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Alcune versioni tradotte di Cesare con alcune analisi stilistiche
Tipologia: Versioni
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Il titolo completo dell’ opera doveva probabilmente essere, in origine, C. Iulii Caesaris commentari rerum gestarum , il riferimento alla campagna gallica sarà stato aggiunto in seguito, successivamente alla morte dell'autore, per meglio distinguere questi commentarii da quelli sulla guerra civile e dagli altri confluiti nel Corpus Caesarianum. Con la definizione di commentarius si indicavano propriamente degli appunti che dovevano servire da «aiuto alla memoria»: significato letterale del termine, che ricalca il greco hypomnema. Si trattava di schizzi preparatori che potevano servire per gli usi più diversi, dalla stesura di un'orazione alla redazione di documenti legali. Erano detti commentarii anche i diari in cui i magistrati registravano gli atti o gli eventi principali del proprio mandato; nella tarda età repubblicana, in particolare, alcuni uomini politici cominciarono a scrivere commentarii per immortalare i momenti salienti della propria vita e della propria attività politica. Sappiamo che, tra gli altri, anche Cicerone compose vari commentari, sia in latino sia in greco, sul proprio consolato, nell'intento di offrire a qualche storico - che tuttavia non riuscì mai a trovare - il materiale da plasmare e organizzare in una narrazione propriamente storica. In questa prospettiva il termine commentarius designava una narrazione a metà fra la raccolta dei materiali grezzi e la loro elaborazione nella forma artistica - cioè arricchita degli ornamenti stilistici e retorici - tipica della vera e propria storiografia. Cesare, con i suoi Commentarii de bello Gallico intende inserirsi in questa tradizione, raccogliendo e rielaborando parzialmente gli appunti personali, i rapporti al senato, e ogni altro materiale utile a ricostruire l'andamento delle campagne galliche. I sette libri dell'opera coprono il periodo dal 58 al 52, in cui Cesare procedette alla sistematica sottomissione della Galli; la conquista si svolse secondo fasi alterne, registrando anche pesanti battute d'arresto che il racconto di Cesare attenua o giustifica, ma non nasconde. Secondo alcuni studiosi sarebbe stato scritto di getto nell'inverno del 52-51, a ridosso della conclusione del conflitto; altri preferiscono pensare a una composizione anno per anno, durante gli inverni, nei periodi in cui erano sospese le operazioni militari. Questa seconda ipotesi spiegherebbe l'esistenza di alcune contraddizioni interne che, pur non intaccando la coerenza complessiva dell'opera, restano comunque difficilmente spiegabili se si ammette un lasso di tempo breve per la redazione. Porta a pensare a una stesura dilatata nel tempo. I libri iniziali si presentano nella veste scarna e disadorna del commentarius vero e proprio, nel corso dell'opera si avverte una progressiva apertura agli ornamenti retorici tipici della storiografia. Nella prefazione al libro VIII, tuttavia, Aulo Irzio,fa un esplicito riferimento alla rapidità con cui Cesare aveva composto i suoi commentari. Possiamo però ipotizzare che Cesare abbia redatto separatamente, magari in forma più o meno abbozzata, i resoconti delle varie campagne, per poi riordinarli e coordinarli in un secondo momento: la testimonianza di Irzio potrebbe in questo caso riferirsi a questa seconda fase della redazione.
La Britannia e i suoi abitanti La parte interna della Britannia è abitata da popoli che sostengono in base ad una radizione orale di essere autoctoni'; [2) la costa da popoli venuti dal Belgio a predare e a far guerra (questi portano quasi tutti il nome delle loro nazioni d'origine, dalle quali erano partiti per andare cola), i quali, terminata la guerra, rimasero nel paese a coltivare la terra. (3] Altissima vi è la densità della popolazione, numerosissimi i casali, pressoché identici a quelli della Gallia, e vi è abbondanza di bestiame. [4] Per denaro si servono di bronzo o di moneta d'oro o di lingotti di ferro, dei quali sia determinato e controllato il peso. (5] Nelle regioni interne vi sono miniere di stagno, di ferro in quelle costiere, ma la produzione di esso è esigua; importano il bronzo". Di legno da costruzione ve n'è di ogni genere, come in Gallia, salvo il faggio e l'abete. [6] Considerano illecito cibarsi di lepre, gallina e anatra; tuttavia allevano queste bestie per diletto. La Britannia gode di clima più temperato che la Gallia: i freddi vi sono meno crudi. [13,1] Essa è un'isola di forma triangolare: un lato si stende di fronte alla Gallia; delle due estremità di questo lato l'una è la regione chiamata Cantium®, che forma l'angolo verso oriente, dove quasi tutte le navi provenienti dalla Gallia approdano; l'altra volge vero meridione. Questo laco si stende per circa cinquecento miglia:. (2) L'altro volge vero i spagna e verso occidente; da quella parte vi e / Ibernia', di una metà più piccola. aquanto si stima, della Britannia, ma alla medesima distanza dalla Britannia che questa dalla Callia. (3) A metà strada si trova l'isola chiamata Mona": inoltre si ritiene che vi Siano parecchie isole più piccole vicine alla Britannia; di queste isole alcuni hanno scritto che al tempo del solstizio d'inverno la notte dura senza interruzione trenta giorni. (4) Per quanto ci riguarda, noi non abbiamo trovato niente di ciò con le nostre inchieste; salvo che abbiamo constatato con la clessidra ad acqua che le notti sono là più brevi che sul continente. [5] La lunghezza di questo lato della Britannia, secondo l'opinione di quegli autori, è di settecento miglia". [6] Il terzo lato guarda verso settentrione: nessuna terra gli sta di fronte, ma l'angolo, nel quale termina questo lato, guarda verso la Germania. Si stima che questo lato sia lungo ottocento miglia". [7] Sicché il perimetro dell'intera isola misura duemila miglia". [14,1] Di rutti gli abitanti della Britannia di gran lunga più civili sono quelli che abitano il Cantium, che è una regione tutta affacciata sul mare; il loro modo di vivere non è molto diverso da quello dei Galli. [2] Gli abitanti dell'interno in generale non seminano grani, ma si cibano di latte e di carne e sono vestiti di pelli. Ma tutti quanti i Britanni si colorano con il guado, che produce una tintura azzurra, e questo dà loro in combattimento un aspetto terribile; [3) portano i capelli lunghi e si radono ogni parte del corpo salvo il capo e il labbro superiore. [4] In dieci o dodici hanno le mogli in comune e soprattutto i fratelli tra loro e i padri con i figli; [5] ma quelli che nascono da queste unioni sono considerati figli di colui al quale ogni donna fu per la prima volta, ancora vergine, condotta. (trad. di A. Pennacini)
Questo excursus di carattere geo-etnografico è una fonte molto importante per la nostra conoscenza della Britannia antica. Per le informazioni qui riportate, che rappresentavano un miglioramento significativo delle conoscenze geografiche romane dell'Europa settentrionale, Cesare si affidava alla sua conoscenza diretta (limitata comunque alla parte meridionale dell'isola) e soprattutto, come ammette esplicitamente, alle notizie raccolte sul posto. In questo brano, Cesare comunica al suo lettore le notizie di prima mano sulla Britannia, isola su cui mai nessun romano ha finora messo piede. L'excursus si apre con informazioni etnografiche: Cesare riferisce sui popoli, autoctoni e provenienti dal Belgio , che vivono nella parte meridionale dell'isola, quindi offre alcuni cenni sull'aspetto dei loro abitati, e sui loro costumi. Lo sguardo di Cesare, quindi, si allarga ad abbracciare l'intera isola, o quantomeno la parte che fu toccata dalle sue esplorazioni: si descrive così la forma e l'orientamento della Britannia e delle isole minori che la circondano. Inevitabilmente, l'interesse di Cesare si sofferma su un elemento che da sempre aveva colpito la curiosità dei Romani nelle loro osservazioni dei territori nordici, ovvero l'irregolarità del rapporto giorno/notte rispetto a quello a cui i popoli mediterranei erano abituati. Completata questa sommaria descrizione dei luoghi, Cesare torna a soffermarsi sui suoi abitanti, individuando i principali punti di contatto tra le culture locali e quelle galliche, e offrendo ancora al lettore romano altri 'curiosi' dettagli sulle abitudini sociali dei Britanni. Questo inserto costituisce una testimonianza sulla Britannia antica, preziosa non solo per noi ma anche per gli stessi Romani, i quali avevano avuto fino ad allora un'idea molto vaga delle estreme regioni settentrionali dell'Europa. Cesare rappresentava uno dei primissimi contatti diretti della cultura romana con quei luoghi e l'incontro non poteva che suscitare meraviglia e interesse anche per dettagli all'apparenza meno importanti, come quello sul diletto di allevare lepri, galline e anatre. La grande curiosità per questa nuova realtà si coglie anche nell'attenzione con cui Cesare indaga, svolgendo ricerche, usi e costumi della popolazione sulle zone che non aveva potuto vedere di persona. A questo si allude con il riferimento alle percontationes , una sorta di inchieste funzionali ad avere conferme sulle voci relative all'esistenza di notti lunghissime in alcune zone. Cesare dimostra dunque di sapersi avvalere anche di metodi d'indagine rigorosi: le voci sono attentamente vagliate, e, quando non sono possibili conferme dirette, se ne cercano di indirette attraverso esperimenti, come quello della clessidra per misurare la durata dei giorni e delle notti. Mantenendo la sua prospettiva romana di fronte a genti così diverse, il narratore si chiede in che misura tali popoli possano essere considerati humani. La risposta traspare evidente dalle parole di Cesare: tra tutti i Britanni, i più vicini alla concezione romana di 'essere umano', sono i popoli della costa, che condividono molti costumi dei Galli.Nella conclusione del passo, come si può notare, il narratore aggiunge dei particolari, per esempio l'uso di colorarsi il corpo in battaglia o di portare capelli e baffi incolti, che contribuiscono a descrivere l'arretratezza di alcuni tra i Britanni. Cesare sta preparando il terreno per l'indiretta esaltazione delle sue imprese: il lettore, ormai persuaso della terribile fierezza di questi popoli, non potrà che restare ammirato dinnanzi ai successi che Cesare riporterà anche in Britannia.
Dopo aver percorso la Gallia ed essere arrivato persino in Britannia, Cesare amplia il raggio della sua spedizione anche verso est, e guida le proprio legioni nei territori dei Germani. Qui, un nuovo teatro si presenta ai suoi occhi: l'aspetto incontaminato delle selve germaniche lascia presagire la fierezza dei popoli che vi si incontreranno, e le specie di animali che i Romani possono osservarvi per la prima volta contribuiscono a rendere l'immagine di un mondo ancor più impenetrabile di quelli fin qui attraversati. Cesare descrive tutto ciò con curiosa meticolosità, conducendo il lettore, ancora una volta , in una dimensione che appare esotica e per molti versi leggendaria. Le campagne militari in Gallia mettono i Romani a contatto con popolazioni che manifestano notevoli differenze di cultura, usi, tradizioni religiose e organizzazione sociale rispetto alla realtà latina. Nel De bello Gallico Cesare non manca di registrare queste diversità, intervallando spesso il racconto dei fatti propriamente bellici con excursus di tipo etnografico. Si tratta di inserti di grande importanza, che forniscono al lettore romano una rappresentazione della storia, della società e dei costumi che caratterizzano le popolazioni contro cui si svolgono le campagne galliche.
Il dio che onorano di più è Mercurio: le sue statue sono le più numerose; lo considerano l'inventore di tutte le arti, la guida degli uomini per le strade e nei viaggi, pensano che abbia la maggiore potenza nel lucro e nel commercio. Dopo Mercurio onorano Apollo, Marte, Giove e Minerva.
In tutta la Gallia ci sono due classi di persone tenute in un certo conto e riguardo. La gente del popolo, infatti, è considerata quasi alla stregua dei servi, non prende iniziative e non viene ammessa alle assemblee. I più, oberati dai debiti, dai tributi gravosi o dai soprusi dei potenti, si mettono al servizio dei nobili, che su di essi godono degli stessi diritti che hanno i padroni sugli schiavi. Delle due classi, dunque, la prima comprende i druidi, l'altra i cavalieri. I druidi si occupano delle cerimonie religiose, provvedono ai sacrifici pubblici e privati, regolano le pratiche del culto. Moltissimi giovani accorrono a istruirsi dai druidi, che tra i Galli godono di grande onore. Infatti, risolvono quasi tutte le controversie pubbliche e private e, se è stato commesso un reato, se c'è stato un omicidio, oppure se sorgono problemi d'eredità o di confine, sono sempre loro a giudicare, fissando risarcimenti e pene. Se qualcuno - si tratti di un privato cittadino o di un popolo - non si attiene alle loro decisioni, gli interdicono i sacrifici. È la pena più grave tra i Galli. Chi ne è stato colpito, viene considerato un empio, un criminale: tutti si scostano alla sua vista, lo evitano e non gli rivolgono la parola, per non contrarre qualche sciagura dal suo contatto; non è ammesso a chiedere giustizia, né può essere partecipe di qualche carica. Tutti i druidi hanno un unico capo, che gode della massima autorità. Alla sua morte, ne prende il posto chi preceda gli altri druidi in prestigio, oppure, se sono in parecchi ad avere uguali meriti, la scelta è lasciata ai voti dei druidi, ma talvolta si contendono la carica addirittura con le armi. In un determinato periodo dell'anno si radunano in un luogo consacrato, nella regione dei Carnuti, ritenuta al centro di tutta la Gallia. Chi ha delle controversie, da ogni regione qui si reca e si attiene alla decisione e al verdetto dei druidi. Si crede che la loro dottrina sia nata in Britannia e che, da lì, sia passata in Gallia: ancor oggi, chi intende approfondirla, in genere si reca sull'isola per istruirsi
Nell'excursus sui costumi dei Galli e dei Germani che occupa i capitoli 11-28 del sesto libro, un posto di rilievo assume l'analisi delle diverse componenti della società gallica. I druidi, depositari del potere religioso, politico e giudiziario, sono al vertice della piramide sociale e, in quanto sacerdoti e custodi del culto nazionale, costituiscono un fattore unificante in un paese diviso sul piano politico e demografico. L'interesse di Cesare si concentra subito sulle classi più elevate della società gallica. Alla plebe, ridotta in condizione poco più che servile, è riservato uno spazio limitato: i plebei, esclusi da ogni decisione, vivono subendo l'oppressione delle classi nobiliari. Il paragrafo 3 introduce quindi i due temi principali della successiva trattazione: l'indicazione delle due classi superiori, druidi e cavalieri. Alla seconda sarà riservato un capitolo a parte, mentre qui Cesare si concentra estesamente sulle prerogative della prima, che appare subito come la classe più importante. Ai druidi, infatti, spettavano poteri che si estendevano ben al di là dell'ambito strettamente religioso: a loro,infatti, era affidato anche il compito di amministrare la giustizia penale e civile. L'analisi di Cesare individua all'interno della classe dei druidi una gerarchia: essi infatti hanno un capo che rimane tale a vita e il cui successore è designato secondo due possibilità , prospettate mediante due proposizioni ipotetiche della realtà; una terza, estrema, possibilità (la lotta armata) è tenuta, anche sintatticamente, distinta. Spetta infine ai druidi la celebrazione del culto comune, che avviene nel centro geografico della Gallia, fattore di unità nazionale in un paese politicamente diviso.Il capitolo si chiude con una precisazione sull'origine del sapere druidico, forse legata alla Britannia: si tratta di un'informazione coerente con la meticolosità e il rigore con cui spesso Cesare riferisce su usi e costumi dei vari popoli. All’interno del capitolo meritano attenzione alcuni passaggi, che mostrano una costruzione stilistico grammaticale particolarmente studiata al fine di mettere in rilievo i concetti principali. L’assunto di base è la distinzione tra i druidi e la plebe. La plebe: