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Versioni tradotte Tacito, file
Tipologia: Esercizi
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Urbem Romam a principio reges habuere; libertatem et consulatum L. Brutus instituit…… quae vi ambitu postremo pecuniā turbabantur. La città di Roma dall'inizio l'ebbero i re; la libertà e il consolato li istituì L. Bruto. Le dittature venivano assunte a scadenza; né il potere decemvirale ebbe validità oltre un biennio, né il diritto consolare dei 'tribuni militum' ebbe validità a lungo. Non fu lunga la dominazione di Cinna, non (quella) di Silla; anche la potenza di Pompeo e di Crasso presto (passò) a Cesare, gli eserciti di Lepido e di Antonio finirono ad Augusto, che col titolo di principe ricevette sotto il (suo) comando tutti i poteri dello stato, logorati dalle discordie civili. Ma le vicende prospere o avverse dell'antico popolo romano sono state ricordate da storici famosi; e alla presentazione dei tempi di Augusto non mancarono ingegni all'altezza del compito finché non venivano scoraggiati dalla crescente adulazione. Le vicende di Tiberio e Caio e di Claudio e Nerone mentre essi stessi erano in auge furono narrate con falsità per paura, dopo che erano morti furono narrate sulla base degli odii recenti. Da ciò è mia decisione riferire poche cose e le più recenti su Augusto, poi il principato di Tiberio e le rimanenti vicende, senza ostilità e partigianeria, i cui motivi ho lontano. [2] Dopo che, uccisi Bruto e Cassio non (ci fu) ormai nessun esercito dello stato, Pompeo fu eleminato presso la Sicilia e, messo in disparte Lepido, ucciso Antonio, neppure al partito giuliano rimase come guida se non Cesare, deposto il titolo di triumviro presentandosi come console e accontentandosi del potere tribunizio per difendere la plebe, quando ebbe lusingato il ceto militare con donativi, il popolo con distribuzioni di grano, tutti con la gradevolezza della pace, incominciò un po' alla volta ad accrescere il proprio potere, a concentrare in sé le prerogative del senato, dei magistrati, delle leggi, senza che nessuno si opponesse, visto che i più fieri erano caduti nei campi di battaglia o per proscrizione, i rimanenti tra i nobili, quanto uno (era) più disponibile al servilismo, venivano innalzati in ricchezze e onori e, divenuti più potenti in seguito alla nuova situazione, preferivano le condizioni sicure e presenti piuttosto che quelle vecchie e pericolose. Né le provincie rifiutavano quello stato di cose, essendo malvisto il potere del senato e del popolo per le contese dei potenti e l'avidità dei magistrati, dimostrandosi inefficiente la garanzia delle leggi che venivano stravolte con la violenza, con l'intrigo e infine col denaro. -Tacito-Petronio (Tac. Ann. XVI 18-19)- De C. Petronio pauca supra repetenda sunt……Fregitque anulum ne mox usui esset ad facienda pericula. Su C. Petronio sono da richiamare preventivamente poche cose. Infatti per lui il giorno si trascorreva nel sonno, la notte negli impegni e nei divertimenti della vita; e come altri l'operosità, così lui l'ignavia lo aveva condotto alla fama, ed era considerato non dissoluto e spendaccione, come la maggior parte di coloro che dissipano i propri beni, ma (persona) dalla ricercatezza raffinata. E le sue parole e azioni, quanto più spontanee e atte a esibire una qualche trascuratezza di sé, tanto più volentieri venivano accolte sotto parvenza di semplicità. Tuttavia quale proconsole della Bitinia e poi quale console si mostrò vigoroso e all'altezza dei compiti. Poi, ritornato ai vizi o per imitazione dei vizi, fu assunto tra i pochi vicini da Nerone, quale arbitro di eleganza, visto che in quella profusione di ricchezza nulla riteneva piacevole e raffinato, se non ciò che Petronio gli avesse suggerito. Di qui l'ostilità di Tigellino, come contro un rivale e più esperto nella conoscenza dei piaceri. Perciò affronta la crudeltà del principe, alla quale le altre passioni erano inferiori, rinfacciando a Petronio l'amicizia di Scevino, corrotto uno schiavo per la denuncia e tolta la possibilità di difesa e trascinata in prigione la maggior parte della famiglia. Per caso in quei giorni Cesare si era diretto verso la Campania, e Petronio, avendo proseguito fino a Cuma, si tratteneva là; né sopportò oltre gli indugi tra timore o speranza. E tuttavia non cacciò la vita frettolosamente, ma le vene che si era tagliate, fasciate quando gli era piaciuto, le apriva di nuovo e chiacchierava con gli amici, non in mezzo a discorsi seri o con cui cercasse gloria di imperturbabilità. E ascoltava (loro) che riferivano per nulla sull'immortalità dell'anima e massime di filosofi, ma carmi leggeri e versi facili. Degli schiavi alcuni li rese oggetto di un donativo, alcuni altri di percosse. Iniziò un banchetto, indulse al sonno, affinché, benché imposta, la morte fosse simile ad (una morte) accidentale. Neppure negli ultimi scritti, cosa che (facevano) la maggior parte di coloro che stavano per morire, adulò Nerone o Tigellino o qualcun altro dei potenti, ma descrisse dettagliatamente, sotto i nomi dei pervertiti e delle donne, le infamie del principe e la stravaganza di ciascun rapporto sessuale e, firmate, le mandò a Nerone. E spezzò l'anello affinché non fosse poi di utilità per creare situazioni pericolose. Tacito-Ritorna la libertà (Tac. Agr. 3-4) Nunc demum redit animus; et quamquam primo statim beatissimi saeculi ortu Nerva…..et aetas retinuitque, quod est difficillimum, ex sapientiā modum. Ora finalmente ritorna il respiro; e benché subito dal primo inizio di questa felicissima età Nerva Cesare abbia fatto coesistere (due) cose un tempo inconciliabili, principato e libertà, e ogni giorno Nerva Traiano accresca la felicità dei tempi, e la sicurezza collettiva abbia conquistato non solo speranza e desiderio, ma fiducia e certezza dello stesso desiderio, tuttavia per la natura della debolezza umana i rimedi sono più lenti dei malanni; e come i nostri corpi crescono lentamente, si estinguono presto, così gli ingegni e gli ideali si possono più facilmente soffocare che richiamare in vita: poiché si insinua la dolcezza anche della stessa inerzia e l'inattività, inizialmente sgradita, alla fine è apprezzata. Che (dire poi), se per quindici anni, periodo notevole di un'esistenza mortale, molti sono venuti a mancare per eventi fortuiti, e tutti i più coraggiosi per la crudeltà del principe? Pochi siamo superstiti per così dire non solo degli altri, ma addirittura di noi stessi, essendo stati cancellati dal mezzo della nostra vita tanti anni, durante i quali nel silenzio, se giovani siamo giunti alla vecchiaia, se vecchi quasi agli stessi limiti di un'esistenza trascorsa. Tuttavia non mi dispiacerà aver espresso, se pur con stile poco ricercato e rozzo, il ricordo della precedente schiavitù e la testimonianza dei beni presenti. Intanto questo libro, destinato all'onore di mio suocero Agricola, per la dichiarazione di benevolenza sarà o lodato o giustificato. Gneo Giulio Agricola, nato nell'antica e illustre colonia di Forum Iulii, ebbe entrambi i nonni procuratori dei Cesari, nobiltà che è equestre. Suo padre (era) Giulio Grecino, di rango senatorio, noto per il suo interesse nei confronti dell'eloquenza e della filosofia e che, proprio per quei pregi, si era meritato l'ira di Gaio Cesare: e infatti ebbe l'ordine di accusare Marco Silano e, poiché si era rifiutato, fu ucciso. Sua madre fu Giulia Procilla, di rara castità. Educato nel grembo e nell'indulgenza di costei trascorse la fanciullezza e l'adolescenza attraverso ogni apprendimento di arti moralmente corrette. Lo teneva lontano dagli eccessi delle persone viziose, oltre alla sua natura positiva e integra, (il fatto) che subito fin da piccolo ebbe come sede e maestra dei suoi studi Marsiglia, luogo mescolato e ben armonizzato di raffinatezza Greca e di parsimonia provinciale. Mi ricordo che egli stesso era solito narrare di aver affrontato nella prima giovinezza lo studio della filosofia troppo intensamente, più di quanto concesso ad un Romano e a un senatore, se la saggezza
della madre non avesse tenuto a freno il suo animo acceso e appassionato. Evidentemente il suo ingegno elevato e nobile perseguiva più con passione che con cautela, la bellezza e l'attrattiva di una gloria grande ed eccelsa. Poi la ragione e l'età (lo) resero equilibrato ed (egli) trasse, cosa che è difficilissima, dalla cultura filosofica la giusta misura. Tacito-Premessa all'Agricola (Tac. Agr. 1-2) Clarorum virorum facta moresque posteris…si tam in nostrā potestate esset oblivisci quam tacere. (Il fatto di) tramandare ai posteri azioni e comportamenti di personaggi famosi, cosa praticata anticamente, neppure ai nostri tempi quest'età, benché indifferente nei confronti dei suoi, l'ha tralasciato, ogniqualvolta qualche grande e nobile virtù ha vinto e superato un difetto comune a società piccole e grandi, l'ignoranza del giusto e l'invidia. Ma presso i trapassati come compiere azioni degne di ricordo era facile e più a portata di mano, così tutte le persone più in vista per ingegno erano spinte a tramandare il ricordo del valore senza ricompensa o ricerca di popolarità, solo dal pregio della buona coscienza. E i più (il fatto di) narrare essi stessi la propria vita lo considerarono fierezza dei propri comportamenti piuttosto che presunzione, né ciò per Rutilio e per Scauro fu al di qua della credibilità o motivo di biasimo: a tal punto le virtù sono stimate nel modo migliore negli stessi tempi in cui nascono più facilmente. Invece ora per me che sto per narrare la vita di un defunto c'è stato bisogno di un perdono, che non avrei chiesto essendo sul punto di accusare: così maligni e ostili alle virtù (sono i nostri) tempi. [2] Abbiamo letto che, essendo stati lodati da Aruleno Rustico Peto Trasea, da Erennio Senecione Prisco Elvidio, (la cosa) fu motivo di condanna a morte, né si infierì solo contro gli autori stessi, ma anche contro i loro libri, essendo stato assegnato ai triumviri l'incarico al fine che le memorie di famosissimi ingegni fossero bruciate nel comizio e nel foro. Evidentemente credevano che da quel fuoco venissero cancellate la voce del popolo romano e la libertà del senato e la coscienza del genere umano, cacciati inoltre coloro che facevano professione di sapienza e mandata in esilio ogni buona arte, affinché nulla di onesto si facesse incontro da nessuna parte. Abbiamo dato certamente grande prova di sopportazione; e come la vecchia età vide che cosa fosse il risultato estremo nella libertà, così noi che cosa nella schiavitù, tolta tramite inquisizioni anche la possibilità di parlare e di ascoltare. Anche lo stesso ricordo con la voce avremmo perso, se fosse in nostro potere tanto dimenticare quanto tacere. Tacito-I Germani-2 (Tac. Germ. 7-9) Reges ex nobilitate, duces ex virtute sumunt….secretum illud quod solā reverentiā vident. Scelgono i re in base alla nobiltà, i comandanti in base al valore. Né i re hanno un potere illimitato e incondizionato, e i comandanti esercitano il loro potere con l'esempio piuttosto che con l'autorità in base all'ammirazione, se decisi, se in vista, se combattono davanti alla schiera. Del resto non (è) permesso né punire, né incatenare, neppure percuotere se non ai sacerdoti, non come per punizione né per ordine del capo, ma come se lo comandasse la divinità, che credono esser vicina ai combattenti. E portano in battaglia delle immagini e alcune statue tolte dai boschi sacri; e, cosa che costituisce il più importante incitamento al coraggio, non il caso né il raggruppamento fortuito producono lo squadrone o il cuneo, ma le famiglie e le parentele, e i valori in gioco nelle vicinanze, donde si sentono le grida delle donne, donde i vagiti dei bambini. Per ciascuno questi (sono) i testimoni più sacri, questi i sostenitori più importanti; alle madri, alle mogli portano le ferite: né quelle hanno paura di contare e di esaminare le piaghe, e portano cibo ed esortazioni ai combattenti. Si tramanda che alcune schiere già inclinate e indietreggianti furono rimesse in saldo dalle donne con la costanza delle preghiere e con l'opporre i petti e con l'indicazione da vicino della prigionia, che temono in maniera molto più insofferente a nome delle proprie donne, al punto che più efficacemente sono condizionati gli animi delle tribù alle quali vengono richieste tra gli ostaggi anche delle nobili fanciulle. Anzi ritengono che sia presente in loro qualcosa di santo e profetico, né disdegnano i loro consigli o trascurano i loro responsi. Abbiamo visto sotto il divo Vespasiano che Veleda a lungo fu considerata presso i più alla stregua di una divinità; ma anche molto tempo fa venerarono Aurinia e parecchie altre, non per adulazione né come se le considerassero dee. Tra gli dei adorano soprattutto Mercurio, al quale in giorni stabiliti considerano lecito rivolgere suppliche anche con vittime umane. Ercole e Marte li placano con animali consentiti. Parte degli Svevi sacrificano anche a Iside; donde il motivo e l'origine per un culto di origine straniera poco ho accertato se non che la statua stessa rappresentata in forma di (nave) liburnica dimostra che questo culto è stato importato. Del resto non ritengono conforme alla grandezza dei celesti né rinchiudere gli dei tra pareti né raffigurarli sotto nessuna sembianza di volto umano; consacrano boschi e selve, e chiamano con nomi di dei quell'essere misterioso che vedono solo per senso religioso. Tacito-Agricola-Discorso di Calgaco (Tac. Agr. 30-32) "Quotiens causas belli et necessitatem nostram…Proinde ituri in aciem et maiores vestros et posteros cogitate.” "Tutte le volte che considero le cause della guerra e la nostra situazione difficile, io ho grande fiducia che la giornata di oggi e la vostra unità d'intenti costituirà l'inizio della libertà per tutta la Britannia; infatti sia vi siete riuniti tutti, sia immuni dalla schiavitù, sia nessuna terra c'è oltre, e neppure un mare sicuro, visto che ci sovrasta la flotta romana. Così il combattimento e le armi, che sono motivo d'onore per i coraggiosi, sono pur sempre le difese più sicure anche per i vili. Le precedenti battaglie, in cui si combattè con alterna fortuna contro i Romani, riponevano speranza e aiuto nelle nostre mani, perché noi, i più nobili di tutta la Britannia e perciò collocati proprio nelle zone più inaccessibili e non vedendo alcun litorale abitato da popoli schiavi, avevamo anche gli occhi inviolati dal contatto della dominazione. Noi, ultimi del mondo e della libertà, fino a questo giorno ha difeso l'isolamento stesso e l'oscurità della fama; ora l'estremo confine della Britannia è accessibile, e tutto l'ignoto è come (se fosse) glorioso: ma ormai oltre non c'è nessuna popolazione, nulla se non flutti e scogli, e più ostili i Romani, la cui arroganza inutilmente cercheresti di evitare con la condiscendenza e la modestia. Rapinatori del mondo, dopo che a loro che tutto devastano sono venute a mancare le terre, scrutano anche il mare: se il nemico è ricco, avidi, se povero, ambiziosi, loro che non l'Oriente, non l'Occidente ha saziato: loro soli bramano con pari passione le ricchezze e la povertà di tutti. Rubare, trucidare, rapire, con false parole lo chiamano impero, e dove fanno deserto, la chiamano pace. La natura ha voluto che a ciascuno siano carissimi i propri figli e parenti: questi vengono portati via con l'arruolamento per essere schiavi altrove; mogli e sorelle, anche se sono sfuggite alla libidine dei nemici, vengono disonorate sotto il nome di amici e di ospiti. I beni e gli utili della buona sorte sono consumati per il tributo, il lavoro dei campi e il raccolto dell'annata per le contribuzioni in frumento, gli stessi corpi e le mani sono logorati tra percosse e insulti per bonificare selve e paludi. I figli degli schiavi, nati per la schiavitù, sono venduti una volta sola e vengono nutriti volontariamente dai padroni: la Britannia ogni giorno compra la propria schiavitù, ogni giorno la alimenta. E come in una famiglia di schiavi tutti gli ultimi arrivati tra gli schiavi sono
parole o nel volto. Quindi riceve l'ordine di tornare indietro e di intimargli la morte. Fabio Rustico racconta che non tornò per quel tragitto per cui era venuto, ma che deviò verso il prefetto Fenio e, esposti gli ordini di Cesare, gli chiese se dovesse obbedire, e che da lui fu ammonito ad eseguire, nella fatale ignavia di tutti. Infatti anche Silvano era tra i congiurati e aumentava i delitti per la cui vendetta si era accordato. Risparmiò tuttavia la voce e la vista e fece entrare da Seneca uno dei centurioni che annunciasse la prova estrema. Egli, per nulla spaventato, chiede le tavole del testamento; e, siccome il centurione gliele negava, rivoltosi verso gli amici, visto che gli veniva impedito di dimostrare gratitudine per i loro meriti, unica possibilità e tuttavia bellissima che ormai aveva, dichiara di lasciare l'immagine della propria vita, della quale se fossero stati memori, avrebbero riportato la fama di una condotta onesta come frutto di un'amicizia incondizionata. Nello stesso tempo cerca di trattenere le loro lacrime, ora in tono colloquiale, ora più deciso alla maniera di chi costringe alla fermezza, chiedendo dove (fossero) gli insegnamenti della filosofia, dove la ragionevolezza di fronte agli eventi incombenti su cui si era meditato per tanti anni. A chi infatti era stata sconosciuta la crudeltà di Nerone? Né, dopo l'uccisione della madre e del fratello, gli rimaneva altro che aggiungere l'assassinio dell'educatore e maestro. Dopo che ebbe esposto queste e simili considerazioni come rivolte a tutti, abbraccia la moglie e inteneritosi un poco rispetto alla presente dimostrazione di coraggio, la prega e la supplica di moderare il dolore e di non concepirlo come eterno, ma di sopportare il rimpianto del marito con nobili consolazioni nella contemplazione di una vita trascorsa nella virtù. Essa invece afferma che la morte (è) destinata anche a lei e chiede la mano del carnefice. Allora Seneca, non avverso alla gloria di lei, e nello stesso tempo per amore, per non lasciare esposta alle offese l'unica donna da lui amata, "Ti avevo indicato" disse "delle consolazioni per la vita, ma tu preferisci l'onore della morte: non mi opporrò al tuo comportamento esemplare. La fermezza di questa morte così coraggiosa sia pari presso entrambi, ma più celebrità nella tua fine." Dopo queste parole con lo stesso colpo tagliano i polsi con un'arma. Seneca, siccome il suo corpo da vecchio e indebolito dal vitto scarso offriva al sangue una lenta fuoruscita, recide anche le vene delle gambe e dei polpacci; e, stremato dai forti dolori, per non abbattere col proprio dolore l'animo della moglie e per non essere indebolito lui stesso fino all'incapacità di sopportare dal vedere i suoi tormenti, la convince a ritirarsi in un'altra stanza. E, sostenendolo l'eloquenza anche nell'estremo momento, convocati degli scrivani, fece scrivere la maggior parte delle parole che, rese pubbliche tra la gente con le sue parole, tralascio di citare con parole mie. Ma Nerone, non essendoci in lui nessun odio personale nei confronti di Paolina, e affinché non si diffondesse l'impopolarità per la sua crudeltà, ‹ordina› che la morte sia impedita. Su esortazione dei soldati gli schiavi e i liberti fasciano le braccia, bloccano il sangue, non si sa se a sua insaputa. Infatti, come la gente è propensa alle ipotesi più negative, non mancarono quelli che credevano che, finché ebbe paura dell'implacabilità di Nerone, abbia cercato la fama di una morte condivisa col marito, poi, offertasi una speranza più mite, sia stata sopraffatta dalle lusinghe della vita; alla quale aggiunse poi pochi anni, nel lodevole ricordo nei confronti del marito e col volto e le membra che sbiancavano in un pallore tale da essere di dimostrazione che molto dello spirito vitale era andato perduto. Seneca intanto, siccome la situazione perdurava e per la lentezza della morte, prega Stazio Anneo, da lui apprezzato da molto tempo per la lealtà dell'amicizia e per l'arte della medicina, di tirar fuori il veleno precedentemente preparato con cui venivano uccisi i condannati in un pubblico processo degli Ateniesi; e quando gli fu portato lo bevve inutilmente, ormai freddo nelle membra e col corpo bloccato nei confronti dell'effetto del veleno. Alla fine entrò in una vasca di acqua calda, spruzzando i più vicini degli schiavi, aggiunta la frase che lui libava quell'acqua a Giove liberatore. Da lì, portato nel bagno e soffocato dal suo vapore, viene cremato senza alcuna cerimonia di funerale. Così aveva prescritto nel testamento, quando ancora molto ricco e molto potente provvedeva ai suoi ultimi momenti. TACITO - CASO E NECESSITA' - ANNALES, VI, 22 sed mihi haec ac talia audienti in incerto iudicium…antiqua aetas et nostra tulerit. Ora io, quando ascolto questi e simili fatti, resto in dubbio se le vicende umane siano mosse dal fato, con la sua ineludibile necessità, oppure dal caso. Perciò troverai i grandi filosofi antichi, e quanti ne seguono oggi le orme, divisi su questo punto: molti sono convinti che gli dèi non si curano né dell'origine né della fine nostra e, in una parola, degli uomini, e che così si spiega il caso, tanto frequente, di sventure toccate ai buoni e di vita felice per i malvagi. Altri, invece, pensano che nelle cose si esprima un preciso destino, derivato non dal corso delle stelle, bensì dalle cause prime e dal concatenarsi di rapporti naturali; e purtuttavia lasciano sussistere una libera scelta nella vita, scelta che comporta una successione determinata di eventi. E pensano che il bene e il male non sono quelli che si immagina il volgo: molti, in preda alle sventure, sono felici e moltissimi, nel pieno della loro potenza, infelici, se i primi reggono con animo fermo (al peso delle sventure e gli altri abusano con cieca leggerezza della propria fortuna. Comunque la maggior parte dei mortali non rinuncia alla convinzione che il destino sia segnato fin dalla nascita e che, se i fatti non corrispondono alle previsioni, ciò sia colpa di chi fa predizioni inconsulte; e così spiega il discredito crescente di quell’arte divinatoria, di cui tante solenni prove hanno dato l'età antica e il tempo presente. -Morte di Galba maturità 2019- Octavo decimo…ex evento sumpturi Il diciottesimo giorno avanti le calende di febbraio, l’aurispice Umbricio predice a Galba, che offriva in sacrificio davanti al tempio di Apollo, viscere sfavorevoli e incombenti insidie e un nemico patrio. Otone stava ascoltando (infatti era presente molto vicino), così da interpretare (l’auspicio) al contrario, propizio e favorevole ai suoi progetti. Non molto dopo il liberto Onomasto gli annuncia che era atteso dall’architetto e dagli imprenditori, questo il segnale convenuto, e già i soldati pronti per la cospirazione erano riuniti. Otone, (rispose) a coloro che domandarono la causa del (suo) allontanamento, sebbene avesse finto di dover prima verificare delle sue antiche proprietà sospette che (un tempo) comprò; appoggiandosi al liberto attraverso la casa di Tiberio nel Velabro, poi proseguì verso il miliarium aureum sotto il tempio di Saturno. Qui ventritré guardie lo acclamarono imperatore, (Otone) agitato per la scarsezza degli acclamanti, frettolosamente (viene) posto in sella, armato di spade, lo portano via. Lungo il percorso, press’a poco altrettanti soldati si aggregano, alcuni con coscienza, la maggior parte per la cosa miracolosa, una parte con grida e spade, gli altri in silenzio, prendendo coraggio dall’evento. -Un drammatico episodio guerra civile- Postquam impulsos sensit Antonius….esse scelus loquuntur faciuntque.
Quando Antonio li sentì vicini a cedere, esercita una pressione a ranghi serrati e ne dissesta le linee. Queste si disgregano e aprono varchi non più colmabili, per l’intralcio dei carri e delle macchine da guerra. I vincitori si riversano lungo il tracciato stradale, in un precipitoso inseguimento. Significativo rilievo diede alla strage l’uccisione di un padre per mano del figlio. Ricorderò i fatti e i nomi come li riferisce Vipstano Messalla. Giulio Mansueto, originario della Spagna, appartenente alla legione Rapace, aveva lasciato a casa il figlio ancora bambino. Costui si fece grande, fu arruolato da Galba nella Settima legione; volle il caso che si trovasse di fronte il padre: lo colpisce, lo abbatte e, mentre lo spoglia, il morente è da lui riconosciuto e lo riconosce. Allora se lo stringe spirante fra le braccia e, in singhiozzi, supplicava i mani paterni che si lasciassero placare e non lo rifiutassero come parricida. Quel delitto è di tutti: che parte poteva avere un solo soldato nella guerra civile? Il figlio solleva il corpo, scava la fossa, rende al padre le estreme onoranze. Videro questo i più vicini, poi lo seppero tanti altri, e per tutto l’esercito si diffonde stupore, pena, esecrazione di una guerra come nessun’altra feroce. Senza sosta intanto trucidano, spogliano parenti, consanguinei, fratelli; dicono che è un delitto e intanto lo compiono. -Historiae iii 25- Vagus inde an consilio ducis ….scelus loquuntur faciuntque. Si diffonde la voce, ma forse era un’ingegnosa trovata di Antonio, dell’arrivo di Muciano e che quello fosse il saluto scambiato fra i due eserciti. Avanzano i Flaviani, come moltiplicati da rinforzi appena giunti, mentre le linee dei Vitelliani perdono di compattezza, perchè, lasciati senza una guida, serravano le file o le diradavano sotto l’unica spinta della combattività o della paura. Quando Antonio li sentì vicini a cedere, esercita una pressione a ranghi serrati e ne dissesta le linee. Queste si disgregano e aprono varchi non più colmabili, per l’intralcio dei carri e delle macchine da guerra. I vincitori si riversano lungo il tracciato stradale, in un precipitoso inseguimento. Significativo rilievo diede alla strage l’uccisione di un padre per mano del figlio. Ricorderò i fatti e i nomi come li riferisce Vipstano Messalla. Giulio Mansueto, originario della Spagna, appartenente alla legione Rapace, aveva lasciato a casa il figlio ancora bambino. Costui si fece grande, fu arruolato da Galba nella Settima legione; volle il caso che si trovasse di fronte il padre: lo colpisce, lo abbatte e, mentre lo spoglia, il morente è da lui riconosciuto e lo riconosce. Allora se lo stringe spirante fra le braccia e, in singhiozzi, supplicava i mani paterni che si lasciassero placare e non lo rifiutassero come parricida. Quel delitto è di tutti: che parte poteva avere un solo soldato nella guerra civile? Il figlio solleva il corpo, scava la fossa, rende al padre le estreme onoranze. Videro questo i più vicini, poi lo seppero tanti altri, e per tutto l’esercito si diffonde stupore, pena, esecrazione di una guerra come nessun’altra feroce. Senza sosta intanto trucidano, spogliano parenti, consanguinei, fratelli; dicono che è un delitto e intanto lo compiono. -Annales i 61- Igitur cupido Caesarem invadit…et aquilis per superbiam inluserit. Sorse allora in Cesare Germanico il desiderio di rendere gli estremi onori ai soldati e al loro comandante, tra la generale commiserazione dell’esercito lì presente al pensiero dei parenti, degli amici e ancora dei casi della guerra e del destino umano. Mandato in avanscoperta Cecina a esplorare i recessi della foresta e a costruire ponti e dighe sugli acquitrini delle paludi e sui terreni insidiosi, avanzavano in quei luoghi mesti, deprimenti alla vista e al ricordo. Il primo campo di Varo denotava, per l’ampiezza del recinto e le dimensioni del quartier generale, il lavoro di tre legioni; poi, dal trinceramento semidistrutto, dalla fossa non profonda, si arguiva che là si erano attestati i resti ormai ridotti allo stremo. In mezzo alla pianura biancheggiavano le ossa, sparse o ammucchiate, a seconda della fuga o della resistenza opposta. Accanto, frammenti di armi e carcasse di cavalli e teschi confitti sui tronchi degli alberi. Nei boschi vicini, aree barbariche, sulle quali avevano sacrificato i tribuni e i centurioni di grado più elevato. I superstiti di quella disfatta, sfuggiti alla battaglia o alla prigionia, raccontavano che qui erano caduti i legati e là strappate via le aquile, e dove Varo avesse subìto la prima ferita e dove il poveretto, di sua mano, avesse trovato la morte; da quale rialzo avesse parlato Arminio, quanti patiboli e quali fosse avessero preparato per i prigionieri e come, nella sua superbia, Arminio avesse schernito le insegne e le aquile. -Agricola 13- Ipsi Britanni dilectum ac tributa …et monstratus fatis Vespasianus. I Britanni sottostanno senza resistenza agli obblighi di leva, alle tassazioni e agli altri oneri imposti dall’impero, a patto che non si commettano ingiustizie: queste mal le sopportano, perché sono sottomessi abbastanza per obbedire, ma non ancora per essere schiavi. Il primo fra tutti i Romani che penetrò in Britannia con un esercito fu il divo Giulio. In uno scontro vittorioso atterrì gli abitanti e si impadronì della costa: è d’altra parte evidente che ha indicato ma non consegnato doma l’isola ai posteri. Poi seguirono a Roma le guerre civili, quando capi politici levarono le armi contro lo stato, e a lungo ci si dimenticò della Britannia anche in tempo di pace: per il divo Augusto si trattava, a suo dire, di un consiglio, Tiberio lo prese come un ordine. È noto che Gaio Cesare abbia coltivato l’idea di invadere la Britannia ma, d’indole volubile, mutava con facilità parere; del resto, già si erano rivelati vani i suoi imponenti