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Appunti presi a tutte le lezioni del prof Massimo Baldacci, includono anche parti del libro di testo indicato dal professore.
Tipologia: Appunti
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La pedagogia è la disciplina che si occupa dell’educazione, cioè che riflesse sull’educazione e che intende guidare i processi educativi. CHE COS’E’ L’EDUCAZIONE? L’educazione è un fenomeno sociale, un qualcosa che accade nella società continuamente, ogni giorno. È uno dei processi fondamentali della società. Ogni generazione adulta si preoccupa di trasmettere le conoscenze e i valori che ha elaborato nel corso della propria esperienza alla generazione successiva. Dunque, in primo luogo l’educazione si da come un processo di trasmissione culturale. Gli esseri umani nella loro esperienza elaborano conoscenze, credenze, valori e modi di vivere e viene loro spontaneo comunicare queste credenze e conoscenze che hanno strutturato alla generazione più giovane, in primo luogo ai propri figli. In questo modo l’educazione assicura la continuità della cultura all’interno della società, garantisce quel processo che gli antropologi definisco come EFFETTO DENTE D’ARRESTO (la ruota della cultura gira sempre in avanti, non gira all’indietro. La ruota della cultura potrebbe girare all’indietro se si perdesse la memoria delle conoscenze accumulate e quindi ogni generazione dovesse ricominciare da capo l’avventura di costruire le conoscenze e le tecniche necessarie per l’esistenza. Allora a ogni generazione la ruota della cultura girerebbe indietro, si azzererebbe). Questo grazie al processo di educazione non avviene. Le scoperte, le conoscenze, le convinzioni che via via sono maturate dagli uomini non vengono dimenticate, perché vengono comunicate alle giovani generazioni, le quali a loro volta quando saranno adulte, provvederanno a comunicarle alle generazioni successive. questa è la realtà sociale dell’educazione e la sua funzione all’interno di un organismo sociale. L’educazione assicura la continuità e quindi anche la sopravvivenza della comunità sociale. Questa trasmissione culturale avviene e storicamente è avvenuta in modi diversi, in modo più FORMALE o in modo più INFORMALE.
La storia ci permette di comprendere il significato che oggi l’educazione riveste per noi, perché soltanto la storia può sviluppare in noi una consapevolezza critica del passato, delle pratiche educative e delle idee pedagogiche a noi precedenti. È proprio comprendendo la differenza tra ciò che l’educazione è oggi e ciò dell’educazione di ieri che possiamo arrivare a capire in modo più ampio, il senso odierno dell’educazione. Dunque, storia della pedagogia ci permette di accedere ad una consapevolezza critica dell’educazione. Ci rende consapevoli che nel tempo l’educazione è stata realizzata da una molteplicità di sistemi tra loro differenti. L’educazione dell’ANTICHITA’ è diversa da quella del MEDIOEVO che è diversa da quella MODERNA che è a sua volta diversa da quella CONTEMPORANEA Lo snodarsi di queste differenze ci permette di comprendere che l’educazione può essere organizzata in una pluralità di modi e di questi modi sono radicati nel loro tempo. Questo permette di apportarci alla nostra epoca con un atteggiamento critico illuminati da questa consapevolezza circa la pluralità dei possibili modelli educativi, che ci apre la possibilità di ragionare su quali sono i modelli educativi più appropriati della nostra epoca, diversamente dal limitarci ad accettare ciò che è oggi l’educazione. Un conto è la realtà odierna dell’educazione, un altro conto è capire i limiti della realtà odierna dell’educazione alla luce di un ventaglio di possibilità più ampio, e capire anche quali sono gli elementi su cui sarebbe necessario intervenire. In ogni epoca gli esseri umani non hanno solo accettato l’educazione della propria epoca, ma hanno sempre operato per trasformarla. Anche oggi nella nostra società, sono in atto dei processi giganteschi di trasformazione della realtà educativa. Occorre perciò capire che la trasformazione odierna non è un’eccezione storica. In tutte le epoche gli uomini hanno lavorato per delle trasformazioni, oggi semplicemente queste trasformazioni sono diventate più accelerate e complesse. Oltre a tutto questo, la storia dalla pedagogia rappresenta un preliminare necessario per la PEDAGOGIA GENERALE (la disciplina che si occupa dell’educazione, vuole comprender dal punto di vista teorico e guidare dal punto di vista pratico, i processi educativi.) La pedagogia generale ha bisogno di una serie di conoscenze che sono maturate nel corso della storia, frutto di un lungo processo. Il PENSIERO PEDAGOGICO nasce all’interno di una civiltà ed è intrecciato con tutti gli altri elementi che caratterizzano questa realtà sociale: economia , ambito di attività umana attraverso il quale gli esseri umani producono i beni necessari alla propria esistenza. politica , quella sfera di attività umana secondo cui una società viene ordinata e governata. cultura complessiva , quei sistemi di conoscenze e di valori, di abitudini per quanto riguarda la trasmissione culturale. Dunque, la dimensione pedagogica non può essere trattata in astratto, lontana da queste tre dimensioni. È necessaria una trattazione complessa. Tutto questo richiede anche un’articolazione, e cioè quella che secondo un punto di vista storico di chiama periodizzazione. Per periodo storico di intende un lasso di tempo caratterizzato da un significato unitario che può caratterizzare quella durata temporale. Periodizzare significa allora suddividere la durata storica in una serie di periodi successivi, ciascuno dei quali è caratterizzato da propri specifici significati. La periodizzazione è necessaria per raccapezzarsi, cioè per arrivare a capire qualcosa dalla storia. Se ci chiediamo qual è il significato della storia nella sua interezza non riusciamo a dare una risposta coerente. Ci hanno provato quelle che un tempo erano chiamate le FILOSOFIE DELLA STORIA che cercavano di dare un significato unico all’intera storia. Per un certo periodo hanno avuto successo ma regolarmente si è potuto evadere che ogni filosofia della storia cadeva e veniva sostituita da un’altra, e nessuna di essere era riuscita a rilevare il significato della storia umana nella sua interezza. Dunque, per venire a capo dei significati storici, abbiamo bisogno di concentrarci su unità più circoscritte. Possiamo perciò azzardare l’interpretazione di un significato di un certo periodo. PERIODIZZAZIONE CANONICA suddivisone della storia della pedagogia tra storia antica - medievale - moderna - contemporanea.
Quando assistiamo a certo evento Tizio osserva un aspetto, Caglio ne osserva un altro e Sempronio un altro ancora. Lo stesso accade per la ricostruzione della storia. Un ricercatore privilegerà certe fonti, un altro altre fonti e un altro altre fonti ancora. Una parte di queste fonti saranno comuni tutti loro e altre fonti saranno specifiche di un certo ricercatore. Ogni ricercatore su pone in perspettive in parte diverse, privilegia fonti che in parte possono divergere da quelle di altri ricercatori e così via. Ovviamente la storia della pedagogia non fa eccezioni, esistono molte diverse storie della pedagogia. Se ne ricordano alcune significative, ma tuttavia la ricerca del significato degli eventi consiste anche nel cercare nuove angolazioni che ci permettono di affinare la nostra comprensione. I PROBLEMI DEI PARADIGMI STORIOGRAFICI: QUALI SONO LE PROSPETTIVE STORIOGRAFICHE? La storiografia è la metodologia della ricostruzione storica, cioè come si fa la storia, come si ricostruisce la storia. Vi sono differenti paradigmi, teorie, prospettive di come compiere questa ricostruzione, per cui riflettere su queste diverse alternative paradigmatiche e chiarire quali sono quelle prescelte, è un ausilio ad una comprensione più approfondita e allo stesso tempo chiarisce che interpreti diversi possono raccontare la storia della pedagogia in modo diversa. LA STORIA DEL PENSIERO PEDAGOGICO La pedagogia come disciplina specifica ha una costituzione piuttosto recente. A lungo la pedagogia ha coinciso con un ambito della filosofia. Quando nasce una riflessione formale, cioè consapevole sull’educazione, nel 4 sec a.C. PLATONE non parla di pedagogia, ma la sua è una riflessione filosofica sul problema dell’educazione che è collocata all’interno della riflessione sul problema politico. Il problema che affligge Platone è il problema di come si possa dare una città giusta. È all’interno di questo problema di natura politica che prende forma la sua riflessione sull’educazione. All’altezza di Platone non si può parlare di riflessione filosofica, è con Aristotele che propriamente si comincia ad utilizzare in nome di storia della filosofia. È soltanto con il 18 secolo che la pedagogia di differenzia come disciplina specifica. Allora nell’ università (soprattutto quella tedesca) comincia ad essere affidato ai detentori delle cattedre di filosofia anche l’insegnamento della pedagogia. Un insegnamento che viene tenuto a turno. Uno dei massimi filosofi della fine del 18 sec. KANT , non corso della sua carriera tiene due volte il corso di pedagogia e il secondo di questi corsi viene trascritto da Teodor, pubblicato con il titolo “PEDAGOGIA”. Nel linguaggio comune il termine pedagogia risale già nel 16 secolo, ma comincia a qualificarsi come disciplina accademica verso la fine del 18 secolo. Pochi anni dopo la pubblicazione del volume di pedagogia, un altro filosofo HERBART pubblica un altro volume “Pedagogia Generale “. Kant aveva sostenuto che la pedagogia doveva costituirsi come una disciplina autonoma, cioè sganciarsi dalla tutela della filosofia, Herbert cerca di compiere questa operazione dedicando un’opera alla pedagogia per essere una disciplina autonoma. A questa altezza il termine scienza ha un significato in Germania diverso di quello che riveste oggi. Allora nella Germania dell’epoca per scienza si intendeva semplicemente un sapere sistematico ordinato in modo concettuale. Nel voler fondare una pedagogia come scienza, Herbert voleva fondare un sapere sistematico. Gli uomini hanno sempre pensato da che esiste homo sapiens la capacità di pensiero è sempre stata una caratteristica distintiva dell’homo sapiens e l’uomo ha sempre pensato su tutti i campi della propria esperienza, ha iniziato pensare sull’educazione, cioè su quel fenomeno sociale di trasmissione culturale. Tuttavia, il fatto che l’uomo abbia sempre pensato sull’ educazione ci permette di scegliere un altro criterio, non nel ricostruire l’itinerario della pedagogia in quanto disciplina accademica, ma ricostruire l’itinerario della pedagogia come pensiero sull’educazione. Storia del pensiero pedagogico significa dunque cercare di ricostruire il pensiero che ha avuto per materia l’educazione anche quanto questa non si è presentata nella forma di una disciplina specifica, ma sotto altre forme che sono state via via storicamente diversificate.
La più importante di queste forme è stata la riflessione filosofica sull’educazione , che possiamo datare a partire da Platone. Tuttavia, limitarsi a questo pensiero formale - filosofico sull’ educazione sarebbe riduttivo e criticabile da un punto di vista metodologico. Le stesse idee filosofiche non cadono dal cielo, ma prendono forma in determinati contesti storico-sociali e sono influenzati da pratiche culturali e educative. La storia del pensiero pedagogico va seguita anche attraverso fonti diverse da quelle opere filosofiche in senso stretto. Diventano ad esempio fonti interessanti quelle letterarie: si può capire qualcosa dell’educazione antica e del pensiero pedagogico antico attraverso ad esempio i poemi omerici, il teatro attico, ecc. Opere che non riflettono in modo specifico sull’educazione, ma che contengono pensieri sull’educazione. Storia del pensiero pedagogico come storia dei pensieri sull’educazione, tenendo conto che pensiero è una categoria complessa che si articola su più livelli:
Per Banfi, dunque, quando regna un certo senso comune, L’EDUCAZIONE È GUIDATA DA QUESTO SENSO COMUNE E QUINDI NON C’È NECESSITA DI DISCUTERE DI EDUCAZIONE. Quando però sopravviene un’epoca di crisi culturale, quando la sintesi culturale che ha dominato fino a quel momento si infrange, quando nell’ organismo sociale le credenze cominciano a non essere più condivise, ma compaiono convinzioni diverse, allora compaiono anche orientamenti diversi in materia di educazione. Qualcun comincia a credere che per educare è bene fare in un certo modo, qualcun altro comincia a credere un altro modo ancora più diverso per educare. Ritornando a Roma, infatti, all’altezza del secondo secolo a.C. compaiono opinioni diverse in materia di educazione a Roma e il contrasto compare tra i difensori della tradizione del mos maiorum ( il cui maggior rappresentate è Catone il Censore ) e coloro che invece ritengono necessario un’integrazione del mos maiorum con una nuova cornice culturale che poi sarà denominata l’ HUMANITAS e che trova il proprio centro culturale nel Circolo degli Scipioni, guidato da Scipione l’Emiliano e che ha come principale interprete il commediografo Terenzio ( cogliamo un segno del cambiamento delle idee educative a partire dalle commedie di Terenzio ) Dunque, quando sopravviene una crisi culturale e quello che era stato un sistema di credenze precedentemente condiviso si sgretola, allora l’educazione diventa un problema. Per Banfi quando l’educazione diventa un problema e si acquisisce consapevolezza sociale di questo problema, che tende a comparire un pensiero pedagogico formale. È allora che un gruppo di uomini, gli intellettuali di una certa epoca, comincia a riflettere in modo critico e consapevole sull’educazione perché occorre fare una scelta circa l’orientamento da adottare, circa la strada da prendere. Il termine crisi nella sua etimologia greca significa SCELTA, si arriva ad un bivio. In quel moment tende a comparire un pensiero pedagogico formale. La genesi del pensiero pedagogico formale è per lo più legata alle fasi di crisi culturale, cioè ai periodi di mutamento della storia. Sicuramente però che il cambiamento venga orientato dal pensiero pedagogico-formale, spesso sono più forti le correnti sociali. Le correnti profonde della storia sono correnti di lunga durata. Un’altra immagine che viene utilizzata è quella della TALPA DELLA STORIA. La storia è come una talpa, scava cunicoli sotterranei e quando ci accorgiamo delle cose gran parte del tragitto è già stato percorso. Spesso sono le correnti profonde della storia che determinano il corso delle pratiche educative. La pedagogia formale somiglia in questo ad un rematore che trovandosi in una rapida cerca di manovrare la barchetta per cercare di tenerla a galla e cercare di orientarla in una direzione o in un’altra. Raramente la pedagogia formale è stata decisiva, tuttavia in una certa misura è riuscita da incidere sul senso comune, e quindi è stata una dei fattori che ha orientato il corso dell’educazione (ma per capire il corso dell’educazione dobbiamo sempre risalire a queste correnti profonde della storia).
Banfi trascura di chiarire un problema. Banfi diede grande rilievo alla crisi culturale degli inizi del 900. Tuttavia, nel suo sommario di pedagogia non fornisce una spiegazione del meccanismo crisi culturali.
Gramsci risulta questo determinismo meccanicistico a favore di una concezione maggiormente dialettica. Le varie sfere di una società si influenzano tra loro reciprocamente. Di Gramsci ci interessa SOPRATTUTTO IL CONCETTO DI EGEMONIA CULTURALE. Egli parte da un assunto nel corso della storia, nelle società umane è sempre esisteva una distinzione tra governati e governanti, tra gruppi dirigenti e gruppi subalterni. Una società deve essere governata, c’è bisogno di un sistema e di gruppi che si dedicano al sistema della società. Questi gruppi assumono una supremazia su altri gruppi a loro subordinati. Non esiste eccezione nella storia del genere umano a questo principio. Come i gruppi dirigenti mantengo il proprio potere? La teoria politica tradizionale sostiene che i gruppi dominanti mantengono il proprio potere grazie alla forza, grazie alla capacità coercitiva. Chi domina cerca di acquisire il monopolio della forza (in primo luogo quella militare e delle forze dell’ordine.). Il potere si mantiene grazi al fatto che chi lo detiene è in grado di imporre la propria volontà. I subalterni o si rassegano a obbedire o saranno obbligati con la forza. Gramsci osserva che questa è una teoria molto rozza e che le cose non funzionano mai così. In realtà ci son 2 meccanismi dell’esercizio del potere: FORZA: l’uso della forza solitamente interviene soltanto laddove la persuasione non basta, e dunque è necessario obbligare. EGEMONIA: meccanismo di persuasione culturale che crea consenso nei subordinati. Secondo Gramsci il meccanismo di esercizio del potere non la forza, ma è l’egemonia. Che domina cerca di persuadere i governati, che opera per il bene di tutti, e cerca di ottenere il loro consenso. Anche il più tirannico dei governi si preoccupa di promuovere il consenso dei subordinati, dei governati. Gramsci aveva di fronte uno dei massimi esempi della storia, il fascismo. Il regime fascista che aveva indubbiamente un carattere repressivo, una volta consolidato, compì uno sforzo molto grande di costruzione di un apparto egemonico, volto alla creazione del consenso. L’egemonia culturale, dunque, consiste in un meccanismo che si può definire formativo in senso ampio. Secondo Gramsci per creare l’egemonia si deve prima di tutto formare un certo senso comune. Bisogna indurre le persone a credere certe cose. La regola dell’esercizio dell’egemonia culturale è quello di effettuare UN’OPERA CULTURALE FORMATIVA in senso ampio per formare un certo senso comune, un certo sistema di credenze. Così si può ottenere il consenso dei subordinati, non tanto perché si propongono dei buoni argomenti, ma perché i subordinati sono già persuasi della bontà di certe cose e quindi è più semplice avviarli verso quella direzione. Questo è prezioso per capire dove arriva il senso comune, un sistema di credenze che noi assorbiamo meccanicamente dall’ambiente. Chi riversa queste credenze nell’ ambiente sono i gruppi dirigenti di una società che in vari modi cercano di influenzare le credenze di tutto un corpo sociale. In questo si spiegano anche le CRISI CULTURALI. Spesso, anche se non sempre, le crisi culturali sono crisi di egemonia, sono crisi circa l’esercizio del potere all’ interno di una formazione sociale. Queste crisi del potere, cioè gruppi che si contengono il potere, spesso di presentano all’ interno dei gruppi dirigenti di una certa formazione sociale che ad un certo si dividono e quindi compare tra di essi un conflitto temporale oltre che politico. Da tutte e due le parti si comincia ad influenzare il senso comune in modo diverso; quindi, dove prima regnava una sintesi culturale, compare la lotta culturale. Catone il censore e il circolo egli Scipioni facevano entrambi parte dell’élite dirigenti romane. Ad un certo punto all’ interno della dirigenza romana iniziano a comparire fratture e visioni interne. All’interno di queste crisi egemoniche, compare anche la crisi educativa, il fatto che l’educazione diventi un problema., e dunque ricompaia una riflessione pedagogica formale. IL PENSERO PEDAGOGICO NELL’ETA’ ANTICA Per età antica si intende quel periodo che va dalle prime civiltà umane caratterizzate dalla scrittura alla fine dell’Impero Romano d’Occidente. È un mondo già basato sulle città, caratterizzata da civiltà mediterranee. L’epicentro è stato rappresentato dal mar Mediterraneo su cui si sono affacciate diverse civiltà, specialmente quella greca (che si affaccia sul bacino orientale del Mediteranno) e romana (che si affaccia invece sul bacino occidentale).
Questo porta ad un disprezzo del lavoro materiale, ritenuto indegno per un uomo libero che all’individuazione della politica, ovvero della partecipazione a quei processi che determinano il governo e la politica della città da parte di nobili e benestanti. LA SOLA VITA DEGNA DI UN UOMO LIBERO ERA LA PARTECIPAZIONE ALLA POLITICA. Gli schiavi erano invece considerati come puri strumenti di lavoro ed erano ridotti a merce. Dall’altra parte la disponibilità di un buon mercato di schiavi agiva da fattore di limitazione dello sviluppo delle forze produttive: perché non stimolava l’invenzione e/o l’adozione di tecniche di lavoro più avanzate. Inoltre, lo schiavo tende ad un basso impegno, e quindi ad una produttività limitata. L’espansione economica era basata sulla colonizzazione di nuovi territori e sulla guerra di conquista, che portava bottini, tributi della popolazione sottomesse, e nuovi schiavi. Queta realtà viene razionalizzata, i pensatori greci si preoccupano di legittimare questa distinzione. Prima di tutto considerando i Barbari, considerati dai greci come schiavi per natura, incivili. Aristotele invece andrà al di là. Dirà che ci sono uomini che sono schiavi di natura perché non si sanno autogovernare, e dunque hanno bisogno di qualcuno che li diriga. In questo modo si tende a pensare che la schiavitù vada a benefico degli stessi schiavi che abbandonati a sé stessi sarebbero incapaci di vivere in modo adeguato. La schiavitù è proseguita verso tutto l’andamento storia e si stima che anche oggi esistano milioni di schiavi. Il segno forte da questo punto di vista è l’elemento dello schiavismo, che dividendo la popolazione tra GRUPPI DIRIGENTI e GRUPPI SUB ALTERNI, distingue anche tra color che si possono dedicare alla politica (i dirigenti) e coloro che invece possono essere soltanto governati. L’esistenza di una classe affrancata del lavoro materiale rappresentò una delle condizioni che stimolarono il sorgere di una civiltà evoluta, nella quale nacque la filosofia. Questo ha un riflesso fondamentale anche sulle FORME DI EDUCAZIONE. A questo proposito il mondo antico non conobbe soltanto differenze diatopiche (cioè tra luoghi geografici), ma si possono rilevare nell’ antica Grecia delle differenze diastratiche circa l’educazione (tra gli strati sociali). L’educazione è diversa a seconda se si appartenga ai ceti nobili o benestanti, ai ceti liberi di piccoli contadini o artigiani oppure agli schiavi. L’educazione a pieno titolo rimane a panneggio di una minoranza ceti nobiliari e benestanti. Il termine che gli antichi greci utilizzano per l’educazione è PAIDEIA deriva da pais (ragazzo, fanciullo), ma non ci deve illudere sul significato che questo riveste. La paideia non ha di mira il ragazzo, ma è il processo con cui si deve fare del ragazzo un uomo e un cittadino. Lo scopo non è la valorizzazione del bambino, del ragazzo, ma quello di fare di ogni ragazzo un cittadino, guerriero e uomo. ma questo è un processo che riguarda soltanto la minoranza dei possidenti, dei ricchi commercianti ecc. Ancora oggi si indica nella paideia greca un modello educativo di perfezione che può ispirare anche l’educazione dei nostri giorni. Quando pensiamo a questo, non dobbiamo credere che questo modello interessasse tutti. Erano esclusi: Schiavi
Piccoli contadini Le donne Rimaneva una minoranza di uomini di origine nobiliare e benestante (meno del 10% della popolazione effettiva). Questo tipo di realtà segnata da questo modo di produzione con le disuguaglianze social e culturali che ne derivano, e le diverse forme di educazione che questo genera, e fa si che per gli schiavi e i piccoli contadini l’unica forma di educazione fosse quella dell’APPRENDI STATO (apprendimento del lavoro manuale per mera imitazione del lavoro stesso. Imparavano un mestiere direttamente partecipando al processo lavorativo). Ma esistevano differenze anche tra i cittadini liberi, i cui strati sociali superiori (aristocratici e possidenti terrieri) godevano di un’educazione prolungata volta alla preparazione alla vita politica, mentre quella degli strati inferiori (artigiani e piccoli contadini) si limitava ai primi rudimenti alfabetici e a un apprendimento del mestiere da esercitare. Al di la di queste differenze, la diseguaglianza educativa tra i ceti dominanti e quelli subordinati tende a permanere, mostrandosi come una caratteristica che attraversa l’intera storia dell’educazione. tra i gruppi dominanti e i gruppi subalterni entra in gioco un rapporto di egemonia, volto a mantenere la supremazia dei dominanti attraverso una combinazione di forza e persuasione, di coercizione e di consenso. IL PROCESSO STORICO DELLA GRECIA SOTTO FORMA DI STORIA POLITICA La storia della Grecia antica viene divisa in tre periodi: Periodo arcaico (800-500 a.C.) Periodo classico (500-330 a.C.) Periodo ellenistico (dal 330 a.C.) Con l’8 secolo iniziano a cristallizzarsi le strutture urbane che daranno vita alla polis, le città-stato.
Anche l’egemonia tebana è di breve durata. Le città greche con tutte queste continue guerre sono sfibrate a vicenda, si sono estenuate e cadono sotto le mire espansioniste del sovrano di Macedonia (regione a nord della Grecia) Filippo II. C’è chi vede in Filippo un sovrano che potrà unificare la Grecia, e quindi contrapporre una forma ingente contro persiani e chi invece considera Filippo II come il tiranno che cancellerà l’indipendenza e la libertà della Grecia. La Grecia cade sotto il dominio macedone. La divisione tra le città greche diviene loro fatale. Il non essere riuscita a costruire un vero organismo statale, essersi sempre divisa in rivalità, porta la Grecia a soccombere sotto invece un regno ben unito e compatto, dotata di una macchina da guerra gigantesca e invincibile. Tuttavia, Filippo II cade vittima di un attentato e salirà al trono il figlio, Alessandro il Macedone (conosciuto come Alessandro Magno) che guiderà una spedizione greco-macedona contro la Persia riuscendo nell’ impresa di sconfiggere e conquistare tutto questo grande impero arrivando fino all’india. Alessandro, tuttavia, morirà giovane senza nominare un suo successore (323 a.C. inizio epoca ellenistica). I suoi generali cominciano a lottare tra loro per spartirsi il suo impero, che alla fine verrà spartito in: Grecia e macedonia Egitto Siria e Asia Sono i regni greco-macedoni che dureranno fino a che Roma non estenderà il proprio sguardo anche sul bacino orientale del Mediterraneo e dal II secolo a.C. fino alla battaglia in cui Ottaviano sconfiggerà la flotta di Marco Antonio, Roma conquisterà questi territori.
Tutta questa evoluzione storica ci consente di capire meglio una serie di elementi di CARATTERE PEDAGOGICO E FORMATIVO L'educazione fa parte della prassi sociale delle comunità umane, e si comprende nel quadro di questa. Tra le funzioni della comunità se ne possono ravvisare alcune fondamentali. La prima è quella della riproduzione delle condizioni materiali dell'esistenza: il lavoro, come attività di trasformazione della natura per rispondere ai bisogni dell'uomo; si tratta della sfera dell'economia. la seconda è quella di dare un ordine alla vita della comunità, governandone le dinamiche sociali; è la sfera della politica. la terza è quella della elaborazione di un universo simbolico capace di dare senso al modo di vivere della comunità: riguarda la sfera della cultura, come sistema di credenze, di conoscenze, di valori, di atteggiamenti e di pratiche. Queste tre funzioni sono strettamente collegate tra loro e con la quarta, che è quella di trasmettere la cultura ai membri della comunità. Ogni comunità umana realizza queste funzioni in forme peculiari, dando luogo a una specifica forma di vita, a un tipo particolare di civiltà. La funzione concernente l'educazione è strettamente intrecciata con quelle inerenti all'economia, alla politica e alla cultura; pertanto, il fenomeno dell'educazione è comprensibile soltanto all'interno dell'intera forma di vita che caratterizza una data comunità in un certo luogo e in un certo periodo, determinato contesto storico-sociale. L’EDUCAZIONE È UN FATTO SOCIALE che avviene in modo informale attraverso la partecipazione alla vita sociale. Nasce il sistema educativo specializzato della SCUOLA (V secolo a.C.) -- ossia uno spazio formativo separato dal resto della società e deputato alla trasmissione di conoscenze particolari. Dunque la scuola non sarà mai troppo importante per l’educazione greca. In questo quadro viene collocata anche la pedagogia. Con il termine “pedagogia” si intende discorso sull’educazione. L’educazione tende ad essere fusa nella prassi sociale della comunità, a fare parte integrante del suo ethos, del suo costume e della sua forma di vita. Il senso comune condiviso dai membri della comunità è sufficiente per indirizzare le pratiche educative. Quando però, l’unità della concezione etico-sociale entra in crisi, la questione cambia.
l’ethos di una comunità è il risultato di un processo collettivo disteso nel tempo. In questo processo i gruppi dominanti hanno un ruolo più incisivo di quelli subalterni. Ciò non impedisce che i gruppi sub alterni possano in parte coltivare i propri orientamenti culturali, che però tendono a rimanere subordinati. L’ethos (la sintesi culturale, il senso comune) che innerva la vita sociale e regola le pratiche educative, dipende prevalentemente dalla egemonia politico-culturale esercitata dai gruppi dominanti. È difficile capire l’educazione greca, perché è difficile capire la mentalità dell’uomo greco. Per quanti sforzi possiamo fare sono passati troppi secoli. Noi oggi quando guardiamo la Luna, sappiamo che guardiamo un satellite della Terra che ha certe caratteristiche, un corpo celeste che è una grande roccia. Per gli antichi greci la Luna era Selene, una divinità. Quando un antico greco guardava la Luna, contemplava una divinità verso la quale sentiva un’emozione e un timore. Per quanti sforzi di immaginazione possiamo fare, difficilmente possiamo identificarci in uno stato d’animo che caratterizzava un atteggiamento di questo tipo. L’AMBIENTE DELLA POLIS Per quanto riguarda l’ambiente educativo della polis, il termine utilizzato dai greci per l’educazione era PAIDEIA, la cui radice pais, significa propriamente bambino/fanciullo. Tuttavia, non si deve pensare ad una tendenza puerocentrica: la paideia riguarda il modo di trattare il ragazzo per farne un uomo, è una maniera di formare lo stesso uomo adulto in quanto cittadino. Si può considerare la polis come una comunità educante, le cui dinamiche sociali e culturali operano una formazione dell'uomo secondo l'ETHOS CITTADINO. Nella polis l'educazione aveva un carattere permanente, durava per tutto l'arco della vita. I grandi fenomeni culturali che permeano la vita della polis sono le pratiche religiose (i rituali), quelle artistiche (poesia, teatro e arti figurative), e quelle ginniche-sportive (nel senso di agonali, competitive). LA RELIGIONE In linea di massima, per religione s’intende un insieme di credenze in entità soprannaturali o divinità , accompagnate da pratiche rituali volte a creare un rapporto tra l'uomo e questi esseri o potenze superiori. Dal punto di vista antropologico, si ritiene che la religione sia un bisogno generato dalla condizione umana, sospesa tra la nascita e la morte, ed esposta a scacchi e a pericoli fatali. Sul piano soggettivo, la funzione dell'esperienza religiosa è quindi quella di permettere di confrontarsi con i problemi ultimi dell'esistenza (e in particolare la morte), di coltivare speranze di salvezza (terrena e ultraterrena), e di investire di senso la vita. Le credenze religiose istituiscono valori e si traducono in norme ad azione pratica, e quindi svolgono un ruolo rilevante rispetto alla vita etica della comunità. A questo proposito, e stata perciò anche indicata una funzione politica della religione, in particolare nello stabilizzare l'ordine sociale esistente (se presentato come virtuoso e conforme al volere divino), o nel tendere a mutarlo (se visto come vizioso e contrario a Dio). La religione dell'antica Grecia è di tipo politeista; i greci sono pagani, credono nell’esistenza di più dei che hanno poteri focali; dunque, è escluso il concetto di onnipotenza: Ares è il dio della guerra; Atena è la dea della sapienza; Zeus è il re degli dèi, dei cieli e della folgore ecc. Vi è un ‘intero pantheon degli dèi olimpici. IL MITO Inoltre, la religione dell'Ellade ha una forma mitologica. Mito vuol dire racconto, e la religione ha una forma mitologica in quanto si basa su un insieme di racconti che riguardano gli dèi, le loro genealogie, e i semidei (gli eroi leggendari come Eracle). Tuttavia, l'antica Grecia non ebbe mai un libro sacro equiparabile alla Bibbia ebraica. Pertanto, il concetto di eresia (come violazione della dottrina ortodossa) aveva scarso spazio, sebbene fosse ben presente quello di empietà: la violazione del rispetto dovuto agli dèi.
I poemi omerici compaiono nell’ottavo secolo e si tende a ritenere che la loro funzione sia quella di promuovere consapevolezza e coesione di corpi aristocratici, impegnati a contrastare le tensioni sociali contro i ceti subalterni, e che hanno bisogno di una ideologia che li faccia convinti del loro valore e del loro diritto di sangue. Da entrambi i poemi emergono quelle che sono le virtù tipiche a cui occorre educare l'uomo aristocratico le armi e la parola. Da un lato, l'eccellenza nell'arte delle armi, dall'altro lato, la superiorità nell'arte del parlare, che conferisce il potere della persuasione. Forza e persuasione, come si è accennato, sono le due componenti dell’egemonia. Se i poemi omerici sono espressioni dell'etica aristocratica, diverso è l'orientamento di quelli di ESIODO, I ‘altro cantore dell’età arcaica. Egli ci ha lasciato due grandi opere: La TEOGONIA espone la genealogia degli dèi, la storia della nascita del mondo e del succedersi del regno degli dèi. Le OPERE E I GIORNI, è invece un poema che vuole dare un insegnamento morale, in cui circola una condizione di una vita antieroica, un’etica del lavoro e della giustizia (gli dèi omerici disprezzano il lavoro). L’etica espressa da Esiodo è quella dei piccoli possidenti contadini, che lavorano duramente sotto il pericolo incombente dei debiti. L'opera di Esiodo, esprime la fase in cui i piccoli contadini sono ancora subalterni al ceto aristocratico, ma hanno iniziato a elaborare un orientamento etico autonomo. Infatti, in “Le opere e i giorni” circola un'etica del lavoro e del rispetto sociale. L’autore afferma che lavorare non è vergogna, vergogna è non lavorare. La città deve essere retta da un’etica della giustizia contro i soprusi dei potenti che si comportano verso i deboli con l'atteggiamento prepotente e predatorio, ma anche contro i giudici corrotti, "divoratori di doni”. Questo è allora un altro poema con spiccate finalità educative, ma che si rivolge a destinatari diversi. Si pensa infatti che i destinatari fossero i piccoli contadini e le classi medie che dovevano lavorare dalla mattina alla sera. Nel VII-VI secolo a.C. le divisioni interne alla società greca tra antica aristocrazia terriera, piccoli contadini e nuovi ceti commerciali si inaspriscono, portando a una marcata conflittualità sociale che sfocerà nelle tirannie. La produzione poetica tende a differenziarsi in modo più netto secondo linee sociali. Un'esperienza letteraria tipica della formazione delle classi subalterne fu invece la FAVOLA. La favola è un breve racconto che mette capo a una morale di valore precettistico-pedagogico. Si ritiene che la sua genesi sia legata al bisogno umano di dare senso, significato alle cose della vita attraverso la narrazione. una composizione orale, di tipo popolare e per lo più di elaborazione collettiva. Raccontare storie è una pratica culturale fondamentale per elaborare significati condivisi, ed è impossibile datare le sue origini. La tradizione attribuisce a ESOPO, uno schiavo di origine Tracia, un corpus di favole. La favola esopica usa per lo più animali in qualità di personaggi, prendendoli a metafora di tipi umani (il lupo come emblema dell'individuo aggressivo, la volpe di quello astuto e ingannatore ecc.). La storia narrata è concentrata in un solo episodio, ed è solitamente basata sul contrasto tra due o tre personaggi, che spesso simboleggiano posizioni sociali antagoniste (forte/debole, ricco/povero ecc.). Per esempio, nel Lupo e l'agnello a niente valgono le argomentazioni dell'agnello contro i pretesti del lupo, alla fine questi lo divora comunque: contro un potente malintenzionato non vale la ragione. La concezione della vita che circola nelle favole esopiche è di tipo popolare e antieroico, Nella favola possiamo trovare combinati due atteggiamenti diversi: da un lato la critica sociale della situazione esistente dall'altro lo spirito di rassegnazione verso la propria dura condizione.
Questa bipolarità di atteggiamenti contestazione/ accettazione è spesso presente nei gruppi subalterni. Così, la tendenza pedagogica intrinseca alla favola esopica è ambigua: se da un lato porta alla consapevolezza dell'ingiustizia e dell'ipocrisia del mondo. Nelle favole di Esopo lo schema è: un potente consuma una prepotenza contro un umile che subisce o che tende ad evitare. dall'altro la ribellione viene connotata come vana. Cioè viene veicolata un’etica della rassegnazione a questo stato di cose. Le cose non si possono cambiare, così va il mondo, l’unica cosa è saperlo per cercare di adattarsi ed evitare guai peggiori. A questo proposito risulta famosa una favola che arriva a presentare come positiva la schiavitù il mulo canzona l’asino perché egli è libero, mentre l’asino è schiavo di un padrone. Tuttavia, arriva un leone, il mulo viene divorato, mentre l’asino si salva perché viene difeso dal padrone. La morale è che “meglio esser soggetto a qualcuno, che però assicura la difesa”. In questo modo non troviamo solo un’etica della rassegnazione, ma anche una legittimazione della condizione servile. DIFFERENZA TRA IL SISTEMA EDUCATIVO SPARTANO E SISTEMA EDUCATIVO ATENIESE. Si possono evidenziare delle differenze nei sistemi di educazione delle due comunità di Atene e Sparta. Vi sono differenze diatopiche (legate ai ruoli) e differenze diacroniche (legate ai tempi) inerenti ad una comunità nei suoi diversi periodi storici. L’EDUCAZIONE A SPARTA A Sparta l'educazione era diretta e controllata dallo Stato. Lo scopo fondamentale era quello della formazione dell'uomo come guerriero, forte, coraggioso e disciplinato. Questa priorità per la formazione militare oltre che a motivi geopolitici (la città era nell'entroterra, e quindi potenzialmente attaccabile da più lati) dipendeva anche dalla necessità di tenere sotto scacco l'ingente massa di schiavi, gli iloti. La coltivazione dell'areté bellica si univa alla sollecitazione di un marcato senso patriottico, di identificazione totale nella propria polis. La schiera politica spartana era una macchina da guerra formidabile. Sparta era caratterizzata da una costruzione rigida e da un regime di olicantropia (pochi uomini). È divisa in tre classi: SPARTIATI (nobili e possidenti terrieri) che si stima non superino i 5000 individui e abbiano raggiunto i 9000 individui. PERIECI, classe artigianale. Gli ILOTI, grande massa di schiavi. La vita dello spartano è interamente consacrata all’ allenamento militare. Dopo un primo periodo passato in famiglia, per i bambini degli spartiati a 7 anni iniziava l'educazione pubblica, che aveva un carattere comunitario. Infatti, i figli non erano ritenuti un possesso privato delle famiglie, ma un patrimonio dello Stato. I bambini venivano organizzati in gruppi, sotto il controllo di una commissione di anziani (che dovranno in seguito decidere se il soggetto potrà continuare a vivere oppure no. Se un bambino fosse apparito gracile, sarebbe stato soppresso) e li ponevano poi sotto la guida dei migliori tra i ragazzi. All'inizio l’attività era basata su giochi, ma progressivamente dopo i 7 anni, diveniva un vero e proprio allenamento ginnico preparatorio all'addestramento militare. Veniva promosso l'indurimento del corpo: abituarsi alle intemperie, a vesti rozze, ad alimentazione scarsa, a giacigli scomodi. Se nei primi anni la vita comunitaria funzionava come un semi convitto, con rientro serale a casa, poi (a 12 anni) si trasformava in una caserma dove si passava anche la notte. Gli uomini spartani vivono separati dalle donne spartane (anche l’uomo sposato passa gran parte del proprio tempo nella caserma). Oltre agli esercizi ginnico-militari, era in parte presente l'educazione attraverso la musica, i canti e le danze corali, che dovevano stimolare lo spirito di gruppo.
La vita scolastica era caratterizzata da una a severa disciplina, che ricorreva largamente alle punizioni corporali. Il bambino frequentava però anche la palestra, sotto la guida del maestro di ginnastica e lezioni di musica tenute dal citarista. A quattordici anni, il ragazzo terminava la scuola, e a diciotto anni iniziava un biennio di servizio militare obbligatorio, poi detto efebia, al cui termine sarà ritenuto adulto. Il periodo che va dai quattordici ai diciotto anni è dedicato alla libera frequenza di una tipica istituzione ateniese: il GINNASIO, che ospita per lo più giovani agiati e/o aristocratici. Si trattava innanzitutto di un luogo deputato alla cultura fisica: all'allenamento nella corsa, nella lotta, nel lancio del giavellotto. Uno spazio, nel quale i giovani ateniesi sviluppavano le loro capacità atletiche. Ma oltre a questo, ospitava la musica, il canto, la danza, rappresentazioni teatrali, lezioni, conferenze filosofiche. Esso era perciò un luogo di educazione integrale, allargata a tutto lo spettro delle attività culturali. Inoltre, il ginnasio era una istituzione intergenerazionale, frequentata anche da uomini adulti, per lo più benestanti e/o aristocratici, che si ritrovavano per discutere di politica. Nel ginnasio si prosegue la propria educazione atletica, anche perché in Grecia numerose erano le manifestazioni sportive, tra le più famose troviamo i giochi olimpici fino dal 776 a.C., la vittoria in una gara olimpica assicurava prestigio, e dunque giovani aristocratici tendono a perfezionare la propria preparazione ginnico-atletica. Il ginnasio di Atene rimarrà oltretutto come un’istituzione formativa aperta a tutti. Raggiunta l'età adulta, la formazione dell'uomo ateniese proseguiva attraverso la partecipazione alla vita civica: ai riti religiosi, alle rappresentazioni teatrali, all'Assemblea cittadina, alla discussione nella pubblica piazza. Una formazione permanente, quindi, che attraversava tutte le occasioni sociali e si estendeva all'intera esistenza. Un istituto tipico di questa formazione in età adulta era il SIMPOSIO. Il simposio era un banchetto riservato agli esponenti di una certa cerchia aristocratica, durante il quale, oltre ad assistere a spettacoli di canto, di musica e di danza, si discuteva di questioni politiche e filosofiche. La formazione maschile descritta riguardava i ceti benestanti o aristocratici. Per i figli di cittadini liberi ma non facoltosi, al massimo era accessibile la scuola del grammatista. Dopo iniziava l'apprendimento di un mestiere artigianale, attraverso l'apprendistato in una bottega. L'educazione femminile, invece, si svolgeva prevalentemente entro le mura domestiche, a contatto con le altre donne della casa. Per le bambine non esistevano scuole (insegnare a leggere e a scrivere alle donne era ritenuta una follia), e neppure luoghi pubblici a loro dedicati. L'educazione domestica era finalizzata alla preparazione al matrimonio e al ruolo di moglie. L’ETA’ CLASSICA Si colloca tra i V e i primi tre terzi del IV secolo a.C. Con l’ingresso nel V secolo, la poesia lirica sembra esaurire la propria forza. Un’altra grande istituzione formativa diventa allora è il TEATRO. Una città governata da un’assemblea ha bisogno di un dispositivo formativo rivolto a tutta la popolazione. L’ educazione è permanente e l’elemento più caratterizzante di questa educazione, oltre all’ assemblea pubblica, e rappresenta dal teatro greco che ha la funzione di educazione politica della cittadinanza. Si distingue tra: La TRAGEDIA e la COMMEDIA.
La TRAGEDIA è un genere teatrale la cui origine è individuabile nell'ultima parte del VI secolo a. C., ma celebra i propri fasti tra le guerre persiane e la fine della guerra de Peloponneso. È la rappresentazione di una storia di carattere doloroso e funesto, attinta dal patrimonio mitologico. Tuttavia, se i personaggi sono quelli della mitologia, il tragediografo si avvale della storia per parlare dei problemi attuali nella città di Atene. Una legge prescrivere che non si possano rappresentare direttamente i problemi politici della città (questo è invece permesso nella commedia). L’impatto emotivo della tragedia infiamma gli animi. Migliaia di spettatori assistono alle rappresentazioni teatrali che si svolgono in concomitanza alle feste, sono gratuite (addirittura lo stato sovvenziona chi non può perdere la giornata di lavoro) e si propongono di affrontare un problema di addestramento morale. Presto, con l'avvento della democrazia, il teatro diventerà il luogo elettivo dell'educazione pubblica collettiva. Non solo ad esso sarà ammessa tutta la popolazione, ma la partecipazione diventerà un obbligo sociale. La sua forza formativa era legata a un complesso di fattori: o la suggestione suscitata dall'insieme della rappresentazione la recitazione degli attori, il coro, il canto, la musica) o il processo di identificazione collettiva catalizzato dalla vicenda del protagonista (ma anche dal coro, che rappresentava la voce della comunità); o il contagio emotivo reciproco tra gli spettatori; il significato di rito religioso che serbava la rappresentazione teatrale. Aristotele, nella sua Poetica, oltre ad assegnare all'arte poetica una funzione conoscitiva, sottolinea la sua capacità di portare alla catarsi, ossia alla purificazione dalle emozioni di pietà e di terrore suscitate dalla tragedia stessa. La tragedia costituisce un dispositivo formativo ai valori fondamentali della città. Perciò, il teatro funziona come uno spazio di educazione civico-politica collettiva, e il poeta tragico assume il ruolo di educatore dell'intera città. Con l’avvento della democrazia il conflitto per l'egemonia tra i gruppi aristocratici e i nuovi gruppi borghesi continua, anche se in forme diverse. E sono questi differenti gruppi che cercano di usare il teatro tragico per propagandare le proprie concezioni, e cercare di influenzare il senso comune della cittadinanza. Le tragedie da rappresentare vengono scelte da un 'élite di magistrati, e devono avere finanziatori privati che si assumano l'onere del coro. Perciò, è un teatro che si rivolge al popolo, ma non è un teatro del popolo.Nella Grecia antica, il vero teatro popolare era rappresentato dal MIMO, che era un fenomeno culturale più antico della tragedia. Si trattava di scenette tratte dalla vita quotidiana dei ceti subalterni che venivano recitate da attori di strada girovaghi, e che miravano al puro intrattenimento come mera pausa e distrazione dalle fatiche della giornata. Uno dei problemi che grava sulla città di Atene era il passaggio dall’antica etica aristocratica di origine tribale all’etica democratica fondata sulle leggi. L’etica tribale, ad esempio, basata sul concetto di onore contemplava la vendetta; se qualcuno uccide un tuo familiare, è tuo dovere vendicarti. Con le leggi della città invece vi è il tribunale che si deve occupare delle leggi di sangue. I gruppi, le tenzioni, rispetto a questa transizione sono notevoli. Uno dei principali commediografi, Eschilo, mette in scena questo problema con la sua ORESTEA, ovvero la storia di Oreste, figlia di Agamennone, capo dei greci, che tornato vittorioso a Micene, dopo la sconfitta di Troia, la moglie e il corrispettivo amante, lo uccidono. Oreste, supportata dalla sorella Elettra, non rinuncia alla vedetta, si reca a Micene, e uccide entrambi per onore del padre. Questo scatenerà la furia delle divinità della vendetta, da cui Oreste deve fuggire, si rifugerà presso Atene, dove la dea Atena ha istituito un tribunale, l’Areopago (dove si giudicano i fatti di sangue). Atena ottiene dai giudizi che sospendano la loro azione fino a che il tribunale non si fosse precucinato. Il tribunale va in pareggio. Occorre il voto di Atena per salvare Oreste, e allora Atena sulla base di questo verdetto placa le Idi che si trasformano nelle Eumenidi, divinità della giustizia più benevola. In questo modo, Eschilo, mette in scena il passaggio dall’etica tribale della vendetta, ad una nuova etica del diritto. si tratta di un messaggio pedagogico fondamentale per veicolare questo nuovo tipo di etica anche su fatti di sangue vigile lo stato secondo ragione e leggi. La tragedia, dunque, viene identificata come la grande scuola morale dell’antica Grecia, ecco e li che l’uomo greco oltre che nella assemblea cittadina forma i suoi atteggiamenti fondamentali. Nel 462 a.C. però, viene estromesso l’areopago di origine