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Storia della Bibliografia: Dall'Antichità al Rinascimento, Sintesi del corso di Letteratura

riassunto del manuale di Balsamo fino al 1700

Tipologia: Sintesi del corso

2014/2015

Caricato il 26/06/2015

zanai27
zanai27 🇮🇹

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1. LA BIBLIOGRAFIA
Il concetto elementare più diffuso la identifica con la compilazione e l’uso di “elenchi di libri” approntati
secondo criteri di scelta variabili, a scopo di informazione e di studio.
Se consideriamo invece la B come uno dei settori del complesso sistema di comunicazione sociale, ci
troviamo ad indagare l’argomento da un’angolazione che apre più ampie visuali e porta ad inquadrare il
tema secondo le coordinate spazio-tempo.
Da un punto di vista storico la B rivela una funzione istituzionale, svolta all’interno del sistema di
diffusione della cultura. Essa risulta collegata all’universo librario nel quale ha assunto un ruolo di
mediazione fra la produzione libraria e il pubblico potenziale dei lettori.
La B è strumento o veicolo di informazione, ma questa si realizza attraverso l’effettiva fruizione da parte
del destinatario, esempio significativo INDEX dei libri proibiti dalla chiesa romana a metà del 500. Uno tra
i repertori che ebbero la più incisiva efficacia sulla diffusione della cultura all’epoca della Controriforma.
Su un altro piano e in epoca storica diversa e in diverse aree nazionali, la B ebbe per protagonisti i librai. In
questo caso il termine andò incontro ad una mutazione semantica: venne ad indicare la tecnica della
“descrizione” dei libri, in particolare, dei libri rari. Qui emergono prioritari gli aspetti economici.
Le vicende della B costituiscono un settore non certo secondario della storia del libro, in quanto
contribuiscono a delineare itinerari e modalità della circolazione libraria.
Il termine B fece la sua apparizione nel mondo moderno solo nel terzo decennio del XVII secolo e il suo
uso come titolo formale di repertori, o elenchi di libri, si generalizzò nel corso dell’800. Ciò ha portato
incertezza circa la determinazione degli esatti confini.
Non appare corretto, innanzitutto, collegare la nascita della B con l’apparizione della stampa tipografica, in
quanto l’esigenza di informazione relativa alla produzione letteraria fu sentita e soddisfatta in forma scritta,
anche prima. Va osservato come il procedimento tipografico abbia provocato mutamenti strutturali di
notevole portata.
Prima di chiamarsi B il repertorio ebbe altri nomi, fra cui quello metaforico di “biblioteca” che prevalse per
circa tre secoli. Esso indica la stretta connessione esistente tra i due momenti di raccolta della
documentazione e di organizzazione dell’informazione.
2. INFORMAZIONE E CIRCOLAZIONE LIBRARIA NEL MEDIOEVO:.
1. La diffusione del libro assume forme e modi che variano nel tempo in rapporto alle caratteristiche del mercato e
queste risultano condizionate anche dalle tecniche di produzione e dalle caratteristiche degli stessi materiali
scrittori.
Nel mondo antico quando il libro era un rotolo papiraceo, la diffusione veniva curata dall’editore e dal libraio che
spesso erano la stessa persona. Sappiamo che Cicerone affidò all’amico Tito Pomponio Attico la propaganda e la
vendita delle sue opere, che al di fuori delle tabernae librariae venivano esposti avvisi pubblicitari e a volta anche
gli autori collaboravano nella promozione.
Esisteva dunque un’informazione tanto orale che scritta diretta al pubblico dei potenziali acquirenti, magari
rafforzata dall’intervento dell’autore stesso.
Primi esempi di B:
De propriis libri liber del medico Galeno, scritto per presentare le sue opere autentiche e per denunciare
quelle a lui falsamente attribuite;
Il De illustribus viris di S. Gerolamo;
La Notitia de seipso et de libris suis di Breda;
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1. LA BIBLIOGRAFIA

  • Il concetto elementare più diffuso la identifica con la compilazione e l’uso di “elenchi di libri” approntati secondo criteri di scelta variabili, a scopo di informazione e di studio.
  • Se consideriamo invece la B come uno dei settori del complesso sistema di comunicazione sociale, ci troviamo ad indagare l’argomento da un’angolazione che apre più ampie visuali e porta ad inquadrare il tema secondo le coordinate spazio-tempo.
  • Da un punto di vista storico la B rivela una funzione istituzionale, svolta all’interno del sistema di diffusione della cultura. Essa risulta collegata all’universo librario nel quale ha assunto un ruolo di mediazione fra la produzione libraria e il pubblico potenziale dei lettori.
  • La B è strumento o veicolo di informazione, ma questa si realizza attraverso l’effettiva fruizione da parte del destinatario, esempio significativo INDEX dei libri proibiti dalla chiesa romana a metà del 500. Uno tra i repertori che ebbero la più incisiva efficacia sulla diffusione della cultura all’epoca della Controriforma.
  • Su un altro piano e in epoca storica diversa e in diverse aree nazionali, la B ebbe per protagonisti i librai. In questo caso il termine andò incontro ad una mutazione semantica: venne ad indicare la tecnica della “descrizione” dei libri, in particolare, dei libri rari. Qui emergono prioritari gli aspetti economici.
  • Le vicende della B costituiscono un settore non certo secondario della storia del libro, in quanto contribuiscono a delineare itinerari e modalità della circolazione libraria.
  • Il termine B fece la sua apparizione nel mondo moderno solo nel terzo decennio del XVII secolo e il suo uso come titolo formale di repertori, o elenchi di libri, si generalizzò nel corso dell’800. Ciò ha portato incertezza circa la determinazione degli esatti confini.
  • Non appare corretto, innanzitutto, collegare la nascita della B con l’apparizione della stampa tipografica, in quanto l’esigenza di informazione relativa alla produzione letteraria fu sentita e soddisfatta in forma scritta, anche prima. Va osservato come il procedimento tipografico abbia provocato mutamenti strutturali di notevole portata.
  • (^) Prima di chiamarsi B il repertorio ebbe altri nomi, fra cui quello metaforico di “biblioteca” che prevalse per circa tre secoli. Esso indica la stretta connessione esistente tra i due momenti di raccolta della documentazione e di organizzazione dell’informazione.

2. INFORMAZIONE E CIRCOLAZIONE LIBRARIA NEL MEDIOEVO:.

  1. La diffusione del libro assume forme e modi che variano nel tempo in rapporto alle caratteristiche del mercato e queste risultano condizionate anche dalle tecniche di produzione e dalle caratteristiche degli stessi materiali scrittori.

Nel mondo antico quando il libro era un rotolo papiraceo, la diffusione veniva curata dall’editore e dal libraio che spesso erano la stessa persona. Sappiamo che Cicerone affidò all’amico Tito Pomponio Attico la propaganda e la vendita delle sue opere, che al di fuori delle tabernae librariae venivano esposti avvisi pubblicitari e a volta anche gli autori collaboravano nella promozione.

Esisteva dunque un’informazione tanto orale che scritta diretta al pubblico dei potenziali acquirenti, magari rafforzata dall’intervento dell’autore stesso.

Primi esempi di B:

  • De propriis libri liber del medico Galeno , scritto per presentare le sue opere autentiche e per denunciare quelle a lui falsamente attribuite;
  • Il De illustribus viris di S. Gerolamo ;
  • La Notitia de seipso et de libris suis di Breda ;

In questi casi manca qualsiasi movente commerciale, ci troviamo di fronte a nomenclature o elenchi di opere redatti per un info a fini culturali sia per motivazioni diverse: in difesa della propria dignità scientifica da parte di Galeno; sostanzialmente per scopi apologetici o di propaganda ideologica per gli altri due.

Nell’alto Medioevo il mondo del libro appare mutato in coincidenza con lo sconvolgimento politico-culturale che accompagnò la fine del mondo romano e la contemporanea costruzione della cristianità: scompare del tutto le tradizionali officine librarie, la produzione del libro-codice diventò opera esclusiva degli scriptoria vescovili e monastici.

Si trattava di una produzione a circuito interno ovvero commisurata alle esigenze e all’uso delle comunità religiose; il monastero era in grado di provvedere autonomamente a tutte le fasi del ciclo: dalla produzione del materiali scrittorio all’esecuzione del lavoro di scrittura e rilegatura, alla raccolta e organizzazione dei libri in biblioteca.

Già nel XIII secolo qualche monastero dovette ricorrere alle prestazioni di copisti esterni alla comunità. Si ebbero poi organizzazione corporative che eseguivano lavori di scrittura e miniatura su ordinazione; in questa forma rimasero a lungo le prestazioni professionali dei produttori laici di libri, e ciò non offriva ancora le condizioni per una ripresa del commercio attraverso la bottega libraria, simile a quello che era esistito nel mondo antico.

  1. Esempio di come si dovessero ricercare i libri per costituire una biblioteca vescovile nel XIC secolo ci è fornito da Richard De Bury vescovo di Durham, il quale ebbe modo di comprare libri da raccolte sia private sia di comunità religiose che visitò; ma anche quando stava in Inghilterra riusciva ad avere notizie circa la disponibilità di libri e provvedeva ad assicurarseli, pagandoli anche anticipatamente. In gran parte i libri venivano ricopiati da esemplari deteriorati, sottratti alla distruzione ad opera di antiquari copisti legatori e miniatori che gravitavano attorno a lui, mentre a collezionare, correggere, glossare i testi provvedevano dotti frati minori o domenicani.

Questo vescovo inglese si avvaleva di un’organizzazione articolata organizzazione a più livelli, costituita da una rete privata di informatori, da un complesso di abili artigiani per la riproduzione e la decorazione libraria, nonché da un gruppo di esperti, sul piano culturale e dottrinario, per la valorizzazione dei testi.

Alla riscoperta di libri caduti in oblio si aggiungeva la raccolta di nuovi testi: i libri erano visti come armi di cui dotare la chiesa militante nella lotta contro pagani ed eretici.

Tale impegno nasceva da motivazioni differenti rispetto a quelle che spingevano ad analoga diligente ricerca di libri Francesco Petrarca.

I due si incontrarono ad Avignone nel 1333. Il Petrarca era solo agli inizi della sua impresa, si rese conto che il De Bury aveva messo insieme una delle raccolte di libri più ricche del tempo.

Che si trattasse di una biblioteca personale di una biblioteca destinata ad una comunità i problemi erano gli stessi, e gli accorgimenti per individuare ed acquisire libri non cambiavano: anche il Petrarca dovette avvalersi di una rete di informatori, di comunicazioni epistolari ed orali private, a causa dell’assenza di un mercato librario. Manca un mercato perché non esiste più una sufficiente offerta di prodotti. La produzione del libro è legata a richieste individuali, viene eseguita su ordinazione.

  1. L’esperienza dei due appassionati raccoglitori di libri del ‘300 porta a riflettere sull’articolazione di quelle che viene chiamata “ informazione bibliografica”. Risultano due fasi:
  1. raccolta di notizie sull’esistenza di determinate opere, scritte da determinati autori, che lo studioso ricavava dalla lettura di altri testi letterari attraverso semplici riferimenti o citazioni. “Il singolo libro non insinua soltanto se stesso nel nostro animo – scrive il Petrarca – ma fa penetrare in noi anche i nomi di altri, e così l’uno fa venire il desiderio dell’altro.

  2. individuazione e disponibilità di “esemplari” di determinate opere, ossia il Petrarca chiede agli amici di individuare l’ubicazione proprio dei libri da lui elencati al fine di procurargliene una copia. Ci sempre più corretto parlare nei casi come questo piuttosto di “informazione libraria” quella che oggi viene fornita agevolmente dal libraio all’acquirente.

Per ottenere queste informazioni lettori e acquirenti dispongono oggi di strumenti diversi, che consentono di poter fare a meno della comunicazione orale ed epistolare.

caratteristiche diverse: ossia quello privato, proprio dei singolo studiosi e quindi al di fuori di un’organizzazione formale, che ebbe nel Petrarca un modello per quanto attiene al programma culturale cui si ispirava.

Così nei primi del ‘400 il circuito privata si rafforzò ed estese con vigore soprattutto in Italia, in corrispondenza con l’affermarsi dell’umanesimo che trovò favore nelle corti e sostegno da parte dei principi rinascimentali: questi non lesinarono mezzi per costituire biblioteche degne del loro rango.

Le raccolte epistolari degli umanisti offrono la documentazione di una fitta rete di scambi di informazione libraria fra regioni e paesi diversi, di richieste e prestiti di libri fra singoli studiosi ma anche fra biblioteche.

Esemplare è il caso alla corte di Ferrara, del circolo letterario facente capo a Guarino Veronese e al Principe Leonello d’Este: di esso conosciamo il programma e l’attività attraverso la POLITIA LITERARIA , scritta da Angelo Decembrio , che ci ha tramandato una delle prime formulazioni del “canone bibliografico umanistico” presentato in forma discorsiva, attraverso il dialogo fra amici del circolo che vogliono conoscere i criteri cui attenersi nel formare le loro biblioteche personali, ossia la regola da seguire nello scegliere i libri e poi nell’organizzarli materialmente. L’autore fa esporre da Leonello il canone guariniano di quella cultura nuova che il circolo ferrarese vuole non solo far propria ma trasmettere agli altri. Il canone è selettivo: modus significa giusta misura nella raccolta dei libri, non bisognava accumulare più di quanto non occorresse. Vengono poi indicati gli autori le cui opere sono da includere senza esclusioni in questa biblioteca ideale con attenzione particolare per gli storici – Virgilio, Cicerone, Terenzio, Livio, Plinio, Sallustio, Giovenale, nonché i classici greci delle cui opere si avevano traduzioni latine – poi gli autori dei quali soltanto alcune opere sono ritenute opportune, si designano espressamente anche i libri da escludere perché appartenenti ad altri settori che non interessano gli studi umanistici come opere giuridiche o teologiche. Respinte anche le opere in volgare fra cui le più diffuse sono quelle di Dante, Petrarca e Boccaccio, considerate adatte al popolo.

  1. Il canone guariniano è tramandato in forma ragionata, accompagnato dai giudizi critici che motivano sia le scelte che le esclusioni. In tale forma esso risulta parte integrante e normativa del manifesto programmatico della nuova cultura umanistica, e va perciò al di là della funzione strumentale di guida per costituire una biblioteca.

Altro esempio è il canone bibliografico di Niccolò V così denominato perché redatto da Tommaso Parentucelli su richiesta di Cosimo de’ Medici. Il futuro papa era un dotto umanista, che conosceva non solo autori moderni ma anche antichi greci e romani. Il canone parentucelliano è un semplice elenco, ma il suo uso è limitato perché era destinato a biblioteche religiose. Per questa ragione dominano testi biblici, le opere di teologia e filosofia rispetto agli autori profani.

Quanto fosse mutata la situazione nel giro di un secolo appare anche dalle modalità di raccolta dei libri: esistevano ormai numerose e ricche biblioteche. I loro inventari costituivano precisi e sicuri punti di riferimento per individuare gli esemplari da trascrivere.

  1. L’informazione bibliografica e libraria risulta intensificata a metà del ‘400 come componente del quadro culturale generale, anzi come uno tra i più attivi, dei settori dell’intero sistema di comunicazione. Lo sviluppo dei traffici commerciali, la maggior facilità nel viaggiare resero l’Europa più animata e fervida di scambi in tutti i campi.

Dall’Ungheria Giovanni Vitez per mettere insieme la biblioteca del re Mattia Corvino volle libri di ogni facoltà, che fece cercare in Italia e fuori Italia…egli mandò in Italia dei giovani affinché studiassero pagati da lui, fra essi Giano Pannonio il quale studiò insieme a Guarino a Ferrara. Insomma gli scambi di dotti, artisti, ecc. furono frequentissimi. Per esempio il duca Federico aveva fatto venire ad Urbino non solo inventari e libri ma , dai Paesi Bassi, un maestro solenne di pittura, e fece venire dalle Fiandre maestri che tessevano arazzi.

Fu in questo contesto che in Europa nacque la tipografia: Gutenberg mise a punto la nuova tecnica in un mondo che vedeva accorciarsi le distanze, aumentare la rapidità delle comunicazioni, crescere sensibilmente le esigenze di informazione internazionale in tutti i settori dell’attività umana.

Essa rispondeva ad un’esigenza crescente di maggior diffusione, e a minor costo, di scritti di ogni tipo, stoffe, santini, carte da gioco, calendari ed anche libri di immagini con qualche didascalia.

Sia la stampa xilografica che quella a caratteri mobili erano state inventate secoli prima in Cina e in Corea, per stampe di carattere religioso e pratico: la riscoperta fatta dal mondo occidentale rivela un sensibile perfezionamento

tecnico. La stampa tipografica portò in Europa ad una svolta rivoluzionaria nella diffusione del libro perché introdusse il primo procedimento meccanico di produzione in serie di un manufatto, ciò consentì alla nuova editoria europea di diventare ben presto la prima vera industria moderna.

Il mutamento radicale partiva da una nuova dimensione imprenditoriale che richiedeva l’impiego e l’immobilizzo di un consistente capitale finanziario. La moltiplicazione degli esemplari di una stessa opera e la disponibilità accresciuta di un maggior numero di testi, fecero nascere nei produttori l’esigenza di far giungere al pubblico un’adeguata informazione.

Editori e stampatori dei primi decenni si trovarono di fronti a problemi sconosciuti agli amanuensi: infatti la produzione in serie poneva il problema dello smercio rapido di centinaia di esemplari. Nascono a fini commerciali, nuovi strumenti di informazione: prospetti, volantini, bollettini delle opere pubblicate o in corso di pubblicazione, che nel tempo si trasformeranno in cataloghi veri e propri. Tali pubblicazioni si sono perse quasi del tutto.

Anche gli studiosi sentivano il bisogno di tenere aggiornata la loro informazione circa i nuovi libri in circolazione. Testimonianza significativa di questa situazione ci è fornita da due documenti relativi alla tipografia romana.

Sono: una lettera scritta da Milano nel dicembre del 1470 ad Andra Bussi – editore di libri stampati da Sweynheym e Pannartz – con la quale Francesco Filelfo chiedeva notizie circi i libri che venivano pubblicati a Roma e i relativi prezzi; il REGISTRUM LIBRORUM IMPRESSORUM nel quale vennero elencate le edizioni pubblicate fino ad allora dai due prototipografi romani.

Per la Germania si conosce un avviso pubblicitario del 1466 di Heggestein ma ancor più interessante appare il volantino di Johann Muller detto REGIOMONTANUS in cui sono elencate le opere di astronomia, geografia e matematica disponibili nonché il prospetto di quelle in corso di stampa o in preparazione, con una dichiarazione finale che rivela il profondo impegno da cui era animato lo stampatore nel portare avanti il suo programma di lavoro.

Oltre che distribuiti questi elenchi venivano anche affissi presso scuole o locande in modo da attirare l’attenzione del pubblico: lo stampatore inglese Caxton si preoccupò della sorte dei suoi affissi aggiungendo in fondo un invito ai passanti: “Non strappare questo avviso, vi prego”.

Destinata in prevalenza all’informazione degli agenti librari sembra essere stata la LISTA DEI LIBRI STAMPITI del 1477 del protoeditore milanese Marco Roma.

Questo singolare incunabulo costa in un unico foglio in cui sono elencate 42 opere in forma molto sommaria: parecchie edizioni di classici sono indicate col solo nome dell’autore, altre al contrario solo col titolo, così si rende necessario lo stesso lavoro di ricostruzione bibliografica richiesto dagli inventari.

Nel 1498 anche Aldo Manunzio pubblica un prospetto delle sue edizioni – LIBRI GRAECI IMPRESSI – su un foglio unico, mentre i successivi, comprendenti autori latini e greci, occupa 4 pagine (1503) cinque nel 1513. Rivolgendosi agli studiosi, l’editore dice di voler dar notizia dei libri da lui pubblicati indicando anche gli argomenti che essi trattano: per ogni opera trascrivi i titoli dei capitoli. Era nato ormai il moderno bollettino o catalogo editoriale che offre informazioni particolareggiate sul contenuto dei libri, compresi apprezzamenti elogiativi circa la validità dell’opera. Aldo forniva anche le motivazioni della sua iniziativa: di fronte alle tante richieste di informazioni il catalogo gli avrebbe evitato di sottrarre al lavoro il tempo occorrente per singole risposte.

Questi cataloghi non vengono inclusi fra i repertori bibliografici veri e propri a causa della natura pubblicitaria e della frammentarietà, ma la loro importanza non può essere trascurata sotto diversi aspetti:

  1. Sono i primi strumenti di informazione bibliografica diffusi in numero di copie;
  2. Da notare la loro funzione di mettere il pubblico tempestivamente al corrente della produzione libraria;
  3. Va messo in rilievo anche il limite che tali cataloghi presentano sul piano documentario: ossia che non possono essere riguardati come testimonianze dirette della effettiva diffusione dei libri.
  4. Per stabilire la dimensione reale della circolazione libraria occorre l’ausilio di altre rilevazioni, di dati riguardanti il commercio, di verifiche e confronti critici.

La novità sta nell’estensione “universale” dell’indagine. Questo primo canone bibliografico generale risulta un bilancio complessivo dell’età umanistica. Una guida per gli studiosi di ogni settore disciplinare ma ancora prima una guida per la formazione delle biblioteche pubbliche e private. La distinzione è sintomatica: mostra in Gesner la consapevolezza di quell’insufficiente disponibilità di libri che abbiamo rilevato, e nello stesso tempo la preoccupazione per i pericoli di gravissimi danni al patrimonio librario universale. Sono gli anni dell’avanzata dei turchi con la conseguente distruzione di biblioteche (sacco di Buda).

Gesner era spinto dal desiderio di contribuire concretamente alla salvezza e alla conservazione dei documenti scritti della civiltà umana, invocava la costituzione di biblioteche pubbliche, le sole in grado di conservare i libri a lunghissima scadenza e tenerli a portata di mano per l’uso immediato del lettore.

Gesner da una parte perfeziona ed approfondisce l’informazione bibliografica secondo una formula tecnicamente più avanzata. L’altro settore in cui occorre intervenire è quello della disponibilità materiale dei libri che devono essere facilmente reperibili e accessibili.

Il problema assume chiaramente una dimensione sociale e Gesner ne ha lucida consapevolezza: la sua esortazione alle autorità di governo perché provvedano a creare istituti stabili e duraturi, tali che garantiscono la conservazione ma altresì l’accessibilità del patrimonio librario inteso come bene culturale collettivo, si ricollega all’affermazione da parte di Lutero e di Melantone dei compiti spettanti al potere secolare nel campo dell’educazione.

Il repertorio gesneriano contiene la segnalazione di circa 12.000 opere, che diventeranno 15.000 con le aggiunte contenute nell’Appendix fatta seguire nel 1555. L’autore indica le fonti di cui si è servito: sono le biblioteche di Roma, Firenze, Bologna e Venezia cui si aggiungono biblioteche dei paesi germanici e raccolte private di studiosi quali Erasmo e Konrad Peutinger.

Il repertorio di Gesner è un catalogus scriptorum, al quale egli dà un nome particolare, costituito da un’espressione metaforica. La sua è una Bibliotheca ideale, un progetto di biblioteca definita nelle singole componenti: una raccolta di titoli di opere, di determinati autori che dovrebbero far parte di una biblioteca reale, costituita coi libri contenenti tali opere. Il successo della sua impresa portò ad adottare tale espressione figurata come termine tecnico per indicare un certo tipo di repertori; a differenza dei precedenti bibliografi, Gesner volle dare una dimensione generale alla sua opera rispetto al pubblico cui intendeva rendersi utile. Voleva contribuire ad assicura la trasmissione della documentazione culturale del passato ai posteri, ma aveva ben presenti le esigenze dei contemporanei.

Nella sua opera Gesner in un primo momento aveva pensato di limitarsi agli autori antiche e ai migliori fra quelli moderni, poi preferì includere anche autori non validi proprio perché i lettori fossero avvertiti della loro inutilità. Così aggiunge all’indicazione delle opere i titoli dei capitoli, gli argomenti trattati, brani di prefazioni e anche giudizi critici. In poche parole una guida alla scelta consapevole delle opere, dettata anche dalla volontà di porre rimedio a certi aspetti negativi del commercio librario dell’epoca. Esistevano librai impreparati, che dei libri conoscevano solo il titolo riportato nel frontespizio, e c’erano anche librai disonesti. Librai, cioè, che raggiravano i clienti offrendo loro come novità volumi manipolati cui avevano cambiato il titolo o interpolato altri testi.

Proprio per aiutare i lettori a scegliere la formula di descrizione bibliografica risulta più articolata: oltre all’autore e al titolo dell’opera, vengono date le note tipografiche, l’indicazione del formato, del numero delle cartelle e del prezzo. Fu Gesner che mise a punto il modulo della scheda che tuttora in uso nei cataloghi di biblioteca e lui stesso prospetto l’impiego di un esemplare del suo repertorio per quest’altra utilizzazione: con la semplice aggiunta delal segnalazione degli esemplari reperibili in una determinata sede si trasformava il catalogus scriptorum in catalogus librorum di un biblioteca.

Dal punto di vista struttura l’opera do Gesner segna un avanzamento del meccanismo del suo sistema di comunicazione registrata. Ecco le sue tre fasi fondamentali:

  1. raccolta dei dati;

  2. inserimento dei dati in una memoria, secondo una schema programmato e reso noto ai potenziali utenti;

  3. recupero da parte di chiunque dell’informazione, al momento richiesto.

La BIBLIOTHECCA UNIVERSALIS è costituita da due parti, di cui la secondo è quella che ne accresce la funzionalità in quanto offre al lettore altri canali di accesso all’informazione.

Già la prima parte ordinata secondo l’ordine alfabetico degli autori, era stata dotata anche di un indice degli autori elencati secondo il ‘cognome’, così da assicurarne l’individuazione. Evidenti le limitazioni di tale struttura: l’impossibilità di individuare opere di cui non si conosce l’autore… proprio a questa situazione fa fronte la seconda parte dell’opera, intitolata PANDECTAE. Le notizie e i dati risultano qui organizzati secondo una classificazione sistematica che poggia sulla visione della filosofia come enciclopedia delle scienze e delle arti. Interessante notare il superamento dello schema medievale delle arti liberali e, soprattutto, l’articolazione in 21 classi ciascuna delle quali è ulteriormente suddivisa in sezioni così da facilitare la ricerca. (Grammatica, Dialettica, Geometria, Musica…).

Pochi anni dopo Conradus Lycostenes a insaputa di Gesner, pubblicò un repertorio dal titolo pomposo, il quale altro non era che la spogliata dalle notizie aggiuntive e delle valutazioni critiche.

L’amarezza di Gesner fu determinata dal vedere traditi i principi ispiratori dell’opera, più che dal plagio. Ciò che a Gesner premeva spiegare al pubblico era la sostanziale differenza tra questo elenco segnaletico e la sua opera originale intesa ad orientale il lettore in tanta produzione libraria. Qui stava il punto: aiutando i lettori a districarsi nel labirinto librario egli veniva a ledere gli interessi degli stampatori e degli autori mediocri, che sono sempre stati la maggioranza. Lo aveva detto anni prima che una delle conseguenze negative della stampa tipografica era nel fatto che si pubblicavano ormai troppe cose di scarso valore o del tutto inutili.

Particolare interessante è il fatto che i seguaci di Gesner furono tutti studiosi e professori di teologia. Così, mentre nelle biblioteche dell’area cattolica si provvedeva a cancellare nomi, notizie ed apprezzamenti sugli esemplari della Bibliotheca universalis in ossequio alla disposizioni delle censura ecclesiastica romana, nel mondo riformato se ne svuotava la potenzialità critica riducendola a semplice “onomasticon”.

Da entrambe le parti l’intolleranza portò a distruggere materialmente una gran quantità di libri: quelle perdite gravi del patrimonio librario collettivo, che Gesner paventava da parte dei turchi barbari ed infedeli, furono causate non meno dagli stessi cristiani europei.

Che le biblioteche dovessero riguardarsi come strumenti da utilizzare per la difesa della religione lo affermava anche il teologo Fries, inoltre in quegli stessi decenni si assisteva ad una ridda di elenchi di libri proibiti emanati nell’area cattolica fino a che per ordine del papa Paolo IV venne pubblicato L’Index librorum prohibitorum, repertorio ufficiale della chiesa romana, cui seguì alcuni anni dopo il cosiddetto “Indice Tridentino”. Anche questo era un canone bibliografico, sia pure in negativo.

Gesner venne incluso fra gli autori della prima classe considerati eretici, dei quali erano proibite tutte le opere al completo: poi nell’Index pubblicato dall’Inquisizione spagnola (1612-1614) si delimitò il divieto condizionandolo a numerose espurgazioni.

L’index cattolico venne usato per scopi del tutto opposti a quelli per cui era nato, servì soprattutto a limitare e reprimere la circolazione libraria, nonché a far mutilare una parte dei libri già circolanti; inoltre, gravi furono le ripercussioni sulle biblioteche che fino a quel momento non avevano attuato sensibili discriminazioni e nelle quali si raccoglievano in armonica convivenza testi di autori laici e cristiani.

Nel seicento i conventi metteranno fine ad una secolare tradizione rifiutando spesso raccolte librarie a loro destinate in lascito da privati cittadini e chiudendosi in diffidente isolamento.

L’ indice dei libri proibiti ebbe la funzione tattica di un argine opposto alla diffusione del pensiero riformista, ma la sua efficacia del contenimento non poteva essere che relativa. La chiesa romana organizzò una controffensiva per riconquistare le posizioni perdute e per ricostruire un predominio dottrinario e culturale di lunga durata, nella quale risultò preminente il contributo portato dalla Compagnia di Gesù. In particolare a noi interessa l’opera del gesuita Antonio Possevino. La cui Bibliotheca Selecta costituì lo strumento base di un piano strategico inteso a tradurre in pratica, la dottrina sancita dal Concilio di Trento.

Possevino nell’introduzione, che Gesner e altri avevano fornito, a preoccuparlo per il danno che poteva derivarne per il mondo cattolico. Il titolo stesso dichiara la contrapposizione ideologica verso l’opera aperta di Gesner, erano proprio l’universalità e l’imparzialità dell’informazione offerte dagli elenchi e le biblioteche di autori ordinati alfabeticamente, spiegava nella parte introduttiva. Egli si propose ciò che nessuno ancora aveva fatto: di stabilire un preciso programma di studi proporzionato a ciascuno individuo a seconda delle sue condizioni e del suo stato sociale indicando a tale fine gli autori migliori e più corretti.

V. “BIBLIOGRAPHIA” FRA BIBLIOTECHE E GIORNALI LETTERARI NEL SEICENTO

Nel giro di un secolo e mezzo la tecnica tipografica aveva sconvolto il sistema sociale di comunicazione creando nuove strutture articolate su piani e a livelli diversi. Tenuto conto della popolazione dell’epoca, si può affermare che un insieme tanto imponente di carta stampata di ogni tipo giunse ad assumere i connotati di un effettivo mezzo di comunicazione di massa, sollecitando l’estendersi del processo di alfabetizzazione.

La necessità di una mediazione nei confronti del pubblico potenziale fece nascere forme e strumenti diversi di pubblicizzazione che rispondevano ad esigenze di propaganda commerciale proprie di editori e tipografi e librai, sia al bisogno di informazione bibliografica nel campo degli studi.

Nella seconda metà del ‘500 alla competizione contenuta entro un normale confronto dialettico, rispettoso dell’avversario, subentrarono lo scontro ideologico e la controversia.

Vediamo articolarsi due modelli opposti che risultano centrati su una diversa interpretazione della funzione sociale della cultura.

Sono modelli antagonisti: da una parte la visione laica secondo la quale la dignità dell’uomo risiede nella ricerca responsabile e razionale della verità, dall’altra la visione dogmatica di chi si ritiene portatore di certezze indiscutibili rispetto alle quali non può essere lasciata libertà di scelta ai singoli individui.

La storia della diffusine della cultura nell’età moderna è caratterizzata dallo scontro e dall’alternanza di questi due modelli. Ma il secondo per la sua natura totalizzante, raggiunge spesso forme di coercizione violenta o sul piano religioso o sul piano politico, oppure su entrambi i piani.

Quando Lutero nel 1524 rivolse ai consiglieri di tutte le città del territorio germanico un caloroso invito a fondare scuole cristiane li sollecitò altresì a costituire biblioteche ben fornite non solo di bibbie ma anche di opere concernenti tutti i campi del sapere, che si tratti di autori pagani o cristiani.

La lotta ideologica si rafforza innanzitutto sul piano istituzionale, accentrando l’attenzione sulla biblioteca come servizio pubblico che rende disponibili a tutti gli strumenti di studio e di informazione culturale.

È quanto fece il cardinale Federico Borromeo istituendo quella biblioteca Ambrosiana che diventò un punto di riferimento (1609) la quale fu aperta per quattro ore al giorno mettendo a disposizione di chiunque un ricco patrimonio culturale.

Nel 1602 fu aperta al pubblico la biblioteca che Thomas Bodley aveva donato all’Università di Oxford e a Roma il padre Angelo Rocca aveva destinato all’uso pubblico la sua raccolta libraria lasciata agli Agostiniani (1605). Questi tre casi furono additati come esemplari e degni di essere imitati da Gabriel Naudé nell’opera da lui dedicata al presidente del parlamento Henri de Mesme che l’aveva chiamato ad occuparsi della sua ricca biblioteca personale. L’intento di Naudé fu quello di definire i criteri e le motivazioni culturali da seguire nella formazione di belle e magnifiche biblioteche per poi destinarle e consacrarle all’uso pubblico.

Naudé ebbe la possibilità di formare a Parigi la grande Biblioteca del cardinale Mazzarino aperta nel 1647, egli propose un canone bibliografico espressione del nuovo clima culturale, ci troviamo di fronte ad una proiezioni enciclopedica che travalica non solo le chiusure ideologica di matrice dogmatica ma altresì il culto degli antichi sul quale era centrato il messaggio umanistico.

Naudé dichiara necessario raccogliere ogni sorta di libri perché una biblioteca costituita per l’uso del pubblico deve essere universal, e tale non può essere se non contiene tutti i principali autori; inoltre precisa che l’eccellenza di una biblioteca si rivela quando ognuno trova in essa ciò che cerca.

Il criterio principe di questo nuovo canone imponeva di fornire le biblioteche destinate al pubblico le migliori edizione di autori antichi e moderni, quegli autori che meglio hanno trattato le parti di una qualsiasi scienza, ma anche coloro che hanno scritto nella maniera più efficacie contro qualche scienza, senza tralasciare tutte le opere dei principali eresiarchi o fautori di religioni nuove e differenti dalla nostra. Naudé portava un deciso contrattacco al canone e alla prassi controriformistica.

Sul fronte dell'ortodossia cattolica c'è da registrare il moltiplicarsi dei repertori di scrittori ecclesiastici. Anche gli ordini religiosi di dimostrarono molto attivi nel far conoscere le opere dei loro scrittori, a cominciare dai gesuiti: la Bibliotheca scriptorum Sociatatis Jesu - Roma 1676 - pubblicata da M. Sotwell è l'esito finale di un aggiornamento iniziato dal confratello Pedro Ribadeniera poi ampliato da Philippe Alegambe. Accanto ad essi vanno citati i repertori dei Cistercensi, dei Domenicani e degli ordini francescani.

Queste opere risultano oggi importanti come testimonianza storiche di un'attività complessa nella sua articolazione e molto più variegata di quanto possa risultare dai semplici titoli.

Citiamo anche il repertorio dedicato da A. Baillet alle opere scritte contro qualche autore, basta scorrere l'indice per rendersi conto della varietà del genere: dagli scritti antri-cattolici dovuti ai protestanti si passa a quelli anti- protestanti dovuti alla penna di autori essi stessi protestanti.

Vale la pena ricordare anche un opera emergente: il trattato di Claude Clement, che pur caduta in oblio, resta un documento importante per la storia delle biblioteche. A noi interessa sottolineare la visione del tutto statica dell'istituto bibliotecario della quale si appaga l'erudizione dell'autore, un gesuita professore al collegio di Madrid.

E' ben vero che il primo scopo assegnato alla biblioteca è l'utilità pubblica, ma essa resta schiacciata da altre sette finalità tra cui primeggia la visione dell'erudizione. Clement vede la biblioteca come un contenitore pieno di risposte cui avrebbero fatto ricorso dotti e scrittori. Questa visione sacrale ed oracolistica porta a perfezionare strumentalmente la netta separazione fra libri buoni e libri cattivi.

Diversa la posizione di Adrien Baillet (1649-1706) in apertura della sua opera dichiarava di non voler assumere criteri di valutazione morale ma di limitarsi ad una semplice esposizione dei giudizi espressi da altri. ("giudizi degli uomini dotti sulle principali opere di autori"). Anche Baillet era cattolico, dopo aver preso gli ordini sacri era diventato bibliotecario presso l'avvocato Lamoignon, presidente del Parlamento. Dopo aver portato a termine il catalogo della raccolta affidatagli, si dedicò a un'opera simile a quella di Naudé.

Il suo è un nuovo approccio metodico, una trattazione articolata secondo il genere delle opere anzi il tipo degli autori, considerati quasi per categorie professionali (i critici, i bibliotecari - ossia gli autori di repertori - , i grammatici, i poeti, i traduttori ecc.). Quando egli indica i limiti dell'opera di Gesner nell'impossibilità per un uomo di ampliare la ricerca quanto occorreva. La Bibliotheca universalis risulta ai suoi occhi il modello di un progetto non ancore realizzato fino a quel momento.

La sua opera comincia con la rivendicazione della libertà di giudicare gli scritti di un autore in analogia col diritto di esprimere attraverso gli scritti il proprio pensiero; fu molto criticato, i gesuiti, ad esempio, non gli perdonarono una certa severità usata verso alcuno di loro; il caso più emblematico è quello di Gilles Ménage che scrisse un libretto intitolato ANTI-BALLET, in risposta a delle critiche dell'autore che lo riguardavano.

A distanza di un secolo dall'impresa gesneriana ogni disegno di repertorio retrospettivo universale risultava ormai impresa superiore alle forze di un singolo individuo. Anche altri ci provarono senza riuscire a perfezionare i propri progetti, che comunque assumevano compiti puramente repertoriali non collegati ad un programma ideologico. Fra essi ricordiamo il padovano Raffaello Savonarola (1646-1730) superiore dei teatini di Monaco, dove nel 1679 iniziò il gran lavoro dell’Indice Universale di tutte le opere stampate fino al 1700, in tutte le materie, lingue ed edizioni, lavorò 20 anni trascrivendo cataloghi di biblioteche non solo tedesche e riempendo 40 volumi manoscritti, dei quali non v’è nessuna traccia.

Uguale sorte toccò all’opera di Francesco Marucelli, il quale continuò tutta la vita a raccogliere volumi di ogni genere e particolarmente di storie, che trattassero una sola materia, andò ricavando migliaia e migliaia di titoli per un repertorio intitolato: Mare Magnum. L’opera tuttavia restò manoscritta e fu poi accresciuta da altri fino a riempire 111 volumi in folio. Alla fine dell’800 Guido Biagi pubblicò un INIDICE dei soggetti. Il tentativo quantitativamente più rilevante fu quello dell’abate Philippe Drouyn, dottore della Sorbona: il materiale da lui raccolto per una bibliografia universale riempie ben 321 volumi manoscritti, conservati alla biblioteca dell’Arsenale di Parigi, tuttora inediti!

Le difficoltà che ne derivavano già ai contemporanei, curiosi di scoprire la vera identità degli scrittori, provocarono un nuovo tipo di repertorio. Fra i molti emerge per ampiezza, se non per precisione, quello del Placcius (Vincent Plakke, 1642-1699, professore dell’Università di Amburgo) il suo è il primo repertorio consistente con migliaia di voci accresciuto in edizioni successive. Date le difficoltà di compilazione Placcius chiese aiuto ad Antonio Magliabechi e altri eruditi per una collaborazione collettiva. Il repertorio di quest’ultimo merita di essere citato anche per un saggiò che è il primo tentativo di analisi ragionata di quel fenomeno, cioè sia dell’usanza di cambiar nome e dei motivi che la provocavano sia delle varie forme adottate.

Antonio Magliabechi. 1633-1714, bibliotecario del Granducato di Toscana, occupa un posto di rilievo nel quadro organizzativo dell’informazione bibliografica e libraria degli ultimi decenni del Seicento. È un personaggio singolare, svolse un attività mediatrice di incisiva efficacia culturale esclusivamente attraverso i canali dell’epistolografia privata.

La singolarità sta appunto nella dimensione privata e personalizzata di una funzione che in quegli anni viene pubblicamente istituzionalizzata in Europa attraverso i repertori e ancor più attraverso i giornali letterari. Magliabechi, vivendo nelle biblioteche fiorentine, riuscì ad essere lui stesso fonte di diffusione di notizie e di libri.

Magliabechi fu un erudito, un bibliografo, un biblofilo, ma fu anche ben altro e ben più, mediatore culturale per eccellenza, fornisce dati ai bibliografi, raccomanda professori alle università, fornisce libri a tutti…

Proprio un suggerimento del Magliabechi ispirò il singolare repertorio di Giovanni Cinelli Calvoli (1677-1718) intitolato Biblioteca Volante , un catalogo fatto di fogli volanti e opuscoli di non più di sei pagine, che attirò l’attenzione, nella sua opera veniva censito un materiale a stampa assai facile alla dispersione che l’autore individuò in circa trenta biblioteche italiane. Oltre al fine dell’informazione è presente l’intento di salvaguardare tale materiale, e facilitarne l’effettivo reperimento.

Fabaiano Giustiniani nel 1612 compilò L’indice alfabetico universale sulla base del patrimonio librario esistente nella Biblioteca Vallicelliana di Roma, essendo un repertorio per soggetti privo delle segnature di collocazione, non può essere considerato un catalogo di biblioteca ma un “elenco”.

I repertori fino a qui esaminati rivelano molteplicità di strutture non meno che varietà tipologica in rapporto alle aree interessate, mettendo in evidenza come la tecnica repertoriale avesse raggiunto nel corso del XVII secolo notevole incremento ma anche sensibile evoluzione.

Il gesuita Philippe Labbé 1607-1667, fu tra i primi a stendere una mappa della situazione ossia un “Repertorio di repertori” che definì Bibliothecam, Bibliotecarum, Catalogum, Catalogorum…. L’opera comprende parecchie centinaia di titoli relativi a tutte le discipline e a popoli di tutto il mondo. La rendono agevole all’uso otto indici mentre l’informazione è data con assoluta imparzialità. Occorre notare che Labbé riunisce in un unico gruppo repertori di tutti i tipi.

Il Bibliotecarius quadripartitus di Heinrich Hottinger, 1664, volle essere una guida all’organizzazione di una biblioteca in cui i libri fossero ordinati secondo una classificazione intesa a facilitarne il reperimento. I repertori vengono da lui distinti in e , questi ultimi ulteriormente articolati. L’autore sente il bisogno di definire il termine bibliotheca nella più recente accezione di “repertorio” accanto a due significati originari di “sede” di una raccolta libraria e “raccolta” di libri.

Più complesso, appare il Polyhistor di Daniel Georg Morhof 1639-1691, professore e bibliotecario all’Accademia di Kiel, il cui impegno ambizioso mirava a dare un bilancio dello stato delle conoscenze in tutte le discipline, dalle origini fino a quel momento. Il metodo prescelto era nuovo, un metodo critico, mentre in precedenza l’ historia litteraria era stata presentata elencando gli autori in ordine cronologico o alfabetico o per generi… il suo schema tripartito poggia su un “nuovo sistema”. Va osservato come la trattazione vera e propria sia preceduta da due libri – bibliothecarius e metodicus – in cui vengono illustrate la strumentazione di base e la metodica indispensabili ad affrontare lo studio della storia letteraria. Si comincia dalle biblioteche viste nella loro funzione sociale di memoria collettiva, un capitolo apposito è dedicato agli scrittori bibliotecari: tale denominazione comprende soltanto gli autori che hanno trattato dell’organizzazione tecnica o della storia delle biblioteche. Seguono gli scrittori di cataloghi, ritenuti importanti per lo studioso quanto le carte geografiche per i viaggiatori.

L’opera è molto importante sia per l’impostazione sia per l’influenza da essa esercitata nei decenni successivi. Intanto essa segna un passo avanti nell’approfondimento di un concetto la cui assenza era stata lamentata da Francis Bacon.

Il significato di “storia letteraria” presenta a quest’epoca una significato meno incisivo, più generico rispetto a quello che assumerà nella seconda metà del ‘700, poiché equivale in pratica alla semplice notizia o conoscenza degli uomini più importanti, notizia che veniva fornita da repertori e cataloghi.

Possiamo soffermarci a questo punto su un fatto che a noi oggi appare importante ma non ebbe molta risonanza ai suoi tempi, ossia l’apparizione del termine BIBLIOGRAFIA, escogitato da Naudé per intitolare un opera. All’autore era stata richiesta una nomenclatura di libri e scrittori ma a Cervia, dove compose l’opera, egli non aveva a portata di mano né libri personali né una biblioteca di cui servirsi; perciò si scusava di non aver potuto citare con precisione i titoli delle opere esaminate. In realtà egli, volendo fare qualcosa di diverso da un semplice elenco di libri, aveva fornito l’esposizione critica di opere concernenti un settore disciplinare che trova qui una delle prime elaborazioni istituzionali. Non poteva quindi intitolarla Bibliotheca perché non era uno dei suoi soliti repertori.

Una ragione tecnica spinse quindi Naudé ad escogitare un titolo diverso per un opera di nuovo genere che troverà giusta collocazione nell’ambito della storia letteraria. Ma il nuovo termine non ebbe fortuna.

Il termine riapparve nella forma originaria in fronte ad una pubblicazione destinata agli studiosi: la BIBLIOGRAFIA PARISINA […] curata dal carmelitano Louis Jacob. La riproposta del termine nuovo era dovuta al suggerimento di Naudé che aveva spinto Jacob ad avviare quest’altra impresa quando già era intento a raccogliere materiale per una Bibliotheca universalis degli scrittori francesi.

La nuova pubblicazione doveva dare notizia dei libri più recenti stampati in una determinata area geografica: era anch’essa diversa quindi da una bibliotheca quale raccolta organica di libri rispetto agli autori e al contenuto, poiché il denominatore comune veniva ad essere un dato esterno: il luogo e l’anno di stampa dei libri; era sì un catalogo di libri, ma di libri non appartenenti ad una biblioteca.

Era nata praticamente moderna, ma il termine continuava ad avere scarsa fortuna.

VI. LA BIBLIOGRAFIA DEI GIORNALISTI, DEI PROFESSORI E DEI LIBRAI NEL SETTECENTO

  1. La contrapposizione fra >biblioteche < e >giornali< era stata puntualizzata già alla fine del seicento. Le biblioteche retrospettive erano viste come una memoria pubblica che aveva assicurato la conservazione di notizie su opere e su scrittori del passato; per i giornali si riconosceva il sensibile impulso dato alla conoscenza della produzione recente, quindi all’aggiornamento circi i risultati degli studi a livello internazionale attraverso l’intensificazione della comunicazione fra i paesi di tutto il mondo.

Va notato come la contrapposizione riguardi solo le funzioni dei due tipi di informazione bibliografica, funzioni diverse ma complementari, che vengono poste su un piano di piena continuità in quanto congiungono il presente al passato. Questa consapevolezza dei contemporanei impone l’inclusione dei nell’area della bibliografia.

Biblioteche/repertori e giornali erano visti come componenti di un’unica “memoria di informazioni”. I giornali costituivano una nuova risposta, offrivano uno strumento più adeguato alla plurisecolare esigenza di resecare il numero sempre crescente di libri in una situazione culturalmente e socialmente mutata.

Una diversità sostanziale si riscontra sul piano linguistico: per le bibliothecae si usava il latino mentre per i giornali appiano in grande maggioranza compilati nella lingua nazionale e resi così accessibili ad un pubblico più vasto. Rispetto ai primi giornali francesi, inglesi e italiani in lingua volgare, il giornale di Lipsia denota un legame privilegiato con l’ambiente delle accademie e della scuola.

Il giornale parigino “Journal des Scavans” era nato all’ombra del potere statale, regnante Luigi XIV, e col tempo aveva rafforzato le sue caratteristiche ufficiali. L’efficacia del suo ruolo è dimostrata dall’apparizione all’inizio del nuovo secolo per opera dei gesuiti 1701 dei Mémoires de Trévoux. Dapprima bimestrali, ebbero periodicità mensile dal 1724 fino al 1767, quando cessarono tre anni dopo la cacciata dei gesuiti.

Particolarmente interessante è la documentazione proveniente dal mondo della scuola in area germanica. Ricordiamo ancora Morhof, il quale aveva voluto spiegare agli studenti in che modo e per quale scopo essi dovevano servirsi dei libri quali strumenti per affrontare un programma di studio. Questo indirizzo fu perseguito nel ‘700 con maggior incisività dallo Struve e dall’Heumann.

Burkhardt Gotthelf Struve, 1671-1738, bibliotecario e professore di storia all’Università di Jena, fu autore di alcune bibliothecae relative alle discipline da lui insegnate ma anche di un manuale scolastico che ci interessa in modo particolare. Nel 1703 l’autore illustrava lo schema da lui seguito nella trattazione: al primo posto poneva sussidi di carattere generale – i giornali innanzi tutto – poi i cataloghi, i repertori particolari fino a quelli biografici. Ma la parte pratica, dedicata all’uso dei repertori e delle biblioteche, era preceduta nel primo capitolo da alcune precisazioni teoriche che si impongono all’attenzione per la proposta di due distinzioni destinate ad ulteriore elaborazione nel corso del secolo.

La prima riguarda il tipo di conoscenza dei libri, perseguibile a due livelli: uno è quello tipico dei librai cui interessano solo i titoli e la varietà delle edizioni, in quanto il libro è per loro l’oggetto di commercio; l’altro riguarda chi studia ed è interessato a valutare il contenuto dei libri, così, da poter meglio scegliere i libri più adatti alle proprie esigenze.

Viene precisata la duplice realtà del libro, che è un prodotto materiale delle tecnica tipografica ed insieme il frutto di una creazione letteraria.

L’altra distinzione rivela una decisa progressione nel definire il concetto di storia letteraria, l’autore definisce la differenza tra la fase euristico-classificatoria e l’indagine elaborata secondo uno svolgimento cronologico ordinatamente collegato nelle sue correlazioni e sequenze. Quest’ultima soltanto è la vera storia letteraria, mentre la prima va considerata come conoscenza di opere letterarie.

In seguito Christoph August Heumann 1681-1764, professore, nel manuale compilato con l’intento di aprire i giovani studenti alla storia letteraria, esprime una ferma condanna dell’enciclopedismo superficiale. Il programma di insegnamento illustrato nel manuale, appare caratterizzato in senso metodico: l’autore guida ad un impegno personale di studio e di ricerca. Particolarmente interessante il capitolo centrale dove sono delineate le caratteristiche culturali dei vari secoli. È messa in luce anche la funzione svolta dal mecenatismo dei principi e delle Accademie. L’esposizione è accompagnata da riferimenti bibliografici che rinviano alle vite degli autori, alle storie delle istituzioni e degli studi nei singoli settori disciplinari.

Non viene data insomma una semplice rassegna dei repertori, ma sono esposti i criteri e suggerimenti necessari per imparare a distinguere le caratteristiche dei libri, a giudicare delle loro diversa utilità.

Il successo dei manuali di Struve ed Heumann è attestato dal numero delle edizioni come dai giudizi elogiativi dei contemporanei.

La distinzione di Struve fu largamente recepita. Alcuni decenni dopo, nel dare alle stampe la prima STORIA DELLA LETTERATURA ITALIANA (Modena 1777) Girolamo Tiraboschi metteva in evidenza la diversità tra la sua nuova opera e le biblioteche o repertori analoghi: questi ultimi non offrono un esatto racconto dell’origine, dei progressi, della decadenza, del risorgimento…che le lettere hanno incontrato in Italia. Egli invece intendeva scrivere una vera e propria storia della letteratura italiana, non la storia degli scrittori.

Per avere un quadro completo della situazione dobbiamo tener presente come fin dall’inizio del secolo la ricerca di affinamento metodico nell’ambito della scuola procedesse, in Germania, di pari passo con la produzione di repertori secondo una formula sempre più rigorosa.

Johann Albert Fabricius 1668-1736, uno dei più dotti e fecondi bibliografi del secolo, fornì gli strumenti fondamentali per lo sviluppo e l’approfondimento degli studi di filologia classica. La sua Bibliotheca graeca riassume i risultati fino allora prodotti dalla ricerca filologica. Fabricius fornisce per ogni autore un quadro dettagliato dei dati conosciuti circa le singole opere, elencando i codici che ne tramandano il testo, le edizioni e la stampa.

Nell’area germanica si incontrano altresì i fondamenti dello sviluppo delle scienze naturali costituiti da bibliografie speciali di alto livello. Esempio illustre fu la bibliotheca redatta da Carl von Linne, 1707-1778, professore dell’Università di Uppsala, esercitò una grande influenza sull’evoluzione della botanica e della zoologia, introducendovi una riforma della sistematica e della nomenclatura.

Se guardiamo alla situazione italiana troviamo indicazioni che rilevano un interesse preferenziale per le opere dell’antichità classica, rese accessibili, attraverso la traduzione in lingua volgare, a un pubblico non specializzato. Curioso osservare come la Biblioteca degli volgarizzatori di Filippo Argelati era già stamapata nel 1755, anno della morte dell’autore, ma fu lasciata

giacere nei magazzini per 12 anni. Gli eredi decisero di metterla in circolazione quando a Venezia apparve il repertorio analogo di Jacopo Maria Paitoni.

Nel suo manuale -1718- Heumann aveva osservato che non esiste un uomo che fosse riuscito ad esporre in modo perfetto e completo tutta la storia letteraria, quindi non c’era da aspettarsi molto in questo settore. La stessa consapevolezza appare non meno viva in Girolamo Tiraboschi.

Aspetti di effettiva novità nel ‘700 sono il rigore e l’approfondimento scientifico delle bibliografie speciali; per il resto si continua secondo le formule del secolo precedente, pur con maggior diligenza nel lavoro di scavo e con accortezza più avvertita circa la funzionalità degli strumenti che venivano usati.

In Italia il primo repertorio generale retrospettivo di estensione nazionale fu quello di Giusto Fontanini , DELL’ELOQUENZA ITALIANA, AGGIUNTOVI UN CATALOGO DELLE OPERE PIU’ ECCELLENTI CHE INTORNO ALLE PRINCIPALI ARTI E FACOLTA’ SONO STATE SCRITTE IN LINGUA ITALIANA , 1803-1804, l’opera ebbe molto successo. Essa appare collegata all’attività di insegnamento del Fontanini, professore di eloquenza all’università di Roma, e motivata dal desiderio di favorire la conoscenza di quegli scrittori che più eccellenti sono riusciti nell’Italiana eloquenza, così da por rimedio alla scarsa conoscenza della lingua ovvero alla diffusa incapacità di parlare e scrivere bene l’italiano.