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Appunti della filosofia su David Hume
Tipologia: Dispense
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Locke confina la conoscenza all’empirismo, rendendola però sicura e valida. Hume porta l’empirismo allo scetticismo, dato che l’esperienza non può fornirci una conoscenza valida e certa, ma solo probabile. David Hume nasce nel 1711 a Edimburgo (Scozia) e studia giurisprudenza per diventare avvocato. Interessato alla filosofia e alla letteratura. Dopo aver fallito come avvocato, si reca in Francia dove compone il Trattato sulla natura umana, la sua più importante opera che non ebbe però successo. In Inghilterra invece i suoi Saggi morali e politici hanno un discreto successo. Torna a Londra pubblica la Ricerca sull’intelletto umano (semplificazione della prima parte del Trattato). Nel 1752 diventa bibliotecario e scrive Storia dell’Inghilterra. Nello stesso anno pubblica Ricerca sui principi della morale (semplificazione della terza parte del Trattato e migliore dei suoi scritti). Pubblica poi Storia naturale della religione e i Dialoghi sulla religione naturale. Ospita Rousseau nella sua casa, poi per colpa del carattere di Rousseau si lasciano. Hume conduce una vita tranquilla e muore a Edimburgo nel 1776. Uno scienziato della natura umana L’opera più importante è il trattato sulla natura umana. L’obiettivo principale di Hume è quello di costruire una “scienza” della natura umana ovvero un sapere che mette al centro l’uomo e che lo studia attraverso l’esperienza e l’osservazione metodo induttivo (così come Bacone aveva fatto per la natura fisica). Vuole studiare l’uomo così com’è, non come vorremmo che fosse. Hume vuole essere un “Newton” della natura umana e dunque offrire un’analisi sistematica, ovvero unitaria, dei vari ambiti. Questi sono: ➔ Logica > come l’uomo opera intellettualmente, lo studio delle operazioni intellettuali dell’uomo ➔ Ragione ➔ Sentimenti ➔ Morale > studiare l’uomo nel suo agire ➔ Estetica > fino a Kant è lo studio del gusto ➔ Politica > studia l’uomo nel suo vivere in società. Ricorda: Hume vive in un periodo illuminista E la metafisica? Hume non l’accetta perché non può essere trattata sperimentalmente, ad esempio non si può osservare oggettivamente Dio, la sua impostazione è dunque anti- metafisica. E quando parlo di unità della natura? O di ordine? O di oggettività? O il rapporto tra percezione e oggetto percepito? Posso io raggiungere una verità assoluta intorno ad essa? Per Hume la risposta è NO. Hume è dunque anche uno scettico “moderato” ovvero ritiene che non si possa a verità assolute ma che si possa convergere verso verità probabile, dunque falsificabili, prodotto di abitudini e esperienze personali. Le nostre certezze devono essere aperte a un nuovo concetto, quello della falsificabilità: le sue stesse tesi sono sottoposte a questo processo.
Crede che la natura umana sia la “capitale” del regno del sapere: non bisogna accontentarsi di conquistare piccole terre, ma direttamente la capitale, il centro delle scienze, per arrivare alla conoscenza (in questo ricorda molto Pascal). Se arrivassimo a conoscere l’uomo potremo conquistare tutte le scienze legate con la vita umana e se riuscissimo a definire i principi della natura umana arriveremo alla conoscenza di tutte le scienze. La tendenza è dunque empiristica e anti-metafisica. L’empirismo sfocia in uno scetticismo nel quale la conoscenza della natura umana è molto limitata. La filosofia provocatoria di Hume sveglierà Kant dal suo “sonno dogmatico”.
Impressioni e Idee Fondamento della sua gnoseologia sono le percezioni ovvero tutto ciò che può essere presente alla mente. Esse si trovano alla base di tutte le nostre conoscenze. Dunque Hume è il fondatore dell’empirismo moderno. Cosa è l’empirismo moderno? Quella corrente che affida all’esperienza sensibile la fonte della nostra conoscenza, anche i criteri di conoscenza derivano dall’esperienza. Cartesio è invece quello del razionalismo moderno, la corrente che assegna alla ragione umana il criterio del vero e del falso e che diffida dell’esperienza. Di conseguenza se Cartesio presentava idee innate, per Hume la nostra mente è un foglio bianco su cui scrivere con l’esperienza, i criteri logici di verità derivano dall’esperienza. Hume divide le percezioni della mente in 2 classi , che dipendono dal grado di forza e vivacità con cui colpiscono lo spirito : ● impressioni: sono le percezioni che penetrano con maggior forza ed evidenza nella coscienza (sensazioni, passioni ed emozioni); ● idee o pensieri: sono le immagini indebolite delle impressioni (le idee non possono esistere senza le impressioni). La differenza tra i due è che la idea non può raggiungere la vivacità e la vivacità dell’impressione. Il grande limite del pensiero umano sta nel principio secondo cui ogni idea deriva dalla corrispondente impressione e non esistono idee o pensieri di cui non si ha avuto precedentemente l'impressione. Infatti l'uomo può comporre le idee tra loro nei modi più svariati e spingersi con il pensiero in qualsiasi direzione, ma non avrà mai un'altra specie di realtà se non quella delle sue impressioni. Hume è rigidamente fedele a questo pensiero. Per spiegare la realtà del mondo e dell'io, Hume ha a sua disposizione le impressioni, le idee e i loro rapporti. Il tentativo di Hume è di chiarire la realtà attraverso i rapporti con cui si connettono tra loro impressioni e idee. Quindi vuole risolvere la realtà totalmente nella molteplicità delle idee attuali. Questo tentativo però, non può riuscire a trovare il fondamento della realtà che si sta esaminando, ma solo a scomporla nei suoi elementi originari. È inevitabile la conclusione scettica. Hume nega l'esistenza delle idee astratte(idee generali: che non hanno caratteri particolari e singoli): esistono solo le idee particolari che ne richiamano altre simili ad esse. Per spiegare questo funzionamento di tali segni, cioè la capacità di un’idea di richiamare un gruppo di idee), Hume ricorre al principio dell' abitudine : quando notiamo una somiglianza tra le idee che differiscono tra loro per altri aspetti (le idee di diversi uomini, di diversi triangoli),
lateralmente. Tutte queste alternative non possono essere escluse a priori, perché non sono in sé stesse contraddittorie. In altre parole, dal punto di vista logico si prospettano diverse possibilità, e soltanto mediante l'esperienza si può verificare quale di esse si realizzi effettivamente. Due oggetti sono considerati l'uno la causa dell'altro - osserva Hume - quando si presentano tra loro vicini («contiguità» spaziale) e quando uno dei due (la causa) viene prima dell'altro («priorità» temporale della causa sull'effetto). Ma una tale vicinanza spazio-temporale non è sufficiente perché si possa parlare di causalità: un oggetto, infatti, può essere contiguo o anteriore a un altro senza per questo esserne la causa. Per poter avere l'idea di un rapporto causale è necessario constatare anche un «congiungimento costante», cioè bisogna avere sperimentato che due oggetti o eventi analoghi, in analoghe circostanze, si siano sempre presentati connessi l'uno all'altro. Noi attribuiamo alla relazione causa-effetto anche il carattere della necessità : in altri termini, dopo aver constatato molteplici volte che "ad A segue B", concludiamo induttivamente che "ad A deve (sempre) seguire B". Ma magari gli eventi potrebbero essere cambiati(come nelle palle da biliardo: in passato se ne è verificata sempre soltanto una, e cioè che l'urto della prima palla ha messo in movimento la seconda, ma questa constatazione non ci illumina sui casi futuri, perché potrebbe sempre accadere qualcosa di diverso da quanto è accaduto fino a questo momento) Per poter assumere la nostra esperienza passata come base per ragionamenti e previsioni sul futuro occorre che presupponiamo che il corso della natura non cambi ovvero che i legami passati che l’esperienza ha creato si verificano anche nel futuro. L’idea, o meglio il presupposta che il corso della natura sia uniforme costituisce quindi il fondamento del principio di causalità. Esso costituisce una credenza soggettiva e non razionale, una sorta di conoscenza istintiva che a sua volta è frutto dell'abitudine: essendo bituati a vedere due oggetti o due fatti congiunti (ad esempio la fiamma e il Calore che essa produce), gli esseri umani sono portati a credere che anche in futuro, necessariamente, tali oggetti o fatti si presenteranno congiunti. Tuttavia, sebbene l'abitudine spieghi perché l'essere umano creda alla necessità dei rapporti causali, essa non giustifica una tale credenza, la quale per Hume rimane «uno dei più grandi misteri della filosofia». La credenza nel principio di causalità è una sorta di libero istinto della mente, di «sentimento» (feeling) naturale di cui, per orientarci nella vita pratica, non possiamo fare a meno. Quindi rispetto a Galileo, che pensava che la casualità derivasse dalla matematicità del mondo, Hume crede che derivi dall’interiorità umana. Il concetto di causa diventa da propter hoc un poster hoc. La Credenza dell’esistenza del mondo esterno Ogni credenza in realtà o fatti, essendo il risultato dell'abitudine, non è un atto di ragione. Tutta la credenza della realtà è così priva di necessità razionale e rientra nel dominio della
probabilità. Hume non intende annullare la differenza tra la finzione e la credenza: NON BISOGNA CONFENDERE LA CREDENZA CON LA FINZIONE,dal momento che non soggiacciono del tutto ai poteri arbitrari dell'intelletto. Se la credenza dipendesse esclusivamente dall’intelletto o dalla ragione, allora potremmo credere qualunque cosa, poiché l’intelletto ha pieni poteri sulle sue idee. Essa è, in ultima analisi, dovuta alla maggiore energia delle impressioni rispetto alle idee: il sentimento della realtà si identifica con la vivacità e l'intensità proprie delle impressioni. Ma gli uomini credono in un modo esterno, che viene considerato anche diverso e estraneo alle impressioni che hanno. Hume distingue a questo proposito la credenza nell'esistenza continua delle cose (propria degli uomini e di tutti gli altri animali) dalla credenza nell’esistenza esterna delle cose stesse (suppone la dimostrazione semifilosofica delle cose dalle impressioni sensibili). Dalla coerenza e dalla costanza di certe impressioni, l'uomo è portato a immaginare che esistano cose dotate di un'esistenza continua e ininterrotta e quindi esisterebbero anche se l'uomo non esistesse. L'uomo trascura il fatto che le impressioni sono sempre discontinue o interrotte e le pensa come oggetti persistenti e stabili. In questa fase si pensa che le stesse immagini siano gli oggetti esterni. Ma questa credenza è distrutta dalla riflessione filosofica la quale insegna che ciò che si presenta alla nostra mente è soltanto l'immagine (la percezione dell'oggetto) e che i sensi sono solo il mezzo per acquisire quest'immagine, senza che ci sia un rapporto immediato tra immagine stessa e l'oggetto. La riflessione filosofica porta a distinguere tra: ● percezioni : soggettive,mutevoli e interrotte ● cose oggettive : esternamente e continuamente esistenti. La sola realtà di cui siamo certi è quella costituita dalle percezioni: una realtà che sia diversa dalle percezioni ed esterna ad esse non si può affermare né sulla base delle impressioni né sulla base del rapporta causa ed effetto. Quindi la realtà esterna è ingiustificabile, il nostro istinto ci porta a credere ad essa ed è ineliminabile. Neanche il dubbio filosofico riguardo la realtà si può togliere, ma la vita ci affida alla credenza istintiva. Una spiegazione analoga viene data per la credenza nell'unità e nell'identità dell' “io”. Secondo Hume noi non abbiamo esperienza o impressione del nostro “io”, ma solo dei nostri stati d'animo che si susseguono che ci appaiono nella coscienza. Quindi ciò che noi proviamo come “io” è soltanto un fascio di impressioni che si susseguono nel tempo, il suo valore è solo nominalistico, solo convenzionale. La relazione tra idee e le materie di fatto Le sole cose che gli esseri umani possono conoscere in modo certo (al di là delle proprie percezioni puntuali) sono le affermazioni della matematica. Le proposizioni della scienza naturale, invece, in quanto previsioni che vanno al di là delle impressioni dei sensi, sono generalizzazioni soltanto probabili, in quanto derivano dalle credenze soggettive. Come Leibniz aveva distinto le «verità di ragione» dalle «verità di fatto», così Hume distingue:
Morale e società Hume cerca di salvaguardare l’universalità e l’intersoggettività. Avendo chiarito che il fondamento della valutazione morale non risiede nella sfera razionale, Hume lo rintraccia dunque in un «sentimento comune a tutta l'umanità». Questo significa che gli esseri umani non rimangono indifferenti al benessere dei loro simili, e giudicano facilmente che è bene ciò che promuove la felicità del maggior numero di uomini, e male ciò che tende a procurare la loro miseria. Il bene morale coincide con ciò che è percepito e valu-sione tato come utile per la collettività umana. Per esempio nel caso in cui fosse data al genere umano abbondanza di tutte le comodità e di tutti i beni materiali, l’uomo non dovrebbe preoccuparsi delle sue necessità, e la giustizia sarebbe inutile La morale poggia insomma su un sentimento di simpatia per gli altri (dal greco syn, "con", e páthos, "affezione", "dolore") e su un «generoso interesse» per l'umanità, tale per cui si giudica buono ciò che giova non soltanto a se stessi ma anche ai propri simili.. Per questo motivo l'etica di Hume è anche denominata " morale della simpatia ". L’obbligo dell giustizia che ciascuno sente come doveroso serve per regole la distribuzione e l’uso dei beni, ed è quindi l’espressione di ciò che è utile a preservare la vita degli uomini in società. Ora, poiché la giustizia è considerata una virtù, si può supporre che l'utilità per la collettività umana sia il fondamento di tutte le virtù (la benevolenza, l'amicizia, la socievo-lezza, la fedeltà, la sincerità ecc.), compresa la massima virtù politica: l'obbedienza. Infatti è l'obbedienza che mantiene i governi, e i governi sono indispensabili per conseguire quella felicità a cui la natura umana tende con tutte le sue forze. Sottolineando la necessità della morale e della virtù per la vita associata degli uomini, Hume ne riconosce in qualche modo la "naturalita" e la "spontaneità". In questa stessa direzione va l'indicazione della «simpatia» come sentimento morale che accomuna tutti gli esseri umani. In un certo senso, Hume sembra in questo modo voler togliere alla morale l'abito da lutto con il quale l'avevano rivestita teologi e filosofi, per mostrarla gentile, umana, benefica, affabile;