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Il documento tratta la biografia di Aristofane. Sono presenti le trame analizzate di alcune tra le più importanti commedie di Aristofane, con particolare attenzione per "Le Nuvole".
Tipologia: Appunti
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Aristofane nasce nel 450 a.C. e muore verso il 385 a.C. Delle 44 commedie che gli eruditi antichi gli attribuivano, ne possediamo solo 11 intere; delle altre possediamo un buon numero di frammenti. I due ultimi drammi scritti dal poeta, anch’essi perduti, Eolosicone e Cocalo, furono rappresentati postumi dal figlio. La sua produzione ricorre un periodo molto ampio e Aristofane assiste a eventi come la morte di Socrate (399 a.C.) e il crollo di Atene, ovvero la crisi delle istituzioni e di politici autorevoli in grado di guidare il popolo. Aristofane vive in prima persona la fine della grandezza di Atene e la crisi degli ordinamenti cittadini per la presenza di demagoghi e del popolo irresponsabile. Egli, infatti, coglie in modo lucido anche la responsabilità del demos, ritenendo che il popolo sia sostanzialmente “stupido” poiché non si rende conto di che stoffa siano fatti gli attuali governanti e si lascia abbindolare dai demagoghi con promesse legate all’utile personale (confronta i CAVALIERI. Denuncia a Socrate, i sofisti e Euripide per il sovvertimento della tradizione. Forse insieme agli ACARNESI e alle VESPE risulta essere la più politica). I bersagli di Aristofane sono proprio i demagoghi e il demos stupido Di Aristofane ci sono giunte solo 11 commedie intere molto amate dagli atticisti, dobbiamo infatti la conservazione ai retori atticisti che furono stimolati a preservare le commedie dal fatto che Aristofane scrivesse in dialetto attico puro. Possediamo frammenti anche di − Banchettanti (427 a.C.) —> contro la nuova educazione sofistica (tema che ritorna nelle Nuvole) − Babilonesi (426 a.C.) —> contro l’imperialismo ateniese, presenza del coro di schiavi che simboleggiano i vecchi alleati della lega Delio-attica ora divenuti sudditi di Atene e alla politica demagogica. − Cocalo —> commedia posteriore al Pluto, che presenta una trama tipicamente Menandreo
− satira (attacco/aggressione) politico sociale caratterizzata dalla presenza della ονομαστὶ κωμῳδεῖν —> la commedia attica antica è caratterizzata per via del clima democratico da una sfrenata libertà di parola (parresia). Questo ebbe come risvolto la presenza della ονομαστὶ κωμῳδεῖν ossia il fare commedia citando per nome personaggi in vista senza filtri né censure. Di contro a questa critica c’è l’esaltazione del passato. − Esaltazione del passato, in particolare dell’età di maratona. Esaltazione età dei maratonomechi, età in cui sono presenti certezze, valori civici e patriottici, sguardo un po’ nostalgico. C’è chi lo ha definito un “reazionario” nel senso etimologico del termine, ovvero colui che vorrebbe tornare indietro, ma in realtà è uno che vive la crisi e non riesce a vederne l’uscita − Parodia filosofica nelle Nuvole − Rappresentazione di paesi fantastici come risvolto della crisi precedente: utopia (negli uccelli), che però alla fine non funziona
Aristofane porta sulla scena in chiave fantastica problemi politici etici e socioculturali (la sua è una commedia politica anche quando è presente l’utopia). I suoi bersagli principali sono: − innovatori della cultura del tempo —> Euripide, Socrate e i sofisti, accusati di corrompere (διαφθέιρω) gioventù allontanandola dalle sane tradizioni, dalla fede negli dei (ἐυσέβεια). Non distingue Socrate e sofisti ma fa una sorta di unicum. Euripide viene attaccato negli Acarnesi e nelle Rane, poiché diseduca il popolo. − I capi dei partiti democratici, ossia tutti coloro che avevano interesse a portare avanti la guerra; ovvero i radicali, come Cleone e Iperbolo che sono guerrafondai e vogliono portare avanti la guerra anche se arreca danni al popolo. Aristofane propone: − pace con Sparta − Il recupero dei valori del passato, valori della παιδέια tradizionale. 429 a.C. morte di Pericle —> Cleone —> 421 a.C. morte di Cleone —> Iperbolo
− compattezza delle commedie conferita dalla centralità dell’eroe comico o protagonista (vedi acarnesi, rane e nuvole) − Insoddisfazione che si traduce in critica seria di un fenomeno della realtà della polis —> espediente paradossale —> situazioni buffe (interazione di un piano serio di uno comico da cui nasce il paradosso, che fa emergere problemi seri e reali). L’eroe comico è insoddisfatto e agisce iniziando da un espediente paradossale in cui si creano situazioni buffe, poi c’è l’agone, scontro con l’antagonista e alla fine il finale positivo. − Palingenesi comica —> nuovo assetto instaurato dall’eroe —> si viene a creare dopo tutto quello che ha fatto l’eroe comico Le commedie di Aristofane si possono raggruppare in quattro blocchi:
a. commedie dell’irrisione politica: acarnesi e cavalieri b. Satira anti-euripidea: Tesmoforiazuse, rane e acarnesi c. Commedie dell’utopia: pace, uccelli, Lisistrata (per il ruolo marginale della donna nel V sec) d. Nuovo corso della commedia dopo la sconfitta di Atene: Ecclesiazuse, Pluto: assenza di parabasi e coro vivace
Crisi degli ordinamenti cittadini e giudiziari (prettamente politici). I demagoghi non sono in grado di gestire correttamente la città. La città è ormai in mano ai demagoghi (Cleone e Iperbole), che gestiscono il potere per i propri interessi, non curandosi né della città né del demos. Il popolo ateniese, essendo poco sveglio, non si accorge di essere raggirato dai demagoghi stessi; infatti, si lasciando abbindolare dalle promesse e danno loro i propri voti. Il tribunale popolare (Eliea), istituito da Solone, ha acquisito molto più potere dopo la riforma di Efialte. I giudici sono delle persone estratte a sorte, in particolare anziani; essi sono vittime dei giochi demagogici e sono mal pagati. Nelle Vespe, utilizza questa tematica per attaccare nuovamente Cleone. Nelle Ecclesiazuse, Aristofane si pone contro alcune utopie avanzate da alcuni filosofi. All’interno della commedia l’intento è quello di denunciare e di dimostrare l’inutilità delle utopie filosofiche.
Messi in scena nel 424 a.C., fase più pugnace. Venne rappresentati quando Cleone è all’apice della sua popolarità e fu una commedia incentrata sull’aggressione mordace nei confronti di Cleone. Il protagonista è Demos (anziano abbindolabile), sensibile alle lusinghe del suo schiavo Paflagone (colui che chiacchiera —> Cleone) che riesce a tenere in potere il suo padrone. Altri due schiavi di casa seguendo le parole dell’oracolo provano a liberare Demos dalle influenze di Paflagone e secondo le parole dell’oracolo chi riuscirà a liberare Demos è un “salsicciaio”. L’agone è tra un salsicciaio e Paflagone alla presenza di Demos (confronta T4). Alla fine dell’agone demos consegna la vittoria al salsicciaio e quest’ultimo prende il posto come consigliere di demos. Ad un certo punto il salsicciaio sottopone ad una bollitura Demos, che esce ringiovanito e anche rinsavito e giura di aver capito la lezione. Il tema è che subentra a Paflagone un semplice salsicciaio: come se Aristofane ci dicesse che un demagogo all’ennesima potenza viene sconfitto comunque da un altro demagogo come lui. Il messaggio che ci vuole dare è che non c’è modo di uscire dal dominio dei demagoghi. Qualunque cittadino sedesse a teatro capiva che Paflagone fosse la maschera comica di Cleone. È una commedia assolutamente politica che parla della piaga dei demagoghi, che subentrano alla figura di Pericle e sono arrivisti, approfittatori e adulatori che ottengono ciò che vogliono facendo false promesse, mai mantenute. C’è l’idea di un popolo che prende le decisioni (è il popolo a votare), che però non possiedono la maturità politica per sapere cosa approvare e non approvare si fa irretire/abbindolare. Tema
Figure che subentrano in modo indegno a Pericle, i quali cercano in ogni modo di irretire i cittadini per raggiunger ei propri interessi, attraverso false promesse e adulazioni. non c’è modo di uscire dal dominio dei demagoghi, infatti Paflagone non è sostituito da un personaggio migliore.
422 a.C. Furono rappresentate ne 422 a.C. Protagonista è il vecchio Filocleone (ammiratore di Cleone) , che soffre della mania tipicamente ateniese dei processi, e che come ovvio non pronuncia mai verdetti di assoluzione ma solo di condanna, senza rendersi conto di fare il gioco dei sicofanti e dei demagoghi, di cui la città è piena. Il figlio Bdelicleone (colui che ha ripugnanza di Cleone) cerca di guarirlo chiudendolo in casa, ma invano: il risultato è che il vecchio, impossibilitato nel recarsi in tribunale improvvisa processi in casa. Bdelicleone cerca di convincere il padre a cambiare gusti, ad allargare la sua cerchia di interessi, e dopo tanto insistere vi riesce. Ma purtroppo Filocleone passa da un estremo all'altro e, rinnegata la passione per i tribunali si dà alla vita gaudente e libertina: ultima scena del dramma lo coglie nell'atto di irrompere in un banchetto e di sequestrare una flautista a scopo di libidine. Tema del rapporto padre e figlio: Il padre si esalta nell’adempimento della funzione di giudice, compito che svolge con rigore condannando tutti. È giudice nel tribunale dell’Eliea che dopo la riforma di Efialte aveva acquisito i poteri tolti all’areopago. L’eroe comico è il figlio che si chiama Bdelicleone (colui che ha schifo di Cleone). In questa tragedia Aristofane unisce la critica ai tribunali e la polemica nei confronti di Cleone. Attraverso i due nomi capiamo che dietro l’amministrazione bacata della giustizia ci sono i demagoghi. Le vespe, con un lungo aculeo, si divertono a pungere gli imputati. L’agone è tra padre e figlio e il figlio che ne esce vincitore e riesce a convincere il padre del fatto che il mestiere di giudice è solo un espediente per i demagoghi per esercitare i loro interessi. Lui crede di esercitare la giustizia ma non si rende conto che asseconda i demagoghi. In secondo luogo emerge che i giudici sono sottopagati, le casse potrebbero garantire paghe più congrue, ma non lo fanno. − Critica ai tribunali − Polemica a Cleone
425 a.C. Rappresentata nel 425 a.C., è la prima delle undici commedie giunte intere fino a noi. Protagonista dell'azione è il piccolo proprietario terriero Diceopoli, il quale, stufo della guerra (si tratta naturalmente della guerra del Peloponneso), decide di stipulare con gli Spartani una pace personale valida per trent'anni. I cittadini del demo di Acarne, carbonai, zoccolo duro del partito guerrafondaio ateniese, lo accusano di tradimento e cercano di linciarlo. Ma Diceopoli riesce a mitigarne l'ira e a convincerli delle sue ragioni, illustrando i vantaggi della pace e gli svantaggi della guerra, nelle scene che seguono viene icasticamente sviluppato il contrasto fra le opposte scelte: da una parte la gioia di Diceopoli, che grazie alla tregua può tornare alle sue feste e ai suoi commerci, dall'altra la mestizia del generale Lamaco, fautore della guerra, costretto a partire per il fronte dove lo aspettano pericoli e privazioni. Commedia politica, perché entra nel vivo di un tema caro agli ateniesi. Il coro è costituito dagli abitanti del demo di Acarne, i carbonai in particolare, che sono dei guerra-fondai. Acarne è un demo
La filosofia e la poesia, secondo Aristofane, giocano un ruolo fondamentale nell’educazione sia dei giovani sia degli adulti. In queste tragedie viene criticata la cultura contemporanea, che si traduce nella denuncia contro chiunque abbia messo in discussione i valori tradizionali. L’arte deve avere una funzione paideutica e Aristofane rivede questo aspetto nelle tragedie di Eschilo.
Furono rappresentate nel 405 a.C. l'azione si svolse nell’oltretomba, dove il dio Dioniso si è recato, insieme allo schiavo Xantia, per riportare sulla terra il defunto Euripide. Dopo varie peripezie, fra cui il laborioso guado della palude stigia accompagnato dall'incessante gracidare delle rane (che danno il titolo al dramma), Dioniso e Xantia raggiungono la casa del dio dei morti, Plutone, e li trovano non solo Euripide, ma anche Eschilo, che ambisce a sua volta a tornare sulla terra. Per decidere a chi spetterà questo privilegio viene organizzata una sfida fra i due poeti: Euripide attacca lo stile indigesto, ridondante dei versi eschilei; Eschilo contrattacca censurando l'immoralità di Euripide, le situazioni scabrose di cui le sue tragedie abbondano, il relativismo etico che diseduca i cittadini, lo stile frivolo e pieno di trovate retoriche. Alla fine Dioniso sceglie di riportare sulla terra Eschilo, con la motivazione che la poesia di Euripide è divertente, ma quella di Eschilo è utile, poiché contribuisce a formare buoni cittadini. Vennero messe in scena 406 a.C. quando si svolse la battaglia delle Arginuse, durante la quale si verificò un naufragio che provocò una serie di morti da parte dell’esercito Ateniese. I due comandanti vennero messi a processo e successivamente condannati (Cfr. ruolo giocato da Socrate in questa vicenda). Successivamente scoppierà la battaglia di Egospotami, che decreterà la fine della guerra e la sconfitta definitiva di Atene. Ad Aristofane serviva un tragediografo che incarnasse i valori e le istituzioni della polis e un altro che le avesse sovvertite e indebolite all’interno delle sue tragedie. Sono presenti due cori: le rane e gli iniziati. Il secondo coro riporta nella tragedia il pensiero conservatore del commediografo, mentre il coro delle rane crea diversi problemi esegetici. Le rane conversano con Dioniso, senza riconoscerlo. Secondo Aristofane un autore come Euripide è in parte responsabile della crisi, perché ha rinnovato la tragedia, ma soprattutto perché la sua opera diseduca gli adulti. Critica mossa contro i contenuti. − VV. 1008- 1011 − VV. 1054- 1056 − 1485 - 1498 Euripide porta in scena personaggi umili, caratterizzate da un’umanità quotidiana. Al contrario dovrebbe mostrare al pubblico dei modelli a cui aspirare o da cui rifuggire, ma presenta invece l’uomo con tutte le sue debolezze, privandolo della dimensione eroica. − 840 Aristofane passa in rassegna tutti gli aspetti della commedia di entrambi e, utilizzando la commedia, crea un’opera di critica letteraria.
Alla fine della commedia, Eschilo viene scelto come poeta che possa giovare alla città di Atene, che si trova in un periodo di profonda crisi. Secondo Eschilo il male va nascosto, portando in scena dei modelli da seguire. L'agone, iniziato con gli insulti, si rivela il prosieguo un vero “certame di sapienza”, lungo, articolato e di fatto equilibrato. Euripide mette dapprima i rilievi difetti della drammaturgia eschilea: azione statica, attori che parlano poco a causa della preponderanza del coro e magniloquenza spesso incomprensibile.
Si tratta di una situazione in cui entrambi i poeti vengono riconosciute qualità: quindi la bilancia sta in equilibrio; tuttavia, poco dopo Dioniso stesso cambia i termini della questione: “ io sono sceso quaggiù in cerca di un poeta perché la città si salvi e abbia il suo teatro. Chi di voi due saprà dare un valido consiglio alla città ho deciso di portarmelo via”. Dunque, la ragione primaria della ricerca di un poeta tragico è indicata nella salvezza della città, nella quale il teatro riveste una funzione paideutica e politica; inoltre, quell'agone così prolungato si rivela inutile ai fini della scelta di Dioniso, che si risolve nella preferenza accordata non a un poeta e la sua arte, ma un valido consiglio fornito alla città. La seconda opinione richiesta riguarda la “salvezza della città” di fronte alla quale Euripide rivela la propria inadeguatezza, farfugliando sciocchezze incomprensibili, mentre Eschilo ha la soluzione vincente, almeno a giudizio dell'arbitro Dioniso e dell'autore Aristofane: “se diffidassimo dei cittadini di cui ora ci fidiamo, e ricorressimo a quelli che trascuriamo, saremmo salvi. Se con questi di adesso ci va male, facendo il contrario ci salveremmo di sicuro”. È questo argomento che sancisce la vittoria di Eschilo e spiega quindi il senso complessivo della commedia: essa non verte pertanto sul primato di un poeta tragico piuttosto che di un altro, ma sull'utilità della poesia tragica per la polis, sul ruolo dell'arte nella comunità cittadina.
La prima stesura che fece fu un totale insuccesso, infatti fu battuto da Cratino. Leggiamo il rifacimento, che però non venne mai messa in scena; il fatto che abbia comunque scelto di modificare alcune parte ci fa intendere quanto avesse a cuore queste tematiche. Furono modificate alcune parti: − L’avvio della parabasi − Parte conclusiva con il rogo appiccato da Strepsiade al Pensatoio. Nella prima stesura, pare che fosse rappresentata la vittoria del discorso adikos, colpendo sfavorevolmente il pubblico. Tutta la parte precedente alla parabasi è dominata dall’iniziazione di Strepsiade alla scuola di Socrate e ai riti delle Nuvole.
che era sacra per Aristofane, era sovvertita da queste figure. (Cf. pagina 360). Aristofane coinvolge Socrate in questo attacco rivolto al nuovo modo di parlare e di educare che distrugge la tradizione.
Il problema non è Socrate in sé, ma la crisi che è ormai dilagata in tutta la città. Aristofane è conservatore, ma si rende conto che quella tradizione da lui sostenuta è anacronistica; al contrario però, ritiene che quella nuova sia cinica, dispersiva e sovvertiva. Egli incarna un disorientamento generazionale, difatti il problema è rappresentato dalla città di Atene stessa. Aristofane non riesce a trovare un modo per uscire dalla crisi, perché non condivide la strada intrapresa dalla filosofia (seconda navigazione di Platone); preso dalla disperazione, Strepsiade dà fuoco al pensatoio, consapevole del fatto che quest’azione sia sterile e disperata. Aristofane è conservatore di un disorientamento generazionale ; ritiene realisticamente impossibile ritornare alla vecchia paideia. Anche nell’agone tra il discorso migliore e peggiore, assistiamo allo scontro diretto tra i due nuovi modelli educativi: il primo all’insegna della tradizione anacronistica, l’altro simbolo della crisi dell’arcaia paideia.
La scena si svuota, i coreuti si tolgono il mantello e si apre lo spazio di metateatro, all’interno del quale il poeta esprime tematiche che stanno lui a cuore, argomenti che vuole portare all’attenzione del pubblico, riferimenti all’attualità. a) Rimprovera il pubblico per la sua mancata vittoria b) Diversità di stile e contenuto tra le opere dei concorrenti e la sua commedia priva di volgarità c) Parla dei “Banchettanti” (commedia sul tema dell’educazione) d) Cita Cleone e Iperbolo
Arma fondamentale del logos di cui è dotato l’uomo. Se non si possiede il logos, che non sanno usare l’arma della parola sono impotenti. In quest’opera viene quasi divinizzata la “lingua”, quasi come se andasse a sostituire le vecchie divinità; Fidippide afferma che la divinità si trova nell’agora e consiste nel convincere l’avversario. La parola è l’arma fondamentale nel regime democratico (VV 1040- 1042); Socrate guarda da una parte alla fisiologia, dall’altra all’arma del fare politica --> il logos che permette di dominare nella polis democratica. Sia per Aristofane sia per Platone, il nuovo dio non corrisponde alla tradizione, ma esso è autonomo, non ha una legge su cui si fonda. La parola si pretende autonoma, quasi come se fondasse le tradizioni (Fidippide afferma di voler fondare un nuovo nomos). I sofisti riconoscono la grandissima importanza di un logos che non presuppone nulla, ma non è nemmeno destinato a significare qualcosa di determinato e preciso. Nell’Apologia Socrate afferma di aver obbedito al suo daimon, ovvero che la sua ragione è per lui Zeus, che il suo discorso è quello giusto e non quello della tradizione. Nelle Nuvole mette in discussione la paideia ateniese e rompe con la tradizione. Il logos nel pensatoio, si stacca da un lato dalla tradizione, dall’altra non è destinato a dire qualcosa di determinato (differenza con il Platonismo: il logos deve dire qualcosa di determinato, ritenendo sbagliato utilizzare il logos per determinare una cosa o l’altra e attraverso il discorso dialettico arriva alle idee). L’intelligenza e il pensiero possono giudicare tutto e nulla lo può giudicare, non attraverso le tradizioni della paideia ateniesi. Nulla ha valore se non è comprensibile alla mia ragione. Nelle Nuvole il logos non presuppone nulla, non si ancora al sistema della tradizione, ma è autoreferenziale. In Platone, Socrate è di rottura rispetto alla tradizione, infatti se qualcosa non è conforme alla sua coscienza, non lo segue nonostante sia tradizione della città.