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breve riassunto su Aristofane e le sue opere
Tipologia: Sintesi del corso
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Aristofane La nostra conoscenza del teatro comico di età classica si basa sulla 11 commedie conservate di Aristofane, e poi su una miriade di frammenti di opere perdute di molti altri autori. Aristofane nacque nel demo di Cidatene verso il 450 a.C. Fin dalle prime opere, si pone nel solco innovativo di alcuni poeti comici più anziani, che al repertorio mitologico tradizionale, avevano preferito soggetti teatrali ispirati alla realtà, sviluppando una drammaturgia d’impronta apertamente satirica e strettamente legata all’attualità della pòlis , e in questo senso definibile come “politica”. Il nuovo orientamento si proponeva di applicare l’apparato comico tradizionale, volto a suscitare il riso dello spettatore, a temi seri e impegnati, nella dichiarata intenzione di dare seguito al tradizionale ruolo della poesia come artefice del miglioramento della società. Aristofane iniziò assai giovane a praticare come aiutante e apprendista gli ambienti della produzione comica e si cimentò con la composizione di un proprio dramma nel 427, con i Banchettanti , che proprio in ragione dell’età dovette far presentare ufficialmente a un prestanome, Callistrato; a lui affidò negli anni seguenti anche i Babilonesi (426) e gli Acarnesi (425), decidendosi al debutto in prima persona nel 424 con i Cavalieri. Queste prime prove furono promettenti: i Banchettanti si classificarono in seconda posizione, probabilmente i Babilonesi ottennero la vittoria delle Dionisie; in seguito altre quattro vittorie vennero negli agoni lenaici. Alla fine della carriera, non molto dopo il 385 a.C., aveva all’attivo una quarantina di commedie. A noi ne restano 11 integre, accanto a un migliaio di frammenti. Le cinque commedie più antiche, composte nella prima fase della guerra del Peloponneso fino al 421 a.C., sono quelle maggiormente caratterizzate da una forte tensione politica e dalla satira contro i demagoghi ateniesi. Gli Acarnesi che ottennero il primo posto alle Lenee del 425, prendono il titolo dal coro composto da rudi ma schietti carbonai e vignaioli del demo attico di Acarne. Costoro, ingannati dai demagoghi, sono convinti che sia giusto proseguire la guerra; il contadino Diceopoli («Cittadino giusto»), al contrario, crede nei vantaggi della pace e, per niente scoraggiato dalle loro proteste, decide di stipulare in privato una pace di trent’anni con Sparta, che si fa inviare in forma liquida in un’ampolla. In un vivace agone verbale, a Diceopoli si contrappone il generale Lamaco. Ormai titolare di una pace separata, Diceopoli dichiara aperto il suo mercato del prezioso prodotto e accoglie acquirenti dalle città nemiche. Lamaco è chiamato alla guerra, mentre Diceopoli è invitato al simposio della festa dei Boccali: il ritorno dei due – malinconico Lamaco, euforico Diceopoli in compagnia di due belle ragazze – persuade gli Acarnesi alla pace. Emergono in questa commedia alcuni temi importanti del teatro politico di Aristofane: l’ostilità alla politica bellicista, contraria agli interessi di alcune componenti sociali della pòlis , e la critica della cultura di matrice sofistica, che si andava diffondendo in quegli anni presso i ceti emergenti. Con i Cavalieri del 424, Aristofane ripeté il successo alle Lenee dell’anno prima. Il titolo della commedia indica ancora i componenti del coro, esponenti della classe dei grandi proprietari terrieri, qui contrapposti al ceto mercantile e al suo leader , il demagogo Cleone. Il protagonista, il cittadino Demo («Popolo»), viene informato da due schiavi che il suo favorito, il potente Paflagone (sinonimo di “barbaro”, controfigura di Cleone), lo inganna di continuo; ma è destino che su di lui abbia la meglio Agoracrito, un salumaio, uomo del popolo altrettanto scaltro e privo di scrupoli. Nell’agone fra il Paflagone e Agoracrito, questi ha la meglio: solo a questo punto Demo confida ai Cavalieri di riconoscere le mire degli adulatori e di saperle evitare. Nel finale, una pozione magica offerta da Agoracrito ringiovanisce miracolosamente Demo, che riceve in dono anche una splendida ragazza, personificazione della pace trentennale con Sparta. I Paflagone è condannato, per contrappasso, a fare lui il salumaio. L’anno seguente il 423, Aristofane portò in scena alle Grandi Dionisie le Nuvole e subì un clamoroso fiasco. Tuttavia, non si rassegnò e ne rielaborò il testo, allo scopo di ripresentarlo in un’altra occasione: il testo che ci è giunto è quello della seconda redazione. A trama ruota attorno a due personaggi, Strepsiade e su figlio Fidippide, che nutre una dispendiosa passione per i cavalli. Volendo guarire il figlio, Strepsiade si reca al “pensatoio” di Socrate per apprendere la pratica sofistica di «rendere più forte il discorso più debole»: vi incontra il filosofo e i suoi discepoli, intenti nelle vacue attività della filosofia, come indagare la divinità delle Nuvole, che costituiscono il coro. Strepsiade viene avviato allo studio della retorica, ma con risultati tanto scarsi, che decide di far istruire suo figlio al posto suo. Il Discorso Giusto e il Discorso Ingiusto si contendono in un agone la palma del migliore: alla fine Filippide scegli il Discorso Ingiusto e, appresa l’arte del parlare, da un lato libera il padre dai creditori, dall’altro si rivolta contro di lui dimostrandogli dialetticamente che è giusto per i figli percuotere i padri. Infuriato, Strepsiade dà fuoco al pensatoio. Il tema del dramma è un problema d’attualità nell’Atene di fine V secolo, e cioè l’educazione dei giovani, per la quale ai metodi tradizionali si contrapponevano le nuove concezioni legate alla cultura sofistica: il messaggio della commedia è che l’applicazione dei nuovi metodi si rivela fallimentare, in quanto minaccia i valori fondamentali della società.
Con le Vespe , presentata alle Lenee del 422, Aristofane prende di mira la mania dei processi imperversante ad Atene, qui incarnata dal coro di vecchi cittadini travestiti da vespe, simbolo di temperamento aggressivo e scorbutico. Bdelicleone («Nemico di Cleone») è costretto a rinchiudere in casa il padre Filocleone («Amico di Cleone») perché la sua mania di giustizia lo spinge ogni giorno in tribunale con la speranza di entrare nelle giurie popolari, nell’agone Filocleone sostiene che è necessario per il bene della città che lui e i suoi vecchi compagni si rechino nei tribunali; all’opposto, Bdelicleone dimostra loro di essere raggirati e strumentalizzati dai demagoghi. Il padre riconosce l’inganno, ma è ormai completamente succube della sua mania, allora Bdelicleone gli concede di amministrare la giustizia di un tribunale domestico: viene processato il cane, accusato di furto di formaggio. Consigliato da Bdelicleone a godersi i piaceri della vita, Filocleone si ubriaca e provoca una rissa. La commedia si chiude con una gara di danza. Geniale presupposto della comicità del dramma è il rovesciamento dei ruoli, per cui è il figlio a farsi educatore del vecchio padre. Il personaggio del padre è lontano dal tradizionale modello che collegava l’anzianità con la saggezza e la moderazione: anzi, egli perde il senso della misura e si lascia andare agli eccessi sia nella sua passione per il tribunale sia nel godimento dei piaceri. Gli aspetti allegorici dominano la Pace , andata in scena nelle Dionisie del 421, poche settimane prima della “pace di Nicia” fra Atene e Sparta, con cui si chiudeva la prima fase del conflitto. Il contadino Trigeo non ne può più della guerra e, inforcato un enorme scarabeo, vola alla dimora di Zeus. Pòlemos («Guerra») ha catturato e murato in una grotta Irene («Pace») e pesterebbe nel mortaio le città greche, se disponessi di un pestello adatto come lo erano l’ateniese Cleone e lo spartano Brasida, morti l’anni prima in battaglia. Con l’aiuto dei contadini che compongono il coro, Trigeo riesce a liberare Irene, la riconduce sulla terra in compagnia di Opora («Raccolto») e Teoria («Festa») e annuncia le sue nozze con Opora, inizio di una nuova epoca di pace. Un fabbricante di falci esprime gratitudine a Trigeo perché con la pace ha ripreso a fare affari, mentre i mercanti di armi vanno in miseria. Il dramma si chiude con il corteo nuziale di Trigeo e Opora. La commedia anticipa i successivi sviluppi della commedia aristofanea: smussamento degli ostacoli che si oppongono al protagonista, contesto surreale fatto di ambientazione ultramondana popolata di personificazioni e a sfondo utopico, coro scarsamente caratterizzato e dal ruolo subordinato. La commedia Uccelli andò in scena alle Dionisie del 414, e incarna al massimo grado il nuovo atteggiamento drammaturgico di Aristofane. Due Ateniesi. Pisetero e Euelpide, delusi dalla convulsa e conflittuale vita cittadina, progettano di trasferirsi. Chiedono consiglio all’Upupa e decidono di fondare una città ideale, governata dagli uccelli, di cui si revoca l’antichissimo dominio sul mondo: la città sorgerà fra cielo e terra, in modo da intercettare il fumo dei sacrifici che sale agli dèi. Inizia l’edificazione di Nefelococcugia. Vari individui della società umana tentano di penetrarvi, ma Pisetero li scaccia. Giunge la dea Iride, messaggera di Zeus, inviata a chiedere sacrifici per gli dèi, ma viene allontanata bruscamente. Altri Ateniesi di pessima reputazione si presentano, desiderosi di essere ammessi nella nuova città, ma Pisetero scaccia anche loro. Infine, arrivano Posidone ed Eracle, insieme al dio barbaro Triballo, a trattare la pace fra gli dèi e la nuova città: in cambio della pace, Zeus restituirà agli uccelli il potere sul mondo e concederà Basilia («Regina») in sposa a Pisetero. La commedia si chiude con le nozze di Basilia e Pisetero, che ha ricevuto anche il fulmine, simbolo del potere di Zeus. La scelta dello scenario surreale e della fantasia utopica non deve impedire di cogliere che l’interesse per l’attualità non viene meno, anzi politico è il tema stesso degli Uccelli nel senso più distillato del termine, ponendo la questione della fondazione di una nuova città e della definizione dei suoi ordinamenti; senza contare che il poeta coglie l’occasione per rappresentare satiricamente costumi e figure della società reale, da cui la nuova città deve essere preservata. Politico nello stesso senso generale è il tema della più famosa commedia “femminile” di Aristofane, Lisistrata (411). La protagonista, che da il titolo al dramma, ha convocato ad Atene le donne delle città greche impegniate nelle guerra del Peloponneso ed espone loro un piano per porre fine al conflitto: si asterranno dai rapporti sessuali con i loro mariti, fintantoché essi non si decideranno a stipulare la pace. Le donne occupalo l’acropoli, che viene prontamente cinta d’assedia dai vecchi di Atene, e fronteggiano un ufficiale intervenuto a far sgombrare la rocca e i tentativi degli uomini di indebolire la loro compattezza. Un messaggero informa che a Sparta non va diversamente che ad Atene. Si presentano a Lisistrata ambasciatori maschi di entrambe le città, stremati dal desiderio sessuale e dal bisogno, ormai disposti a trattare la resa. Le condizioni poste da Lisistrata sono accettate e si festeggia la pace con il tripudio di un kòmos. Sullo sfondo del tema erotico, che fornisce numerosi spunti di sapida comicità verbale e di situazioni, i significati politici traspaiono (il desiderio della pace con Sparta) trascolorano nella fantasiosa utopia: l’irreale si radica nel reale, ma se ne allontana in cerca di soluzioni inverosimili, quali la “rivoluzione femminista” e uno spirito pacifista di ispirazione panellenica, che doveva suonare come pure invenzioni comiche all’autore stesso e al suo pubblico. Alle Dionisie dello stesso anno. 411, furono rappresentate Le donne alle Tesmoforie , incentrate sulla satira di Euripide. Euripide è preoccupato perché le donne di Atene, infuriate per il modo in cui vengono rappresentate nelle sue tragedia, tramano una vendetta contro di lui. Chiede allora al tragediografo Agatone, campione di effeminatezza, di travestirsi da donna e introdursi come spia fra le donne riunite per la festa di Demetra Tesmofora. Agatone però rifiuta e al suo posto si
All’assenza di riferimenti all’attualità politica si accompagna l’amaro disincanto rispetto al tema della giustizia sociale ed economica e delle connesse implicazioni morali. L’opera esibisce alcune caratteristiche drammaturgiche proprie della commedia “di Mezzo”, poi ereditate e accentuate dalla commedia “Nuova” nella prima età ellenistica: l’assenza della parabasi, il ridimensionamento del ruolo del coro (limitato a interventi marginali), il rilievo assegnato alla figura del servo, autentica spalla del protagonista. Possiamo ora ricapitolare l’evoluzione delle linee tematiche dominanti del teatro aristofaneo conservato. La prima fase che riusciamo a circoscrive (427-421 a.C.) è segnata dalla satira politica e sociale: il bersaglio favorito sono gli esponenti della classe dirigente, tacciati di populismo e di oltranzismo bellico contrario ai reali interessi della città ( Acarnesi , Cavalieri , Vespe , Pace ). A quest’epoca appartengono anche le Nuvole , nelle quali una pari verve satirica anima la caricatura di Socrate, di cui Aristofane plasma un’immagine artefatta per farne il facile emblema della vacuità intellettuale sofistica. In queste commedie svolge una funzione importante la parabasi, strutturata come una tribuna per rivolgere al pubblico espliciti giudizi su fatti e personalità; è l’aggressività mordace trova l’espressione più vivida in un linguaggio spesso crudo e osceno. Una seconda fase (420-404 a.C.) è contraddistinta dall’affievolirsi della vis polemica nei confronti del mondo politico, mentre sembrano riguadagnare terreno le componenti tradizionali e disimpegnate del teatro comico: elementi farseschi, la parodia del mito, spunti di teatro d’evasione e d’intrattenimento, il rovesciamento di sapore cavalleresco, fughe nell’immaginario utopico e surreale acquistano spazio, pur sullo sfondo di impegnativi temi portanti suggeriti dalle circostanze attuali della comunità. Alla logorante realtà della pòlis in perenne conflitto, il poeta reagisce con il vagheggiamento di una città ideale ( Uccelli ), con la satira del teatro tragico contemporaneo e il motivo del viaggio nell’aldilà ( Le donne delle Tesmoforie , Rane ) e con l’adozione della sfera femminile a contraltare e rovesciamento dell’inconcludenza della cultura maschile dominante ( Lisistrata e ancora Le donne delle Tesmoforie ). Gli ultimi due drammi in ordine cronologico fanno supporre una terza fase (circa 403-385 a.C.), nella quale da un lato prosegue una poetica di evasione – il mondo femminile come ribaltamento comico della realtà maschile nelle Donne all’assemblea -, dall’altro avvertiamo una sensibilità nuova per i temi sociali ed esistenziali dai sottili risvolti psicologici – il prosaico problema della precarietà del benessere economico familiare affrontato nel Pluto – che caratterizzeranno ampiamente la commedia di Mezzo e Nuova.