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Sintesi che mette in rilievo i nuclei centrali del testo
Tipologia: Sintesi del corso
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Il testo viene pubblicato nel 1960. La questione fondamentale attorno alla quale ruotano le argomentazioni dell’autore è il così detto “enigma dello stile”: perché epoche e popoli diversi hanno rappresentato il mondo visibile in modi tanto differenti? L’obiettivo polemico principale di Gombrich è la teoria mimetica della rappresentazione, secondo cui le immagini assomigliano a ciò che rappresentano nel modo in cui ci appare nella percezione visiva, e le sue implicazioni, come un certo storicismo applicato alla storia dell’arte per cui la produzione pittorica segue un progresso di costante avvicinamento al vero (o alla percezione pura).
Nell’introduzione viene tracciata una breve storia della questione dello stile, delle interpretazioni e delle risposte che gli sono state date, per cui alla tradizione antica e rinascimentale, che conferiva alle immagini raffigurative lo status di imitazione della realtà, si sono andati mescolando, a partire dal settecento, argomenti attinenti alla psicologia della percezione. Berkeley sostenne l’inadeguatezza della visione come fonte di informazione sull’aspetto spaziale del mondo e la necessità di ammettere l’influenza del tatto e della percezione del movimento, quindi un processo di rielaborazione e sintesi dei dati percettivi. Von Helmholtz definisce “inferenza inconscia” il processo in cui le sensazioni elementari andando ad aggregarsi tra loro assumono significato ad un livello preconscio sulla base della accumulata. La visione è il prodotto dell’informazione veicolata da un ampio settore della sfera sensoriale e di un atto di rielaborazione delle percezioni tramite il confronto con le esperienze passate. Da Von Helmholtz in poi i dati sensoriali puri vengono considerati come inaccessibili direttamente, ciò comportò l’inizio dello sgretolamento dell’idea dell’arte come imitazione della realtà (difesa dagli impressionisti e da Ruskin, il quale elaborò il concetto di occhio innocente). La teoria helmholtziana viene applicata alla storia dell’arte da Von Hildebrand e Riegl. Von Hildebrand si concentrò sulla necessità di allargare l’ambito della valutazione estetica ai valori tattili ritenuti indispensabili per la costruzione della tridimensionalità. Riegl sostenne una dottrina sul cambiamento dello stile in base alle intenzioni, la storia dello stile viene spiegata sulla base della distinzione di un polo dell’arte antica, maggiormente connessa al tatto e volta alla resa dei singoli oggetti, da un polo dell’arte impressionista, caratterizzato dal dominio della vista (interessato a riprodurre le sensazioni ottiche). Lo spostamento dal primo al secondo polo è interpretato come uno spostamento dall’oggettivo al soggettivo e motivato dall’esistenza di un kunstwollen, una volontà artistica umana, la quale condizionerebbe le espressioni stilistiche proprio perché queste rispecchiano la forma caratteristica del pensiero e del sentimento collettivo dell’epoca stessa: lo stile è un’espressione dell’epoca in cui si manifesta (si tratta di una interpretazione storicista basata sulla filosofia della storia hegeliana: in questo modo l’arte viene indagata con il metodo proprio di una concezione olistica che ha il fine di mostrare l’operare di un principio unitario). Loewy introduce in questo ambito l’evoluzionismo nella precisa linea di pensiero da cui nacque il mito dell’affinità fra l’arte infantile e quella dei primitivi: il primitivo, come il bambino, quando si accingeva a rappresentare qualcosa non partiva dall'osservazione della natura ma dalle immagini presenti nella sua memoria (Gombrich sostiene che l’esistenza di queste immagini mentali non è opportunamente provata).
Gli sviluppi della psicologia della percezione nel XX secolo hanno conferito maggiore attività al percipiente che veniva comunque considerato anche da Von Helmholtz come un soggetto passivo che solo in un secondo momento organizza le percezioni sulla base dell’esperienza passata (anche se l’accesso al dato sensibile puro non è possibile prima). Queste nuove linee di pensiero sostenevano la necessità di formulare un inferenza (a livello preconscio) non soltanto per l’elaborazione delle percezioni elementari ma anche per la percezione stessa. Ciò vale in primo luogo per la psicologia della Gestalt: il principio di organizzazione che regola la formazione dei campi gestaltici è quello dell’economia (sistemazione del materiale percettivo nella maniera che richiede il minor dispendio di energie cognitive), per esempio sulla base di criteri semplici come somiglianza e prossimità. La New Look Psychology sostenne invece che la sistemazione del materiale percettivo avviene secondo un processo continuo di catalogazione sulla base di un'ipotesi e di una sua eventuale successiva correzione qualora non risulti adatta al confronto con i dati ulteriormente sopravvenuti (concezione vicina all'epistemologia Popperiana). Gibson cerca invece di rendere conto della complessità dei processi visivi collegando gran parte del contenuto informativo direttamente nello stimolo visivo. ((Gombrich trae ispirazione principalmente dalla New Look Psychology, specialmente nelle sue affinità con la filosofia di Popper, e dalla teoria della percezione gibsoniana).
L’etimo di “stile” deriva dal latino “stilus” termine metonimico, utilizzato prima di tutto in campo retorico, che designando lo strumento utilizzato per scrivere sulle tavolette indica il modo in cui si scrive, la forma distinta dal contenuto dello scritto. Tuttavia sotto il concetto di stile si fanno rientrare molteplici aspetti dell’opera d’arte, non solo di carattere formale, che hanno in comune il poter essere attribuiti ad uno stesso autore, a una stessa epoca o a una stessa cultura; il termine può essere dunque usato in un'accezione singolare, che riguarda lo stile caratteristico di un certo autore o di un certo periodo della sua produzione, e in un’accezione plurale, che ascrive certe caratteristiche allo stile di una corrente artistica, di una cultura o di un epoca.
Gombrich sostiene che gran parte degli studi sullo stile siano stati condotti seguendo un approccio sincronico (ricercando delle regole che prescindono dal tempo), lui invece intende applicare un approccio longitudinale (indagando piuttosto ciò che differenzia i diversi stili). La critica all’approccio sincronico alla storia dello stile si inserisce nel più ampio quadro dello storicismo (olismo culturale) intrapresa da Popper a partire dagli anni 50’ (Miseria dello storicismo, 1957). La filosofia popperiana viene da Gombrich utilizzata per spiegare conto:
tra immagine e realtà non è garantita dalla presenza di qualità identiche ma dall’attuazione di un meccanismo psicologico inconscio, innescato dal darsi di relazioni analoghe nei due termini.
Per spiegare cosa c’è dietro il meccanismo della proiezione Gombrich si rifà prima di tutto alla psicologia di Gibson (teoria ecologica) che mette in evidenza come il mondo come un sistema in cui avvengono continuamente numerosissime variazioni, cui noi siamo relativamente permeabili (attenti). L’uomo mantiene una certa costanza nella percezione del mondo: dal momento che percepiamo alcune caratteristiche come costanti nutriamo l’aspettativa che rimangano tali e non concentriamo su di essi l’attenzione, ciò accade al fine di economizzare le risorse cognitive, vengono formulate delle aspettative su ciò che può accadere sulla base di esperienze pregresse, le aspettative possono essere sempre corrette sulla base di nuove esperienze che richiederanno un adattamento dello schema (il sentimento di costanza può essere ripristinato facilmente). La percezione può essere considerata in primo luogo come la modificazione di un anticipazione, si tratta di un processo attivo condizionato dalle attese e adattato alle situazioni. La natura del meccanismo di applicazione di uno schema alla realtà e correzione dello stesso viene spiegato da Gombrich facendo appello alla psicologia di Bruner: la percezione implica un atto di categorizzazione inteso come la reazione dell’organismo ad un certo input collegandolo a oggetti o classi di oggetti in maniera selettiva. Nella percezione il dato sensibile viene adeguato ad un modello o ne viene modificato uno per adeguarlo (apprendere a percepire significa apprendere modelli appropriati di codificazione degli stimoli, non affinare l’abilità di apprendere caratteristiche sempre più sottili). L’operazione per mezzo della quale il modello viene applicato alla realtà e modificato all’occorrenza procede per trial and check (ipotesi e verifica): l’organismo mantiene o rigetta l’ipotesi sulla base dell’adeguatezza al dato sensibile.
L’illusione indica per Gombrich il tipo di strategie percettive impiegati anzitutto dagli autori delle immagini e poi dagli osservatori, quando guardiamo un’immagine figurativa e riconosciamo in essa un certo soggetto proviamo un particolare tipo di illusione, ciò che si attiva è la capacità di vedere qualcosa come qualcos’altro. Le tecniche pittoriche sono armamentari di trucchi psicologici in grado di suscitare in noi esperienze di “vedere come”: l’osservatore proietta uno schema sulle linee e i colori, i pitori devono disporre questi elementi in modo da evocare uno schema. In questo processo l’immagine si distingue dalla realtà per il fatto che per applicare un certo schema al dipinto devono essere taciute alcune caratteristiche invaliderebbero lo schema, e proprio in ciò sta l’illusione. Per Gombrich l’ambiguità è una caratteristica intrinseca a qualsiasi immagine, gli elementi dell’immagine possono essere interpretati in molti modi, quando in un immagine riconosciamo qualcosa stiamo facendo un’interpretazione. La disposizione dei colori e dei segni non devono assomigliare ad un oggetto ma evocare uno schema che può essere in una certa misura applicato allo stesso. La proiezione può avvenire solo se di danno due condizioni:
caratteristiche giuste per l’applicazione di uno schema. Gli stimoli presenti nell’immagine utile ad evocare uno schema sono praticamente dei “falsi” stimoli e non devono essere identici a quelli “veri” ma soltanto affini, non nel contenuto percettivo, ma nella capacità di far adattare al soggetto lo stesso schema percettivo che adoperebbe per stimoli veri (successivamente Gombrich puntualizzerà che la capacità a rispondere a stimoli falsi ha carattere adattivo, come il meccanismo di ipotesi-verifica in generale: a fini adattivi è meglio rispondere al più alto numero di stimoli). L’illusione non sta nello scambiare la raffigurazione per l’oggetto raffigurato ma nella consapevole, ma involontaria, messa da parte di altre soluzioni applicabili al dato percettivo, questo distingue l’applicazione di schemi a stimoli veri da quella su stimoli falsi (se fossimo in presenza di stimoli veri non dovremmo mettere a tacere nulla perché lo schema venga applicato): quando interpretiamo un immagine attraverso il meccanismo psicologico della proiezione “mettiamo a tacere” alcune delle possibili interpretazioni dell’immagine ((come anche considerarla solo in riguardo al veicolo)) e ne scegliamo una ((i trompe-l’oeil non sono immagini finché non vi è illusione: l’applicazione dello schema non entra in conflitto con nulla, si tratta dunque di un’illusione vera e propria diversa che avviene con le immagini. Sono immagini illusionistiche)). Sebbene la radice dell’illusione è la percezione è solo grazie all’attività immaginativa che questa si fa più persuasiva e attraente. Gombrich collega l’argomento dell’illusione a una teoria della rappresentazione incentrata sul concetto di “sostituto” come ciò che ricopre la funzione di qualcos’altro in un opportuno gioco comunicativo: quando si decide un gioco si selezionano elementi del mondo che assumono una precisa valenza all’interno della logica del gioco, tuttavia non si perde la consapevolezza della funzione reale di tali elementi (facciamo “come se”). Le immagini devono essere in grado di sostituire in un certo qual modo ciò che raffigurano, ciò dipende spesso anche dalla funzionalità.
Ogni arte ha la sua origine nella mente umana e nelle nostre reazioni al mondo, è proprio perché l’arte è concettuale che le rappresentazioni sono riconducibili ad uno stile. Senza un punto di partenza, uno schema iniziale (categoria) non potremmo mai fissare il flusso dell’esperienza, indipendentemente che questo sia certo o incerto. Quindi viene sempre applicato uno schema quando si percepisce e quando si rappresenta e questo viene poi adeguato alle esigenze attraverso fasi di schema e correzione: non si tratta della fedele documentazione di un esperienza visiva ma dalla fedele costruzione di un modello relazionale. Gli artisti hanno scoperto le tecniche di rappresentazione per mezzo di un processo di trial and check: sono legati alle tradizioni perché queste forniscono schemi rappresentativi che possono essere successivamente adattati. La validità dell’immagine è data dalla capacità di provocare l’illusione. Possiamo render conto di due azioni che si svolgono attorno all’immagine facendo appello al concetto di proiezione:
omerici. Gli schemi elaborati dai greci, detti canone, consistono nella conoscenza dei rapporti geometrici fondamentali poiché si possa costruire una figura plausibile. Gombrich individua dunque due anime del fare immagini nella civiltà greca:
Il sorgere delle religioni orientali aveva ridotto la funzione narrativa per render conto di altre esigenze come quella religiosa, e quella relativa al potere monarchico. Nella tarda antichità e nel medioevo l’arte torna ad essere uno strumento e al mutamento di funzione un mutamento della forma. Nel Medioevo lo schema è l’immagine, mentre per l’artista postmedievale lo schema è un punto di partenza per correzioni.
Nonostante la somiglianza non sia il criterio della rappresentazione i criteri di verosimiglianza e di realismo possono avere natura oggettiva. Secondo Gombrich la prospettiva geometrica introdotta nel Rinascimento avrebbe perfezionato lo schema greco. Gombrich sostiene che il metodo della prospettiva è più verosimile di altri, per quanto sia comunque basato su schemi di rappresentazione. Le immagini prospettiche sono superiori alle altre per la resa della realtà in quanto sono lette con maggiore facilità (ciò viene giustificato col confronto con le anamorfosi, di difficile lettura), applichiamo lo schema e ci illudiamo con maggiore facilità.
Le avanguardie dell’Ottocento proposero di evitare qualsiasi convenzione finché gli impressionisti non proclamarono di poter rendere direttamente il dato sensibile.