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BARILLI- ARTE CINETICA, PROGRAMMATA, OPTICAL-RIASSUNTO, Sintesi del corso di Storia dell'arte contemporanea

breve riassunto tratto da R.Barilli, L'arte contemporanea, Da Cézanne alle ultime tendenze

Tipologia: Sintesi del corso

2020/2021

Caricato il 22/04/2021

sofia-michelacci
sofia-michelacci 🇮🇹

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domenica 18 aprile 2021
ARTE CINETICA, PROGRAMMATA, OPTICAL:
L'arte cinetica, talvolta detta anche arte programmata, è una corrente artistica nata in Europa
durante gli anni sessanta e settanta del ventesimo secolo. L'arte cinetica comprende una serie di
ricerche artistiche che mirano a studiare e sperimentare i fenomeni della percezione visiva e del
movimento, cercando di suscitarne l'idea sia nelle opere che nella percezione dell'osservatore. La
definizione di arte cinetica e programmata non è univoca, ma al contrario al suo interno si registrano
differenze concettuali, metodologiche e formali come ad esempio l'uso della tecnologia (tipico dell'arte
programmata) o invece la persistenza del linguaggio della pittura, sebbene sottoposto ad una finalità
cinetica, il mutamento dei pattern visivi o il loro movimento, a sua volta prodotto dall'attivazione
manuale o meccanica. Per questa ragione alcuni critici hanno cercato di suddividere questo
movimento artistico in diverse categorie, parlandone in termini di arte cinetica, arte programmata,
nuova tendenza o ancora op art, ma il comune denominatore è sempre un rapporto attivo fra l’opera e
lo spettatore
Spesso le opere presentano elementi dinamici in grado di creare immagini in continua
trasformazione. Gli esponenti dell'arte cinetica programmano il risultato estetico dell'opera attraverso
una costruzione scientifica e razionale del loro lavoro, opponendo alla figura dell'artista che interpreta
soggettivamente la realtà quella di un tecnico che procede con accertamenti metodici nel campo dei
fenomeni visivi. Il movimento introdotto nelle opere può essere tanto reale (come nei Mobiles di
Calder e nelle Macchine inutili di Bruno Munari) quanto virtuale, ottenuto cioè dallo spostamento del
punto di vista dell'osservatore.
Le opere dell'arte cinetica e programmata adottano molto spesso un lessico aniconico di matrice
astratta-geometrica, ma vanno al di là di semplici esercizi compositivi e formali perché puntano ad un
coinvolgimento dello spettatore, non da un punto di vista emozionale o sentimentale ma percettivo o
psicologico opponendosi a tendenze informali e realiste in voga negli anni cinquanta del ventesimo
secolo
Spesso gli esponenti dell’arte programmata svolgevano la propria attività in collettivo, teorizzando la
superiorità del lavoro di gruppo, rifiutando culto della personalità e preferendo l’anonimato. Il gruppo
si opponeva alla figura dell'artista-demiurgo (considerato retaggio della critica idealista e spiritualista)
In Italia ci fu il gruppo Uno (Roma), Gruppo T(Milano), Gruppo N (Padova), Studio MID(Milano),
In Germania il Gruppo Zero
In Francia il GRAV
LE NEOAVANGUARDIE DEGLI ANNI ’60 E ’70
IL MINIMALISMO: nacque come fenomeno anzitutto americano e può essere considerato il primo
atteggiamento di semplificazione e di analisi del processo artistico, il quale volutamente abbandona
ogni espressione soggettiva e quindi ogni descrizione delle emozioni. !
Coniato nel 1965 da Richard Wollheim sulla rivista “Art Magazine”, l’appellativo indica un’arte fonda
sull’utilizzo di forme e di materie primarie, ispirate al mondo della produzione industriale e sviluppate
in sequenze ripetitive. Le radici di questa poetica sono state variatamente individuate nel
Costruttivismo Russo, in De Stijl, nell’eredità del Bauhaus. A queste va aggiunto lo sviluppo della
produzione industriale in serie, l’influenza della forma delle città americane, costruite secondo griglie
geometriche regolare, infine l’evoluzione scientifica.!
I minimalisti tuttavia, non hanno cercato combinazioni sofisticate, come gli astrattisti del primo ‘900,
privilegiando piuttosto forme semplici. Cifre distintive sono, dunque, la ripetizione di forme essenziali
e l’azzeramento dell’aspetto autobiografico. Opponendosi a ogni forma di espressionismo e di
realismo, i minimalisti sembrano ispirarsi piuttosto agli algoritmi combinatori che permettono di
generare forme complesse a partire da dati semplici: linguaggio di base la geometria solida e piana.!
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ARTE CINETICA, PROGRAMMATA, OPTICAL:

L' arte cinetica , talvolta detta anche arte programmata, è una corrente artistica nata in Europa durante gli anni sessanta e settanta del ventesimo secolo. L'arte cinetica comprende una serie di ricerche artistiche che mirano a studiare e sperimentare i fenomeni della percezione visiva e del movimento, cercando di suscitarne l'idea sia nelle opere che nella percezione dell'osservatore. La definizione di arte cinetica e programmata non è univoca, ma al contrario al suo interno si registrano differenze concettuali, metodologiche e formali come ad esempio l'uso della tecnologia (tipico dell'arte programmata) o invece la persistenza del linguaggio della pittura, sebbene sottoposto ad una finalità cinetica, il mutamento dei pattern visivi o il loro movimento, a sua volta prodotto dall'attivazione manuale o meccanica. Per questa ragione alcuni critici hanno cercato di suddividere questo movimento artistico in diverse categorie, parlandone in termini di arte cinetica , arte programmata , nuova tendenza o ancora op art , ma il comune denominatore è sempre un rapporto attivo fra l’opera e lo spettatore Spesso le opere presentano elementi dinamici in grado di creare immagini in continua trasformazione. Gli esponenti dell'arte cinetica programmano il risultato estetico dell'opera attraverso una costruzione scientifica e razionale del loro lavoro, opponendo alla figura dell'artista che interpreta soggettivamente la realtà quella di un tecnico che procede con accertamenti metodici nel campo dei fenomeni visivi. Il movimento introdotto nelle opere può essere tanto reale (come nei Mobiles di Calder e nelle Macchine inutili di Bruno Munari) quanto virtuale, ottenuto cioè dallo spostamento del punto di vista dell'osservatore. Le opere dell'arte cinetica e programmata adottano molto spesso un lessico aniconico di matrice astratta-geometrica, ma vanno al di là di semplici esercizi compositivi e formali perché puntano ad un coinvolgimento dello spettatore, non da un punto di vista emozionale o sentimentale ma percettivo o psicologico opponendosi a tendenze informali e realiste in voga negli anni cinquanta del ventesimo secolo Spesso gli esponenti dell’arte programmata svolgevano la propria attività in collettivo, teorizzando la superiorità del lavoro di gruppo, rifiutando culto della personalità e preferendo l’anonimato. Il gruppo si opponeva alla figura dell'artista-demiurgo (considerato retaggio della critica idealista e spiritualista) In Italia ci fu il gruppo Uno (Roma), Gruppo T(Milano), Gruppo N (Padova), Studio MID(Milano), In Germania il Gruppo Zero In Francia il GRAV

LE NEOAVANGUARDIE DEGLI ANNI ’60 E ’

IL MINIMALISMO: nacque come fenomeno anzitutto americano e può essere considerato il primo atteggiamento di semplificazione e di analisi del processo artistico, il quale volutamente abbandona ogni espressione soggettiva e quindi ogni descrizione delle emozioni. Coniato nel 1965 da Richard Wollheim sulla rivista “Art Magazine”, l’appellativo indica un’arte fonda sull’utilizzo di forme e di materie primarie, ispirate al mondo della produzione industriale e sviluppate in sequenze ripetitive. Le radici di questa poetica sono state variatamente individuate nel Costruttivismo Russo, in De Stijl, nell’eredità del Bauhaus. A queste va aggiunto lo sviluppo della produzione industriale in serie, l’influenza della forma delle città americane, costruite secondo griglie geometriche regolare, infine l’evoluzione scientifica. I minimalisti tuttavia, non hanno cercato combinazioni sofisticate, come gli astrattisti del primo ‘900, privilegiando piuttosto forme semplici. Cifre distintive sono, dunque, la ripetizione di forme essenziali e l’azzeramento dell’aspetto autobiografico. Opponendosi a ogni forma di espressionismo e di realismo, i minimalisti sembrano ispirarsi piuttosto agli algoritmi combinatori che permettono di generare forme complesse a partire da dati semplici: linguaggio di base la geometria solida e piana.

La mostra di consacrazione del gruppo si tenne nel 1966 al museo ebraico di NY, a cura del critico Kynaston McShine, con il titolo Primary Structures. Il personaggio che traghettò la pittura americana dall’Espressionismo astratto alla costruzione di strutture primarie fu Frank Stella. In opposizione agli aspetti romantici di quel movimento, egli giunse alla convenzione che un dipinto è un oggetto fisico, una superficie piatta con sopra della pittura: semplificò la struttura del quadro fino a ridurlo: “solo a ciò che si può vedere”. Per rendere le opere ancora meno emozionali, utilizzo smalti metallici e le montò su telai molto alti, che le facevano sembrare oggetti tridimensionali più che quadri. La mostra da lui organizzata “Shape and Structure” conteneva già tutti i protagonisti del gruppo minimalista e fu lo stesso Frank Stella a volerli accanto a se: ROBERT MORRIS: il suo percorso è quanto mai vario e impossibile da ridurre al solo ambito minimalista, di cui pure è stato un importante teorico. Il suo lavoro ha spaziato negli amici della performance, della land art, accogliendo e sperimentando un vasto numero di nuove tecniche e proponendosi spesso, a NY, come organizzatore di eventi tra artisti. Già dai primi anni 60 ha proposto opere in cui il pavimento viene coperto di stracci e specchi, come a sottolineare il disordine e la complessità che attraversano tutto il reale. L’opera viene dunque proposta come qualcosa di mai definitivo, come un lavoro in corso, solo in parte controllabile dall’artista e sempre sottoposta a un processo di trasformazione in parte programmato, in parte deciso dalla forze della natura. CARL ANDRE: ha lavorato all’idea del modulo che si ripete e che può essere montato e rimontato citate di legni vecchi simili alle assi tra i binari delle ferrovie, in forma di torre e secondo un andamento alternato; costruzioni di mattoni refrattari; “pavimenti” di piastre quadrate di ferro, ottone o altri materiali. DONALD JUDD : progettò scultura con materiali levigati e sofisticati: rame, acciaio, plexiglas, nell’intenzione di mettere in evidenza le loro potenzialità visive, tattili e in generale sensoriali. La maggior parte della sua produzione consiste in ciò che potremmo definire “mensole” disposte in serie e con variazioni di ritmo. DAN FLAVIN : le variazioni modulari informano anche la ricerca di Dan Flavin, che si è concentrato soprattutto sui fenomeni luminosi generati da tubi al neon. Flavin ha usato il tubo al neon come fosse un segno e la luce come fosse un colore. In Italia si hanno testimonianza importanti del suo lavoro a Villa Panza di Varese e nella Chiesa Rossa di Milano.

LA LAND ART:

Questa problematica minimalista, ormai impostasi a metà degli anni 60, dava adito a due linee di sviluppo:

  1. Carattere quantitativo: occorreva meditare, finalmente, sull’interseca spinta elettromorfa che era all’origine profonda di una tale concezione, e quindi adeguare ad essa le forme adottate.
  2. Carattere fisico-quantitativo: portata a esasperare gli aspetti reali di tali operazioni. Se muoviamo da questa seconda pista, troviamo che essa conduce in breve al fenomeno della Land Art, consistente nel trasferire e imporre gli schemi minimali a un vasto contesto ambientale. WALTER DE MARIA: parte da una serie di interventi modulari, al modo degli atri Minimalisti, con la differenza che tali elementi sono caratterizzati, nel suo caso, da una acuminatezza accentuata che li rende pericolosi: essi quindi sono portatori di un insidia reale, di una minaccia fisica, anche quando

ANTI-FORM:

BOB MORRIS: verso il 1967, era punto a comprendere il limite appunto ancora di sudditanza gutenberghiana che ancora gravava sui suoi moduli, il loro carattere di “forme” concepite dall’uomo secondo la vecchia geometria euclidea, e ne aveva tratto le conseguenze decidendo di passare a indicazioni “aperte”, casuali, informali. Naturalmente, per designare simili scelte, esisteva già sulla piazza l’etichetta dell’Informale. Ma a parte il fatto che non aveva molto attecchito negli USA, occorreva pure distinguere questo nuovo Informale, deciso a uscire fuori dalla dimensione virtuale della pittura= ecco allora il termine anti-form, con cui Morris designa degli elaborati spaziali ottenuti con pannelli di feltro, lasciati liberamente cascate secondo la forza di gravità, facendo così appello alle loro doti “soffici”, nel che è anche un riaggancio con la softness praticata da Oldenburg.

BODY ART:

Il 900 è stato un secolo caratterizzato dal processo di liberazione del corpo. Sono venuti meno alcuni vincoli pratici di grande impatto sulla vita quotidiana, come la mancanza di acqua corrente e quindi di igiene, la difficoltà di riscaldare gli ambienti e la fatica di doverlo preservare dai parassiti. Tutto questo, unito ai mutamenti dovuti al paesaggio da una vita prevalentemente agricola a un contesto urbano e industriale, ha portato anche a un ripensamento dell’etica. Nella cultura occidentale, complessivamente, si è ampliata la sfera di ciò che è permesso, mentre si è ristretta quella di ciò che è proibito. L’abbigliamento ha abbandonato i busti femminili e i collai inamidati per i maschi. Le regole della sessualità sono cambiate, la famiglia è andata prendendo nuove forme, da una maggiore affettività concessa ai genitori e soprattutto ai padri, alla regolazione per legge del divorzio, dell’aborto, delle maternità fuori dal matrimonio, delle convivenze, delle coppie omosessuali. Dai primi ani 60, l’arte ha avvertito questo processo, mettendo in scena il corpo come strumento di espressione e considerando il comportamento, soggettivo o di gruppo, come uno dei tanti mezzi di cui il linguaggio artistico dispone. Dopo l’annullamento della materia propugnato dall’Arte Concettuale, dopo gli interventi sul territorio operati dalla Land Art, il soggetto diviene così l’unico riferimento dell’azione artistica. L’artista trasforma il proprio corpo in processo espressivo, superando la barriera tra spettatore e azione artistica: nascono pratiche come l’happening e la performance, dove l’opera d’arte non è un oggetto ma un’azione. JOSEPH BEUYS: (1921-1986) fu l’artista tedesco che maggiormente diede corpo alla crisi della cultura europea e alla necessità di intervenire per salvarla. Nato a Kreferl, reclutato come aviere durante la 2° guerra mondiale, nel 1943 precipitò in Crimea e si salvò grazie a un gruppo di nomadi tartari che lo curò secondo una sapienza antica: il suo corpo semicongelato fu cosparso di grasso e poi avvolto in coperte di feltro. Al rientro, alla ricerca i una guarigione anche spirituale, aderì all’Antroposofia di Rudolf Steiner ed elaborò una sua concezione dell’arte come mezzo di salvezza non solo personale, ma collettiva. L’artista parte dal presupposto che la cultura occidentale sia malata, avendo portato sia gli individui si a la natura a un punto di rottura dell’equilibrio. Influenzato dalla tradizione romantica tedesca mutuò la pratica della performance, di cui le sculture sono soprattutto “residui”. Nei suoi lavori ricorrono il grasso e il feltro, che gli avevano salvato la vita, ed elementi volti a testimoniare la preziosità della natura: oro, miele, rame come metallo conduttore di energia vitale.

-Infiltrazione omogenea per pianoforte a coda: pianoforte ricoperto di feltro e contrassegnato da una croce rossa realizzato nel 1968. Lo strumento è colto come simbolo della cultura europea dell’Ottocento-Novecento; proprio questa cultura a suo parere è entrata in una crisi che la rende muta (il pianoforte non è più in grado di suonare) e per questo ha bisogno di essere ricondotta alla vita. L’uomo per salvarsi deve ricondursi all’armonia con la natura. Il rapporto con la natura primigenia ritorna in tutto il suo lavoro.

ARTE POVERA:

La principale corrente artistica sviluppatasi in Italia nei tardi anni Sessanta è stata denominata Arte Povera dal critico fondatore Germano Celant, in riferimento al Teatro Povero di Grotowski. Secondo i principi del regista polacco, l’attore doveva liberarsi dai suoi orpelli esteriore (costumi-scenografia, narrazione) e tornare all’essenza primaria del suo essere. L’esperienza dell’Arte Povera prese avvio nel 1967 con la prima collettiva alla Galleria La Bretesca di Genova e proseguì fino al 1972. La tendenza agì in continuità con i tanti movimenti di liberazione dall’etica consumistica imperante in Occidente. Occorreva recuperare il valore dell’ “Essere”, in opposizione al conformismo della civiltà capitalista che insegna soprattutto a desiderare oggetti, e quindi, ad “avere”. GIULIO PAOLINI : i fondatori dell’atto artistico (come il concetto di autore) sono stati sondati da Paolini, un precursore dell’arte concettuale. Nel 1960, con almeno 5 anni di anticipo su operazioni simili presentò un: -Disegno Geometrico: che mostrava non tanto l’opera in quanto i suoi presupposti, cioè le condizioni di inquadratura spaziale in cui il quadro potrebbe nascere, in modo da qualificare il supporto e lasciare il quadro al massimo stato di possibilità, prima che un’immagine specifica lo determini per sempre. MICHELANGELO PISTOLETTO : dopo una prima esperienza a contatto con la Pop Art Italiana, si orientò sull’utilizzo di materiali comuni come stracci, palle di carta di giornali, compensato e altro; lavorando sulla confezione dell’arte come rispecchiamento del reale. Di particolare rilievo: -La Venere degli stracci: in cui venivano presentati oggetti.scultura per creare un paesaggio vicino al modo quotidiano. Vediamo appunto una Venere, simbolo dell’arte classica e quindi della perfezione dell’uomo; decontestualizzata e posta vicino a una macchia di panni accartocciati, senza alcun ordine, quasi come fosse una casalinga. JANNIS KOUNELLIS : giunto in Italia a 20 anni, ha acquisito dall’ambiente romano e da Cy Twombly in particolare l’attitudine a disgregare i segni grafici e a ridurli alla massima semplicità. Risalgono ai primi anni Sessanta le sue letture fluttuanti su fondo bianco, senza più connessioni né significato, come semplici mattoni da cui costruire un senso complessivo. L’idea di elemento primo, di frammento che parla del tutto, sta anche alla base delle sue opere successive. ALIGHIERO BOETTI : la tipologia di opere più note sono ricami disegnati a Roma nel suo studio, ma fatti eseguire in Oriente da donne afghane. Tra questi gli arazzi, sui quali si leggono in verticale modi di dire, citazioni, proverbi o piccole poesie. Le scritte sono sempre inserite in schemi geometrici semplici ma tali da recuperare una struttura essenziale, comune alle diverse culture e che apre a vari livelli di riflessione. Inoltre, sono frequenti i giochi logici che combinano diversi piani di lettura, come accade nelle “mappe”: ogni paese vi compare con i colori della sua bandiera. Poiché nell’arco di trent’anni i confini interni ai contenti sono più volte mutati e con loro talvolta è cambiato anche