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Appunti Truman Capote - A sangue freddo
Tipologia: Appunti
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Lezione 5 - 30/09/ Riprendiamo con qualche osservazione sulle tecniche che Capote usa sulla struttura narrativa del testo, anche in relazione a quello che stiamo dicendo a partire dalle osservazioni di wolf sulle tecniche utilizzate nel new journalism e più ampiamente nella narrativa di non fiction e che legano queste forme di scrittura a quelle più tradizionalmente romanzesche. Una l'abbiamo già citata anche a proposito di A sangue freddo ed è un ampio uso del dialogo. abbiamo parlato dei dialoghi in quest’opera a partire dal fatto che Capote diceva che l’autore di non fiction che voglia impegnarsi a creare qualcosa che si possa descrivere come non fiction novel deve avere un orecchio capace di memorizzare le conversazioni intrattenute con la persona interessate, come i testimoni. Molteplicità di luoghi del testo dove si trova questo aspil risultato è appunto ampio uso del dialogo. si può scegliere tra una molteplicità di luoghi del testo in cui possiamo osservare questo aspetto. Uno lo abbiamo già citato e si trova all’inizio, quando Nancy viene chiamata al telefono da Kanyon e si trova a parlare con Susan. Sono altrettanto usate le forme di rappresentazione dell’interiorità, alle quali abbiamo fatto riferimento ripetutamente, ad esempio, la psico-narrazione o il monologo narrato, che consentono l’assunzione da parte del narratore della prospettiva del personaggio/i nei luoghi diversi del testo; così si crea una situazione di figuralità narrativa, cioè una voce che è quella di un narratore eterodiegetico, che non è personaggio tra i personaggi, ma che però assume prospettiva di uno o più di loro. In particolare la prospettiva che più spesso assume Capote è quella di 3 personaggi: Nancy Clutter, tra le vittime, Alvin Dewey, investigatore, e Perry Smith, assassino. Se guardiamo la prima scena in cui appare Perry vediamo come assuma infatti totalmente la sua prospettiva. Testo pagina 23: Come Mr Clutter, anche il giovanotto che stava facendo colazione in un locale chiamato Little Jewel non prendeva mai caffè. Preferiva una root beer. Tre aspirine, root beer gelata, e una Pall Mall dietro l’altra – quella era la sua idea del «mettere sotto i denti qualcosa». Fra un sorso di root beer e una sigaretta, studiava una carta stradale che aveva aperto davanti a sé sul bancone del bar – una Phillips 66 del Messico – ma non gli riusciva di concentrarsi, perché stava aspettando un amico e l’amico tardava. Guardò fuori dalla vetrina che dava sulla strada della silenziosa cittadina, una strada che fino al giorno prima non aveva mai visto. Di Dick non c’era traccia. Ma era sicuro che sarebbe apparso; dopotutto, l’intento del loro incontro era un’idea di Dick, era suo il «colpo». E una volta portato a compimento: il Messico. La carta era conciatissima, così sciupata che aveva preso la molle consistenza di una pelle scamosciata. Dietro l’angolo, nella stanza dell’albergo in cui aveva preso alloggio, ce n’erano a centinaia – carte di ogni stato dell’Unione tutte ciancicate, di ogni provincia canadese, di ogni paese sudamericano – perché quel giovanotto era un inesausto ideatore di viaggi, e non pochi era davvero riuscito a farli: Alaska, Hawaii e Giappone, Hong Kong. Ora, grazie a una lettera, grazie a un invito a partecipare a un «colpo», eccolo lì con tutto quello che possedeva al mondo: una valigia di cartone, una chitarra, e due scatoloni di libri, carte geografiche e spartiti di canzoni, poesie e vecchie lettere, roba per un quarto di tonnellata.
Qui c’è una prospettiva spostata rispetto a Perry, che viene descritto come un giovanotto instancabile viaggiatore, ora torna presso di lui servendosi della deissi. “ora” e “lì” assumono la posizione spazio temporale di Perry. Testo pagina 23: (Dick fece una faccia quando vide quelle scatole! «Cristo, Perry. Ti porti dietro quella robaccia, ovunque?» e Perry: «Quale robaccia? Uno dei libri che ci son dentro mi è costato trenta verdoni».) Eccolo lì, a Little Olathe, Kansas. Quasi buffa la faccenda, a pensarci; essere di nuovo in Kansas, quando solo quattro mesi prima aveva giurato, prima davanti allo State Parole Board, poi a sé stesso, che non ci avrebbe messo mai più piede. Be’, non era durato tanto. L’esclamativo è manifestazione della sorpresa che Perry tuttora ricorda per la reazione di Dick. Anche quel “be non sarebbe durato tanto” rende il movimento del pensiero di Perry che si dice che non sarebbe stato in Kansas a lungo, ma pensa di compiere la rapina e andarsene. c’è l'assunzione della prospettiva del personaggio in alcuni luoghi di questa pagina, e altrove invece si racconta di perry, dick e delle loro azioni. tornando alle tecniche, la terza è l’uso ampio del dettaglio realistico funzionale alla caratterizzazione sociologica dei personaggi. In questo passo lo abbiamo visto nell’elenco delle cose che Perry porta nella sua valigia, ad esempio.Oppure nel passo in cui si descrive la casa dei Clutter. Testo pagina 17: La casa – disegnata in gran parte da Mr Clutter, che si era rivelato un architetto sobrio e assennato, anche se non particolarmente inventivo – era stata costruita nel 1948 per quarantamila dollari. (Il valore di mercato era salito a sessantamila.) Situata alla fine di un lungo vialetto ombreggiato da due file di olmi cinesi, la bella casa bianca, appoggiata su un vasto prato ben curato di erba Bermuda, era considerata un modello a Holcomb: non lasciava indifferenti. Quanto agli interni, c’erano molli coltri di tappeti rosso scuro che a intermittenza spegnevano il bagliore dei risonanti pavimenti lucidi di vernice, un maestoso divano alla moda rivestito da una spessa stoffa intessuta di lucenti fili argentati, un angolo-nicchia per la colazione del mattino con un banco tappezzato in plastica bianca e azzurra. Era questo il genere di arredo che piaceva ai Clutter, nonché alla gran parte dei loro conoscenti, che, in linea di massima, avevano adottato gli stessi criteri di arredamento. Quello era l’arredamento che piaceva ai Clutter e ai conoscenti: serve ad esplicitare il senso sociologico dei dettagli di arredamento. Ce li racconta affinché cogliamo l’ambiente sociale,che è il segno dell’integrazione dei Clutter nella comunità. Questo è un modo per sviluppare anche il tema della divisione della società americana in classi (come per l'articolo di Wolfe). ed oltre che integrati, erano anche membri eminenti della comunità, ammirati. Tutto ciò contribuisce alla letterarietà di queste scritture. Non nel senso di un valore o carattere esteticamente sublime, ma più come i formalisti russi, teorici della letteratura sviluppatasi nel 1910 - 1930, che cercavano di individuare ciò che era proprio della letteratura attraverso una descrizione analitica dei procedimenti letterari, quindi osservando come fossero lavorati i materiali narrativi attraverso tecniche come quelle che stiamo vedendo..
come sia avvenuto e le sue motivazioni. in questo senso la comprensione di quello che è avvenuto è rimandata fino alla terza parte. Seconda parte: sottotitolo “persone sconosciute”; questo perché gli assassini sono due sconosciuti esterni alla comunità.questa parte alterna le vicende degli assassini e degli investigatori del KBI. Qui il passato dei due assassini è ampiamente raccontato, soprattutto di Perry ma anche Dick (sappiamo che ha avuto due matrimoni, ha figli, genitori che lo incoraggerebbero a una vita onesta, ma passa da un lavoro all’altroricadendo in atti di delinquenza; già prima di questo delitto è responsabile di violenza sessuale nonostante non veng riconosciuto colpevole; ha avuto un incidente automobilistico forse all’origine di disturbo della personalità secondo suo padre e il suo psichiatra). Perry comunque è più al centro per Capote, gli dedica tanta parte del racconto. C’è una parte in cui la vita di Perry ci viene raccontata fin dalla nascita attraverso una lettera scritta dal padre in occasione di una condanna precedente come testimonianza per farlo uscire sulla parola, durante la condanna precedente; c’è una lettera della sorella a Perry; c’è infine un commento a quest’ultima del compagno di prigione di Perry, con cui lui aveva stretto amicizia. Si prosegue parlando del rapporto presente tra Perry e dick e anche dell’omosessualità latente di Perry. I due assassini sono arrivati in Messico, sulla scia di una delle chimere di Perry che era convinto che avrebbero trovato tesori sommersi, dick per un po’ finge di crederci ma poi decidono di tornare negli USA. Ecco di nuovo monologo narrato: Perry con dialogo interiore si esprime su difficoltà separazione da Dick valutando la situazione, dicendo di essere sempre stato un solitario senza amici, attraverso la rappresentazione dell’interiorità. “Quasi star male”: queste parti virgolettate fanno riferimento ai dialoghi di Perry con Capote. Forse ci dice qualcosa dell’omosessualità di Perry, attratto da Dick soprattutto quando lui si dimostra o mostra uomo forte e sicuro. Poi inizia la lettera del padre di Perry per la condanna, introdotta da documento che lui aveva riletto almeno un centinaio di volte. Racconta l’ infanzia di Perry dal punto di vista del padre, che non si è distinto per cura dei figli, ma cerca di dimostrare normalità per permettere il rilascio del figlio. La madre era una cherokee, invece il padre di origini irlandesi. Nei primi anni avevano vissuto portando in giro spettacoli di rodeo, poi deterioramento rapporti, la madre va via coi figli e cade nell’alcolismo. L La lettera continua e poi Capote riferisce le reazioni di Perry, che non riusciva mai a leggerla con indifferenza: da il via a emozioni varie. Questa tendenza a autocommiserazione è un tratto molto emergente del carattere di Perry, e ha a che fare col risentimento per la sua vita sfortunata e che anche emergerà al momento del delitto, così come le pulsioni di amore e odio che si sollevano insieme. Sappiamo dal seguito che la relazione col padre è contrastata. Testo pagina 164: E, invero, nel corso dei tre anni seguenti Perry era scappato via in diverse occasioni, deciso a ritrovare il padre perduto, dato che in effetti aveva perso anche la madre, aveva imparato a «disprezzarla»; l’alcol le aveva rovinato la faccia, l’aveva gonfiata e aveva compromesso l’aspetto di quella che una volta era stata una ragazza cherokee scattante e flessuosa, le aveva «inacidito l’anima», le aveva invelenito la lingua aguzza, e le aveva consumato tutto il rispetto
di sé stessa fino al punto che, per lo più, non si preoccupava neanche di chiedere come si chiamassero gli scaricatori di porto, i tramvieri e gli altri tipi di tal risma che accettavano quel che lei offriva senza negoziare il prezzo (a patto che – e su questo non mollava facilmente – prima bevessero con lei, e la facessero ballare al suono di un Victrola a manovella). Di conseguenza, come Perry ricordava: «Pensavo sempre a mio papà, e speravo che venisse a prendermi per portarmi via, e mi ricordo, come fosse ora, il momento in cui lo rividi per la prima volta. Era là, nel cortile della scuola, in piedi, che mi aspettava. È stato come quando la palla colpisce, secca, la mazza. Alla Di Maggio. Però papà non mi aiutò. Mi disse di fare il bravo, mi strinse forte, e se ne andò via. Era molto legato al padre, sogna che torni da lui dopo essere stato portato via dalla madre, ma quando la madre si separa lui se ne va, Perry lo cerca e ci pensa spesso sperando che lo portasse via. Vide il padre a scuola ma non lo porta via, gli dice di fare il bravo e se ne va. Poi lo ritrova, vive con lui per qualche tempo, ascolta le chimere del padre che vuole aprire un rifugio albergo in Alaska, ma che si rivelano progetti fallimentari, finché il padre lo caccia minacciandolo con fucile un giorno al termine di una lite. Si racconta poi dell’incidente di Perry che cade in moto e si frattura entrambe le gambe, cosa che lascerà le sue gambe menomate per tutta la vita; e si racconta anche della relazione con la sorella, unica che ha conseguito stabilità (gli altri suicidi dei fratelli, alcolismo della madre), si crea una famiglia e si trasferisce, ma proprio per questo cerca di tenerlo lontano. Quando la polizia si reca da lei dice chiaramente di avere paura del fratello, ha paura possa raggiungerla, rovinare la vita che si è costruita. Quindi Perry è solo e ha avuto una vita tragica e infelice. Capote chiaramente si riconosce in Perry: una volta disse che in fondo gli sembrava avessero avuto un’infanzia simile, se non che lui era uscito dalla porta principale e invece Perry da quella secondaria. anche capote aveva conosciuto l’abbandono del padre, che aveva sposato la madre da giovani e se ne era andato molto preso; poi ci furono le seconde nozze della madre, e Capote prende il cognome del padre nuovo. Questo lo portava in parte a voler esplorare infanzia e esperienze di Perry, dall’altra il testo cerca di correggere eccessiva simpatia per Perry, che comunque è l’assassino, e lo vediamo da come si conclude questa seconda parte, con il racconto del sogno della moglie di Dewey e la scena dei due assassini nel deserto. Testo pagina 190: Una mattina delle ultime gli aveva servito un disastro di colazione – aveva messo zucchero sulle uova e sale nel caffè – e aveva attribuito la cosa a uno «stupido sogno» – un sogno che però la luce del giorno, per quanto potente, non aveva dissolto. «Era così reale, Alvin», aveva detto, «vero come è vera questa cucina. E io ero qui. In questa cucina. Stavo preparando da mangiare, e all’improvviso si presentava Bonnie e si faceva avanti. Portava un golfino azzurro d’angora, e aveva un’aria dolce, carina. E io dicevo: “Oh Bonnie… Bonnie, carissima… È dal giorno in cui è successa quella cosa terribile che non ti vedo”. Ma lei non rispondeva, si limitava a guardarmi con quella timidezza che le era così propria, e io non sapevo come proseguire. Date le circostanze. Dunque dicevo: “Tesoro, vieni a vedere cosa sto facendo ad Alvin per cena. Una bella zuppa. Di gamberi e granchi freschi. È quasi pronta. Vieni, tesoro, assaggia”. Ma lei non voleva. Se ne stava di fianco alla porta e mi fissava. E poi, non so come dirtelo con esattezza, lei serrava gli occhi, cominciava a scuotere la testa, piano piano, a torcersi le mani, piano piano,
gli accordi d’avvio di quella che era diventata la loro «marcetta»: era una delle canzoni preferite di Perry, e Dick aveva imparato a memoria tutte le cinque strofe. A passo cadenzato, l’uno di fianco all’altro, continuarono il cammino, cantando: «I miei occhi hanno visto la gloria della venuta del Signore; / Sta calpestando le vigne dove crescono i frutti dell’ira». Si levavano, nel silenzio del deserto, le loro voci giovani, acerbe: «Glory! Glory! Hallelujah! Glory! Glory! Hallelujah!». La terza parte “La risposta” risponde all’interrogativo del come sia successo il delitto. Lo veniamo a sapere dagli stessi assassini, gli unici che possono saperlo. Inizialmente raccontano una versione diversa solo nel particolare di chi ha ucciso le due donne. Per primo confessa Dick appena gli investigatori gli dicono che sanno che ha commesso il delitto, prima versione. Seconda versione di Perry rilasciata in automobile mentre gli investigatori lo portano a Garden City dove avverrà il processo. I due sono fermati a Las Vegas,quindi già lontano dal Kansas, interrogati senza che dapprima gli investigatori scoprano le carte dicendogli di cosa gli accusano effettivamente, e quindi non solo per gli assegni emessi a vuoto. Perry confessa solo durante il viaggio e il racconto differisce sulle due donne. Dick dice che i Clutter sono stati uccisi da Perry mentre Perry dice che ha ucciso solo i due uomini. Poi Perry ritratta e si attribuisce tutti i 4 omicidi, al pensiero della madre di Dick che è una brava signora e non vuole farla soffrire al pensiero del figlio assassino. Il racconto complessivamente suggerisce che sia stato lui a uccidere tutti e quattro; gli investigatori sono incerti e la giuria non se ne preoccupa. Dick fino alla fine ripete di non aver ucciso nessuno, anche se aveva enormi responsabilità. Il racconto dell’omicidio è nelle parole di Perry agli investigatori, racconto lungo e dettagliato. il margine dell'incertezza non può essere dissipato. Perry e Dick erano entrati con l'idea di derubarli, non di ucciderli, perché Dick aveva conosciuto in carcere un uomo che era ex dipendente dei Clutter, che ne aveva parlato come facoltoso agricoltore: dick era sicuro avesse cassaforte e contanti in casa. Dick esce dal carcere con l'idea di questa rapina e ottiene dal compagno di carcere le informazioni necessarie. Coinvolge Perry nel progetto. Ma appena arrivano capiscono che non ci sono soldi, poiché non usa contanti, ma solo assegni. Noi lo sappiamo fin dall’inizio: dettaglio apparentemente insignificante che si rivela importante a posteriori. Dick capisce che non ha niente da rubare, e quindi sale rabbia e tensione tra i due. Prosegue il racconto della nottata. La famiglia viene svegliata e chiusa in bagno e i due cominciano a cercare la cassaforte. E Perry racconta: Testo pagina 293: «Dick è rimasto di guardia davanti alla porta del bagno mentre io ho fatto un giro di ricognizione in casa. Ho esaminato la camera della ragazza e ci ho trovato una borsettina – come una borsetta delle bambole. Dentro c’era un dollaro d’argento. Mi è caduto di mano ed è rotolato sul pavimento. È finito sotto una sedia. Ho dovuto chinarmi sulle ginocchia. E in quel momento è stato come vedermi da fuori. È stato come guardarmi in uno stupido film. Mi ha dato la nausea. Ero proprio disgustato. Dick, e tutto quel suo blaterare della cassaforte di un uomo ricco, e io lì in terra a strisciare per rubare il dollaro d’argento di una ragazzina. Un dollaro. E io pancia a terra che striscio per prenderlo.»
Perry inizia ad arrabbiarsi quando si vede strisciando a rubare un dollaro a una ragazzina e questa cosa gli fa provare rabbia, agitazione, si vede come un miserabile. rianima il suo sentimento latente verso Dick che si rivela un fanfarone. il signor clutter si trova legato nel sotterraneo e Perry continua a raccontare. Testo pagina 297: «Dopo, vedete, dopo che li abbiamo imbavagliati, Dick e io ci siamo consultati in un angolo. Come per fare il punto. Tenete presente che eravamo furibondi, che ci guardavamo in cagnesco. In quel momento il fatto che lo avessi tanto ammirato, che mi fossi bevuto tutte quelle sue bullerie mi faceva rivoltare lo stomaco. Ho detto: “E allora, Dick? Scrupoli?”. Non mi ha risposto. Ho detto: “Lasciali vivi, e ’sta roba non ci costerà una condanna da poco. Dieci anni come minimo”. E ancora non ha detto nulla. Teneva in mano il coltello. Gliel’ho chiesto, e lui me lo ha dato. E io ho detto: “Molto bene, Dick. Andiamo avanti”. Ma non avevo davvero intenzione di farlo. Volevo metterlo allo scoperto, indurlo a farmi cambiare idea, fargli ammettere che era un contapalle e un codardo. (Qui parla perry, che probabilmente è sincero nelle cose che sta dicendo. Ciò che lo occupa soprattutto in questo momento è il conflitto con dick.) Vedete, era una cosa nostra, fra me e Dick. Mi sono messo in ginocchio di fianco a Mr Clutter, ed ecco il dolore alle ginocchia – pensavo a quel maledetto dollaro. Un dollaro d’argento. La vergogna. Il disgusto. E loro che mi avevano detto di non tornare più nel Kansas. Ma non mi sono reso conto di quello che ho fatto fin quando non ho sentito quel rumore. Come di qualcuno che sta annegando. Che grida da sott’acqua. Ho passato il coltello a Dick. Ho detto: “Finiscilo tu. Ti sentirai meglio”. Dick ci ha provato – o ha finto di provarci. Ma quell’uomo aveva la forza di dieci uomini – si era quasi sciolto dai nodi, aveva le mani libere. Dick è entrato nel panico. Voleva darsela a gambe levate. Ma io non l’ho lasciato andare. L’uomo sarebbe morto comunque, questo lo sapevo, ma non potevo lasciarlo in quelle condizioni lì. Ho detto a Dick di tenere la torcia, di puntarla su di lui. Poi ho preso la mira col fucile. La stanza è saltata in aria. C’è stata la luce azzurrina, di una vera deflagrazione. Gesù, non capirò mai perché non hanno sentito quel rumore nel raggio di trenta chilometri.» Racconta l’uccisione di clutter come qualcosa che è accaduto fuori dal suo campo visivo, dalla sua cosenza. Qualcosa che accade mentre in lui si muove umiliazione, rabbia, disgusto di sé, che poi sono i sentimenti che lo porteranno ad uccidere il signor clutter. Segue poi il racconto degli altri assassini, cui versioni temporaneamente divergono. Vediamo Perry capace di uccidere, persino deciso, anche se da capire cosa crei questa pulsione, mentre Dick spaventato, anche se sembrava dominante nella coppia. Dopo gli altri assassinii i due si allontanano, per un momento Perry pensa di uccidere Dick, poi vanno verso il Messico. Dopo questo racconto nella macchina degli investigatori cala il silenzio. Testo pagina 299: Cappa di silenzio. Per quasi venti chilometri, i tre uomini stanno senza parlare. Il silenzio di Dewey è quello d’un cuore stremato e triste. L’aveva voluto a tutti i costi, sapere «cosa era successo quella notte in quella casa». Ora gli era stato raccontato due volte e le due versioni erano molto simili, con la sola notevole discrepanza che Hickock attribuiva tutte e quattro le morti a Smith, mentre Smith sosteneva che Hickock aveva ucciso le due donne. Ma le
Testo pagina 350: Io volevo correre quel rischio. E non perché i Clutter mi avessero fatto qualcosa. Non mi hanno fatto del male. Come altri invece hanno fatto. Come tanta gente ha fatto in tutta la mia vita. Forse c’è che i Clutter erano quelli che dovevano pagare per tutti. Questo ci aiuta a capire quale sia l’interpretazione che Capote suggerisce degli eventi. Quello che abbiamo letto nella confessione sottraeva il gesto dell’uccisione dalla consecuzione degli eventi: ci parla dei suoi pensieri che vanno al senso di frustrazione e sulla rivalità con Dick, sulla rabbia repressa, e quindi questo gesto quasi inconsapevole sembra non in successione causale con gli eventi della casa, ma un momento inserito in una vita di abusi e violenze che è stata la sua, prima di quella casa. Chi sono questi tutti? Il padre, la madre, le suore, ecc. tutto si solleva in quel momento di tensione e gli va nelle mani. Quindi Capote ci suggerisce questa come interpretazione del delitto: non una rapina che va storta, ma il precipitare di tutto ciò che era accaduto prima nella sua vita, con questo scollamento della coscienza. Comunque, Capote non dice mai che questa è la sua idea, ma si deduce da come pone i racconti dell’omicidio, della diagnosi, della vita; la narrazione sembra fatta in modo da porre un interrogativo: Che cosa o come sono stati uccisi i Clutter e perché, e in mezzo tutto questo racconto della vita di Perry, come se l’omicidio fosse in conseguenza temporale e causale con quella vita, non con la rapina. Quindi la giustapposizione di quadri narrativi aiuta anche in questo (scene della vita degli assassini ecc), orienta l’interpretazione finale del delitto. Processo, detenzione, esecuzione. Capote non voleva inizialmente presenziare, ma Perry gli chiese di essere presente e allora ci andò. Si crea una circolarità del racconto, nella conclusione che richiama l’inizio, cioè la citazione della Ballade des pendus di Villon, in cui si chiede compassione, e l’ultima scena (inventata di sana pianta) vede Dewey che incontra Susan al cimitero con questi campi e paesaggio che richiama l’inizio del romanzo. Capote, quindi, suggerisce un’interpretazione degli eventi, attraverso testimonianze e narrazione una risposta alla domanda “Come” sia avvenuto il delitto e motivazioni profonde. Con essa è coerente il fatto che alle vittime si dedichi minor attenzione, problematico forse dal pdv morale ma coerente con interpretazione degli eventi, perché le vittime non avevano niente a che fare con gli assassini, e non si può pensare di comprendere il delitto cercando nella loro vita (fulmine per le vittime: altrettanto accidentale). “Suggerisce” ma non dice mai esplicitamente quale secondo lui sia il senso o la spiegazione degli eventi. Più in generale non formula mai indizi. Postura molto compassata di carattere flaubertiano. Passo dell’intervista con Plimpton in cui Capote dice secondo me perché la formula del romanzo documento sia veramente efficace l’autore non dovrebbe apparire nel libro; una volta che compare deve essere presente sempre (io, io, io…). La cosa più difficile dello scrivere il mio libro forse è stata scriverlo senza tradirmi mai, e creando allo stesso tempo una totale credibilità. Vedremo che Carrère risolve in modo completamente antitetico questo problema dello stare-non stare nel racconto del delitto. Invece Capote adotta questa soluzione di togliere il suo io del tutto, tanto che quando pure è in scena fa riferimento a sé stesso come a “un giornalista”, o a “un amico”, con i quali per esempio Perry e Dick corrispondono via posta o incontrano in prigione. E soprattutto Capote non si espone mai in “giudizi del narratore”, che vanno oltre alla narrazione: giudizi morali, generalizzazioni, sono davvero pochissimi i passi del testo in cui gli
sfugge qualcosa con un giudizio: 2-3 passi. Uno è quello che apre la sezione di Perry: la degenerazione, ecc, dove ce l’aveva con Dick ma era anche attratto. Commento sfuggente perché “ perversity ” può essere anche ironico da parte del narratore, facendo riferimento velato all’omosessualità di Perry, affascinato in qualche modo da Dick. Ovviamente Capote che era lui stesso omosessuale e aveva subito la discriminazione di cui gli omosessuali erano vittima chiaramente nel qualificare … esprime partecipazione. Il secondo commento è quello che Capote formula per Dick dove dice che nell’interrogatorio (pag. 250) era orgoglioso della sua unica vera dote (giudizio personale del narratore!), cioè la memoria, che era anche sua di Capote, quindi anche qui c’entra lui. Poi qualche giudizio di gusto, per esempio all’inizio nella descrizione della casa, o l’instancabile reverendo della quarta parte, stile rococò… allievo ecc. fanatico religioso da baraccone, commento però un po’ modificato dall’inglese, è letterale, mentre da baraccone in italiano ha giudizio di valore. In inglese esistevano i predicatori dei tendoni. Emerge poco posizione giudicante del narratore, che si costituisce come eterodiegetico cioè Capote non fa mai riferimento a sé stesso, perché procedere altrimenti avrebbe portato a un ingombro del testo col suo io. Questa strategia compositiva narrativa di Capote è flaubertiana, riproduce scelte di poetica di Flaubert, che in una lettera del 1852 in un passo consente di capire svolta del romanzo: lui scrive che “le riflessioni dell’autrice(/narratrice) (della capanna dello zio Tom) mi hanno causato un continuo fastidio (stava scrivendo Madame Bovary). Che bisogno c’è di fare riflessioni sullo schiavismo? Mostratela! È sufficiente mostrarla. Balzac non è sfuggito a questo difetto, è legittimista, cattolico e aristocratico e ha commentato e giudicato i personaggi partendo da questa sua prospettiva, doppiando il racconto dal suo punto di vista. L’autore nella sua opera deve essere come Dio nell’universo: presente dappertutto e visibile da nessuna parte.” Non significa che i fatti si devono raccontare da sé, come sosteneva Verga. Flaubert sa benissimo che i fatti non si raccontano per niente, ma la prospettiva dell’autore deve avvenire in modo impalpabile, una presenza costante ma che non si denuncia mai, “eccomi qui questa è la morale” … Questo per ragioni analoghe a quella che indica Capote: non ingombrare il testo con la presenza dell’io autoriale. Nel 1957 infatti Flaubert dopo lo scandalo e il processo scrive “ebbene io credo che finora non si sia parlato del romanzo ma solo dell’autore”. Il poeta non deve parlare di sé, deve comprendere tutto e tutti per poterli descrivere, allora deve entrare in sintonia coi suoi personaggi e parlare di loro (Madame Bovary c’est moi! Sforzo di empatia compiuto). Simile vuole fare Capote, con intenzione anche di produrre opera d’arte e non cambiare convinzioni di qualcuno. Rifiuto di giudicare da parte di Flaubert derivava anche dall’idea che fare arte non significasse fare la morale a qualcuno. Compito dell’autore era raccontare una storia, lavorandola stilisticamente, con prospettiva e senso, offrirla al lettore perché potesse pervenire a propria conoscenza e convinzioni morali. L’autore è artista nello stile, nell’arte, non nel giudizio morale. Tutto però è filtrato dall’autore e narratore, ma implicitamente, non visione morale superiore. Non funzione didattica della letteratura. Queste riflessioni di Flaubert sono ben chiare alla letteratura successiva, soprattutto anglosassone. V. Woolf, per esempio, distrugge in una recensione Bennet che continua a fare commenti sui personaggi, e arriva a Capote, che se ne appropria. Questo non significa che non ci sia un punto di vista di Capote e che i fatti siano narrati con una qualche oggettività che non esiste; c’è un’interpretazione degli eventi che lui propone, attraverso struttura del testo ed episodi raccontati --- vita – psicopatologia – omicidi. Non suggerisce visioni alternative della