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Teatro: Eschilo, Sofocle, Euripide, Aristofane., Sintesi del corso di Storia Della Letteratura Greca

Argomenti tratti dal Guido Rizzi

Tipologia: Sintesi del corso

2020/2021

Caricato il 27/01/2021

CV97.
CV97. 🇮🇹

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TEATRO
Eschilo La vita e le opere.
Nacque nel 525 a.C. a Eleusi, presso Atene, da una famiglia aristocratica. Partecipò alle guerre persiane
combattendo nell’esercito cittadino a Maratona (490 a.C. quando Artaferne e Dati sbarcarono con 300 navi
e 20 mila uomini ma Milziade riuscì, attraverso una mossa strategia, a raggirare l’esercito persiano) e dieci
anni più in là a Salamina (vittoria greca con Euribiade – navi persiane poco agili). Morì a Gela, in Sicilia, nel
456 a.C. Sulla tomba venne inciso un suo epigramma famosissimo che apriva quasi tutte le sue tragedie. Egli
ottenne 13 vittorie negli agoni teatrali e il suo prestigio presso gli ateniesi rimase anche dopo la sua morte
tanto che i suoi drammi furono messi in scena anche nel V secolo a.C. Eschilo drammaturgo Le tragedie di
Eschilo devono essere considerate nell’ottica della trilogia, all’interno della quale ciascun dramma non
rappresenta che un elemento. I drammi hanno la solenne leggerezza dello stile arcaico; sono opere in cui
l’azione procede lentamente, intarsiata da lunghe e complesse parti corali, mediante un linguaggio ricco di
invenzioni verbali come neologismo, epiteti, metafore, scarti di pensiero quasi visionari. La scenografia ha
un’importanza solennemente arcaica, ad egli si attribuivano l’innovazione nel campo della messinscena,
della danza e l’introduzione del secondo attore. I personaggi sono stilizzati, come grandi statue parlanti
ancora coperte della grandezza arcaica del mito, hanno caratteri flessibili che si scontrano senza mai
piegarsi e affrontano il proprio destino fino alle estreme conseguenze. Mancano agli eroi di Eschilo il lavoro
e il dubbio e il tormento interiore; il suo è un mondo sovradeterminato in cui i personaggi si scontrano con
una rete di forze invisibili che ne limitano l’autonomia come ad esempio la maledizione che si propaga
all’interno di una famiglia e gli dei che intervengono per ristabilirne l’ordine. Queste energie oscure sono la
violenza e l’accecamento che assumono valori di “colpa” prodotta da un pensiero distorto del protagonista
che determina scelte sbagliate. Queste le forze che trascino l’uomo alla rovina, mentre intorno al colpevole
si muovono terribili divinità sotterranee ovvero le Erinni persecutrici. Al di sopra dello spazio umano e di
quello sotterraneo dei demoni, vi è il mondo dell’olimpo chiamati a garantire la giustizia, il teatro di Eschilo,
infatti, sviluppa su questi tre piani sovrapposti che fanno parte di un medesimo sistema e collegano tra loro
in una salda rete gli uomini con le loro vicende e il mondo delle forze invisibili, divine e demoniache, che li
accompagnano passo dopo passo. In questo quadro diventa importante, dunque, il ruolo della dike
(giustizia) che ha un valore però diverso. Non è la forza che deve regolare i rapporti tra gli uomini nella
società, ma un concetto più astratto, è la legge che gli dei impongono al mondo e spiega la casualità degli
avvenimenti attraverso colpa e punizione. I temi fondamentali si collocano al di fuori dell’individuo posti
nelle forme sociali e culturali del mondo arcaico come la vendetta, il conflitto tra diritto famigliare e diritto
delle polis, le leggi e il clan famigliare. Dunque Eschilo non appartiene del tutto all’epoca classica, ma
rappresenta l’ultima fase arcaica, con il suo rigido sistema di valori. Il suo teatro è fortemente impregnato
di elementi fantastici e visionari come fantasmi, allucinazioni e demoni mostruosi.
Lingua e stile Eschilo può essere considerato il vero fondatore del linguaggio tragico, acquisendo una forma
e un timbro specifici e originari. Diventa straniante, lontano dalla quotidianità e ricco di grandi invenzioni
verbali, ridando “dignità” al linguaggio poetico. Adotta forme tipiche dello stile arcaico (composizione ad
anello e discorso basato su metafore – chiave) e nelle parti liriche si muove nel solco della grande lirica
corale, da cui deriva la forte tensione stilistica. Persiani Era la prima tragedia della trilogia che comprendeva
anche Fineo, Glauco e Prometeo rappresentata nel 472 a.C., otto anni dopo la battaglia di Salamina, la
trilogia non aveva la base di drammi collegati fra loro in un unico intreccio narrativo. La tragedia è
ambientata a Susa, la residenza del re di Persia, dove Atossa, madre del regnante Serse, ed i dignitari di
corte attendono con ansia l'esito della battaglia di Salamina (480 a.C.). In un'atmosfera cupa e colma di
presagi funesti, la regina racconta un sogno angoscioso fatto quella notte. Non appena la regina finisce di
narrare del sogno, arriva un messaggero, che porta l'annuncio della totale disfatta dei Persiani. La battaglia
viene raccontata accuratamente, dapprima con la descrizione delle flotte, poi con l'analisi delle fasi dello
scontro e infine con il quadro desolante delle navi distrutte in mare e dei soldati superstiti privi di aiuto.
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TEATRO

Eschilo La vita e le opere. Nacque nel 525 a.C. a Eleusi, presso Atene, da una famiglia aristocratica. Partecipò alle guerre persiane combattendo nell’esercito cittadino a Maratona (490 a.C. quando Artaferne e Dati sbarcarono con 300 navi e 20 mila uomini ma Milziade riuscì, attraverso una mossa strategia, a raggirare l’esercito persiano) e dieci anni più in là a Salamina (vittoria greca con Euribiade – navi persiane poco agili). Morì a Gela, in Sicilia, nel 456 a.C. Sulla tomba venne inciso un suo epigramma famosissimo che apriva quasi tutte le sue tragedie. Egli ottenne 13 vittorie negli agoni teatrali e il suo prestigio presso gli ateniesi rimase anche dopo la sua morte tanto che i suoi drammi furono messi in scena anche nel V secolo a.C. Eschilo drammaturgo Le tragedie di Eschilo devono essere considerate nell’ottica della trilogia, all’interno della quale ciascun dramma non rappresenta che un elemento. I drammi hanno la solenne leggerezza dello stile arcaico; sono opere in cui l’azione procede lentamente, intarsiata da lunghe e complesse parti corali, mediante un linguaggio ricco di invenzioni verbali come neologismo, epiteti, metafore, scarti di pensiero quasi visionari. La scenografia ha un’importanza solennemente arcaica, ad egli si attribuivano l’innovazione nel campo della messinscena, della danza e l’introduzione del secondo attore. I personaggi sono stilizzati, come grandi statue parlanti ancora coperte della grandezza arcaica del mito, hanno caratteri flessibili che si scontrano senza mai piegarsi e affrontano il proprio destino fino alle estreme conseguenze. Mancano agli eroi di Eschilo il lavoro e il dubbio e il tormento interiore; il suo è un mondo sovradeterminato in cui i personaggi si scontrano con una rete di forze invisibili che ne limitano l’autonomia come ad esempio la maledizione che si propaga all’interno di una famiglia e gli dei che intervengono per ristabilirne l’ordine. Queste energie oscure sono la violenza e l’accecamento che assumono valori di “colpa” prodotta da un pensiero distorto del protagonista che determina scelte sbagliate. Queste le forze che trascino l’uomo alla rovina, mentre intorno al colpevole si muovono terribili divinità sotterranee ovvero le Erinni persecutrici. Al di sopra dello spazio umano e di quello sotterraneo dei demoni, vi è il mondo dell’olimpo chiamati a garantire la giustizia, il teatro di Eschilo, infatti, sviluppa su questi tre piani sovrapposti che fanno parte di un medesimo sistema e collegano tra loro in una salda rete gli uomini con le loro vicende e il mondo delle forze invisibili, divine e demoniache, che li accompagnano passo dopo passo. In questo quadro diventa importante, dunque, il ruolo della dike (giustizia) che ha un valore però diverso. Non è la forza che deve regolare i rapporti tra gli uomini nella società, ma un concetto più astratto, è la legge che gli dei impongono al mondo e spiega la casualità degli avvenimenti attraverso colpa e punizione. I temi fondamentali si collocano al di fuori dell’individuo posti nelle forme sociali e culturali del mondo arcaico come la vendetta, il conflitto tra diritto famigliare e diritto delle polis, le leggi e il clan famigliare. Dunque Eschilo non appartiene del tutto all’epoca classica, ma rappresenta l’ultima fase arcaica, con il suo rigido sistema di valori. Il suo teatro è fortemente impregnato di elementi fantastici e visionari come fantasmi, allucinazioni e demoni mostruosi. Lingua e stile Eschilo può essere considerato il vero fondatore del linguaggio tragico, acquisendo una forma e un timbro specifici e originari. Diventa straniante, lontano dalla quotidianità e ricco di grandi invenzioni verbali, ridando “dignità” al linguaggio poetico. Adotta forme tipiche dello stile arcaico (composizione ad anello e discorso basato su metafore – chiave) e nelle parti liriche si muove nel solco della grande lirica corale, da cui deriva la forte tensione stilistica. Persiani Era la prima tragedia della trilogia che comprendeva anche Fineo, Glauco e Prometeo rappresentata nel 472 a.C., otto anni dopo la battaglia di Salamina, la trilogia non aveva la base di drammi collegati fra loro in un unico intreccio narrativo. La tragedia è ambientata a Susa, la residenza del re di Persia, dove Atossa, madre del regnante Serse, ed i dignitari di corte attendono con ansia l'esito della battaglia di Salamina (480 a.C.). In un'atmosfera cupa e colma di presagi funesti, la regina racconta un sogno angoscioso fatto quella notte. Non appena la regina finisce di narrare del sogno, arriva un messaggero, che porta l'annuncio della totale disfatta dei Persiani. La battaglia viene raccontata accuratamente, dapprima con la descrizione delle flotte, poi con l'analisi delle fasi dello scontro e infine con il quadro desolante delle navi distrutte in mare e dei soldati superstiti privi di aiuto.

Lamenti e pianti riempiono la scena fino alla comparsa del defunto padre di Serse, Dario, marito di Atossa. Lo spettro dà una spiegazione etica alla disfatta militare, giudicandola la giusta punizione per la hýbris (tracotanza) di cui si è macchiato il figlio, nell'aver osato cercare di conquistare il Mar Egeo con la sua flotta. Arriva infine il diretto interessato, lo stesso re Serse, sconfitto e distrutto, che unisce il proprio lamento di disperazione a quello del coro, in un canto luttuoso che chiude la tragedia. Sebbene sia la più antica tragedia conservata, già altri scrissero della guerra contro i persiani, “Presa di Mileto” o della vittoria a Salamina “Fenicie” di Frinico. Con Eschilo la tragedia diviene il mezzo di propaganda egemonistico che Atene aveva assunto tra le città greche, e per sostenere l’espansionismo verso l’Oriente fondato sulla potenza della flotta esaltando così, anche in maniera implicita, i ceti più bassi a cui era affidato il ruolo di rematori. Egli però non voleva solo esaltare Atene tant’è vero che ambienta la vicenda in terra persiana e rinuncia a rappresentare il popolo come barbaro da deridere e odiare. All’interno coesistono due livelli: quello mitico e quello storico, che si intersecano continuamente. Questo perché egli fonda l’ideologia del dramma su un luogo comune che è la democrazia ateniese, la contrapposizione di due sistemi politici, la polis greca e l’impero orientale, ovvero tra libera espressione e il dispotismo. Egli colloca la vicenda delle guerre persiane all’interno di un quadro in cui operano forze segrete e potenti come l’accecamento che impedisce a Serse di distinguere chiaramente le linee del suo destino e lo conduce alla sciagura e la prevaricazione che attira su chi la compie la punizione divina. Così Serse diventa un “modello mitico” che non ha saputo discernere il limite tra potere e violenza. I Persiani sono una tragedia collettiva, in cui i personaggi, compreso Serse che entra in scena disperato alla fine, occupano un ruolo marginale rispetto al dramma di un popolo su cui si avventa la colpa del suo leader (Serse) ed il vero protagonista della tragedia è il coro. Sette contro Tebe Rappresentati nel 467 a.C. erano il terzo dramma di un’Edipodia con “Laio” e “Edipo”. Ciascuna tragedia raffigurava un passaggio generazionale nella saga di questa famiglia, votata per oscuro destino all’annientamento. Antefatto della vicenda: Eteocle e Polinice, figli di Edipo, si erano accordati per spartirsi il potere sulla città di Tebe; avrebbero regnato un anno a testa, alternandosi sul trono. Eteocle tuttavia allo scadere del proprio anno non aveva voluto lasciare il proprio posto, sicché Polinice, con l'appoggio del re di Argo Adrasto, aveva dichiarato guerra al proprio fratello ed alla propria patria. All'inizio del dramma, Eteocle appare impegnato a rincuorare la popolazione preoccupata per l'imminente arrivo dell'esercito nemico. Giunge un messaggero, che informa che gli uomini di Polinice sono nei pressi della città, ed hanno deciso di presidiare le sette porte della città di Tebe con sette dei loro più forti guerrieri. È quindi necessario che Eteocle scelga a sua volta sette guerrieri da contrapporre a quelli nemici, ognuno a difendere una porta. Ricevuta la notizia, il coro di giovani tebane reagisce con paura, ma Eteocle le rimprovera aspramente per questo. Torna il messaggero e riferisce che i sette guerrieri nemici, tirando a sorte, hanno deciso a quale porta essere assegnati. Eteocle viene informato sul nome e le caratteristiche principali di ognuno, e ad essi contrappone un proprio guerriero. Quando il messaggero nomina il settimo guerriero, che è il fratello Polinice, Eteocle capisce di essere predestinato allo scontro con lui, e che probabilmente nessuno dei due ne uscirà vivo. Tuttavia non si tira indietro, nonostante i tentativi del coro di dissuaderlo. Le giovani donne del coro, in attesa di notizie sull'esito della battaglia, intonano un canto pieno di paura, al termine del quale arriva il messaggero. Questi informa che sei delle sette porte di Tebe hanno tenuto, dunque l'attacco è stato respinto. Alla settima porta però i due fratelli Eteocle e Polinice si sono dati la morte l'un l'altro, com'era timore di tutti. Di fronte a questa notizia, la felicità per la battaglia vinta passa in secondo piano: vengono portati in scena i cadaveri dei due fratelli, ed il coro piange la loro triste sorte. Qui con ogni probabilità terminava l'opera scritta da Eschilo. In un'ultima scena (aggiunta probabilmente dopo la morte dell'autore) entrano in scena le sorelle di Eteocle e Polinice, Antigone e Ismene, ed un araldo. Quest'ultimo annuncia che il nuovo re di Tebe, Creonte, ha deciso di dare sepoltura al corpo di Eteocle, ma, per spregio, non a quello di Polinice. Antigone, sentita la notizia, sfidando le parole dell'araldo dichiara che farà di tutto perché anche l'altro fratello abbia degna sepoltura. Anche qui, il destino dell’eroe non è isolato, ma si trova al centro di una trama che lo collega alla città e alla famiglia,

Prometeo ha però una via di fuga dall'angosciosa situazione in cui si trova, perché egli conosce un segreto che potrebbe causare la disfatta del potere olimpico retto da Zeus. La minaccia consiste nel frutto della relazione fra Zeus e Teti, che potrebbe generare un figlio in grado di sbaragliare il padre degli dei. Zeus invia il dio Ermes per estorcere il segreto a Prometeo, ma egli non cede e per questo viene scagliato, insieme alla rupe a cui è incatenato, in un burrone senza fondo. Il soggetto del dramma è la punizione di Prometeo, incatenato ad una rupe per la sua ribellione contro Zeus. Nel seguito della trilogia si narra la sua liberazione per mano di Eracle, l’ordine dei drammi all’interno della trilogia è incerto. Questa resta per noi una tragedia enigmatica, sulla quale la critica non è per niente unanime. È stata messa in dubbio persino l’autenticità dell’opera, per motivi stilistici e metrici e soprattutto per il contenuto poiché Zeus non viene descritto come garante di giustizia, tipico del tempo e di Eschilo stesso, ma quasi un tiranno. Egli, nuovo padrone del mondo, è legato agli schemi di un potere assoluto e violento; Prometeo dal canto suo è un ribelle che rifiuta di conoscere la necessità di un ordine in cui ciascuno tocca una parte ben precisa, come in una città civile. Il tema del conflitto tra potere ed individuo è un modello narrativo ricorrente perché alla base della cultura greca. Alla fine della trilogia il contrasto di queste due forze si risolve con la liberazione del protagonista. Forse egli accettava la sovranità di Zeus e questi consentiva che l’umanità si sviluppasse grazie alle arti del titano e forse donava ad essa la giustizia. Il monologo di autodifesa di Prometeo è un passo di grande impegno intellettuale in cui si può scorgere un’eco del dibattito sull’evoluzione del genere umano e sul rapporto tra natura e cultura Orestea La trilogia fu rappresentata nel 458 a.C. nell’ambito di un concorso drammatico in cui ottenne la vittoria. Il secondo dramma della trilogia, “le Coefore”, è mutilo all’inizio per una lacuna del manoscritto. Atreo e Tieste erano due fratelli che si odiavano a morte, poiché avevano avuto una disputa su chi dei due dovesse diventare re di Micene (o di Argo).[6] Inoltre il secondo aveva avuto una relazione con la moglie del primo, sicché Atreo ideò una vendetta terribile: invitò Tieste ad un banchetto, poi di nascosto uccise i tre figli di lui, li cucinò e li diede in pasto al fratello. Egisto era un altro figlio di Tieste, mentre Agamennone era figlio di Atreo: questo spiega perché il primo volesse la morte del secondo. D’altro canto anche Clitennestra aveva motivo di desiderare la morte di Agamennone, poiché il marito aveva ucciso e sacrificato agli dei la loro figlia Ifigenia, per avere condizioni propizie di navigazione verso Troia. In seguito Oreste, per vendicare la morte del padre, uccide Egisto e Clitennestra, e la catena di sangue potrebbe proseguire all’infinito, generazione dopo generazione, se non intervenisse la giustizia a fermarla. L’Agamennone: con la caduta di Troia Agamennone sta tornando a casa. Un coro di vecchi argivi canta i fatti lussuosi antichi ed esprime funesti presentimenti. Quando Agamennone sbarca la moglie, Clitennestra, lo accoglie con gioia smisurata ma successivamente lo uccide assieme al suo amante Egisto (giflio di Tieste) e in più uccidono la concubina, trofeo di guerra, Cassandra che aveva già avuto una visione su questo. Coefore: Oreste pone una ciocca di capelli sulla tomba del padre e giura vendetta mentre entrano le coefore che accompagneranno l’opera in veste di coro portando doni funebri. A questo punto Elettra ed inizia l’anaknoresis, cioè il riconoscimento del fratello, attraverso la ciocca di capelli e l’orma del piede sulla tomba. Insieme i due fratelli preparano la vendetta in cui Oreste si fingerà uno straniero che porterà la notizia della sua stessa morte. Clitennestra sa della notizia e sembra addolorata. Compare Egisto disarmato che da lì a poco verrà ucciso da Oreste nelle stanze del palazzo. La stessa sorte tocca alla regina che implora il figlio di perdonarla ma egli la uccide senza alcuna pietà nello stesso luogo in cui fu ucciso il padre. Questo fu consigliato da Apollo e dalle Erinni vendicatrici. Eumenidi: Oreste si ritrova a Delfi dopo il risveglio e Apollo gli assicura il suo aiuto e protezione affidandolo a Ermes e lo fa accompagnare ad Atene perché sia sottoposto a giudizio. Compare lo spettro della madre che lo insegue con le Erinni ad Atene circondandolo e danzando in modo terrificante. Così la protettrice della città, Atena, decide di instituire un tribunale che successivamente sarà l’Aeropago. Oreste viene difeso da Apollo e contrastato dalle Erinni. Dopo un dibattito avviene la votazione e grazie al voto di Atena il risultato è pari e Oreste è libero. Le Erinni si infuriano e la loro ira viene placata dalla dea che le trasforma in Eumenidi cioè Benigne. Il motivo fondamentale della trilogia è la vendetta che era un atto obbligatorio per compensare il sangue versato di un parente. La tragedia analizzando il mito dinastico della casata reale di Micene, mostra l’inceppamento di questi meccanismo perché qualunque atto di riparazione si trasforma in una nuova contaminazione che

precipita chi la compie in una rete inestricabile di sangue e di colpa. Altro tema è la giustizia di cui sono garanti gli dei. La legge automatica della vendetta e del sangue sono rappresentate dalle Erinni, ma Eschilo introduce altre forze civilizzatrici come il tribunale. L’autore ci mostra come il mito possa essere strettamente collegato con realtà nuove e come nuovi valori abbiano sostituito i clan in modo anche del tutto giusto. I canti corali sono di una complessità ed elevatezza unica sia stilistica che intellettuale senza precedenti: si tratta di uno dei vertici della tragedia greca, un’opera di grande prestigio. Morale: imparare attraverso la sofferenza. Sofocle: Nacque da una famiglia molto agiata a Colono, vicino Atene, nel 496 a.C. e morì a novant’anni nel 406 a.C. Esordì giovane sulla scena teatrale, recitando in prima persona, forse gli era stato affidato il compito di condurre il coro di giovani che cantarono il peana di ringraziamento per la vittoria di Salamina. Fu tra gli strateghi dell’esercito ateniese e ricoprì anche altre cariche pubbliche. Fu fidato collaboratore di Pericle. Il poeta e il suo tempo Massimo esponente della poesia del classicismo, non a caso due delle sue opere sono state considerate i modelli più tipici della tragedia greca. Egli diviene molto ambiguo nelle sue opere: se Eschilo alla fine della tragedia la sofferenza la risolveva con la giustizia e dunque l’intervento divino, Sofocle lascia che i personaggi soffrano e muoiano sulla scena, spesso anche ingiustamente. Così da allontanare la sfera soprannaturale e concentrarsi sull’uomo e il suo destino terreno. Le sue tragedie hanno in sé un grande serbatoio di moto culturale e politico: le leggi, la politica, rapporti tra libertà individuale e autorità dello Stato. La centralità dell’eroe magico L’eroe di Sofocle è il primo personaggio “moderno” della storia del teatro. Prima di tutto è isolato contro la sua volontà, perché una forza esterna lo pone di fronte al suo dolore in modo così inesorabile da separarlo dalla collettività. Egli grandeggia sulla scena, grazie alle sue elevate qualità morali e intellettuali, e l’autore ha cura di concentrare su di lui il fuoco dell’azione, ed è proprio in questo che Sofocle manifesta il meglio della sua arte. Nella tragedia sofoclea è tipico il mutamento profondo che investe il protagonista nell’istante in cui riconosce il proprio destino e realizza di non potersi opporre. Gli eroi di Sofocle non vivono solo nel momento della scelta, ma si proiettano nello spazio e hanno un passato, di cui spesso la tragedia ripercorre per le vie per illuminare le ragioni che li muovono. L’autore fece molto per lo sviluppo della drammaturgia: con lui giunse a piena maturazione poiché gli si riconoscono l’introduzione della tecnica di dividere un verso tra due personaggi e l’inserimento del terzo attore. Un’altra notevole invenzione fu l’abbandono della trilogia “legata”, cambiando decisamente il teatro greco, liberato da questo vincolo ogni dramma può assumere la sua autonomia. Stilisticamente egli adotta un tono medio, per nell’elevatezza delle forme richieste dal genere, egli riesce a dare equilibri. Evita parole del linguaggio quotidiano o strutture sintattiche comuni. Aiace Si suppone che sia stata scritta intorno al 450 a.C. ma non di certo. Il Pelide Achille è morto. I due Atridi, Agamennone e Menelao, capi dell'esercito greco, affidano le armi del defunto eroe a Ulisse. Qualcuno, però, non è d'accordo: in quanto amico del Pelide, Aiace Telamonio, re di Salamina, è convinto che gli dovessero essere assegnate di diritto, anche perché era il più simile al defunto Achille in forza e valore combattivo di tutto il restante esercito greco. Il dramma si apre con la collera di quest'ultimo, accecato da Atena. Credendo di infierire sui suoi compagni, Aiace massacra i buoi e i montoni degli Achei. La dea esorta Ulisse ad approfittare della situazione per consumare la sua vendetta, ma Ulisse rifiuta, non volendo infierire, e approfittandone per dar voce al pensiero sofocleo riguardo alla condizione dell'uomo e alla sua sorte effimera. Tornato in sé, e pieno di vergogna, Aiace decide di riscattare il suo onore e la reputazione, la τιμή (tīmé, l'onore ed il rispetto su cui verteva l'istituto sociale della cosiddetta "società di vergogna", tipico delle istituzioni umane più arcaiche) della sua famiglia con il suicidio, che gli avrebbe garantito il κλέος) e la (kléos, la gloria imperitura dopo la morte). Tecmessa, la sua compagna, tenta di dissuaderlo. L'eroe finge di acconsentire e si ritira in un bosco presso la riva del mare. Teucro, fratello di Aiace, lontano dall'accampamento per una missione di guerra, tenta di impedire la sua morte: ha saputo da un oracolo che se il fratello fosse rimasto chiuso nella sua casa sarebbe scampato alla collera degli dei. Tuttavia il messaggero da lui inviato arriva troppo tardi: Aiace, in solitudine, si dà la morte con la spada di Ettore, che il troiano gli aveva dato in dono dopo il loro duello narrato nell'Iliade, Libro VII, e interrotto dal calare della

casa da molto tempo. Deianira, preoccupata per la lunga assenza del marito, invia il figlio Illo a cercarlo. Poco dopo la partenza del giovane, però, giunge un messaggero che annuncia il ritorno di Eracle, confermato dall'arrivo dell'araldo ufficiale Lica, che rassicura sulla salvezza del signore, momentaneamente fermo fuori città per onorare gli dei con dei sacrifici, e introduce un gruppo di prigioniere di guerra dell'Ecalia. Tra le prigioniere c'è anche la bellissima figlia del re di Ecalia Eurito, Iole. Deianira, impietosita alla vista della giovane, decide di accoglierla a palazzo. Il messaggero però rivela a Deianira che non solo Eracle si era invaghito di Iole, ma anche che aveva espugnato Ecalia soltanto per averla, e ora intende introdurla in casa come concubina. Deianira non prova rancore né per il marito, che ha ceduto alla bellezza giovanile di Iole, né per Iole stessa, perché costretta a seguire Eracle, ma è ferita e desiderosa di riconquistare l'amore di Eracle. Decide così di mandare a Eracle una tunica trattata col sangue del centauro Nesso, il quale in gioventù aveva tentato di sedurla e che il suo novello sposo Eracle aveva ucciso. Morendo Nesso le aveva detto che il sangue avrebbe sortito l'effetto di filtro d'amore, garantendole l'amore di Eracle per sempre. Dopo la partenza di Lica, però, Deianira ha un cattivo presagio. Ha visto infatti il bioccolo di lana con cui aveva tinto del filtro la tunica inviata a Eracle polverizzarsi una volta esposto al sole. Solo tardi Deianira si accorge dell'inganno: i presagi vengono confermati poco dopo con l'arrivo di Illo, che, inveendo contro la madre, racconta come Eracle, indossata la tunica, si fosse avvicinato alla pira dei sacrifici e improvvisamente il sangue avvelenato si era rappreso per il calore e la tunica si era attaccata alla pelle, che si staccava a brandelli; per la rabbia Eracle aveva scagliato Lica contro una scogliera, uccidendolo. In preda al dolore, Deianira si uccide. Poco dopo giunge Eracle, trasportato su una lettiga, con l'intenzione di vendicarsi sulla moglie, pensando che avesse tentato di ucciderlo intenzionalmente. A Eracle è però negata la vendetta e non gli rimane che predisporre la sua morte: ordina al figlio di farsi portare su una collina e di costruire lì un rogo. Dopodiché vi si fa porre sopra, facendo promettere al figlio che sposerà Iole. Anch’essa è costruita su uno schema dittico, nei primi due terzi della tragedia l’attenzione si focalizza sulle ansie e sulla gelosia di Deinaira e solo nella parte finale, dopo il suicidio della donna, compare sulla scena Eracle moribondo. Eracle cerca di ingannare Deinaira introducendo in casa sua la concubina, ma a sua volta lei cerca di circuire il marito con un oggetto magico, ma tutti e due sono ingannati da Nesso, che così riesce a vendicarsi di Eracle anche dopo morto. Il dramma nasce da pulsioni che nessuno dei due protagonisti può dominare, come l’istinto di possesso e la gelosia di Denaira, la feroce volontà di autoaffermazione di Eracle che abbatte tutti gli ostacoli, distruggendo la città, e calpestando i sentimenti di chi gli sta affianco. Edipo re In quest’opera Tebe è ancora una volta scenario di una sciagura famigliare che vede come protagonista la famiglia dei Labdacidi. A Tebe infuria la peste e Edipo ha inviato Creonte, fratello di Giocasta, a Delfi per interrogare l’oracolo. Creonte torna quindi a Tebe recando con sé notizie funeste: l’assassinio di Laio vive ancora tra le mura della città. Edipo, che non è a conoscenza delle circostanze della morte di Laio, chiede delucidazioni a Creonte che racconta di come il precedente sovrano fosse stato attaccato da un gruppo di briganti sulla strada per Tebe. Edipo ordina che il responsabile venga trovato e bandito da Tebe e chiede a Tiresia, vecchio indovino cieco, di svelare l’identità del colpevole. Tiresia, tuttavia, si rifiuta, sostenendo che il suo vaticino potrebbe portare conseguenze ancora più funeste. Edipo e Tiresia si scontrano verbalmente con toni molto accesi finché l’indovino non riferisce che proprio Edipo è l’assassino che si sta cercando. Edipo non crede a una parola di quanto detto da Tiresia e comincia a sospettare che Creonte voglia prendere il suo posto sul trono e abbia preso accordi con l’indovino per scacciarlo da Tebe. Edipo si confronta allora con Creonte, il quale sostiene si difende rivendicando di non avere nessun interesse a tradire il re. I due uomini vengono quindi raggiunti da Giocasta che, per placare Edipo, gli assicura che spesso gli indovini danno responsi sbagliati. A testimonianza di ciò riferisce che a Laio era stato predetto di morire per mano di suo figlio, mentre, come gli ha già spiegato Creonte, erano stati dei furfanti. Giocasta aggiunge però dei particolari sulla strada in cui si trovava Laio e Edipo, che riconosce quel punto come il luogo dove ha ucciso un uomo e ritrova nella profezia raccontata da Giocasta echi di quella che gli era stata fatta a Corinto, decide di approfondire le indagini. Edipo racconta così a Giocasta del pronostico ricevuto in gioventù e delle circostanze in cui ha ucciso un uomo mentre si recava a Tebe. Nel frattempo arriva un ambasciatore di Corinto che informa Edipo della morte di Polibio e di essere quindi, per eredità, il nuovo re

di Corinto. Edipo però ricorda bene che la profozia non riguardava solo l’uccisione del padre ma anche l’incesto con la madre, chiede così all’ambasciatore cosa ne sia stato di lei. L’ambasciatore però non è uomo qualsiasi, ma proprio quel pastore che tanti anni prima aveva affidato il figlio di Laio a Polibio: assicura così a Edipo che Peribea non è la sua madre naturale. Quando l’ambasciatore riferisce che il neonato gli è stato affidato dal servo di Laio, Edipo fa chiamare il vecchio servitore che ancora vive a Tebe. Giocasta, che ha compreso l’inganno del destino che beffardo si è preso gioco di loro, cerca di convincere Edipo ad abbandonare l’esigenza di colmare lacune del passato. Ma le sue suppliche restano inascoltate, allora Giocasta si allontana e, sconvolta dalla scoperta, decide di porre fine alla sua vita. Il servo di Laio, a colloquio con Edipo, riconosce l’ambasciatore come il pastore a cui ha affidato il neonato ma si mostra reticente a voler proseguire il racconto. Incalzato da Edipo rivela infine che Laio gli aveva affidato il neonato acciocché lo uccidesse, ma mosso da pietà il servo aveva affidato il bambino al pastore. Edipo si rende così conto di essere lui il figlio di entrambe le profezie, di aver ucciso sua padre e aver giaciuto con sua madre così come il destino aveva decretato dovesse compiersi. Esce quindi di scena disperato. Scopriamo quindi che Edipo, dopo aver trovato la madre, Giocasta, morta impiccata, ha usato le fibbie del vestito di lei per accecarsi. Edipo supplica quindi Creonte, destinato a diventare il nuovo reggente, di esiliarlo da Tebe, in quanto per colpa sua l’ordine naturale è stato sovvertito e la peste ne è la conseguenza. Saluta quindi le figlie, Antigone e Ismene, destinate anch’esse alla sventura in quanto nate da un’unione aborrita dagli dei e dagli uomini Nella cultura contemporanea, questa tragedia, mantiene ancora in forma diversa un ruolo emblematico: basti pensare all’interpretazione di Freud, che vede in Edipo l’esemplificazione mitica della pulsione erotica inconscia nei confronti della figura materna. Sul significato di questo mito le interpretazioni si accumulano. Il racconto era tra i più famosi della mitologia greca, tanto che lo aveva trattato Omero, i poeti del ciclo tebano, Stesicoro ed Eschilo. L’Edipo re descrive la presa di coscienza del protagonista che, al culmine della fortuna, è investito dal suo terribile passato e scopre di essere un uomo doppio, il prescelto e il reietto al tempo passato; il destino gli ha tessuto un inganno nel momento stesso in cui lo portava all’apice della fortuna, facendo di lui il re di Tebe. Il dramma mostra l’incontro improvviso del protagonista con la sciagura maturata segretamente a poco a poco e con i limiti della libertà umana, insidiata da forze che tengono l’uomo in loro balia. La critica ha messo in primo piano il tema del destino e quello della colpa. Edipo è colpevole, per il suo orgoglio intellettuale o per aver cercato di sottrarsi all’oracolo. La cultura greca conosceva una figura che esemplificava con chiarezza questo concetto, ossia il pharmakos – capro espiatorio che assorbe su di sé la contaminazione nata dalle colpe dell’intera città. L’ironia tragica sta nel fatto che all’inizio del dramma, senza saperlo, è proprio Edipo a maledire sé stesso e a consegnarsi quindi all’azione dei demoni. Elettra Incerta è la data di rappresentazione che va collocata verso la fine della produzione sofoclea, forse intorno al 418 a.C. Oreste, figlio di Agamennone, torna dopo molti anni a Micene, in compagnia di Pilade e del Pedagogo. Egli, su ordine di Apollo, deve vendicare la morte del padre, ucciso dalla moglie Clitennestra e dal suo amante Egisto per usurparne il trono. Da bambino Oreste, che correva il rischio di essere anch'egli ucciso in quanto erede al trono, era stato salvato dalla sorella Elettra. Questa infatti l'aveva affidato ad un uomo focese, che lo aveva tenuto lontano dagli intrighi di palazzo. Da quel giorno Elettra, che provava un odio profondo (e ricambiato) verso i due assassini, era vissuta nella speranza che Oreste un giorno potesse tornare a vendicare il padre. Oreste dunque torna a Micene all'insaputa di tutti, e organizza un tranello: diffonde la falsa notizia della propria morte, che gli permette di constatare la gioia (e quindi la malvagità) della madre Clitennestra. Elettra, al contrario, è disperata (dimostrando quindi il suo immutato affetto per il fratello), ma si fa coraggio e decide che sarà lei a vendicare il padre. Ottenuta la prova della fedeltà della sorella, Oreste le rivela la propria identità, ed insieme i due organizzano un piano per attuare la loro vendetta. Oreste penetra nel palazzo e uccide senza pietà la madre supplicante, poi incontra Egisto. Lo trascina fuori scena per ucciderlo, e proprio su questa immagine si chiude la tragedia. Il dramma di Sofocle è una tragedia al femminile. In questo caso il vero fulcro dell’opera è Elettra, a differenza di Eschilo: Oreste compie soltanto, quasi asetticamente, l’atto

una serie di prodigi divini, che fanno capire ad Edipo che la sua fine è vicina. Egli viene accompagnato da Teseo in un boschetto sacro alle Eumenidi, e lì sparisce per volontà degli dei, dopo aver predetto al re di Atene lunga prosperità per la sua città. Antigone e Ismene vorrebbero correre a vedere il luogo in cui il loro padre ora riposa, ma Teseo le ferma: a nessuno è lecito accostarsi a quel luogo. Le due sorelle si preparano allora a fare rientro a Tebe. Sofocle parla del destino del protagonista che sin da piccolo ha dovuto prendersi responsabilità “più grandi di lui” da portarlo alla rovina. Esposto neonato su un sentiero, uccide il padre ad un incrocio e su strade e sentieri trascina i suoi piedi da vagabondo cieco. La tragedia inizia con l’ingresso in scena di Edipo e Antigone forse perché Sofocle, ormai novantenne, abbia voluto celebrare i due protagonisti più importanti della sua tragedia. Creonte, il vecchio nemico cui il tempo non ha insegnato la saggezza e la moderazione; Polinice, il figlio reietto che cerca ipocritamente di riconquistare la benevolenza paterna per motivi di interesse. I primi sono assorbiti dai loro ambiziosi giochi di potere, Edipo è ormai lontano dalla vita e dalle leggi degli uomini. La tragedia, lunga e alquanto statica dal punto di vista drammaturgico, è fatta soprattutto di parole, inframmezzate di elaborate parti corali; alla fine il reietto si trasforma in prescelto, passando dal ruolo di mendicante senza patria a quello di eroe protettore della città, poiché la morte misteriosa di Edipo segna solo la fine delle sue miserie ma anche il suo ingresso nella comunità eroica. Il poeta sembra congedarsi dal suo pubblico: la vita umana è un mistero, un percorso doloroso e in apparenza insensato, su cui si stende l’ombra liberatrice della morte. Euripide La vita e le opere Nacque a Salamina nel 480 a.C. e ricevette un’educazione di alto livello, che afferma un’origine agiata della famiglia. Non partecipò all’azione politica e fu prototipo dell’intellettuale appartato, dedito alla lettura e all’attività di poeta e di pensatore. Gliene derivò una nomea di misantropo (solitario) che diede origine a racconti vari e fantasiosi, tra cui quello secondo il quale avrebbe fatto attrezzare una grotta nella sua città per ritirarsi a leggere e meditare isolato da ogni contatto umano; è certa invece la sua amicizia con personaggi legati all’ambiente sofistico, quali Alcibiade e Crizia. Morì nel 406 a.C. La crisi della ragione Euripide portò il linguaggio tracio all’estremo limite, oltre il quale la tragedia cessa di essere nel senso greco del termine e diventa teatro moderno: è in questa prospettiva appunto che Nietzsche vide in Euripide il distruttore della tragedia. Infatti nessuno dei suoi eroi è grande nel senso morale del termine, come sono invece gli eroi sofoclei, soli davanti al destino ma consapevoli della propria natura eccezionale. In cambio nessuno degli altri tragici ha portato così in profondità lo studio dei caratteri e la psicologia dei personaggi, che cessano di essere eroi ritagliati nella stoffa esemplare del mito per diventare vicini al sentire comune: non di rado Euripide inserisce nella trama personaggi di condizione sociale inferiore (nutrici, pedagoghi, schiavi, contadini) che recitano a fianco dei personaggi principiali e talvolta hanno un ruolo importante nell’azione drammatica. Così appiattisce la distanza tra il mito e l’esperienza quotidiana, Euripide contribuisce quindi a smantellarlo, esprimendo in maniera esemplare l’atteggiamento scettico e razionale di molti intellettuali del suo tempo nei confronti della tradizione. È la sua capacità di penetrare con acutezza straordinaria nel labirinto delle emozioni e delle angosce dei personaggi, che sono mossi da impulsi profondi di cui sono padroni; anch’essi quindi appaiono sovradeterminati non però dagli dei o dal destino, ma dalle forze irrazionali che si agitano dentro di loro. Così il teatro di Euripide esprime attraverso i suoi eroi la grandezza e la crisi della ragione umana: i suoi personaggi sono capaci di analizzare lucidamente i moventi e le cause vicine e lontane dei fatti, discutono, sottilizzano, ma restano impigliati nel loro stesso raziocinare e cadono vittime delle forze irrazionali che operano dentro di loro. Il poeta smaschera l’aspetto più brutale, ma anche il più autentico della realtà sia umana che sociale: la feroce insensatezza della guerra, il cinismo politico che sacrifica la vita di sua figlia per il potere, l’aridità di chi serve di affetti e sentimenti per realizzare un proprio egoistico progetti di vita. In Euripide si fa nettamente sentire l’influsso dei sofisti, con la loro critica al mito e la loro visione laica della realtà. Gli antichi accusavano il poeta di “ateismo” e in effetti i suoi dei sono contemporaneamente assai lontani e vicini al suo mondo. Il teatro euripideo cessa di essere un fatto “religioso” per diventare un luogo dove opera solo la società degli uomini, con le sue pulsioni e i suoi intrecci di passione e potere. Euripide ambienta le sue trame sullo sfondo di un cielo vuoto. La polemica contro la religione tradizionale non è il

solo aspetto in cui Euripide esprime la sua analisi lucida e dirompente. Anche se le radici della tragedia stanno nelle contraddizioni e nelle passioni dei personaggi, il dramma euripideo non rinuncia a trasferire i conflitti individuali su un piano sociale: lo scontro di potere all’interno di una città o di una famiglia, in cui ogni norma morale appare sovvertita o dimenticata: le forme possenti e distruttrici assunte dal desiderio amoroso, trasformando una vita calma e felice in un deserto di rovine. Tradizione e sperimentazione nel teatro euripideo Dal punto di vista drammaturgico, un aspetto tipico del suo teatro è il prologo espositivo ossia un monologo recitato da un personaggio che informa gli spettatori sull’antefatto e sulle circostanze e poi si allontana. Un altro aspetto caratteristico di Euripide è la monodia cale a dire il canto a solo dell’attore che passa dalla parola al canto, specialmente nei momenti più tedi dell’azione. Le tragedie euripidee non sono sempre perfettamente costruite dal punto di vista tecnico, poiché l’azione appare sovente slegata e l’intreccio a un certo punto si blocca, cosicché il dramma si deve concludere con un intervento esterno e in sostanza posticcio; questi avviene appunto perché Euripide concentra l’azione sul personaggio, sulle sue dinamiche psicologiche e sul conflitto che divide gli antagonisti sulla scena. Lo stile si piega perfettamente alle necessità del suo teatro; è una lingua duttile, spesso colloquiale ma in realtà molto colta, che lascia spazio al linguaggio tecnico elaborato dei saperi contemporanei. Il suo stile è variegato: vi sono momenti di grande slancio lirico, altri piuttosto comico – realistici, altri ancora in cui i personaggi si esibiscono in abili gare di eloquenza, mentre i racconti dei messaggeri costituiscono squarci descrittivi spesso di straordinaria potenza e fascino narrativo. Il primo Euripide: Alcesti L’Alcesti fu rappresentata nel 438 a.C. come quarta opera di una trilogia al posto del dramma satiresco, il che potrebbe spiegare alcuni caratteri quasi giocosi del testo, per il quale si è parlato perfino di tragicommedia. Nel prologo il dio Apollo narra di essere stato condannato da Zeus a servire come schiavo nella casa di Admeto, re di Fere in Tessaglia, per espiare la colpa di aver ucciso i Ciclopi come vendetta consequenziale all'uccisione del figlio Asclepio per mano di Zeus stesso. Grazie alla sua benevola accoglienza, Apollo nutriva per Admeto un grande rispetto, tanto da esser riuscito ad ottenere dalle Moire che l'amico potesse sfuggire alla morte, a condizione che qualcuno si sacrificasse per lui. Nessuno, tuttavia, era disposto a farlo, né gli amici, né gli anziani genitori: solo l'amata sposa Alcesti si era detta pronta. Quando sulla scena arriva Thanatos, la Morte, Apollo tenta inutilmente di evitare la morte della donna e si allontana, lasciando la casa immersa in un silenzio angoscioso. Con l'ingresso del coro dei cittadini di Fere si apre la tragedia vera e propria. Mentre i coreuti piangono per la sorte della regina, una serva esce dal palazzo e annuncia che Alcesti è ormai pronta a morire, anche se vinta dalla commozione per la sorte della sua famiglia. Grazie all'aiuto di Admeto e dei figli, appare direttamente sulla scena per pronunciare le sue ultime parole: saluta la luce del sole, compiange sé stessa, accusa i suoceri, che egoisticamente non hanno voluto sacrificarsi, e consola il marito. Dopo essersi fatta promettere dal marito di non essere sostituita da un'altra donna, Alcesti muore. Dopo i tristi commenti del figlioletto, di Admeto e del Coro, arriva sulla scena Eracle, intento in una delle dodici fatiche, per chiedere ospitalità. Admeto lo accoglie con generosità, pur non nascondendogli la propria afflizione, tanto da essere costretto a spiegargliene il motivo. Racconta all'eroe che è morta una donna che viveva nella casa, ma non era consanguinea, così da non metterlo a disagio, pur nascondendo in qualche modo la verità dei fatti. Prima dei funerali sopraggiunge Ferete, padre di Admeto, per portare in dono una veste funebre: il re lo respinge stizzito, accusandolo di essere il colpevole della morte della moglie, ma si sente accusare di essere solo un codardo. A questo punto, il Coro esce di scena (espediente prima di allora usato solo da Eschilo nell'Orestea), e si conclude la sezione più propriamente "tragica" dell'opera; in quella successiva il dramma si risolve positivamente. Entra in scena un servo che si lamenta del comportamento di Eracle, il quale, senza riguardo per la situazione, si è perfino ubriacato. Anche se gli era stato ordinato di non farlo, lo schiavo decide di rivelare a Eracle la verità: la donna "non consanguinea" morta, in realtà, è la moglie di Admeto. L'eroe, fortemente pentito, decide così di andare all'Ade per riportarla in vita. Dopo il terzo stasimo, contenente un elogio di Admeto e Alcesti, Eracle ritorna con una donna velata, fingendo di averla "vinta" a dei giochi pubblici, per mettere alla prova la sua fedeltà. Admeto, inizialmente, ha quasi orrore a toccarla, convinto che sia un'altra, e acconsente a guardarla solo per compiacere il suo ospite. Tolto il velo, si scopre che la donna è Alcesti, ora restituita all'affetto dei suoi cari. Eracle spiega che non le è consentito parlare

stupito di Medea e ragione in termini di ordine famigliare, affermando che la cosa più importante è dare figli legittimi alla città. Egli rappresentava le idee del cittadino medio ateniese e dal punto di vista del diritto cittadino aveva ragione, giacché le leggi ateniesi escludevano dalla cittadinanza i figli di un coniuge straniero e chi non dava figli alla città era socialmente biasimato. La tragedia si chiude con una frattura totale: dietro queste stragi non c’è alcun progetto divino, alcuna giustizia che interviene a ristabilire l’equilibrio e probabilmente non c’è neppure alcun senso. Ippolito: Ippolito, figlio di Teseo, re di Atene, e della regina delle Amazzoni, è un giovane che si dedica esclusivamente alla caccia e al culto di Artemide, trascurando completamente tutto ciò che riguarda la vita comunitaria e la sessualità, andando anzi orgoglioso della propria verginità. Per tale motivo Afrodite decide di punirlo suscitando in Fedra (seconda moglie di Teseo e quindi matrigna di Ippolito) una insana passione per il giovane. Questo sentimento fa apparire Fedra sconvolta e malata agli occhi degli altri. Dietro le insistenze della Nutrice perché riveli la causa del suo malessere, Fedra è costretta a rivelare il suo segreto. La Nutrice, tentando in buona fede di aiutare Fedra, lo rivela a Ippolito, imponendogli il giuramento di non farne parola con nessuno. La reazione del giovane è rabbiosa e offensiva, al punto che Fedra, sentendosi umiliata, decide di darsi la morte. Prima di impiccarsi lascia, per salvare il suo onore, un biglietto in cui accusa Ippolito di averla violentata. Quando Teseo, tornato da fuori città, scopre il cadavere della moglie e il biglietto, invocando Poseidone lancia un anatema mortale nei confronti di Ippolito. Il giovane dice al re di non avere alcuna responsabilità, ma non può raccontare l'intera storia perché vincolato dal giuramento fatto alla Nutrice. Teseo non gli crede e lo bandisce da Atene. Mentre Ippolito sta lasciando la città su un carro con i suoi compagni, la maledizione puntualmente si compie: un toro mostruoso uscito dal mare fa imbizzarrire i cavalli, che fanno schiantare il carro contro le rocce. Ippolito viene riportato agonizzante a Trezene, dove appare Artemide ex machina. La dea espone a Teseo la verità sui fatti, dimostrando quindi l'innocenza di Ippolito. Il re si rivolge allora al figlio, ottenendone in punto di morte il perdono Una prima versione di questa tragedia andò incontro a un insuccesso, probabilmente a causa della scabrosità dell’argomento. Ippolito era un eroe venerato ad Atene e nella vicina Trezene, dove è ambientato il dramma. Ippolito rappresenta quindi l’eroe che muore giovane e viene divinizzato, secondo uno schema culturale che trova molti altri esempi nel mito antico. Nella tragedia Ippolito è solo il protagonista di un dramma famigliare. Il motivo trattato ripercorre peraltro in vari racconti folklorici ed è detto della “moglie di Putifar”; tuttavia Euripide sviluppa un aspetto originale di questo tema tradizionale, spostando l’accento non sulla seduzione ma sul tormento psicologico del protagonista. Fedra non è un’immorale, ma la vittima di una forza possente e irresistibile contro cui nessuno può lottare, il che consente di focalizzare il dramma sull’anatomia di una passione. Fedra scissa nel conflitto tra i doveri della famiglia, e la pulsione irresistibile che la agita, è un personaggio eccezionalmente moderno nel suo tormento psicologico. L’eroina non è mai pienamente padrona di sé stessa. Al contrario di lei, Ippolito in nessun momento smarrisce la sua gelida e dura rigidità: è l’immagine dell’efebo perennemente chiuso nel suo mondo di cacciatore, che non si risolve a entrare nel gruppo degli adulti. Fedra è prigioniera del suo desiderio impossibile, Ippolito si nega un istinto primario dell’uomo. per comprendere la ragione del suo errore bisogna porsi nella prospettiva dell’antropologia ateniese del tempo: la sua non è una colpa morale ma un atto di rifiuto di accettare una componente fondamentale della cultura cittadina. Fedra e Ippolito sono entrambi peccatori, poiché in modi diversi violano una legge della polis, corrodono la cellula fondamenta della vita sociale, vale a dire la famiglia. Le tragedie patriottiche: Eraclidi e Supplici Gli Eraclidi e le Supplici appartengono alla cosiddetta produzione patriottica. Risalgono ai primi anni della guerra del Peloponneso dove in Atene è presentata come il baluardo di ogni libertà, la patria ideale dove regnano sovrani la giustizia e il rispetto delle leggi umani e divine, ma probabilmente si tratta solo di un’adesione superficiale. Eraclidi: Nell'attica Maratona, presso l'altare consacrato a Zeus, i figli di Eracle (gli Eraclidi) hanno trovato rifugio dalla persecuzione del re Euristeo. Demofonte, re di Atene, rifiuta di consegnare i supplici all'araldo argivo venuto a riprenderli, e si dichiara disposto anche alla guerra pur di non abbandonare chi gli ha chiesto protezione. Si va quindi allo scontro armato, ma un oracolo impone il sacrificio di una nobile vergine per conseguire la vittoria. Demofonte a questo punto è incerto sul da farsi, ma Macaria, una delle figlie di Eracle, offre spontaneamente la propria

vita per i fratelli. In tal modo la battaglia è vinta, e lo stesso Euristeo viene catturato e condotto ad Atene. Alcmena, la madre adottiva di Eracle, ottiene che Euristeo sia punito con la morte, nonostante l'opposizione dei cittadini. Prima di morire Euristeo, per ricambiare l'intervento degli Ateniesi in suo favore, fa dono alla città di un oracolo secondo il quale il suo cadavere, se sepolto presso il santuario di Atena Pallade, sarà garanzia di eterna protezione. L’opera si apre con l’immaginazione dei figli di Eracle raccolti intorno al vecchio Iolao nel tempio ateniese di Zeus, il dio della comunità cittadina considerata nel suo insieme e nella sua identità: la celebrazione di Atene è realizzata anche attraverso l’esaltazione del suo re Demofonte. Similmente nelle Supplici la vicenda delle madri dei caduti di Tebe che, sotto la guida di Adrasto, si rivolgono al sovrano ateniese Teseo per ottenere i corpi dei figli permette a Euripide di sviluppare il tema dell’elogio della città, quando, nel famoso dialogo con l’araldo, Teseo improvvisa una tirata contro la tirannide esaltando la democrazia. Si accumulano i topi dell’isonomia e della libertà, anche nelle parole del re appaiono garantite unicamente dal sistema democratico. Nei primi anni della guerra contro gli Spartani la tragedia euripidea diventa così cassa di risonanza della propaganda bellica, ma anche in questo caso l’interpretazione non deve limitarsi a uno sguardo che non tenga conto dei chiaroscuri e delle sfumature. Entrambe le opere sono comunque, da punto di vista teatrale, alquanto fiacche. Le donne troiane: Ecuba, Adromaca e Troiane L’Ecuba, rappresentata nel 424 a.C., è una tragedia a tinte fosche, in cui esiste una netta separazione tra le vittime e i loro carnefici, dove le vittime sono ancora una volta gli innocenti, coloro che subiscono il capriccio di un caso apparentemente cieco: Polidoro, vittima del calcolo cinico di un uomo che avrebbe dovuto essergli amico, Polissena, sgozzata come un animale da chi pensa di poter disporre liberamente della vita altrui, i figli di Polimestore, innocenti delle colpe del padre. La vendetta di Ecuba si svolge nelle forme più truci, dando spazio a un colpo di scena spettacolare e truculento, perfino pulp, quando Polimestore, il più vile degli uomini, esce dalla tenda con le orbite vuote e sanguinolente. La tragedia è costruita introno al personaggio di Ecuba, indubbiamente una delle grandi figure femminili di Euripide. È un personaggio che cambia e muta sulla scena, oltrepassando la linea sottile che divide la disperazione dal furore e dal desiderio di vendetta. Tutto il dramma si muove all’insegna di un’azione tesa, compatta come poche altre volte in Euripide. Pochi anni più tardi con le Troiane, il poeta rivisiterà in modo diverso il personaggio di Eubea. Troiane: La città di Troia, dopo una lunga guerra, è infine caduta. Gli uomini troiani sono stati uccisi, mentre le donne devono essere assegnate come schiave ai vincitori. Cassandra viene data ad Agamennone, Andromaca a Neottolemo ed Ecuba ad Odisseo. Cassandra predice le disgrazie che attenderanno lei stessa e il suo nuovo padrone una volta tornati in Grecia, ed il lungo viaggio che Odisseo dovrà subire prima di rivedere Itaca. Andromaca subisce una sorte terribile, poiché i Greci decidono di far precipitare dalle mura di Troia Astianatte, il figlio che la donna aveva avuto da Ettore, per evitare che un giorno il bambino possa vendicare il padre e porre fine alla stirpe troiana. Successivamente Ecuba ed Elena si sfidano in una sorta di agone giudiziario, per stabilire le responsabilità dello scoppio della guerra. Elena si difende ricordando il giudizio di Paride e l'intervento di Afrodite, ma Ecuba svela infine la colpevole responsabilità della donna, fuggita con Paride perché attratta dal lusso e dall'adulterio. Alla fine, il corpicino di Astianatte viene riconsegnato ad Ecuba per il rito funebre, Troia viene data alle fiamme, e le prigioniere vengono portate via mentre salutano per l'ultima volta la loro città. Quando l’opera inizia, tutto si è già compiuto: la città è stata conquistata, gli uomini che la difendevano sono stati massacrati e attendono di essere distribuite tra i vincitori. La loro vita è spezzata: non sono più esseri umani, ma oggetti sul punto di sprofondare per sempre nel cono d’ombra della schiavitù. Anche gli dei sembrano lontano e indifferente, malgrado il prologo divino in cui peraltro Atena e Poseidone non manifestano il minimo interesse verso i vinti, intenti come sono a riaffermare il loro potere e a progettare nuove catastrofi, questa volta contro i vincitori. Il discorso di Euripide non era astratto; questo dramma infatti fu rappresentato nel 451 a.C. in un momento particolare della storia ateniese, quando si stava discutendo in una grande spedizione militare in Sicilia, un sogno di ricchezza e di potere che si sarebbe poi miseramente infranto. Poco prima, gli Ateniesi avevano proditoriamente assalito e conquistato la piccola isola di Melo, trattando i vinti secondo la legge del più forte: gli uomini erano stati a fil di spada, le donne e i bambini venduti come schiavi. Melo assume dunque i contorni della Troia del mito e di infinite altre città nella storia, sino a giorni

parte Ermione, prima carnefice e ora vittima, è soccorsa dall’intervento inatteso di Oreste. Per Andromaca la minaccia è concreta, in quanto rischia di essere uccisa insieme al figlio di Ermione, per essa il pericolo è relativo, poiché ha solo da temere la punizione che il marito le infliggerà per le trame da lei ordite contro la rivale. Menelao viene dipinto come un individuo meschino, completamente succube della figlia, incapace persino di una malvagità totale perché troppo vile; è possibile che all’origine del personaggio ci fosse il desiderio di ritrarre con tratti ridicoli e negativi l’eroe nazionale spartano negli anni più duri del conflitto tra Atena e Sparta. La mediocrità dei personaggi maschili mette ulteriormente in risalto la determinazione delle due donne, l’una capace di ogni audacia e l’altra disposta al sacrificio della vita. La riscrittura del mito: Elettra, Eracle, Fenicie Euripide mostra la tendenza a rivisitare il mito tradizionale in forme nuove, scegliendo varianti rare o meglio ancora investendolo di nuovi significati. L’Elettra va collocata tra il 416 e il 413 a.C. Elettra: Oreste, figlio di Agamennone, torna dopo molti anni a Micene, in compagnia di Pilade e del Pedagogo. Egli, su ordine di Apollo, deve vendicare la morte del padre, ucciso dalla moglie Clitennestra e dal suo amante Egisto per usurparne il trono. Da bambino Oreste, che correva il rischio di essere anch'egli ucciso in quanto erede al trono, era stato salvato dalla sorella Elettra. Questa infatti l'aveva affidato ad un uomo focese, che lo aveva tenuto lontano dagli intrighi di palazzo. Da quel giorno Elettra, che provava un odio profondo (e ricambiato) verso i due assassini, era vissuta nella speranza che Oreste un giorno potesse tornare a vendicare il padre. Oreste dunque torna a Micene all'insaputa di tutti, e organizza un tranello: diffonde la falsa notizia della propria morte, che gli permette di constatare la gioia (e quindi la malvagità) della madre Clitennestra. Elettra, al contrario, è disperata (dimostrando quindi il suo immutato affetto per il fratello), ma si fa coraggio e decide che sarà lei a vendicare il padre. Ottenuta la prova della fedeltà della sorella, Oreste le rivela la propria identità, ed insieme i due organizzano un piano per attuare la loro vendetta. Oreste penetra nel palazzo e uccide senza pietà la madre supplicante, poi incontra Egisto. Lo trascina fuori scena per ucciderlo, e proprio su questa immagine si chiude la tragedia. Come le Coefore di Eschilo, l’Elettra di Sofocle, la tragedia euripidea narra la vendetta di Oreste e di sua sorella Elettra nei confronti della madre e di Egisto; ma qui l’autore percorre vie più che, nel trasformare il mito da contenitore di valori morali e sociali in puro racconto, e sembra anzi sviluppare una chiara polemica contro Eschilo, la cui opera era stata rimessa in scena alcuni anni prima. Elettra vive in campagna, sposa di un povero contadino, che tuttavia la rispetta e in tutto il dramma appare moralmente più degno e nobile dei signori della casata reale, che si scannano tra loro dentro la reggia e non si risparmiano nessun crimine. Anche la grande nemica di Elettra, sua madre Clitennestra, in questo dramma è non tanto la sanguinaria assassina che giganteggia nell’Agamennone di Eschilo quanto una donna debole, rosa dei rimorsi e perfino affettuosa verso la figlia. Tutta l’azione si svolge in un quadro pacifico e bucolico, in cui la grandiosità della tematica eroica si stempera e assume un tono in un certo senso straniato: per esempio, la morte di Clitennestra attirata in casa mentre si precipita ad aiutare la famiglia, che in base a una falsa informazione lei crede che stia partorendo. Eracle: Eracle, impegnato nella sua ultima fatica con Cerbero, è assente da casa e Lico ne approfitta per usurpare il trono di Tebe. A nulla valgono i lamenti dei Tebani, interpretati dal coro, perché l'usurpatore minaccia di togliere la vita a Megara, moglie di Eracle, e ai suoi figli, nonché al vecchio padre Anfitrione: la scena si svolge intorno all'altare di Zeus dove la famiglia dell'eroe implora per la salvezza. Quando ogni speranza sembra perduta ed i bambini sono già vestiti con i paramenti funebri, giunge Eracle che ha portato Teseo fuori dagli inferi nel corso della lotta contro il cane infernale: accecato dall'ira, uccide Lico. Ma Era, nemica giurata di Eracle, invia Iris, la sua messaggera, e Lissa, la personificazione della Rabbia, con uno scopo: fare impazzire Eracle per costringerlo ad uccidere i suoi stessi figli. Lissa tenta di convincere Iris dell'ingiustizia che compirebbe nell'indurre l'eroe alla follia, ma la volontà di Era non può essere disattesa. Un messo giunge in scena per raccontare dell'eccidio compiuto da Eracle: credendo i suoi figli la progenie di Euristeo, che gli aveva imposto le fatiche, li uccide senza pietà insieme alla moglie Megara. Atena giunge in tempo per salvare solo Anfitrione, fermando Eracle con un masso lanciatogli in petto: successivamente viene legato e, al suo risveglio, si ritrova incatenato alle colonne del suo palazzo, in preda all'amnesia. Anfitrione gli mostra i cadaveri dei familiari e gli svela che è lui stesso l'artefice dello scempio: Eracle, in preda allo sconforto, medita il suicidio. A salvarlo dal suo intento sarà

Teseo, giunto a Tebe dopo essere venuto a conoscenza delle minacce di Lico nei confronti di Megara e dei figli dell'amico: Eracle accetta la richiesta di purificazione di Teseo, convincendosi che la sua più grande prova sarà proprio la sopportazione della vita con la cognizione del misfatto compiuto. I greci vedevano in Eracle l’eroe maggiore della loro mitologia: egli aveva superato con successo fatiche immani e aveva liberato terre e mari dagli esseri mostruosi che prima li popolavano, guardandosi la fama di eroe civilizzatore. Che Eracle sia divenuto piuttosto un personaggio prediletto dai commediografi, i quali al confrontarsi con la sua natura sovrumana, preferirono accentuare in maniera caricaturale gli aspetti terreni, fisici e pertanto soggetti a un’interpretazione farsesca, come la straordinaria voracità o la smodata predilezione per il vino. L’Eracle di Euripide è per metà dell’opera l’eroe tradizionale, poi, dopo l’accesso di follia durante il quale massacra la sua famiglia, appare come un essere fragile e solo. Ora l’eroe deve confrontarsi con il lato più debole della sua natura; è questo sprofondare nell’abisso della follia che forma in realtà il nodo della tragedia, in una delle scene più agghiaccianti e più moderne, sul paino psicologico, del dramma attico. L’amicizia e l’aiuto che accetta dal sopraggiunto Teseo sono altrettanti segnali che dimostrano come Euripide abbia voluto sganciare l’eroe dal mondo tradizionale del mito, per reinserirlo in un ambiente più quotidiano, da cui sono bandite le figure eccezionali nel fisico e nello spirito, dove il bene e il male sono mescolati e l’uomo è in totale balia di un destino imprevedibile, che ora lo esalta e ora lo atterra. Gli dei, invece, sono assenti e ostili: la politica dell’ateo Euripide contro la religione tradizionale tocca qui uno dei momenti più forti. Fenicie: Danno il nome alla tragedia un gruppo di donne fenicie che, destinate al santuario di Apollo a Delfi, arrivano a Tebe e assistono alla vicenda che qui ha luogo. I fratelli Eteocle e Polinice si sono accordati per alternarsi, un anno a testa, al comando di Tebe. Scaduto il proprio anno però Eteocle non intende cedere il potere al fratello, sicché Polinice si presenta con un esercito proveniente da Argo (Polinice è marito di Argia, figlia del re di Argo) per reclamare i suoi diritti. Giocasta, madre dei due fratelli, decide di convocarli per tentare di raggiungere un accordo, ma senza risultati. Tiresia, indovino cieco, afferma che l'unico modo di salvare Tebe è sacrificare il figlio di Creonte, Meneceo, il quale accetta il responso e si uccide. Dopo un attacco fallito dell'esercito di Argo, Eteocle e Polinice si affrontano a duello, dandosi vicendevolmente la morte. Sui loro cadaveri la madre Giocasta si suicida. Creonte, nuovo re di Tebe, condanna Edipo e Antigone all'esilio, ed essi, affranti, abbandonano Tebe. L’opera fu rappresentata poco dopo il 411 a.C., quando la guerra contro Sparta aveva preso un brutto corso. Difficile quindi non vedere in questo dramma un messaggio civile: il richiamo alla concordia, il pericolo che la guerra arrivi sino alle porte della città. Le Fenicie riprendono un’antica variante del mito, in cui Edipo non viene scacciato ma viene recluso nella reggia, col suo carico di odio e contaminazione; intorno a lui, il resto della famiglia prosegue sulla strada di un destino sciagurato. È una tragedia collettiva, dai toni insolitamente epici, in cui nessun protagonista emerge sugli altri. Il poeta rinuncia ad approfondire la psicologia dei personaggi e costruisce un’opera con scene di ampio respiro e lunghi squarci narrativi di notevole efficacia drammatica, come quello in cui Antigone dalle mura contempla l’esercito nemico che avanza o la terribile e dettagliata descrizione del duello mortale tra i due fratelli. I drammi d’intreccio: Oreste, Ione, Ifigenia in Tauride, Elena Il tardo Euripide mostra la sua inesauribile creatività “inventando” un nuovo tipo di tragedia, destinata ad avere fortuna nel teatro successivo a partire dalla commedia nuova di Menandro, vale a dire il dramma d’intreccio: non c’è più interesse nella psicologia dei personaggi, ma nei colpi di scena intrecciati l’uno nell’altro, emozionante e spettacolare. Sono drammi a lieto fine, in cui una parte preponderante è affidata al caso, dai cui capricci dipende la salvezza dei personaggi. Oreste: Ad Argo, davanti alla reggia degli Atridi, Oreste ed Elettra, dopo aver ucciso la madre Clitemnestra, attendono la risoluzione del processo intentato contro di loro dagli Argivi. I fratelli confidano tuttavia nell'appoggio e nell'aiuto di Menelao, là giunto con Elena. In realtà le loro speranze sono mal riposte, poiché il re, debole e vile, non osa opporsi a Tindaro, padre di Clitemnestra. I due giovani vengono così condannati a suicidarsi, ma, prima di darsi la morte, decidono, con l'aiuto dell'amico Pilade, di vendicarsi su Menelao uccidendo Elena (che però, come annuncia un servo, improvvisamente è scomparsa) e prendendo in ostaggio Ermione, la figlia dell'Atride. Menelao, per punire gli assassini, assedia la reggia in cui si sono rinchiusi. Oreste, dopo aver cercato un compromesso con Menelao, inaspettatamente dà fuoco al palazzo. La vicenda

creato un fantasma che era andato con Paride a Troia, e che tutti credevano fosse la vera Elena. Alla morte del re, il figlio Teoclimeno la insidia, ma lei non cede alle sue offerte poiché Teonoe, una sacerdotessa capace di vedere il futuro, le ha predetto che un giorno rivedrà Menelao, il marito. Al contrario, Teucro, messaggero greco, le annuncia che le navi di Menelao di ritorno da Troia sono state sorprese da una tempesta e lo stesso Menelao è morto. Elena si rivolge al coro riferendo le parole di Teucro: non del tutto convinta che siano corrispondenti alla verità, si rivolge a Teonoe. Nel frattempo Menelao, naufragato proprio in Egitto, va in città a cercare aiuto e vede la moglie. Rimane sconcertato, poiché era naufragata insieme a lui. Poi però un messaggero gli dice che Elena è scomparsa, e Menelao comprende che in realtà la vera Elena è quella con cui sta parlando. Lei infatti gli conferma che Ermes aveva creato un fantasma. I due poi si recano da Teonoe, che nonostante sia a conoscenza dell'arrivo di Menelao grazie ai suoi poteri, promette di non dire niente. A questo punto la coppia organizza un astuto piano: Elena dirà a Teoclimeno della morte di Menelao, fingendo di cedere alle offerte matrimoniali del figlio del re. Ingannerà il suo pretendente facendogli credere che i greci celebrano i funerali sul mare e chiedendo una barca per la cerimonia. Menelao farà finta di essere morto e rimarrà nella tomba fino alla partenza della nave. Menelao si finge un messaggero e annuncia a Teoclimeno la morte dello stesso Menelao. La prima parte del piano funziona: Elena ottiene la nave per la cerimonia da Teoclimeno. È ricordato un episodio mitologico: la dea Demetra cerca la figlia Persefone che è stata rapita da Ade, ottiene però di vederla solo per alcuni mesi dell'anno. Elena si prepara per la cerimonia funebre e Teoclimeno le fornisce una nave fenicia e un equipaggio. Appena prima che la nave salpi, l'equipaggio di Menelao sale sulla nave con la scusa di poter prendere parte alla cerimonia. Appena raggiunto il largo, gli uomini greci uccidono i tutti gli Egiziani a bordo e prendono il controllo della nave, e finalmente tornano in Grecia. Un messaggero avverte Teoclimeno della fuga degli sposi e il figlio del re s'infuria e vorrebbe uccidere la sorella, Teonoe, conoscendo i suoi poteri e sapendo che aveva previsto tutto. Arrivano infine i Dioscuri (Castore e Polluce), fratelli di Elena, che calmano il re. L’opera rappresenta l’esito felice di una sperimentazione che in Euripide non ebbe mai fine, di un’elaborazione continua della forma drammatica che si spingeva fino allo scardinamento e alla ricostruzione dei miti tradizionali, attraverso l’impiego di elementi nuovi, di scelte narrative e stilistiche ardine, di imprevisti colpi di scena. L’autore sembra giocare con un mito notissimo al pubblico, ovvero la tradizione consolidata che faceva di Elena (l’adultera impudente posta sotto accusa dai poemi del ciclo, e da molti passi tragici, nonché dalle stesse Troiane di Euripide) la causa scatenante della guerra di Troia. L’autore riannoda i fili di questa storia parallela e crea una figura paradossalmente in lotta con il suo stesso mito e con la propria fama immeritata, che attende fedele lo sposo in una terra barbara, impegnata a respingere astutamente le offerte amorose del re del luogo. La scena d’incontro tra Elena e Menelao è una delle più accattivanti dell’opera: l’agone tra posizioni contrapposte, che in genere nella tragedia costituiscono uno degli elementi più efficaci, qui diventa gioco dell’assurdo. L’ultimo Euripide: Ifigenia in Aulide e Baccanti Baccanti e Ifigenia in Aulide furono composte quando Euripide, dopo aver definitivamente lasciato Atene, si trovava in Macedonia presso la corte del re Archelao tra il 408 e il 406 a.C. Queste due opere vedono l’abbandono da parte del poeta del dramma a intreccio e sembra tornare a forme più tradizionali di tragedia, forse in rapporto al suo nuovo pubblico macedone, poco abituato a forme sperimentali di teatro. Una di queste tragedie, le Baccanti, è un capolavoro assoluto nella sua carriera e del teatro mondiale di ogni epoca. Ifigenia in Aulide: La scena è ambientata nell'accampamento greco, in Aulide, sulla costa della Beozia, dove le barche dirette verso Troia sono bloccate a causa di una bonaccia. Nel prologo si racconta che l'indovino Calcante ha affermato che solo sacrificando alla dea Artemide una figlia di Agamennone, Ifigenia, i venti torneranno a spirare. Ifigenia però non è con loro, è rimasta a casa, così Agamennone, persuaso da Odisseo, le scrive una lettera in cui le prospetta un matrimonio con Achille, chiedendole quindi di raggiungerli in Aulide. In seguito però, pentito di questo inganno, cerca di avvertire la figlia di non mettersi in viaggio scrivendole un altro messaggio. Il secondo messaggio viene intercettato da Menelao, che lo toglie di mano al vecchio che lo portava con sé e rimprovera aspramente Agamennone per il suo tentativo di tradimento. Arrivano quindi in Aulide Ifigenia e la madre Clitennestra, con il piccolo Oreste, per le nozze. A quel punto viene a galla la verità, sicché le due donne si ribellano furiosamente:

Clitennestra biasimando aspramente il marito, Ifigenia chiedendo pietà con parole toccanti. Anche Achille, nello scoprire che il suo nome era stato usato per un atto tanto infame, minaccia vendetta. Però Ifigenia, nel vedere l'importanza che la spedizione ricopre per tutti i greci, cambia atteggiamento e offre la propria vita, calmando la madre e respingendo l'aiuto di Achille. Al momento del sacrificio, però, la ragazza scompare ed al suo posto la dea Artemide invia una cerva, tra lo stupore e la felicità dei presenti, che in tal modo capiscono che la ragazza è stata salvata dagli dei ed ora dimora presso di loro. Il vento torna a spirare e la flotta può finalmente salpare verso Troia. Nell’opera colpisce molto la discontinuità del carattere di Ifigenia. La differenza rispetto a questi personaggi tragici sta nel fatto che il mutamento della fanciulla qui è repentino, non psicologicamente giustificato e si compie direttamente sulla scena: Ifigenia, infatti, ha appena finto di supplicare il padre di non ucciderla quando, dopo lo scambio di battute con Clitennestra e Achille, annuncia con tono virile e intrepido di essere pronta a morire. L’opera è dunque una tragedia che smaschera i meccanismi del potere e riflette sull’alienazione di quegli uomini che lo considerano il fine ultimo dell’esistenza. Baccanti: Dioniso, dio del vino, del teatro e del piacere fisico e mentale in genere, era nato dall'unione tra Zeus e Semele, donna mortale. Tuttavia le sorelle della donna e il nipote Penteo (re di Tebe) per invidia sparsero la voce che Dioniso in realtà non era nato da Zeus, ma da una relazione tra Semele e un uomo mortale, e che la storia del rapporto con Zeus era solo uno stratagemma per mascherare la "scappatella". In sostanza, quindi, essi negavano la natura divina di Dioniso, considerandolo un comune mortale. Nel prologo della tragedia, Dioniso afferma di essere sceso tra gli uomini per convincere tutta Tebe di essere un dio e non un uomo. A tale scopo per prima cosa ha indotto un germe di follia in tutte le donne tebane, che sono dunque fuggite sul monte Citerone a celebrare riti in onore di Dioniso stesso (diventando quindi Baccanti, ossia donne che celebrano i riti di Bacco, altro nome di Dioniso). Questo fatto però non convince Penteo: egli rifiuta strenuamente di riconoscere un dio in Dioniso, e lo considera solo una sorta di demone che ha ideato una trappola per adescare le donne. Invano Cadmo (nonno di Penteo) e Tiresia (indovino cieco) tentano di dissuaderlo e di fargli riconoscere Dioniso come un dio. Il re di Tebe fa allora arrestare lo stesso Dioniso (che si lascia catturare volutamente) per imprigionarlo, il dio però scatena un terremoto che gli permette di liberarsi immediatamente. Nel frattempo dal monte Citerone giungono notizie inquietanti: le donne che compiono i riti sono in grado di far sgorgare vino, latte e miele dalla roccia, e in un momento di furore dionisiaco si sono avventate su una mandria di mucche, squartandole vive con forza sovrumana. Hanno poi invaso alcuni villaggi, devastando tutto, rapendo bambini e mettendo in fuga la popolazione. Dioniso, parlando con Penteo, riesce allora a convincerlo a mascherarsi da donna per poter spiare di nascosto le Baccanti. Una volta che i due sono giunti sul Citerone, però, il dio aizza le Baccanti contro Penteo. Esse sradicano l'albero sul quale il re si era nascosto, si avventano su di lui e lo fanno letteralmente a pezzi. Non solo, ma la prima ad infierire su Penteo, spezzandogli un braccio, è sua madre Agave. Questi fatti vengono narrati a Cadmo da un messaggero che è tornato a Tebe dopo aver assistito alla scena. Poco dopo arriva anche Agave, munita di un bastone sulla cui sommità è attaccata la testa di Penteo che lei, nel suo delirio di Baccante, crede essere una testa di leone. Cadmo, sconvolto di fronte a quello spettacolo, riesce pian piano a far rinsavire Agave, che infine si accorge con orrore di ciò che ha fatto. A quel punto riappare Dioniso ex machina, che spiega di aver architettato questo piano per punire chi non credeva nella sua natura divina, e condanna Cadmo e Agave a essere esiliati in terre lontane. Con l'immagine di Cadmo e Agave che, commossi, si dicono addio, si conclude la vicenda. L’opera sembra proporre un ritorno a forme più tradizionali di tragedia. Il coro, per esempio, non è un semplice intermezzo lirico ma partecipa all’azione interagendo con i personaggi. Le Baccanti sono un testo di eccezionale potenza drammatica e costituiscono una riflessione (di grande esattezza antropologica) sul culto dionisiaco in tutta la sua insondabile ambiguità e sui riti incantati che vi si celebravano. Un Euripide convertito non avrebbe probabilmente accentuato gli aspetti più sconcertanti della religione dionisiaca: nelle Baccanti, infatti, Dioniso esce vincitore, ma è impossibile riconoscere in lui quella divinità gioiosa e benefica di cui le sue seguaci avevano cantato le lodi all’inizio del dramma. Anche Penteo, il rivale di Dioniso, non è un personaggio positivo, ma appare come un individuo autoritario, ostinato e violento: a ben vedere, più che essere un difensore della ragione, Penteo esprime la crisi della ragione, nella sua rigida chiusura e nel gretto