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Apuleio, Versioni tradotte, Sintesi del corso di Latino

Apuleio, Versioni tradotte dal latino all'italiano

Tipologia: Sintesi del corso

2018/2019

Caricato il 21/06/2019

andrea_agenti
andrea_agenti 🇮🇹

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LIBER PRIMUS
At ego tibi sermone isto Milesio varias fabulas conseram auresque tuas benivolas lepido susurro permulceam
-- modo si papyrum Aegyptiam argutia Nilotici calami inscriptam non spreveris inspicere --, figuras
fortunasque hominum in alias imagines conversas et in se rursus mutuo nexu refectas ut mireris. Exordior.
"Quis ille?" Paucis accipe. Hymettos Attica et Isthmos Ephyrea et Taenaros Spartiatica, glebae felices
aeternum libris felicioribus conditae, mea vetus prosapia est; ibi linguam Atthidem primis pueritiae stipendiis
merui. Mox in urbe Latia advena studiorum Quiritium indigenam sermonem aerumnabili labore nullo
magistro praeeunte aggressus excolui. En ecce praefamur veniam, siquid exotici ac forensis sermonis rudis
locutor offendero. Iam haec equidem ipsa vocis immutatio desultoriae scientiae stilo quem accessimus
respondet. Fabulam Graecanicam incipimus. Lector intende: laetaberis.
TRADUZIONE Eccomi a raccontarti, o lettore, storie d'ogni genere, sul tipo di quelle milesie e a
stuzzicarti le orecchie con ammiccanti parole, solo che tu vorrai posare lo sguardo su queste pagine
scritte con un'arguzia tutta alessandrina.
E avrai di che sbalordire sentendomi dire di uomini che han preso altre fogge e mutato l'essere loro e
poi son ritornati di nuovo come erano prima. Dunque, comincio.
Certo che tu ti chiederai io chi sia; ebbene te lo dirò in due parole: le regioni dell'Imetto, nell'Attica,
l'Istmo di Corinto e il promontorio del Tenaro nei pressi di Sparta sono terre fortunate celebrate in
opere più fortunate ancora. Di lì, anticamente, discese la mia famiglia; lì, da fanciullo, appresi i primi
rudimenti della lingua attica, poi, emigrato nella città del Lazio, io che ero del tutto digiuno della
parlata locale, dovetti impararla senza l'aiuto di alcun maestro, con incredibile fatica.
Perciò devi scusarmi se da rozzo parlatore qual sono, mi sfuggirà qualche barbarismo o qualche
espressione triviale.
Del resto questa varietà del mio linguaggio ben si adatta alle storie bizzarre che ho deciso di
raccontarti.
Incomincio con una storiella alla greca. Stammi a sentire, lettore, ti divertirai.
Prologo: il protagonista e narratore si presenta, dicendo di essere greco e di chiamarsi Lucio, ed invita il
lettore a prestare attenzione alle fabulae Milesiae che intreccerà per lui.
Inizia quindi il racconto principale o cornice.
LIBER QUARTIUS
27. Sed ecce saevissimo somnio mihi nunc etiam redintegratur immo vero cumulatur infortunium meum;
nam visa sum mihi de domo de thalamo de cubiculo de toro denique ipso violenter extracta per solitudines
avias infortunatissimi mariti nomen invocare, eumque, ut primum meis amplexibus viduatus est, adhuc
ungentis madidum coronis floridum consequi vestigio me pedibus fugientem alienis. Utque clamore percito
formonsae raptum uxoris conquerens populi testatur auxilium, quidam de latronibus importunae
persecutionis indignatione permotus saxo grandi pro pedibus adrepto misellum iuvenem maritum meum
percussum interemit. Talis aspectus atrocitate perterrita somno funesto pavens excussa sum."
Tunc fletibus eius adsuspirans anus sic incipit: "Bono animo esto, mi erilis, nec vanis somniorum figmentis
terreare. Nam praeter quod diurnae quietis imagines falsae perhibentur, tunc etiam nocturnae visiones
contrarios eventus nonnumquam pronuntiant. Denique flere et vapulare et nonnumquam iugulari lucrosum
prosperumque proventum nuntiant, contra ridere et mellitis dulciolis ventrem saginare vel in voluptatem
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LIBER PRIMUS

At ego tibi sermone isto Milesio varias fabulas conseram auresque tuas benivolas lepido susurro permulceam -- modo si papyrum Aegyptiam argutia Nilotici calami inscriptam non spreveris inspicere --, figuras fortunasque hominum in alias imagines conversas et in se rursus mutuo nexu refectas ut mireris. Exordior. "Quis ille?" Paucis accipe. Hymettos Attica et Isthmos Ephyrea et Taenaros Spartiatica, glebae felices aeternum libris felicioribus conditae, mea vetus prosapia est; ibi linguam Atthidem primis pueritiae stipendiis merui. Mox in urbe Latia advena studiorum Quiritium indigenam sermonem aerumnabili labore nullo magistro praeeunte aggressus excolui. En ecce praefamur veniam, siquid exotici ac forensis sermonis rudis locutor offendero. Iam haec equidem ipsa vocis immutatio desultoriae scientiae stilo quem accessimus respondet. Fabulam Graecanicam incipimus. Lector intende: laetaberis.

TRADUZIONE Eccomi a raccontarti, o lettore, storie d'ogni genere, sul tipo di quelle milesie e a stuzzicarti le orecchie con ammiccanti parole, solo che tu vorrai posare lo sguardo su queste pagine scritte con un'arguzia tutta alessandrina.

E avrai di che sbalordire sentendomi dire di uomini che han preso altre fogge e mutato l'essere loro e poi son ritornati di nuovo come erano prima. Dunque, comincio.

Certo che tu ti chiederai io chi sia; ebbene te lo dirò in due parole: le regioni dell'Imetto, nell'Attica, l'Istmo di Corinto e il promontorio del Tenaro nei pressi di Sparta sono terre fortunate celebrate in opere più fortunate ancora. Di lì, anticamente, discese la mia famiglia; lì, da fanciullo, appresi i primi rudimenti della lingua attica, poi, emigrato nella città del Lazio, io che ero del tutto digiuno della parlata locale, dovetti impararla senza l'aiuto di alcun maestro, con incredibile fatica.

Perciò devi scusarmi se da rozzo parlatore qual sono, mi sfuggirà qualche barbarismo o qualche espressione triviale.

Del resto questa varietà del mio linguaggio ben si adatta alle storie bizzarre che ho deciso di raccontarti.

Incomincio con una storiella alla greca. Stammi a sentire, lettore, ti divertirai.

Prologo: il protagonista e narratore si presenta, dicendo di essere greco e di chiamarsi Lucio, ed invita il lettore a prestare attenzione alle fabulae Milesiae che intreccerà per lui.

Inizia quindi il racconto principale o cornice.

LIBER QUARTIUS

  1. Sed ecce saevissimo somnio mihi nunc etiam redintegratur immo vero cumulatur infortunium meum; nam visa sum mihi de domo de thalamo de cubiculo de toro denique ipso violenter extracta per solitudines avias infortunatissimi mariti nomen invocare, eumque, ut primum meis amplexibus viduatus est, adhuc ungentis madidum coronis floridum consequi vestigio me pedibus fugientem alienis. Utque clamore percito formonsae raptum uxoris conquerens populi testatur auxilium, quidam de latronibus importunae persecutionis indignatione permotus saxo grandi pro pedibus adrepto misellum iuvenem maritum meum percussum interemit. Talis aspectus atrocitate perterrita somno funesto pavens excussa sum."

Tunc fletibus eius adsuspirans anus sic incipit: "Bono animo esto, mi erilis, nec vanis somniorum figmentis terreare. Nam praeter quod diurnae quietis imagines falsae perhibentur, tunc etiam nocturnae visiones contrarios eventus nonnumquam pronuntiant. Denique flere et vapulare et nonnumquam iugulari lucrosum prosperumque proventum nuntiant, contra ridere et mellitis dulciolis ventrem saginare vel in voluptatem

veneriam convenire tristitie animi languore corporis damnisque ceteris vexatum iri praedicabunt. Sed ego te narrationibus lepidis anilibusque fabulis protinus avocabo", et incipit:

Ed ora l'orribile sogno che ho fatto ha rinnovato la mia sventura, anzi l'ha raddoppiata. Mi sembrava di essere stata strappata di forza dalla mia casa, dalla mia camera, dal mio stesso letto e trascinata per strade deserte. Invocavo per nome il mio infelicissimo sposo e lui, privato dei miei amplessi, ancora tutto profumato d'unguenti com'era e cinto di corone, cercava di raggiungermi, ed io che gli fuggivo davanti portata da piedi non miei. E siccome lui gridava che gli rapivano la bella sposa e chiamava in suo soccorso il popolo, uno dei briganti irritato da quel molesto inseguimento raccolse una grossa pietra che si trovò fra i piedi e con quella colpì il mio povero e giovane marito uccidendolo.

Tale fu l'orrore di questa terribile scena che piena di paura io mi riscossi da quel sonno funesto."

Ai pianti della fanciulla si aggiunsero allora i sospiri della vecchia: "Suvvia, padroncina, fatti coraggio" le diceva "non lasciarti spaventare da queste false visioni notturne, perché non solo i sogni del mattino risultano falsi ma anche quelli che si fanno a notte alta non corrispondono per niente a quello che poi accade realmente. Pensa un po' che sognare di piangere, di venir malmenati o addirittura di morire ammazzati vuol dire che guadagnerai un sacco di soldi e che, vice versa, sognare di ridere, di riempirsi la pancia di dolci o di fare all'amore significa che avrai dispiaceri, malattie e guai.

Ma ora è meglio straviarti: ti racconterò una bella storia, una di quelle favole che sanno le vecchie."

E cominciò:

  1. Erant in quadam civitate rex et regina. Hi tres numero filias forma conspicuas habuere, sed maiores quidem natu, quamvis gratissima specie, idonee tamen celebrari posse laudibus humanis credebantur, at vero puellae iunioris tam praecipua tam praeclara pulchritudo nec exprimi ac ne sufficienter quidem laudari sermonis humani penuria poterat. Multi denique civium et advenae copiosi, quos eximii spectaculi rumor studiosa celebritate congregabat, inaccessae formonsitatis admiratione stupidi et admoventes oribus suis dexteram primore digito in erectum pollicem residente ut ipsam prorsus deam Venerem religiosis adorationibus. Iamque proximas civitates et attiguas regiones fama pervaserat deam quam caerulum profundum pelagi peperit et ros spumantium fluctuum educavit iam numinis sui passim tributa venia in mediis conversari populi coetibus, vel certe rursum novo caelestium stillarum germine non maria sed terras Venerem aliam virginali flore praeditam pullulasse.

Un tempo, in una città, vivevano un re e una regina che avevano tre bellissime figlie, le due più grandi, per quanto molto belle, potevano essere degnamente celebrate con lodi umane, ma la bellezza della più giovane era così straordinaria e così incomparabile che qualsiasi parola umana si rivelava insufficiente a descriverla e tanto meno a esaltarla.

Insomma sia quelli della città che i forestieri, attratti in gran numero dalla fama di tanto prodigio, restavano attoniti dinanzi a un simile miracolo di bellezza: portavano la mano destra alle labbra, accostavano l'indice al pollice e la adoravano con religioso rispetto come se fosse stata Venere in persona. "Anzi nelle vicine città e nelle terre confinanti si era sparsa la voce che la dea nata dai profondi abissi del mare e allevata dalla spuma dei flutti, volendo elargire la grazia della sua divina presenza, era discesa fra gli uomini o anche che da un nuovo seme di stille celesti non il mare ma la terra aveva sbocciato un'altra Venere, anch'essa bellissima, nella sua grazia virginale.

LIBER SEXTIUS

Interea Psyche variis iactabatur discursibus, dies noctesque mariti vestigationibus inquieta animi, tanto cupidior iratum licet si non uxoriis blanditiis lenire certe servilibus precibus propitiare. Et prospecto templo

Così, dopo aver mangiato in fretta e furia un boccone, a suon di legnate, ci tirarono fuori, me e il cavallo, perché trasportassimo quel carico e dopo averci costretti a tirare il fiato per una strada tutta curve e saliscendi, verso sera ci fecero fermare a una grotta e di qui, caricatici a più non posso, via di nuovo, dietro front, senza lasciarci riposare nemmeno un istante. E tanta era la fretta e la smania di rientrare che a furia di bastonate e di spinte mi fecero incespicare in un sasso posto lì sulla strada; e allora giù un'altra gragnuola di legnate per farmi rialzare, per giunta con la zampa destra e lo zoccolo sinistro malconci.

LIBER DECIMUS PRIMUS

  1. "En adsum tuis commota, Luci, precibus, rerum naturae parens, elementorum omnium domina, saeculorum progenies initialis, summa numinum, regina manium, prima caelitum, deorum dearumque facies uniformis, quae caeli luminosa culmina, maris salubria flamina, inferum deplorata silentia nutibus meis dispenso: cuius numen unicum multiformi specie, ritu vario, nomine multiiugo totus veneratus orbis. Inde primigenii Phryges Pessinuntiam deum matrem, hinc autochthones Attici Cecropeiam Minervam, illinc fluctuantes Cyprii Paphiam Venerem, Cretes sagittiferi Dictynnam Dianam, Siculi trilingues Stygiam Proserpinam, Eleusinii vetusti Actaeam Cererem, Iunonem alii, Bellonam alii, Hecatam isti, Rhamnusiam illi, et qui nascentis dei Solis inlustrantur radiis Aethiopes utrique priscaque doctrina pollentes Aegyptii caerimoniis me propriis percolentes appellant vero nomine reginam Isidem. Adsum tuos miserata casus, adsum favens et propitia. Mitte iam fletus et lamentationes omitte, depelle maerorem; iam tibi providentia mea inlucescit dies salutaris. Ergo igitur imperiis istis meis animum intende sollicitum. Diem, qui dies ex ista nocte nascetur, aeterna mihi nuncupavit religio, quo sedatis hibernis tempestatibus et lenitis maris procellosis fluctibus navigabili iam pelago rudem dedicantes carinam primitias commeatus libant mei sacerdotes. Id sacrum nec sollicita nec profana mente debebis opperiri.

"Eccomi o Lucio, mossa alle tue preghiere, io la madre della natura, la signora di tutti gli elementi, l'origine e il principio di tutte le età, la più grande di tutte le divinità, la regina dei morti, là prima dei celesti, colei che in sé riassume l'immagine di tutti gli dei e di tutte le dee, che col suo cenno governa le altezze luminose del cielo, i salubri venti del mare, i desolati silenzi dell'oltretomba, la cui potenza, unica, tutto il mondo onora sotto varie forme, con diversi riti e differenti nomi."Per questo i Frigi, i primi abitatori della terra, mi chiamano Pessinunzia, Madre degli dei, gli Autoctoni Attici Minerva Cecropia, i Ciprioti circondati dal mare Venere Pafia, i Cretesi arcieri famosi Diana Dittinna, i Siculi trilingui Proserpina Stigia, gli antichi abitatori di Eleusi Gerere Attica, altri Giunone, altri Bellona, altri Ecate, altri ancora Ramnusia, ma i due popoli degli Etiopi, che il dio sole illumina coi suoi raggi quando sorge e quando tramonta e gli Egizi, così grandi per la loro antica sapienza, venerandomi con quelle cerimonie che a me si addicono, mi chiamano con il mio vero nome, Iside regina."Eccomi, sono qui, pietosa delle tue sventure, eccomi a te, soccorrevole e benigna."Cessa di piangere e di lamentarti, scaccia il dolore, grazie ai miei favori ormai già brilla per te il giorno della salvezza."Sta' ben attento, invece, agli ordini che ti do: il giorno che sta per nascere da questa notte, come vuole un'antica tradizione, è consacrato a me. In questo giorno cessano le tempeste dell'universo, si placano i procellosi flutti del mare, i miei sacerdoti, ora che la navigazione è propizia, mi dedicano una nave nuova e mi offrono le primizie del carico. "Dunque, con animo puro e sgombro da timore, tu devi attendere questo giorno a me sacro.

  1. Nam meo monitu sacerdos in ipso procinctu pompae roseam manu dextera sistro cohaerentem gestabit coronam. Incunctanter ergo dimotis turbulis alacer continuare pompam mea volentia fretus et de proximo clementer velut manum sacerdotis osculabundus rosis decerptis pessimae mihique iam dudum detestabilis belvae istius corio te protinus exue. Nec quicquam rerum mearum reformides ut arduum. Nam hoc eodem momento, quo tibi venio, simul et ibi praesens, quae sunt sequentia, sacerdoti meo per quietem facienda praecipio. Meo iussu tibi constricti comitatus decedent populi, nec inter hilares caerimonias et festiva spectacula quisquam deformem istam quam geris faciem perhorrescet vel figuram tuam repente mutatam

sequius interpretatus aliquis maligne criminabitur. Plane memineris et penita mente conditum semper tenebis mihi reliqua vitae tuae curricula adusque terminos ultimi spiritus vadata. Nec iniurium, cuius beneficio redieris ad homines, ei totum debere, quod vives. Vives autem beatus, vives in mea tutela gloriosus, et cum spatium saeculi tui permensus ad inferos demearis, ibi quoque in ipso subterraneo semirutundo me, quam vides, Acherontis tenebris interlucentem Stygiisque penetralibus regnantem, campos Elysios incolens ipse, tibi propitiam frequens adorabis. Quodsi sedulis obsequiis et religiosis ministeriis et tenacibus castimoniis numen nostrum promerueris, scies ultra statuta fato tuo spatia vitam quoque tibi prorogare mihi tantum licere."

"Infatti ci sarà un sacerdote. in testa alla processione, che per mio volere porterà intrecciata al sistro una corona di rose. Senza esitare tu fatti largo tra la folla e segui la processione, confidando in me, poi avvicinati a lui come per baciargli devotamente la mano e afferrargli le rose. Vedrai che in un attimo ti cadrà questa brutta pelle d'animale che anch'io già da tempo detesto.

"Non aver paura, ciò che ti dico di fare non è difficile, perché in questo stesso istante in cui ti sono davanti, sono presente anche altrove e al mio sacerdote sto dicendo in sogno le cose che deve fare.

"Per mio comando la folla assiepata ti farà largo e a nessuno, in questa lieta ricorrenza e nell'allegria della festa, ripugnerà quest'orribile aspetto che hai o giudicherà male la tua metamorfosi interpretandola addirittura come un fatto sinistro.

"Ma ricordalo e tienlo bene a mente una volta per tutte, che la tua vita, fino all'ultimo giorno, è ormai consacrata a me.

"Del resto mi pare sia giusto che tu dedichi la tua esistenza a colei che per sua grazia ti ha fatto tornare uomo fra gli uomini. E tu vivrai felice, vivrai glorioso sotto la mia protezione, e quando il tempo della tua vita sarà compiuto e scenderai agli Inferi, anche allora, in quel mondo sotterraneo, nei campi Elisi, dove tu abiterai, vedrai me, come in questo momento, risplendere fra le tenebre dell'Acheronte, regina delle dimore Stigie e continuerai ad adorare il mio nume benigno.

"Che se poi con l'assidua devozione, lo zelo religioso, la castità rigorosa tu avrai ben meritato della mia protezione, sappi che a me è anche possibile prolungarti la vita di là del tempo stabilito dal tuo destino."