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Ampi appunti su Aristofane e le sue commedie
Tipologia: Appunti
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Gli antichi attribuivano ad Aristofane 44 commedie, delle quali a noi ne sono pervenute solo 11. Il corpus aristofaneo copre un arco temporale di circa 40 anni, dal 427 al 388 a.C. , denso di avvenimenti: la guerra del Peloponneso, il colpo di Stato oligarchico, la restaurazione democratica e la crisi di Atene sul piano storico, e la crisi del teatro tragico sul piano culturale. Aristofane si colloca, ideologicamente, come un conservatore moderato, volendo tornare ai fasti dell’Atene antica. Le sue opere si dividono in: Escludendo due commedie andate perdute, che cronologicamente si sarebbero collocate prima degli Acarnesi: -I banchettanti (427 a.C.) -I Babilonesi (426 a.C.) -> Commedie della prima fase, accomunate dalla tematica della guerra e della pace, la satira politica verso personaggi di spicco dell’Atene del tempo. -Gli Acarnesi (425 a.C.) -I cavalieri (424 a.C.) -Le nuvole (423 a.C.) -Le vespe (422 a.C.) -La pace (421 a.C.) -> Commedie della seconda fase, dove spicca una satira meno forte rispetto alle commedie del primo gruppo e la presenza della riflessione sul tema della guerra e sul valore del teatro tragico. -Gli uccelli (414 a.C.)
-Le rane (405 a.C.) -> Commedie della terza fase, che presentano una satira ancora più debole e, strutturalmente, la scomparsa della parabasi. -Ecclesiazuse (391 a.C.) -Pluto (388 a.C.)
I due filoni tematici della produzione aristofanea sono quello politico, in cui si propone una riflessione sulla scena politica del suo tempo, nonché sul tema della guerra e della pace, e quello utopico, in cui il poeta fa evadere i protagonisti dallo spazio-tempo dell’Atene corrotta del V secolo. Nelle commedie di Aristofane c’è sempre un eroe, che ha in mente un progetto finalizzato alla palingenesi (gr. παλιγγενεσία, comp. di πάλιν «di nuovo» e γένεσις «generazione») cioè alla rinascita etica e morale di Atene dalla corruzione di costumi in cui riversa. Contro l’eroe vi è un antagonista, che crea ostacoli al progetto di rinascita dell’eroe.
Il titolo deriva dagli abitanti di Acarne, un demo dell’Attica, che compongono il coro. Diceopoli (che significa cittadino giusto, è infatti un nome parlante), stanco della guerra che imperversa contro gli Spartani, decide di siglare una pace con il nemico. Gli Acarnesi, però, sono infuriati per la pace privata da lui ottenuta con Sparta, e decidono di condannarlo a morte. Per far valere le sue ragioni e convincere gli acarnesi che la guerra non è la soluzione ai loro problemi, Diceopoli si reca allora da Euripide, per farsi prestare la sua retorica e risultare così convincente. Si traveste quindi dal povero Telefo ed espone le sue ragioni al coro. In questo momento si svolge un agone tra Diceopoli e Lamaco, favorevole alla guerra, che alla fine ha la peggio. La commedia si conclude con i protagonisti che rientrano in scena in condizioni ben diverse: Lamaco, ferito, simboleggia i mali della guerra mentre Diceopoli, felice e accompagnato da due ragazze, rappresenta i vantaggi della pace.
Con questa commedia Aristofane si propone di mettere in guardia gli ateniesi dai pericoli insiti nella demagogia di Cleone. Aristofane presenta sulla scena Demos (cioè il Popolo), un anziano completamente in balia di uno dei suoi servi, Paflagone (che rappresenta Cleone), che lo imbroglia e lo manda in rovina senza che egli se ne accorga. Due servitori fedeli invano cercano di aprire gli occhi al padrone, spalleggiati dai cavalieri, l'unica classe che conserva ancora l'integrità morale. La situazione giunge ad una svolta quando i servi fedeli grazie ad un oracolo vengono a sapere che Demos verrà liberato da Paflagone quando questo dovrà vedersela con uno peggiore di lui. Trovato un salsicciaio, ancora più vile e cinico di Paflagone, i due lo esortano ad entrare nelle grazie di Demos. A questo punto tra Paflagone e il salsicciaio avviene un agone verbale violento, dal quale Paflagone esce sconfitto. Nel finale Demos torna giovane e rinsavisce, rappresentando il ritorno all’epoca felice di Atene.
La tragedia si conclude con Bdelicleone che invita il padre a spendere il resto della vita all’insegna della più sfrenata allegria e lo conduce a un simposio. Qui però Filocleone si abbandona a comportamenti scatenati e dissoluti. Rischierebbe di scoppiare una rissa, ma tutto si aggiusta e alla fine i convitati escono di scena tra salti e piroette in un corteo.
L'opera venne messa in scena in un clima di speranza e di ottimismo per il futuro, poiché quello stesso anno era stata firmata la pace di Nicia. Il contadino Trigeo decide di salire nell’Olimpo a cavallo di uno scarabeo per tentare di riportare sulla terra la pace, dato che imperversava la guerra da molto tempo. Dopo diverse peripezie Trigeo riesce nel suo obiettivo, riportando sulla terra Eirene, cioè la pace, che era rinchiusa in una grotta, Teoria, cioè la Festa, e Opora, cioè l’abbondanza del raccolto. La commedia si conclude con le nozze tra Eirene e Trigeo, e con un banchetto, simbolo festoso di pace.
Gli uccelli sono una commedia utopica, di evasione spazio-temporale, nella quale il protagonista si affida una soluzione paradossale per raggiungere l’idea di pace. Due uomini ateniesi, Pistetero ed Evelpide, decidono di lasciare la città per cercarne un’altra dove poter vivere in pace. Giungono allora in un regno a metà tra gli dei e gli uomini, dove abitano gli uccelli. In questo luogo decidono di fondare la città di Nubicuculia. A un certo punto della commedia giunge la notizia che la posizione della nuova città impedisce al fumo dei sacrifici di raggiungere gli dei, che quindi sono affamati. La commedia si conclude con Pistetero che concede il fumo dei sacrifici a Zeus e, in cambio, il dio cede la Sovranità alla nuova città.
Il titolo deriva dalle donne che celebravano le Tesmoforie, festività religiose esclusivamente femminili in onore di Demetra e Persefone. Le Tesmoforiazuse intendono muovere una critica nei confronti di Euripide, in quanto egli avrebbe presentato negativamente il genere femminile nelle sue tragedie. Euripide, temendo che le donne stiano tramando contro di lui, escogita un piano: fa vestire un suo parente, Mnesiloco, da donna, il quale si introduce in questa festa, per spiare le Tesmoforiazuse. Mnesiloco viene però smascherato e fatto prigioniero, al che Euripide, per trarre in salvo il parente, si traveste da mezzana, cioè da donna che coordina le prostitute, e si porta dietro un’etera.
Distrae quindi la guardia di Mnesiloco ma viene smascherato: pur di fuggire dovrà promettere alle Tesmoforiazuse di non parlare più negativamente delle donne nelle sue tragedie.
La commedia presenta un mondo alla rovescia dove il comando viene preso da chi di solito è sottomesso, in questo caso le donne, al fine di ottenere la pace. La commedia non è quindi da intendere come una commedia di emancipazione femminile, quanto piuttosto finalizzata sempre alla palingenesi. Dopo più di vent’anni di guerra l’ateniese Lisistrata (che significa colei che scioglie gli eserciti) convoca le cittadine e tutta la Grecia, con un piano per far cessare i combattimenti: le donne non avrebbero più avuto rapporti sessuali con i propri mariti finché una pace non fosse stata stipulata. Il piano ha successo poiché gli uomini, non potendo tollerare questa condizione, sono decisi a interrompere la guerra e stipulare la pace.
La commedia va in scena nel 405 a.C., appena un anno dopo la morte sia di Sofocle che di Euripide. In quest’opera Aristofane intende fornire una riflessione su quello che sarà l’esito del genere tragico una volta morti i due maggiori tragediografi. Dioniso, travestito da Eracle, decide di recarsi nell’Ade per riportare sulla terra Euripide; la discesa è accompagnata dal coro, composto da alcune rane. Giunto nell’Ade, il dio assiste a un agone tra Eschilo ed Euripide: ciascuno dei due declamerà i suoi meriti, finché non verranno pesati i versi dei due poeti su una bilancia, e risulteranno più pesanti quelli di Eschilo. Dioniso allora risalirà sulla terra con Eschilo piuttosto che con Euripide. Il teatro tradizionale e veicolatore di valori etici, religiosi e civili di Eschilo viene fatto vincere sul teatro polemizzante e moderno di Euripide.
Le donne ateniesi (appunto, le donne all’assemblea), preoccupate per la crisi in cui riversa la Polis decidono di sostituirsi al governo maschile per cercare di riparare i danni da loro commessi. Così, attuano un colpo di Stato e, travestite da uomini, decidono per una forma di comunismo platonico di tutti beni: denaro, terra, donne, figli. Inoltre, per evitare discriminazioni tra donne belle e donne brutte, si decide che nessun uomo potrà unirsi a una ragazza da lui scelta se prima non si sarà unito con una donna vecchia e brutta. Quest’ultima legge porta a un esito paradossale poiché un giovane ragazzo diviene il bersaglio di tre donne decrepite che lo vorrebbero per sé.