti importanti proprio come sostegno. Ai lati dei capitelli degli elefanti sporge un figura femminile, una per ogni architrave: sono ninfee della vegetazione che si aggrappano al ramo che sta sopra dove gli alberi non sono stilizzati ma sono caratteristici dell’India e in questo caso è un albero di mango molto ricconi frutti. Il mango è un albero indigeno e originario dell’India, per poi diffondersi come pianta coltivata in America Latina, dove i frutti sono dolcissimi e questo lo rende un frutto spesso implicato nella poesia d’amore tanto che anche i fiori del mango. Queste donne sono ninfee della vegetazione e si chiamano Yakshi anche se è uso chiamare questo tipo di donna abbracciata all’albero Shalabhanjika e deriva da un testo letterario e significa donna che spezza un ramo di Shala che è un altro tipo di albero tipico della flora indiana. … il bacino generale di connessione tra culto e poesia non è lineare ma ha molto sfaccettature. Un altro stupa ben conservato a Sanci, che è una collina dove vi è il sito archeologico ben tenuto e vi sono anche residenze per monaci, è quello Numero 3 (spesso i monumenti sono numerati perchè non hanno un nome) che si data più o meno uguale al Numero 1 ed è più piccolo e più semplice dove il reliquiario conserva due tra i più importanti discepoli diretti del Buddha (Sariputra e Moggallayana). Particolarmente interessante è lo stupa Numero 2 che mostra rilievi di carattere più arcaico e si data al 100 a.C. circa e conserva i resti di diversi monaci e abati del sito di Sanci. In un scorcio dell’ingresso dello Stupa Numero 1, che è simile a quello di luoghi da difendere, vediamo bene la riproduzione di una colonna che ha come capitello diversi animali (due felini ed un elefante) e sopra di essi una ruota raggiata che è uno dei simboli del Dharma Buddista. All’interno della cancellata ci sono poi medaglione figurati che riproducono animali, fiori o anche Jakata infatti in uno di questi medaglioni vediamo una donna con una testa equina e un personaggio maschile portato sul fianco e una serie d fiori di loto e di mango: questi particolari fanno pensare ad una vicenda del personaggio della Yakshi Assamukhi (Ninfa testa di cavallo) che verrà spesso rappresentata poi nei secoli a venire. Lo Stupa di Bharhut è sempre nel Madhya Pradesh e per vedere quello che resta di questo stupa dobbiamo andare a Calcutta. I nomi delle città indiane di una certa importanza sono cambiati negli ultimi decenni: negli ultimi 25 anni alcuni nomi sono cambiato e sono stati ripristinati dei nomi che non sono più legati al passato coloniali e sono stati ripristinati sulla base della pronuncia e delle tradizioni locali. Negli ultimi decenni per Calcutta è stato ripristinato Kolkata ovvero la pronuncia locale del nome di questa città. Altro esempio è Bombay che ora si chiama Mumbai, dal nome più tradizionale che viene da una divinità locale, oppure anche Madras che ora si chiama Chennai. A Kolkata è stato ricostruito quello che resta dello Stupa di Baharut che è stato riscoperto da un altro pioniere della … l’epoca di questo Stupa è quella dei sovrani Shunga che è la dinastia che nell’India centro-nord e orientale si sostituisce alla dianstias di Asoka e circa dal 185 al 75 a.C. e il fatto di attribuire e metter etichetta

Sri Lanka chiamato Ruanweli Dagoba che è il nome skrilankese degli stupa e la fondazione di questo Stupa si fa risalire intorno al II secolo d.C.; un altro Stupa in mattoni particolare perchè riassume in se la funzione sia di Stupa che di tempio e si chiama Paharpur e risale all’VIII secolo ed ha una pianta cruciforme che viene molto ripresa dagli stupa tibetani; altro esempio di Stupa è quello che si chiama Wat Sorasak ed è dell’inizio del 400 e si trova a Sukhotai in Thailandia che ha una forma più a campana ma che se si dovesse scomporre renderebbe le forme del classico Stupa. L’isola di Giava presenta uno Stupa imponente ed è una stupa a montagna che contengono diverse immagini del Buddha ed è stato costruito tra VII e IX secolo a Borobudur. Lezione 10 - 22/ La nascita e formazione dell’immagine antropomorfa del Buddha ci porta nel I secolo d.C. e all’interno di un grande impero la cui situazione politica è quella dell’impero dei Kushana che stabiliscono un grande impero nell’India settentrionale dal I secolo a.C. fino al 300 con un culmine nel II secolo d.C. con l’impero di Kashina. I Kushan non sono indiani ma sono un popolo di origine centro-asiatica a nord dell’India, oltre le montagne, di cui abbiamo notizia grazia a delle fonti cinesi che chiamano questo popolo col termine Yue Zhi che si muove dalle steppe dell’Asia centrale verso ovest tanto che lo troviamo inizialmente in Battriana, che coincide con una parte dell’Afghanistan, per poi calare in India settentrionale: sono popoli delle steppe con una cultura e una lingua iranico. Questo impero è soltanto in parte indiano infatti la sua estensione va ben oltre a nord l’India ma assimila e combina nella sua cultura gli spunti iranici e indiani. Le capitali dei Kushana sono Taxila, nell’odierno Pakistan, e Matura, che si trova nell’India propria a sud-est di Delhi sullo stesso fiume. L’immagine antropomorfa del Buddha si forma più a nord ovest, tra Pakistan e Afghanistan, con modalità diverse ma apparentate a Matura che prende il nome di arte del Gandhara: il contenuto e l’ispirazione è buddhista però le forme sono molto particolari perché ricordano non l’arte indiana propria l’arte d’occidente ovvero quella greca e romana. Il Gandhara è una provincia dell’impero persiano ma quando arriva Alessandro Magno che sconfigge l’ultimo re di Persia e poi arriva fino al fiume Indo: questo lascia tracce greche e, proseguendo nella cronologia di questo luogo, il Buddhismo arriva in quest’area nell’epoca di Ashoka … La presenza greca continua perché la Battriana si rende indipendente e troviamo una dinastia di regnanti che ha nomi greci (indogreci), tanto che il sito Ai Khanum in Afghanistan ha proprio impianto e caratteristiche greche (acropoli, templi, gimnasio), che dall’inizio del II secolo a.C. spingeranno le loro conquiste un po’ più a sud: nel buddhista Milindhapena c’è questo re greco che rivolge domande sul buddismo al monaco Nagasena. Arriveranno poi altri popoli di tipo iranico tra il primo secolo a.C. e d.C. … il melting pot di queste culture si mischieranno e porteranno all’immagine antropomorfa del Buddha e di ciò nel un esempio il Buddha del Gandhara e il Buddha di Matara e già tra questi si vede che lo stile è totalmente diverso; abbiamo altro elementi artistici tipicamente occidentali come capitelli diversi con fregi con personaggi marini … Confronto tra i due modelli di Buddha e come è raffigurato il Buddha in maniera antropomorfa e vediamo come sono svolti nelle due arti: il Buddha è raffigurato in forma antropomorfa ma non è in forma normale e con segni (lakshana) dell’uomo superiore … In mezzo agli occhi il Buddha una specie dei cerchietto che si chiama urna (ciuffo di peli) che viene identificato … Perchè il Buddha viene raffigurato in forma umana e perchè prima no? Gli studioso si sono lungamente interrogati nel senso che qui c’è un passaggio di evoluzione del Buddhismo che, accanto alla sua forma più antica chiamata Theravada o Hinayana e già vicina alle ottiene tradizionali del buddismo, porta alla banchista di nuove scuole buddiste che vengono catalogate col nome di Mahayana che vuol dire grande veicolo e che è una forma di Buddhismo che è rivolta al grosso pubblico e che si rivolge a esseri superiori divini…. Alfred Foucher da un punto di vista euro-centrico ha detto che l’immagine del Buddha è una creazione edel genio greco … … Il Gandhara è un luogo ricco di resti archeologici tra i quali ci sono rimasti resti… Lezione 11 - 23/ Nell’epoca Kushana dal Gandhara, con la sua cultura e arte multietnica e con le sue città principali come Taxila o Shahuaro o Bargran la quale quale ha dato ritrovamenti particolari di camere sotterranei nelle quali è stato ritrovato un deposito che conteneva un po’ di tutto tra cui oggetti di vetro che venivano forse dalla Siria, oggetti romani, cose ‘d’avorio che vengono dal’India centrale: forse era un deposito di oggetti donati- sequestrati. Un’ultima fase dell’arte del Gandhara, che diventa difficilmente databile, ha però un’evoluzione nel senso che una fase più antica preferisce rilievi di dimensioni modeste con lastre di pietra con immagine del Buddha o del Jakata che ornavano i monumenti, e poi c’è una fase più atea che si fa risalire al 4-5 secolo che si caratterizza dal gigantismo e dall’uso di stucco che è un materiale meno costoso e più facile e veloce da lavorare della pietra e permette di creare immagini grandi e di queste statue sono rimaste sopratutto le

teste perché erano le più curate mentre spesso si è visto che il corpo di queste statue veniva fatto con materiali poveri e un interno disterrà e paglia e un rivestimento di stucco o argilla: di ciò ne è un esempio testa del Buddha al museo di Torino che reca ancora tracce di colore. Tipiche di questa fase sono anche una serie di teste, che non sono tutte del Buddha, che hanno espressione caricate e hanno acconciature formose: è una produzione particolare del Gandhara che ha dato molte tester in giro per il mondo e questo ci dice che in questo crogiolo multietnico del Gandhara, giravano anche modelli che hanno dato molta ispirazione agli artisti locali conferendo oro anche una libertà interpretativa e di realizzazione che non si vede in altre parti dell’India: questi personaggi potevano essere i demoni tentatori di Mara. Giravano tante idee che potevano venire anche da realizzazioni mediterranee di epoche diverse che sono state rimescolate e riutilizzate con grande efficacia. Dal Gandhara andiamo ora a Màtura che si considera, nell’impero Kushana, una capitale invernale nel senso che i grandi regni indiani hanno più di una capitale: Matrua è a circa 145 a sud-est di Delhi che ai tempi era segnata con Indrapasthia. Il grande Matura è can città che ha resti archeggiai fin dal 5 secolo a.C. ed è sotto prima l’impero Mauria, poi quello Shunga per poi passare sotto le invasioni Shito-partiche. Nel primo secolo vediamo installartisi qui i Kushana: i reperti più antica idi Matura sono un gruppetto di statue che sono statue di Yaksha e sono le prime statue di divinità che ci arrivano dall’India propria e risalgono al II-I Secolo a.C.: queste statue sono considerati il prototipo dalle quali vengono elaborate le prime immagini del Buddha ed inoltre queste divinità divettano sempre meno importanti ma l’esperienza degli scultori nel realizzare si trasfonde in quella che è l’arte buddista. Con Matura si intende tutta la zona anche attorno ovvero anche i mounds ovvero Monticelli dove sono stati trovati anche i reticella della città: Matura è un luogo sacro all’induismo perché è una città legata all’infanzia del Dio Krishna perché il mito, fin dall’antichità, lega infanzia e giovinezza di questo dio all’avatara che vuole dire discesa, più propriamente discesa sulla terra del dio Vishnu: nasce e cresce a Matura e dintorni e Matura è la città sacra a Krishna. Il culto di Krishna è però relativamente recente. Matura è la città moderna e sta sopra la città antica: dai dintorni della città parecchi mounds ci hanno offerto ritrovamenti importanti. I Kushana rappresentano la prima fase più importante dal punto di vista artistico: il grande prole a dei Kushana è sempre stata la datazione e soprattutto quella di Kanisha che è il massimo imperatore Kushana, considerato anche lui grande patrono del Buddhismo. La cronologia dei Kushana ed è sempre stata legata all’ingresso al trono di Kanishka: le iscrizioni che ci arrivano son datate in varie epoche che non di rado coincidono con l’ingresso al trono di una dinastia ma spesso non si sanno le date precise di salita al trono tranne per Kanishka. Nel 1993 in Afghanistan, in un posto che si chiama Rabatak, è stata trovata un’iscrizione nella lingua dei Kushana che ha permesso non solo di stabilire la successione dei re Kushana ma ha permesso inoltre di definire che Kanishka è salito al torno nel 127 d.C.: i sovrani Kushana sono noto attraverso una monetazione ricca che ci fa vedere un po’ le loro fattezze che si ritrovano poi anche nelle statue. Vima Kadphises, predecessore di Kanishka, fa coniare la sua faccia su monete d’oro. Dei Kushana ci restano anche statue ritratto: negli anni 10 del 900, fuori di Matura a Mat, è stato scoperto i resti di un tempio particolare con una cella rotonda che conteneva delle statue iscritte dei sovrani Kushana: non erano oggetti del culto però questo era un santuario dinastico in mattoni e statue in pietra dedicato ai sovrani Kushana. Le statue ritrovate sono quelle di Vima e Kasnishka. A Surkh Kotal è stato trovato un altro santuario simile che ha permesso raffronti anche per quel che riguarda il trattamento e abbigliamento delle statue: il ritratto che riproduce il sogno individuo non è una caratteristica dell’India antica ma dovremmo aspettare il 1500 con dei sovrani islamici. … Le statue ritrovate di Vima e Kasnishka: Vima è seduto su un trono all’occidentale e Kasnishka non ha un abbigliamento indiano ma mitrare il cavaliere delle steppe con una frontalità e piattezza che è iranica e però queste statue la quale fabbricazione però è locale di Matura perché questa città mostra una produzione fatta con una pietra che è un’arenaria rossa più o meno evidentemente screziata con macchie galline: questa è la pietra caratteristica di Matura e zone circostanti delle quali è proveniente anche il Buddha seduto da Ahicchatra. Quello che vediamo nel gandhara è un volto chino e meditativo che non avviene nell’epoca dei Buddha di Matura in quanto i Buddha di Matrua guarda verso gli astanti ed ha un’espressione assertiva e volitiva e questo Buddha prende il nome di Kapardin per la loro acconciatura a chiocciola. … Il Buddha di Matura ha accompagnatori che sostanzialmente sono uno un futuro Buddha, che ha in mano il fiore di loto (Padmapani), e l’altro è un Vajrapani (dove pani sta a significare mano). Matura non ci ha restituito stupa integri ma resti di essi parecchi anche perché gli stupa non erano solo buddhisti come monumenti ma la maggior parte si: da un sito dei dintorni di Matura, chiamato Bhutesar, sono stati ritrovarti resti di una cancellata sulla quale parte esterna vi erano rappresentate delle signore sopra le quali vi erano figure di coppie. Siamo di fronte ad un monumento religioso dove queste donne tra l’altro stanno sopra dei mostriciattoli; non è chiaro il perché queste donne siano così sensuali perché il Buddhismo condannava il troppo erotismo: queste immagini sono ancora in attesa di una interpretazione. Un rilievo dal National Museum di Delhi è una pietra scolpita sulle due facciata e fa parte di un piccolo gruppo di sculture

bella dal punto di vista naturale e che si ritrova anche nei canti antichi tramandati dai monaci e dalle monache: è una sorta di integrazione tra uomo e natura anche perché la parola Vihara vuol dire giardino. Gregory Schopen, che ha scritto una serie di saggi sulle comunità monastiche antiche, ha ripreso testimonianze di viaggiatori che sottolineavano la bellezza di questi luoghi e questo fa pensare che i monaci volessero vivere in ambienti esteticamente belli e queste grotte diventano una specie di paradiso in terra. Lezione 13 - 29/ Abbiamo visto due siti di antichi di santuari in grotta: la formazione dell’immagine del Buddha durante l’impero dei Kusciana ai quali segue una situazione di frazionamento nel corso del III secolo finché non abbiamo l’avvio di una nuova dinastia importante ovvero quella dei Gubta che a differenza dei Kusciana, erano propriamente indiani e veniva dalla zona nord orientale dell’India e la loro capitale era l’odierna Pathna: in poco tempo conquistano l’India settentrionale per poi estendersi vero il Vakataka. Durante questi secoli a partire dall’età Kusciana prende forma anche quella religione che dura fino ad oggi che si chiama induismo che riprende filoni antichi rielaborandolo con filoni e divinità nuove: da questo momento in poi l’arte abbiamo due filoni di arte di tipi religioso ovvero quella di continuazione buddista e quella degli Indu di cui vedremo anche i primi templi costruiti in pietra. Quando si dice arte Gutka o arte del periodo Gutka ricordiamo che quando si associa un’arte al nome di una dinastia non lo si fa perchè sono i sovrani a patrocinare le opere ma soltanto per definire un periodo una zona. Il periodo dei Gutka è cruciale di tutta l’arte e cultura dell’India e viene chiamato periodo classico ma che viene applicato a questo periodo? La fine di questa dinastia non ha una data precisa perchè o vengono sconfitte e quindi abbiamo una data ma molte spesso diminuiscono il loro potere col tempo. Quello che succede in questo periodo dei Gutka è che l’immagine del Buddha si affina con l’immagine dell’illuminato e assume quelle caratteristiche che saranno poi esportate ciò avviene in due luoghi principali del’India ovvero a Sarnath, dove ha svolto il primo sermone, e a Matura, dove l’arte dei Kusciana continua anche sotto l’impero Gutka. Il Buddha di Sarnarth è risalente alla seconda metà del V secolo ed è forse il Buddha più famoso ed è una stele (concepita per essere appoggiata ad una parete) alta 1.60 ed ha un’espressione, che è una caratteristica comune delle rappresentazioni del Buddha in questo periodo, meditativa abbassando lo sguardo quasi rivolto verso l’interno e la propria interiorità: il Buddha non dialoga più con chi ha davanti ma è nel nirvana e guarda al proprio spirito con estrema serenità. Altre caratteristiche tipiche del Buddha di questo periodo sono un trattamento diverso della capigliatura la quale è fatta di ricciolino … … Uno dei Buddha più famosi è quello di Mathura che è rappresentato in piedi ed è alto più di due metri (2.14) ed è quasi come se fosse un’apparizione con lo sguardo sempre verso l’interiorità che si distingue da quello di Sarnath non solo per la posizione per l’essere fatto con un’arenaria rossa e per la veste fatta di piegoline molto leggera e per il suo essere asessuato dato che generalmente gli organi sessuali maschili si vedono mentre qui la veste scivola se un corpo androgini perchè il Buddha non è un uomo semplice ma è andato oltre i desideri fisici e per questo viene raffigurato cancellando i suoi segni sessuali. Questo Buddha viene etichettato con Jamalpur Yashadinna che è il nome di un monaco che lo ha commissionato. Bisogna tenere conto che i Buddha erano diversi con diverse forme e da diverse ere cosmiche e con diverse caratteristiche. Sempre nel contesto di quella che è l’arte Gutka e quindi in diretta connessione con l’arte della zona i cui regnano i Gutka abbiamo le grotte di tipo buddista che si trovano nel sito di Ajanta che è nella zona di Vakanta che è la zona dove ci sono i monasteri buddhisti in grotta che hanno una fase culminante che è della seconda metà del V secolo. Ajanta è un luogo nascosto e oggi è ben valorizzato ed è stato riscoperto per caso dall’ufficiale inglese John Smith nel 1818 che è capitato li per caso durante una battuta di caccia alla tigre. La vera gloria degli Ajanta sono i Chaityagriha numero 19 e 26 che sono della seconda fase: la facciata i configura con una finestra ad arco, che coincideva anticamente col tetto e con la navata centrale (ve ne è una rappresentazione all’ingresso di un Vihara), che si chiama gavaksha che vuol dire occhio di bovino. Su questa facciata vi è un particolare che mostra tanti Buddha che fanno una muda in posizioni però diverse. Vi è inoltre una coppia di Nagha principeschi con i Kobra che son elementi serpentini che talvolta hanno forma umana o ibrida con dei serpenti. Sono divinità popolari che entrano nel mito buddhista ed hanno regni nel sottosuolo a custodire benessere, ricchezza e fertilità e sono tuttora venerati in India, con delle pietre-serpenti, perché sono portafortuna e portano benessere e figli e prosperità: i cobra sono i Nagha. Dentro la grotta 19 di tipo buddhista che sono absidate vi è una riproduzione di uno Stupa con davanti un Buddha che “accoglie” e inoltre sul tetto vi sono segni di arcaismo con il tetto ad arcate e quasi sicuramente era tutto colorato. Nel Chaityagriha 26 ha una decorazione fittissima ed esuberante con colonne più vicine ed ornate con una fascia che corre sopra le colonne fittissima di decorazioni e con una luce posta da poco per illuminare le sculture nel

corridoio delle navate laterali tra cui una sulla navata di sinistra appena si entra che è il paranirvana del Buddha che è disteso sul fianco destro con una mano sotto la testa sopra un cuscino e con sopra di lui degli esseri celesti e i suoi primi discepoli: questa iconografia si diffonderà spessissimo nel sud-est dell’India. I Vihara hanno, oltre alle cellette intorno, una specie di piccolo santuario che è frutto di una trasformazione da residenza per monaci ad accoglienza di un piccolo santuario che si può frequentare per rendere onore al Buddha. Lezione 14 - 30/ I Vihara sono le unità monastiche ed hanno un’evoluzione durante lacuale si rimettono di immagini del Buddha con una pittura sparsa in frammenti in varie grotte di Ajanta ma i luoghi in cui si è conservata meglio è nei grandi Vihara. I soggetti di questi dipinti sono di tipo buddista e si suddividono in narrazioni di momenti della vita del Buddha, immagini di Buddha e di Bodhisattva, il soffitto a cassettoni con immagini formali e di frutti e anomalo fantastici. La tecnica non è quella degli affreschi ma è fatta su fondo secco: la roccia veniva pareggiata per poi essere ricoperta da uno strato leggero di intonaco sul quale venivano tracciati i contorno dei disegni e poi venivano riempiti con pigmenti di originale naturale tranne per il blu che invia ricavato da una pietra non locale. I due Bodhisattva del Vihara numero 1 sono esseri intermedi tra uomini e Buddha e son ossei perfetti che pospongono il momento di diventare Buddha per aiutare gli uomini nel loro percorso: i Bodhisattva qui presenti sono chiamati Padmapani o Avalokiteshvara (Ishvara), che vuol dire il signore che guarda verso il basso e c’è un po’ tutta la concezione del Bodhisattva in questo nome perché negli sta in un luogo più alto rispetto agli uomini e intanto guarda verso il basso, e il ?. I Bodhisattva Avalokiteshvara ha un’espressione di estrema dolcezza con uno sguardo che non è quello del Buddha rivolto verso l’interiorità ma è uno sguardo attento rivolto verso il basso: l’espressione mette insieme la compassione, la signoria ma anche l’umiltà e la serenità. Le sopracciglia unita sono un criterio di bellezza in quanto le sopracciglia sono paragonate all’arco del dio amore. La luce in questi dipinti non è una luce direzionale ma ci sono tocchi di bianco che servono proprio a dare tridimensionalità alle figure e al viso. Questo Bodhisattva Avalokiteshvara tiene in mano un fiore di loto (le mani sono sempre dipinti con accuratezza e precisione). Il soffitto è pieno di fiori di loti e di figure angeliche ma vediamo anche la raffigurazione di una vicenda di un giovane di nome Udayin, che è contemporaneo al Buddha, che alla fine, come spesso accade e questi personaggi che incontrano il Buddha, decide anche lui di farsi monaco: qui lo vediamo abbracciata alla sua amata rappresentato con colori e incarnati della pelle diversi e questo contribuisce a non appiattire queste scene d’insieme. Nel Vihara numero 17 ci sono anche grandi scena che occupano tutte le pareti della quali ne abbiamo una che rappresenta un Jakata, e quindi storie delle vite precedenti del Buddha, dove vediamo in principe di estrema generosità: questi dipinti sono stati realizzati forse solo durante le ore di luce, che erano poche, ma se si considera anche il tempo ristretto in cui tutto questo è stato realizzato ci si domanda come sia entrata la luce. A rendere ancora più problematica la fruizione c’è anche una particolare tecnica narrativa che riguarda alcuni dipinti di Ajanta: questa modalità di narrazione tipica di Ajatna è quella della studiosa Vidya Dehejia che, oltre a essere la studiosa che si è già vista per le modalità narrative dello stupa di Sanci, in questi dipinti di Ajanta lei ha identificato una specifica modalità narrativa che lei ha chiamato narrative network (rete narrativa) che significa che da la prevalenza allo spazio piuttosto che al tempo nel senso che, diversamente dalla modalità di narrazione continua vista nella Vassantara a nord dello Stupa di Sanci dove ogni scena corrispondeva al seguito di quella precedente, qui le scene sono raggruppate secondo il luogo in cui si svolgono: la storia del Jakata inizia nella reggia del padre che viene esiliato perchè ha donato l’elefante bianco viene raccontata su spazi in serie non in fila; questa è una difficoltà di lettura perché se noi non conosciamo la storia non riusciremmo ad orientarci. In epoca Gutka nasce l’induismo e si formano le iconografie degli dei e si realizzano i primi templi in pietra. In epoca Gutka nascono canoni estetici e di fatto succede, sia nelle arti figurative sia nella letteratura, che si unisce la ricerca della bellezza. L’Induismo nasce nei secoli a cavallo dell’era comune (lo troviamo documentato in questo periodo) in poemi epici che vengono composti in V secolo che vengono chiamati “Purana” che vengono composti dall’epoca Gutka in poi e che ci raccontano tutte le vicende mitiche del idei dell’induismo. Questi poemi ci presentano le divinità dell’induismo che ci mostrano valori diversi che fanno parte anche del Buddhismo. Contemporaneamente, da quello che è il filone vedico, si vede che emergono nella letteratura delle divinità che non sono quelle antiche del mondo vedico ma sono divinità nuove che da qui in poi diventano quelle fondamentali per quello che chiamiamo induismo e che consociamo dagli ultimi secoli a.C.: non sappiamo quanto però siano nuove ma sappiamo solo da quando in poi ci sono documentati nelle letteratura e nella casta dei Bramani che fanno proprie queste divinità e cominciano a parlarne; le

Vishnu è una divinità a quattro braccia raffigurato spessissimo con un fiore di loto e dove il uso Vahana (veicolo) è il suo Garuda che è raffigurato come un uccello con ali gigantesche e braccia (aquila). Vishnu si lega all’idea di creazione: una scultura Gukta su uno dei tempi meglio conservati mostra un’immagine di creazione che vediamo riprodotta in una stampa popolare del tempio di Srirangam (il tempio più grande di tutta l’India). Qui Vishnu è disteso su un grande serpente, un grande cobra a più teste che è un serpente cosmico che si chiama Ananta che vuol dire “senza fine” che è chiamato anche col Shesha che vuol dire “quello che resta”. In questi mito di creazione specificatamente Vishuita, nel momento della dissoluzione Vishnu dorme sulle acqua cosmiche che sono proprio raffigurate da questo serpente acquatico infinto e mentre sta per completare la creazione spunta Brahma che da avvio ad una nuova creazione. Non c’è proprio un’idea di creazione dal nulla ma il dio emana (sarga) … Vishnu è un dio sovrano che si manifesta in una serie di Avatara (che è una parola Sanscrita che nelle lingue moderne si dice Avatar) che sono sistematizzati in dieci ma che non si manifestano tutto nello stesso modo e anche dal punto di vista delle raffigurazioni solo alcuni: quelle che attraggono l’interesse degli scultori sono solo alcuni. Dal punto di vista del culto non sono tutti importanti. Del Varaha abbiamo delle raffigurazioni dove un demone sta facendo affondare nelle acque cosmiche la dea terra e Vishnu discende come Varaha, come cinghiale, si tuffa nelle acque e salva la dea terra. Altri Avatar di Vishnu che si trovano spesso raffiguranti è quello dello Narasimha che si trova spesso raffigurato con un figlio sulle braccia: un essere demoniaco però blocca la devozione al figlio ma Vishnu discrede come uomo-leone (ne uomo ne leone) agguanta il demone al crepuscolo (ne giorno ne notte) sulla soglia di casa (ne dentro ne fuori) e lo tiene sollevata sul grembo (ne per terra ne per aria). … Questi tre Avatar di Vishnu anche se non sono quelli che hanno un culto ma hanno raffigurazioni sui templi. Il culto vero e proprio Vishnuita si rivolge a due Avatar in particolare che sono Rama, che non troviamo molto spesso raffigurato, e Krishna, che troveremo raffigurato spessissimo nella lettura ed è una divinità importantissima ed ha un mito composito e forse nell’antichità vi erano diversi Krishna che tra l’altro è anche un nome generico che vuole dire nero-blu, lo “scuro”: la sua miniatura lo raffigura in una certa fase della sua vita in cui cresce nei boschi in un villaggio di mandriani fuori dalla città di Matura dove è nato ma dalla quale è stato allontanano da uno zio cattivo che, dopo aver ricevuto una profezia che gli dice che sarà ucciso dal suo ottavo figlio, decide di ucciderli tutti ma Krishna viene dato in salvo ad una coppia di mandriani fuori Matura dove farà innamorare di se tutte le donne ed è infatti un dio bellissimo e molto erotico. Nell’antichità abbiamo raffigurazioni di Krishna ma il suo mito diventano importanti in un’epoca successiva. Lezione 16 - 12/ Si usa parlare di La Dea (Devi) che è per molti Hindu la divinità somma e anche nell’arte antica la troviamo tra le divinità più venerate. Si usa dire La Dea Devi perché per i fedeli Hindu che hanno come divinità suprema la divinità femminile la dea è una che è la dea suprema: resta il fatto però che se guardiamo dal punto di vista storico le attestazioni non c’è una dea sola ma ci sono tante dee diverse con caratteristiche diverse che però tutte possono essere considerate la dea suprema. Anche il concetto di dea madre non funziona bene per l’induismo perché le dee nell’induismo non sono madri. È quindi sbagliato parlare di una grande dea perché ci sono più dee: in un testo chiamato Devi Mahatmya vediamo un’operazione che mette insieme tutte le dee per farne una sola che vede la sua identificazione nell’immagine di Durga (quella difficile da assalire) che si vede spesso raffigurata nel momento culmine del uso mito ovvero l’uccisione di un demone a forma di bufalo. La dea rientra nel classico mito in cui c’è un demone che minaccia l’ordine e arriva una divinità potente a cui gli altri dei delegano il compito di riaggiustare le cose: questo è il mito fondamentale di Durga il quale veicolo è il leone (alcune volte sostituito con una tigre). Una buona divisione di massima, fatta da Wendy Doniger, ha proposto una distinzione utile per le divinità femminili suddividendole in dee del seno e dee del dente: delle prime abbiamo la dea Shri-Lakshmi che si incontra sullo Stupa di Sanchi raffigurato con degli elefanti che spruzzano acqua rievocando fecondità e questa era una dea popolare che viene dal basso e che troviamo sugli antichi monumenti buddisti e che assume un ruolo importante nell’Induismo come la dea che offre il benessere tan to che in raffigurazioni moderne si riprende l’immagine artica con gli elefanti e il fiore di loto ma vediamo anche la presenza di monete d’oro che cadono in un vaso e per questo venerata anche fai commercianti o usata come accessorio; altra dea del son è la dea Sarasvati che invece rappresenta i valori più tradizionali e che tra l’altro il suo nome è quello di un fiume sulle quali riva probabilmente vi erano dei templi vedici sui quali è inoltre testimoniato: lei è la dea delle arti, della musica, infatti è rappresentata con uno strumento chiamato vina (tipo il liuto) e con il libro di foglie di palma dell’India antica. Delle dee del dente abbiamo un repertorio rappresentato da una dea chiamata Kali o Chamunda (nomi variabili della stessa divinità) che vuole dire la nera e che nel mito uccide i demoni Chandi e Munda dai quali prende il suo nome Chamunda: queste dee del dente non sono malvagie ma terribile e sappiamo che vengono da culti popolari

che vengono assorbiti ad un certo punto nell’Induismo ufficiale e, seppur rimangono terribili e da placare, lo sono per il bene degli uomini combattendo contro il male ma mantenendo il loro aspetto terribile; ne vediamo una rappresentazione del XII secolo dove danza, scuotendo il mondo, su un cadavere circondata da musicanti che sono piccoli scheletri che rappresentano la negazione di tutti gli ideali di bellezza femminili; in un altra rappresentazione di stampa popolare la dea sta ballando su delle paludi sul corpo di Shiva perché, dal momento che l’Induismo è un insieme di religioni diverse che vogliono cose diverse, alcune vogliono che la dea femminile come Shakti, ovvero la potenza del dio maschio, che in questo caso è Shiva che però è uno spirito fermo mentre è la potenza Shakti che si muove è incorporata da Kali. Le divinità sono spesso raffigurate in coppia e soprattutto le coppie raffigurate sui tempi sono spesso la coppia di Shiva con la sposa Uma (figlia della montagna, dell’himalaya) raffigurati in una specie di abbracci odor lei è seduta sulla coscia del dio diventano un emblema della coppia amorosa ma anche della fecondità. Sono un’immagine divina del sacramento del matrimonio. Ciascuna di queste dee può essere quindi venerata con La Dea. Nel periodo Gupta (320-550) evolve anche l’arte Hindu perchè questo è il periodo in cui le iconografie vere e proprie si completano e si stabilizzano e diventano un modello per tutti i secoli a venire: il tempio di pietra con le sue sculture a questo momenti in poi diventa sempre più grande e ricco di sculture avviandosi per diventare il prodotto artistico più importante dell’India antica. I templi dell’Induismo non sono costruiti ma sono in grotta: i primi esprimenti che fanno gli Hindu nel periodo Gupta è di scavare nella roccia e di ciò ne sono un esempio quello a Udayagiri (Madhya Pradesh), che vuole dure collina del sorgere del sole, dove ci sono una ventina templi in grotta numerati come nei luoghi buddisti. Non sono tutte grotte perché un certo numero sono solo sculture in un passaggio o nicchie e dal punto di vista della realizzazione degli interni sono modeste ma troviamo comunque una grande esibizione di divinità dell’Induismo datate agli anni del V secolo (401-402): vediamo un guardiano, Vishnu, la dea cool bufalo, i Ganesha, ma la cosa più famosa ed importante per cui queste grotte sono uno dei primi grandi rilievi che rende famosa questa grotta è il pannello della grotta numero 5 che è 4 metri di altezza per 7 ed è una delle prime grandi realizzazione in cui vediamo un mito di un Avatar di Vishnu ovvero mito del Varaha del cinghiale. L’impresa del Sahara è quello di slavate la dea terra, qui rappresentata da una donna, che era stata fatta sprofondare nelle acqua cosmiche da un demone a forma di serpente. Il Vahara è posto nella posa dell’arciere con dietro una schiera d veggenti che assistono all’evento cosmico dal cielo: una delle cose interessanti del pannello è che per la prima volta sono raffigurate in modo differenziato le dee Ganga e Yamuna che rappresentano due fiumi e che sono sculture dell’impero Gupta e vengono raffigurate sulle porte dei templi come acque sacre che bagnano il fedele. Sulle raffigurazione del Varaha del cinghiale questi due fiumi sono raffigurati su due veicoli diversi, esse si ritrovano anche sopra le porte per poi scende in basso lungo gli stipiti. Hanno a che fare col fatto che sono le divinità fluviali protettrici dell’impero Gupta: le divinità fluviali diventeranno molto prominenti sulle porte dei templi e queste sono due immagini. Questa raffigurazione della divinità sono dee fluviali acconciate alla moda Gupta son area altezzosa che ripestano le loro forme alle dee fluviali. I templi Gupta più antichi che esistono ancora oggi sono a pezzi ma ci sono resti nell’India centrale in luoghi sperduti e di solito non sono in buone condizioni: l’arte Hindu Gupta è difficile da studiare perchè di monumenti integri non abbiamo nulla ma abbiamo moltissima scultura di origine templare finita nei musei e che dal punto di vista dello studio è talmente frammentato che è difficile fare un discorso d’insieme perchè i pezzo sono sparsi. Il meglio conservato dei templi Gupta è nel Madhya Pradesh (India Centrale) che si chiama Deogarh ed è un tempio di Vishnu Dashavatara (dei dieci Avatar) con una cella centrale di 5 metri con una scultura magnifica ed è di inizio VI secolo: la parte essenziale del tempio è la cella dove sta l’immagine di una divinità che è una Linga o di un Vishnu o d una divinità femminile o di una divinità minore. Il tempio ha una sovrastruttura che si innalza verso l’alta che assume varie forme nei templi e che sarà una costante nei vari templi. I templi stanno su un podio e sono rialzate rispetto al piano di calpestio del quadro comune: ci sono delle cappelle agli angoli, con una pianta particolare di tempio che non è fissa, che si chiamano Panchayatana. Quello che rende bella l’arte Gupta è la qualità della scultoria che si accentra in questo tempio sulle porte dove si concerta la decorazione e sono fatte da varie bande figurate che si chiamano Shakha, che vuol dire rami, con figure di coppie amorose in scene erotiche, varie figure di divinità, le figure di Ganga e Yamuna, e in mezzo un medaglione con un’immagine della divinità Vishnu su un serpente. Dalla porta si può notare una caratteristica dell’arte Gupta ovvero una ricerca di equilibrio tra pieni e vuoti e infatti ci sono parti molto decorare e parti lasciate lisce dando al tempio un grande senso di armonia: questa caratteristica la ritroviamo siamo nel tempio in se ma anche nelle sculture singole. Sui lati del tempio troviamo dei pannelli nei quali emerge proprio questa caratteristica dove nei corpi troviamo unti con una decorazione ricchissima e punti in cui il copro è fisico. La scultura Gupta è quella definita classica purché accade che, insieme alla volontà di dar forma alle iconografie divine, c’è una ricerca volontaria del bello e del raggiungimento di un canone ertetici: le immagini non devono solo portar eu messaggio religioso ma mostrano una chiara ricerca di

quale immagine si chiama Murti, di fronte alla cella con delle offerte, avendo il darshana (visione della divinità), alle quale il sacerdote risponde con altre offerte che il fedele si porta a casa prendendo il nome di prasada. Il fedele va lui da solo di fronte alla divinità il che fa si che il tempio elaborato non abbia la necessità di accogliere un culto collettivo ma personale e veloce; la divinità è intrattenuta dai sacerdoti del tempio come se fosse un ospite regale venendo nutrita e ghirlandata. Le sale del tempio che prendono la cella si chiamano Mandapa, anche se poi hanno nomi locali, ed è una sala, in genere con colonne e sculture, che il fedele attraversa prima di andare dalla cella e dove radunarsi fruendone sensorialmente: il tempio Hindu non è un posto dove si sta zitti e tutto è asettico ma è pieno di rumori. I muri perimetrali sono pieni di riduzioni ed eccessi che danno modo di riempiere gli angoli con molta scultura e la pianta a doppia croce … Antarala è uno spazio che salda i Mandapa con la cella ma vediamo che il Pradakshina, ovvero girare verso destra esternamente ed attorno al tempio, lo si fa anche nel tempio Hindu i quali presentano un corridoio intento apposito: se in molti templi i muri della cella sono i muri del tempio in molti altri attorno alla cella vi è appunto questo corridoio adibito al Pradakshina. Le proiezioni delle pianta lungo il perimetro si chiama ratha le quali più sono più il tempio sarà ricco di angeli e recessi equini di sculture. Dei tempi Dravida ne è un esempio quello a Magabalipuram (Tamil Nadum) che è un tempio monolitico noto come Arjuna Ratha ed è risalente al VII secolo e qui si vedono bene le differenza: nel tempio del sud sarà smuore improntate, lungo le pareti, una decorazioni fatta di immagini disse da elementi architettonici e nonni sarà quell’affollamento di immagini su ogni angolo che si ritrova nell’India del nord; la forma della sovrastruttura inoltre ha piani nettamente divisi in cui digradando c’è una riproduzione di piccoli edifici che hanno il tetto a volta di botte e che girano attorno alla sovrastruttura che culmina con una pietra che spesso viene chiamata Shikara o Stupi e che ha una forma circolare o ottagonale o forme diverse negli stili locali; spesso nella decorazione del tempio c’è la ripetizione degli stessi elementi. Il tempio dell’India meridionale inizia piccolo ma diventa sempre più grande evolvendo tempo e ciò emerge nel tempio a Tanjavur (Tamil Nadu) di Brihadishavra che è alto circa 60 metri che presenta diversi piani, che prendono il nome di tala, con corone di di piccoli edifici ad ogni piano. Nell’India del sud ci sono anche altri elementi in pianta: il tempio, che è in un recinto quadrangolare di mura che si chiama parcata, vede l’ingresso da una porta monumentale che si chiama gopura che diventano importanti nel meridione dell’India a partire dal XII e XIII secolo i gopura cominciano ad assumere forme più grandi, dando così slancio non più all’edificio cella che resta piccolino ma ai gopura; il tempio più grande di questo tipo è il tempio di Srirangam che ha sette cinte di mura. L’idea non è più di andare, come in un tempio compatto, in un percorso per andare alla cella della divinità ma l’idea è, sebbene non si capisce se sia programmatica o frutto di un accrescimento storico, quella di essere in un labirinto dove la divinità va cercata in un percorso non lineare che va dal grande al sempre più piccolo. Lezione 18 - 14/ Dopo l’arte Gupta, che regna nell’India settentrionale-centrale su popolazioni diverse, vi è l’arte della dinastia dei Chalukya che spesso vengono definiti come Primi Chalukya Occidentali che regnano nel Karnataka dal 543 al 754 e vedono il loro fondatore il Pulakeshin I mentre il loro grande sovrano in Pulakeshin II: questo regno vede due territori che continuano a fasi guerra scambiandosi idee artistiche ed è di fatto in questi bacini che si forma l’arte Gravida e dell’India meridionale. I siti principali sono Badami, Aihole e Pattadakal che si trovano nel nord del Karnataka e poi ci sono moltissimi siti minori. La capitale dei Chalukya è Badami che è stata fondata dal primo dinasta: il sito di Badami si disperde su un lato artificiale creato dopo il primo dinasta ed è il lago di Agastya, personaggio mitico veggente che fa parte del mito Badapi ovvero un demone che aveva l’abitudine di invitare ospiti a pranzo per mangiarseli e Agastya si trasforma in un montone e si fa mangiare per poi squartandoli dall’interno uscendogli dallo stomaco. La prima manifestazione artistica dei Chalukya segue lo schema già visto che vede i primi templi non sono monumenti di pietra costruiti ma sono templi in grotta: è uno schema che vede prima opere di scultura in grotta per poi passare alla costruzione dei templi. I templi in grotta riproducevano forme templari esistenti in legno o mattoni, che non sono arrivati a noi ma che ne abbiamo testimonianza nelle grotte appunto: abbiamo 4 templi in grotta a Badapi in cui emerge anche qui il desiderio di coniugare la bellezza della scultura dell’opera umana con la bellezza della natura e del paesaggio. Nella numero 3 c’è un iscrizione che data queste grotte al 578 e inoltre la sua piantina ricorda le piantine dei monasteri in grotta buddhisti: c’è un portico, una sala colonnata, che ci fa pensare al padiglione dei templi costruiti, e nel fondo la piccola cella che conteneva l’immagine della divinità. L’ingresso del tempio numero 1 dall’esterno non emerge la magnificenza degli interni che è densa di immagini scolpite: all’ingresso vi è scolpito uno Shiva danzante con numerose braccia mentre sui bordi bassi sono raffigurati personaggi che danzano e volteggiano e questi sono piccoli esseri che si chiamano gana e sono dei demonietti giocosi a volte con volto animale e che tipicamente fanno parte del corteggio di Shiva anche se il

loro nome entra nel nome Ganesha, che significa il signore dei gana. Il portico della numero 1 vede il toro di Shiva accucciato che guarda verso la cella ma vede anche delle colonne che mostrano come queste non hanno stili precisi ma nella storia dell’India ci sono diversi modelli in diversi luoghi: non si cerca l’omogeneità ma la simmetria. Sempre nel portico della numero 1 abbiamo sculture a figure naturali della famiglia di Shiva, dove lo Shiva è più grande degli altri per dare un senso gerarchico, un elefante shivaita non a grandezza naturale, l’altro figlio mitico di Shiva e Parvati, ovvero il dio della guerra, e poi degli essere celesti, che rappresentano il cielo e che si chiamano Gandharva e Vidyadhara e che intrattengono gli dei nel cielo. Altri particolati della grotta numero 1 sono delle immagini di guardiano, che riproducono immagini di fattezze e che difendono la reggia del dio, e poi delle figure di naga serpentine che spuntano dal loro copro avvolto in una spira circolare. La scultura più vasta è la numero 3 che dall’esterno è una grande fessura che entra nella roccia di una pietra di colore rosso che ha il pregio di creare una bellissima luce negli interni che illuminano, appena entrati nella grotta, sul soffitto una scultora del Vahana di Vishnu, ovvero l’uccello veicolo celeste del dio che può essere raffigurato con varie proporzioni di corpo umano, e delle coppie che sono le mensole a sostengo di trabeazione che accompagnano una parte delle colonne di questa grotta e sono immagini di buon auspicio di atteggiamento amoroso che evocano anche il piacere umano; nel portico vi è un’altra figura di Vishnu. Sul fondo di questa grotta possiamo fare altre riflessioni perchè vi è una piccola cella rialzata che da un’idea di non finito, ed effettivamente alcune grotte non sono finite, e di parti vuote e di resti di pittura, della quale non sappiamo se copriva tutta la parete o no. Altre sculture importanti nel porto è un Vishnu che sta seduto nella posizione regale sul serpente infinto Annanta, emblema delle acque comiche della creazione, ma anche un grande pannello dove, nella stessa posizione in cui vedevamo, c’è un Vishnu che compie i tre passi … La grotta numero 4 è più tarda ed è piena di immagini idi Tirthamkara ovvero i santi profeti del Giainismo, protettori, e che il quale nome vuol dire quelli che attraversano il lago: idea metaforica di persone che permettono il passaggio verso piani diversi di realtà. Il Gianismo è una religione ascetica e monastica, molto severa nelle norme nomastiche e di comportamento per i fedeli soprattuto per quella che riguarda la non violenza e il vegetarianismo, … e che vede in questa grotta numero 4 un Tirthamkara che sta praticando un ascesi così lunga nel tempo che i rampicanti gli crescono attorno al corpo e nel frattempo è nudo con spalle poderose, conformazione fisica particolare ricorrente in tutti i Tirthamkara perchè esprimono lo stesso messaggio tranne il primo e il 23° che si distingue per un cappuccio di serpenti che lo avrebbero protetto durante una lunga sessione di ascesi. A Badami ci sono anche altri diversi templi più tardi, circa VII secolo, e che oggi sono in diverso stato di conservazione e che segnano un po’ l’inizio dell’architettura Dravida che vede un portico, la parte interna e infine la cella. Il tempio più visitato è quella a Bhutanatha, che è costruito su una piattaforma in fondo ad un lago. Vi è poi il piccolo villaggio di Aihole che vede decine di templi in pietra uno dei quali vede uno Shiva danzante attorno al quale vi sono figure femminili danzanti che hanno una lunga storia di oscillazione di ruolo e sono divinità che nel mito aiutano la grande dea suprema Gurda mente combatte i demoni: queste figure femminili sono quelle divinità di origine popolare che possono essere terribili ma che possono essere anche forma di prosperità. Tra i templi più famosi di Aihole vi è il tempio di Gurda che si data tra VII e VIII secolo ed ha una forma particolare perché la pianta è absidata che ricorda quella delle sale di culto buddhisti e che qui è giocata in modo particolare perchè vi è un corridoio esterno ricco di sculture, in cui si va la corsa verso destra (non ricordo nome), e poi vi è la sovrastruttura che ricorda gli Shikara. Il tempio di Gurda vede una scultura di Gurda che sconfigge il demone bufalo: nei templi Hindu il programma scultoro può essere dedicato ad un unica divinità oppure tante divinità diverse e i questo caso non sappiamo a quale divinità è dedicato questo tempio perchè, sebbene il nome è di Gurda, viene da una fortezza … il secondo tempio più famoso è Lac Kahn (che è il nome dell’abitante di questo tempio prima che venissero valorizzati turisticamente) per il quale George Michell ha ristudiato l’arco templare definendo l’esistenza di un idioma locale che ha chiamato idioma della Malprabha ovvero il fiume che scorre nella valle. La terza fase dell’architettura Chalukya si trova ben rappresentata a Pattadakal e si data circa al VIII secolo in un parco archeologico di templi Hindu che vedono gli stili formati nord e sud nello stesso luogo: è una scelta dei committenti e degli architetti della stessa epoca di adoperare uno stile o l’altro. Qui abbiamo gli ultimi esempi dello stili Nagara dove uno dei templi vede un principio di replica di strati con finte porte e finte finestre le quali hanno la stessa forma delle grandi finestre intere o spezzate … : è come se fossero tutti finti piani di edifici che vanno a comporre lo Shikara come una specie di grattacielo. Il tempio più importante di Pattadakal che segue una svolta nell’architettura del sud è il tempio di Virupaksha che è un tempio di Shiva di Paksha, ovvero quello dall’occhio di fronte (il terzo occhio), che ha avuto come committente una regina perché quando abbiamo le iscrizioni scopriamo che spesso, da questo momento in poi, sono di committenza regale. Questo tempio fa riconoscere bene i piano del tempio del’India meridionale e il suo interno è illuminata da una rottura e il suo culto non è ben preciso: