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Biografia della vita dell'imperatore Caligola.-
Tipologia: Schemi e mappe concettuali
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Caligola incarna la mostruosa aberrazione del tiranno. Beveva perle disciolte nell'aceto e mangiava cibi cosparsi d'oro. Costringeva aristocratici di sesso femminile e maschile ad avere rapporti carnali con lui. Con feroce crudeltà infieriva soprattutto sui senatori romani e torture e condanne a morte erano all'ordine del giorno. Convinto di possedere una natura sovrumana, impose ai suoi contemporanei di onorarlo come un dio. Volle elevare anche il suo cavallo alla dignità di console e progettò di sostare il cuore dell'Impero da Roma ad Alessandria. Il biografo Suetonio e gli altri storici antichi hanno dato una spiegazione a tale comportamento: era pazzo. Il filosofo Seneca attribuisce a Caligola una “mente insana” e lo definisce “bestia”. Anche gli studiosi moderni si sono uniformati a questo giudizio: “follia cesarea”. Tuttavia le cose stanno in modo più complesso di quanto si possa pensare a prima vista. Già nell'800 si è potuto stabilire che le fonti antiche relative a questo imperatore non sono affatto così affidabili come vogliono sembrare. Prendiamo ad esempio la vita sessuale di Caligola: la notizia per cui l'imperatore avrebbe avuto rapporti incestuosi con le tre sorelle è falsa e si trova formulata per la prima volta in Suetonio un secolo dopo la sua morte. E' facile dimostrarlo: i due ben informati contemporanei di Caligola, Seneca e Filone, non si sarebbero lasciati sfuggire una notizia del genere, eppure non ne fanno parola. Lo stesso vale per Tacito. Un altro esempio: a metà dell'anno 39 fu ordita una vasta congiura contro Caligola. La fonti più antiche tacciono del tutto a riguardo. Anche Suetonio nella sua biografia di Caligola non fa parola della congiura. Gli esempi si possono moltiplicare a piacimento, e tutto questo porta alla seguente conclusione: i racconti su Caligola tramandati dagli autori antichi perseguono l'evidente scopo di attribuire all'imperatore i tratti di un mostro dalle azioni dissennate. Veniamo alla pazzia: fin dal v secolo a. C. nel mondo antico si studiavano i fenomeni psicopatologici. Sull’argomento aveva scritto lo scrittore romano Cornelio Censo che nel suo De Medicina definisce la “pazzia” una malattia che si manifesta con comportamenti privi di senso o discorsi incomprensibili. L’autore distingue tra pazienti di intelletto sano, ma in preda a idee folli, e pazienti dalla mente ottenebrata. Chi ha scritto in seguito di medicina ricorrendo alle medesima distinzione indica come prototipo della prima specie un malato come Teofilo che, pur parlando correttamente ed esprimendo giudizi sensati, era convinto di essere attorniato giorno e notte da suonatori di flauto, pronti a far strepito e a guardarlo con insistenza. Riempiva quindi la casa di grida e ordina che quegli intrusi fossero buttati fuori. Come esempio di mente ottenebrata viene
addotto u paziente convinto di non avere la testa e di essere un tiranno decapitato. Anche al diritto romano non era ignoto il problema. In una serie di testi che trattano degli omicidi, dei delitti di lesa maestà, delle ingiurie e dei danneggiamenti materiali, i”pazzi” sono dichiarati non colpevoli:”Quale colpa può esserci in chi è fuori di mente?”. Viene anzi espressamente detto che dei crimini commessi da un pazzo è responsabile non lui, ma chi ha omesso di sorvergliarlo. Se così fosse l’accusa di follia ricadrebbe sull’intera società che ha circondato Caligola: sull’aristocrazia romana in primo luogo, cioè sul Senato, che dava corso alle sue decisioni, sui magistrati di Roma che ne eseguivano le disposizioni. Se Caligola era pazzo, perché non lo si è messo da parte e posto sotto sorveglianza medica, così come si è fatto con i sovrani psichicamente disturbati della successiva storia europea? Da tempo non tutti gli studiosi moderni danno per scontato che Caligola fosse pazzo. Di fronte alla tendenza palesemente diffamatoria delle fonti antiche, una serie di storici hanno cercato di spiegare cosa sia effettivamente accaduto sotto il suo regno. Si sono ottenuti grandi progressi su molte specifiche questioni: confrontando criticamente testi della stessa epoca o notizie più antiche con altre successive si sono potute appurare alcune falsità. Al contrario, si sono rivelate attendibili informazioni riportate da antichi autori in contrasto con i loro stessi intenti, sfuggite quasi inavvertitamente o impossibili da tacere perché note a tutti. Infine, sulla scorta di tutti i testi tramandati, è possibile ricostruire un contesto, una teoria della politica, società, religione, mentalità di quell’epoca che consente di distinguere le fonti plausibili da quelle non plausibili. Negli studi moderni si è in parte andati altre il lecito, trasformando il pazzo amorale in un sovrano buono e dall’agire razionale. Ma sul tappeto è rimasta soprattutto una domanda: da cosa l’odio sconfinato contro Caligola che affiora nelle cronache che lo hanno per protagonista? Quasi tutte le fonti si possono ricondurre a membri dell’aristocrazia romana. Sono scritte da senatori o da eminenti cavalieri a contatto diretto con l’imperatore. Anche le loro false affermazioni su Caligola contengono dunque una verità storica: sotto il suo regno l’aristocrazia romana visse esperienze così devastanti da vedere a posteriori in lui l’emblema di ogni possibile degradazione. Descritto come un mostro e un pazzo, venne per così dire escluso dal consesso umano.
successori, come la storia futura avrebbe dimostrato, ebbero la capacità o la possibilità di ripetere. La rinuncia a ogni ostentata esibizione era legata a un esercizio del potere che, pur evitando di imporre ordini alla classe senatoria, lasciava intendere in modo sufficientemente chiaro quali fossero i desideri dell’imperatore. Così bastava che l’imperatore revocasse agli aristocratici la propria amicizia personale e proibisse loro l’accesso alla sua casa, perché si avesse come immediata conseguenza la loro denuncia e il loro processo ad opera di altri membri della classe senatoria, pronti ad ordire intrighi che procuravano ai “nemici” dell’imperatore la loro fine politico-sociale. In ultima analisi, il successo di Augusto non si basò dunque tanto su una saggia strategia politica, sulla difesa dell’Impero e delle sue infrastrutture, o sull’abbellimento di Roma e sulle distribuzioni di derrate alimentari ai concittadini, quanto piuttosto sulla sua capacità personale di mantenere con la classe aristocratica un rapporto fondato su un paradosso: essere un sovrano senza emanare ordini, un detentore di potere senza farlo vedere. Sentendo prossima la fine avrebbe fatto venire accanto a sé i suoi più stretti confidenti e li avrebbe pregati di applaudirlo come si conveniva a un attore al termine della sua recita.
2. La famiglia politica: Poichè Augusto non aveva introdotto la monarchia in senso istituzionale, ma si era limitato a farsi confermare dagli organi repubblicani un insieme di pieni poteri ritagliati sulla sua persona, rimase aperta sotto il profilo giuridico la questione della successione. Chi sarebbe diventato il nuovo imperatore era questione aperta. Di solito, nell’Antica Roma, venivano tramandati di padre in figlio non solo i beni di famiglia, ma anche la rete di relazioni, nonché il prestigio politico di cui ogni singolo godeva presso il popolo romano e i soldati dell’Impero. Se l’imperatore possedeva un figlio o ne adottava uno, questi era automaticamente predestinato a subentragli. I rapporti di parentela assunsero di conseguenza all’interno della famiglia un significato eminentemente politico, in grado non solo di rafforzare la posizione dell’imperatore in carica, ma anche di destabilizzarla. Augusto non ebbe figli maschi, ma solo una femmina di nove Giulia, nata dal suo secondo matrimonio. La moglie Livia aveva da parte sua due figli di primo letto, tiberio, il futuro imperatore, e Durso I Maggiore. Augusto scelse la prevedibile strada di far sposare la figlia Giulia con le persone designate a succedergli, prima il nipote Marcello, poi, dopo la morte prematura di questi, Marco Agrippa, il suo più importante generale e collaboratore. Quando Agrippa morì nel 12 a.C., augusto candidò al trono i due nipoti nati da quel matrimonio e da lui adottati, gaio e lucio. Sopravvissuto anche a questi, prese alla fine in considerazione il figliastro Tiberio che dovette a sua volta sposare Giulia, divenendo così suo effettivo successore. 3. Infanzia da “calzaretto militare”.: I suoi primi anni di vita Caligola li trascorse in Germania, a
Roma, in Grecia e in Oriente. Il padre Germanico, elevato secondo le regole dell’adozione augustea alla condizione di principe era dall’anno 13 il comandante delle legioni romane sul Reno. Qui gli era stato affidato il compito di combattere le tribù germaniche della rive destra del fiume, che pochi anni prima avevano inflitto ai romani una cocente sconfitta. Sua moglie Agrippina Maggiore lo aveva seguito, e poco dopo li raggiunse anche l’ultimogenito della coppia che trascorse dunque la prima infanzia in un accampamento militare. Sembra sia stata Agrippina ad aver avuto l’idea di far indossare al piccolo Gaio una specie di mini-uniforme di legionario romano per lusingare la truppa e conquistarne il favore. Dal calzaretto ( caliga ) militare che il bambino indossava gli venne dato il soprannome di Caligola, rimastogli poi per tutta la vita. Il piccolo divenne il beniamino dell’accampamento. All’inizio dell’estate del 17 Germanico fu richiamato a Roma, dove gli venne tributato l’onore del trionfo per le sue campagne contro i Germani. Questa solenne parata riservata ai generali vittoriosi costituiva tradizionalmente la massima aspirazione di ogni aristocratico. Il soggiorno a Roma durò pochi mesi. Già nell’autunno dello stesso anno a Germanico venne affidato il compito di mettere ordine nelle regioni orientali dell’Impero. Lo accompagnarono di nuovo la moglie Agrippa e Caligola, mentre gli altri figli rimasero a Roma. L’itinerario assunse il carattere di una sorta di viaggio di formazione e di corteo reale. Germanico visitò Azio, poi proseguì per Atene. Attraverso l’Asia minore nord-occidentale, Germanico arrivò a Bisanzio e al Mar Nero per poi tornare sull’egeo, compiere una deviazione a troia e far infine rotta verso la Siria. Da qui passò in Armenia. Dopo un viaggio lungo il Nilo la famiglia rientrò in Siria. Un viaggio che ebbe un’improvvisa svolta tragica. Germanico si ammalò e morì il 10 OTTOBRE DEL 19. Fece in tempo ad accusare il governatore della Siria fomentando dunque i sospetti che coinvolgevano anche l’imperatore Tiberio: sarebbe stato proprio quest’ultimo a ispirare l’assassinio del figlio adottivo, diventato un pericoloso rivale per la popolarità di cui godeva presso il popolo e i soldati. Caligola, che nel frattempo aveva compiuto sette anni, si trovò ancora al centro di una manifestazione solenne, benchè stavolta di carattere funebre. La morte del padre significò nella vita di Caligola una profonda cesura, non solo dal punto di vista familiare. Il fanciullo aveva trascorso in una posizione privilegiata i primi sette anni della sua vita, all’interno di un ambiente dai forti connotati monarchici. La generale simpatia che circondava il “calzaretto da soldato” si manifesterà ancora 18 anni dopo nell’entusiasmo con cui tutta la popolazione accolse la sua ascesa al trono. Ma negli anni intermedi il giovane Caligola dovette affrontare esperienze di segno del tutto opposto. Alla venerazione al fianco di un futuro imperatore fece seguito una lunga fase di pericolosi attacchi, a cui si trovarono esposti la sua famiglia e lui stesso e che costò la vita alla madre e ai fratelli.
Senato decisioni politiche e nel suo contestuale rifiuto di comunicare a tu per tu con gli aristocratici: in altri termini, nell’essere imperatore senza voler o poter svolgere il ruolo che gli spettava. Alludiamo ai processi per lesa maestà e all’ascesa del perfetto della guardia del pretorio Seiano. Poiché sotto tiberio le rivalità tra gli aristocratici non potevano sfociare in una gara per la conquista del favore dell’imperatore si diffuse un nuovo, riprovevole ti po di conflitto: intrighi e denunce di un gruppo contro l’altro. La lesa maestà veniva in origine applicata per crimini contro la maestà della comunità romana. Impiegata da Augusto con le opportune cautele anche per atti contro l’imperatore, fu all’inizio estesa da Tiberio agli autori di scritti ingiuriosi nei suoi riguardi. Con notevole mancanza di scrupoli, queste denunce si trasformano in una strategia attuata dagli aristocratici per guadagnarsi l’attenzione dell’imperatore, altrimenti difficilmente raggiungibile, e ottenere la palma di difensore della sicurezza imperiale. A scegliere questo tipo di promozione della propria carriera furono, all’inizio, persone ascese al rango senatorio da poco e a caderne vittime i membri delle antiche famiglie aristocratiche, rivali potenziali, per l’illustre origine, dell’imperatore. Era stato tuttavia decisivo che l’intero Senato, di fronte al quale venivano trattati i vari casi, non potesse far altro, a causa del mancato intervento dell’imperatore, che condannare i propri membri, al punto che si avviò una sorta di processo di autodistruzione dell’aristocrazia. Tiberio non era evidentemente in grado di valutare l’effettiva rilevanza di ogni singolo caso. La crescita esponenziale di adulazioni, intrighi, denunce e timori che improntava la comunicazione aristocratica, di cui era in gran parte responsabile, pur contro la sua volontà, il medesimo Tiberio, indusse quest’ultimo a girare le spalle alla società aristocratica, anzi a Roma stessa. Nel 26 si trasferì in Campania, l’anno successivo nell’isola di Capri. Fino alla morte avvenuta nel 37, non fece mai ritorno nella capitale. Di pari passo con questo ritiro progredì l’ascesa di Seiano. La sua carica di prefetto del pretorio gli assegnava un ruolo importante. Seiano si conquistò con il suo abile comportamento l’assoluta fiducia di Tiberio. Dopo il ritiro di questi a Capri, concentrò nelle sue mani un potere eccezionale. Oltre a controllare attraverso i pretoriani l’intera corrispondenza dell’imperatore, infiltrò nel seguito di Tiberio uomini di propria fiducia, riuscendo così a sorvegliare ogni canale di acceso a lui. La conseguenza fu che gli sforzi degli aristocratici di accaparrarsi il favore imperiale si trasformarono nel tentativo di ottenere l’amicizia del grande favorito. Davanti alla porta della sua casa a Roma c’era per la salutatio mattutina un’enorme ressa non solo perché si temeva di non essere visti da Seiano, ma anche perché non ci voleva far vedere tra gli ultimi. I consoli stessi discutevano con lui tutte le questioni pubbliche e private. Al tempo stesso quanti gli erano ostili o di intralcio per qualche ragione, correvano gravissimi pericoli. Seiano toccò l’acme della sua potenza quando nel 31 rivestì il consolato insieme all’imperatore e gli schiuse la prospettiva di entrare, per via matrimoniale, nella famiglia giulio-
claudia e di ottenere la potestas tribunizia, grazie a cui sarebbe diventato una sorta di coreggente. Troppa diffidenza verso tutti, troppo affidamento su un solo uomo: così si può definire il comportamento di Tiberio, che a lungo andare mise a duro cimento la lealtà di Seiano. Di Fronte al problema insoluto della successione il prefetto del pretorio cadde nella tentazione di passare dalla posizione di omologo dell’imperatore a quella di imperatore tout court. Sembra che a trasmettere a Tiberio la notizia della congiura ordita ai suoi danni sia stata Antonia Minore che in qualità di cognata, aveva un accesso privilegiato all’imperatore. Con effetto teatrale venne letta in Senato, alla presenza di Seiano, una lettera dell’imperatore in cui, dopo velate formulazioni iniziali, si accusava apertamente il Prefetto del pretorio di complottare contro Tiberio. Quello stesso giorno il favorito venne giustiziato insieme ai figli. I corpi furono trascinati per giorni per le strade di Roma. La conseguenza fu un’ondata di processi per lesa maestà: vennero regolati conti e sfruttate nuove opportunità di mettersi in mostra. Nel 33 Tiberio ordinò di uccidere quanti erano ancora detenuti in carcere per aver partecipato alla congiura. Il rapporto tra l’imperatore e l’aristocrazia toccò il punto più basso. Al pari di quest’ultima, anche Tiberio era in preda al terrore che aveva suscitato in lui la congiura di Seiano. Dilagarono scritti ingiuriosi e offensivi da parte di coloro che non avevano più nulla da perdere. L’imperatore dava ulteriore pubblicità all’odio generale che lo bersagliava facendo leggere questi scritti in Senato durante i processi contro i loro autori. La comunicazione tra l’imperatore e l’aristocrazia era collassata. Quando il vecchio settantottenne, che non si fidava iù neppure di mettere piede nell’Urbe, chiuse finalmente gli occhi, in tutta Roma risuonò il grido:” Tiberio al Tevere!”.
5. Una giovinezza in pericolo: Il contesto sociale nel quale doveva vivere nella Roma di Tiberio un giovane membro del ceto aristocratico era tutt’altro che propizio a suscitare sentimenti di umanità. Un imperatore dal potere sconfinato, i cui ordini venivano eseguiti senza se e senza ma, eppur odiato e costretto a vivere nel continuo terrore di congiure; aristocratici senza scrupoli, che si denunciavano a vicenda e si consegnavano l’uno all’altro al boia, proni a manifestare davanti al sovrano un’opportunistica sottomissione, ma in attesa di ogni occasione per ordire un complotto; omicidi e condanne a morte come esperienza di vita quotidiana e, infine, una doppiezza nelle relazioni interpersonali che mascherava la situazione reale e fomentava, priva di ogni franca sincerità, un senso generale i paura e di insicurezza. Come si comportò in queste condizioni Caligola? Con la morte di germanico nel 19, Tiberio si era sbarazzato di un possibile antagonista. Suo figlio Druso II era l’unico che, per ragioni anagrafiche, potesse aspirare al trono. Ma gli ani successivi avrebbero dimostrato che il prestigio dinastico poteva diventare un costante problema politico per le mire ambiziose dei singoli.
Agrippina e Nerone. La sua morte, avvenuta due anni dopo comportò per i figli di Germanico un nuovo trasferimento. Caligola visse a partire dall’anno 29 insieme con le sorelle in casa della nonna Antonia Minore. Ma la permanenza del giovane in casa della nonna sarebbe durata solo altri due anni. Durante questo periodo si verificò la definitiva rovina della madre e del fratello maggiore. Non è ricostruibile con precisione il processo intentato. Nerone venne dichiarato hostis , nemico del popolo romano, e lui e la madre furono esiliati nelle piccoli isole di Pandataria e Ponza. Nerone perse qui la vita in circostanza oscure nell’anno 31. Nel 30 anche il fratello di Caligola, Druso, secondo nella linea di successione al trono, entrò nel mirino di Seiano e dei suoi complici. Fu accusato, al pari di Nerone, di attività cospiratrici. Caligola, che aveva ormai compiuto 17 o 18 anni, dovette assistere alla rovina di druso che fu gettato in un carcere del Palatino da cui non sarebbe più uscito. Tutta Roma in questo momento non riusciva ad immaginare di chi sarebbe stato adesso il turno.
6. Capri e l’ascesa al trono: Verso la fine dell’anno 30, quindi prima della drammatica dine di Seiano nell’ottobre del 31, il diciottenne Caligola ricevette l’ordine di Tiberio di recarsi presso di lui nell’isola di Capri. Gli venne conferita la toga virilis che sanciva l’ingresso ufficiale nel mondo degli adulti. Tale invito potrebbe far supporre che il giovane venisse preso in considerazione come suo successore. Numerosi eventi dell’epoca dimostrano che il prestigio dei figli di Germanico era rimasto intatto, anzi era aumentato per la generale pietà suscitata dalla loro sorte. Per Caligola iniziò una nuova fase, non meno pericolosa. Da qual momento doveva vivere accanto a Tiberio, il responsabile dell’esilio della madre nonché rispettivamente della morte della morte e dell’arresto dei fratelli Nerone e Druso: un uomo verso cui non poteva che nutrire sentimenti perlomeno conflittuali. Senza dubbio a lui ostili erano le persone della cerchia più ristretta dell’imperatore, la maggior parte delle quali aveva avuto un ruolo più o meno rilevante nelle persecuzioni della famiglia di Germanico. A guidare le sue azioni sarà soprattutto l’istinto, quello della sopravvivenza. Questa incertezza sarebbe durata quasi sei anni per terminare momentaneamente nel 37 con la sua effettiva ascesa al trono. Quel che va detto è che Caligola, diversamente dalla madre, dai fratelli e da altri membri della famiglia imperiale di quegli ultimi anni, riuscì a Capri, nonostante il carattere imprevedibile dell’imperatore e i sentimenti ostili della corte, ad affermare la propria posizione. Il prezzo da pagare fu il controllo delle emozioni e la simulazione verso Tiberio. Tiberio a Capri, così narrano le fonti, amava circondarsi di filosofi greci, grammatici, poeti e astrologi. Caligola sembra aver preso parte alle dotte conversazioni che si tenevano a Capri. Le fonti affermano che egli era un valentissimo oratore, esperto della lingua greca e latina; sapeva come rispondere a discorsi pronunciati da altri, dopo lunga preparazione,e mostrarsi presto più
persuasivo, anche quando si dibattevano argomenti di grande interesse. Negli anni di regno di Caligola le fonti non fanno più alcune menzione di un suo particolare interesse per la cultura. Nel 33, lo stesso anno in cui trovarono la morte la madre e l’unico fratello rimastogli, a Caligola venne conferita a venti anni la carica di questore, la più bassa del cursus honorum politico, ma presupposto per l’accoglimento nei ranghi senatori. Gli venne anche accordata la prerogativa di concorrere alle altre cariche cinque anni prima dell’età stabilita. S trattava di un privilegio concesso ai principi della famiglia imperiale e poteva dunque essere interpretato come un segno positivo. Nel 35 l’imperatore redasse un testamento, il cui contenuto, riguardo al problema della successione, può essere sintetizzato in un chiaro “tanto quanto”. Caligola e Gemello (nipote dell’imperatore) erano nominati eredi in parti uguali, il che significava rinunciare a qualsiasi decisione. Già all’epoca era probabilmente evidente ciò che sarebbe risultato palese due anni dopo, alla sua morte: l’Impero non era divisibile. In base a questo testamento gli enormi possedimenti imperiali, che nel frattempo avevano assunto un carattere pubblico e non più privato e rappresentavano una dotazione fondamentale per l’imperatore, avrebbero dovuto essere divisi in parti uguali. A meno di non interpretarlo come documento dell’incapacità di Tiberio di decidere il testamento conteneva un chiaro messaggio: la questione della successione doveva restare aperta. Oltre a mostrare indifferenza verso il destino della sua famiglia e a mantenere un proficuo atteggiamento opportunistico verso l’imperatore e la sua corte, Caligola, secondo Suetonio, neppure a Capri avrebbe nascosto un carattere crudele e vizioso: “Assisteva con un immenso piacere alle torture e alle esecuzioni dei condannati, e di notte, truccato con una parrucca e un lungo mantello, correva alle dissolutezze e all’adulterio; aveva inoltre una grandissima passione per le arti sceniche, la danza e il canto. Certo Tiberio tollerava questa condotta con molta pazienza, forse sperando che essa rendesse più umano il suo feroce carattere. L’acuto vecchio aveva capito a fondo quel carattere, tanto da affermare parecchie volte: “Gaio vive per la propria rovina e per quella di tutti gli altri”. La strada che alla fine portò Caligola al trono imperiale venne favorita dall’appoggio del prefetto del pretorio Macrone. Gli scrittori antichi sono concordi nell’affermare che fu ordito un complotto. E’ però impossibile stabilire come siano andate le cose: il che è indizio di una buona trama messa in atto sia da Caligola che da Macrone e dalla moglie Ennia. Dopo la morte di Giunia Claudilla nel suo letto di fanciulla, sarebbe iniziata una relazione tra Caligola ed Ennia. Ennia, dopo aver iniziato un rapporto con Caligola, avrebbe spinto il marito a prendere davanti a Tiberio le difese del giovane, proteggendolo da attacchi esterni e appoggiandolo nell’ascesa al trono. Se questa versione è giusta, è probabile che a muovere Ennia sia stata l’ambizione di diventare imperatrice. In Suetonio si legge invece che Caligola avrebbe sedotto la donna e, dopo aver promesso di sposarla, si sarebbe procacciato con il suo sostegno la protezione di Macrone. Tacito afferma viceversa che sarebbe stato Macrone a cercare il favore di Caligola,
1. Il giovane Augusto: Già durante il viaggio di dieci giorni da Miseno a Roma il giovane imperatore, che accompagnava vestito a lutto il cadavere di Tiberio, fu accolto da imponenti manifestazioni di simpatia da parte della popolazione romana. Caligola, come afferma Suetonio, era il “principe desideratissimo” tanto per gli abitanti delle province e per i soldati che lo avevano conosciuto da bambino quanto per la popolazione di Roma. Per prima cosa Caligola tenne un discorso in Senato. Lusingò i senatori promettendo di dividere con loro il potere e d fae tutto ciò che ad essi fosse piaciuto. Si definì perfino loro figlio e pupillo. Come misure concrete annunciò la fine dei processi per lesa maestà che durante il regno di Tiberio avevano avuto conseguenze tante nefaste tra le file degli aristocratici e nel rapporto tra questi ultimi e l’imperatore. Caligola diede inoltre ordine di bruciare pubblicamente nel Foro i documenti processuali riguardanti anche le accuse contro la madre e i fratelli, tutto questo al fine di sradicare i timori dei senatori e cavalieri rimasti coinvolti nella vicenda. Sembrava che venisse dato un colpo di spugna al terribile passato. Si poneva innanzitutto il problema di come comportarsi verso l’imperatore defunto. Come nipote adottivo e suo successore, Caligola doveva attenersi a sentimenti di pietas , per altro verso l’animo dei senatori continuava a essere pieno di rancore. Nella sua prima lettera al Senato il giovane imperatore espresse il desiderio che venissero accordati al defunto gli stessi onori tributati ad Augusto dopo la morte, cioè che venisse consacrato e accolto nel Pantheon romano. Prima del suo arrivo a Roma i senatori non erano riusciti a trovare un accordo né su tale misura né su una damnatio memoriae che estirpasse Tiberio dal ricordo collettivo. Caligola preferì non prendere alcuna posizione al riguardo, cosa del resto perfettamente in linea con la personalità del defunto: fece esporre il cadavere in pubblico e lo onorò poi con un solenne funerale di Stato nel Mausoleo di Augusto. Con un altro atto simbolico Caligola provvide a onorare i familiari defunti. Nonostante il mare in tempesta, fece immediatamente vela per le isole dove erano spirati la madre e il fratello, né recuperò i resti mortali e li portò a Ostia, il porto di Roma. Le urne poste su due supporti furono scortate dai più alti esponenti dell’ordine equestre fino a dentro il Mausoleo di Augusto. A tali eccezionali omaggi tributari ai defunti si aggiunsero quelli per i membri viventi della famiglia. Caligola elevò poi lo zio Claudio, fino a quel momento rimasto del tutto in disparte, a proprio collega nel primo consolato. La rinuncia a farsi tributare onori e a ostentare la propria potestà imperiale fu il primo tratto distintivo del nuovo principato. Caligola impedì che venissero erette sue statue in area urbana ed evitò di inviare lettere al Senato e al popolo: poiché queste avevano assunto da tempo sotto Tiberio il carattere di ordini, avrebbero contraddetto la conclamate decisione di dividere il potere con la
classe aristocratica. La nomina a console fu l’occasione per Caligola di pronunciare un discorso programmatico in Senato, in cui prese per la prima volta in modo esplicito le distanze da Tiberio. Criticò tutte le sue azioni a lui rimproverate anche dall’aristocrazia, e fece molti annunci e promesse riguardo al proprio futuro governo. Si mostrò tanto accondiscendente verso i senatori che il Senato, nel timore che egli cambiasse proposito, stabilì per decreto che quelli parole venissero rilette ogni anno. I primi mesi del regno di Caligola possono essere considerati il chiaro tentativo di ricalcare il principato augusteo: sul piano istituzionale, l’imperatore evitò di dar risalto al proprio domino assoluto, proclamando una condivisione del potere con il Senato. A livello sociale, rispettò rigorosamente le forme tradizionali di comunicazione tra imperatore e aristocrazia, ispirate ai canoni egualitari. Evitò anche che nei contatti quotidiani gli si tributassero onori rispondenti al potere politico in effetti detenuto. In ambito urbano, si limitò alle formule di saluto che spettavano a un normale cittadino, un comportamento lodato dai romani come civilitas , “modestia urbana”. Tutto questo significava però al tempo stesso che si riprendeva e sviluppava quella comunicazione “doppia” che si era affermata sotto Augusto, tendente a occultare il paradosso di una compresenza di repubblica aristocratica e di assolutismo monarchico, giunta al collasso sotto Tiberio. La decisione del Senato di trascrivere il discorso tenuto da Caligola in occasione del suo primo consolato e di farlo leggere ogni anno dimostra chiaramente come i senatori fossero del tutto coscienti della situazione e della complessità di questo tipo di comunicazione. A livello ufficiale si proclamava: l’imperatore ha tenuto un discorso così importante e significativo che merita di essere letto ogni ano. Ma l’omaggio a lui tributato conteneva anche l’implicito messaggio: l’imperatore non ha affatto diviso il potere, perché altrimenti non ci sarebbe bisogno di questo espediente per obbligarlo a rispettare il suo impegno.
2. La malattia e il consolidamento del potere: Le persone che godevano maggiormente della fiducia dell’imperatore erano le sorelle. Nell’ottavo mese del suo regno, dunque verso la fine dell’ottobre del 37, Caligola contrasse una grave malattia che ne mise a repentaglio la vita. La popolazione di Roma si mostrò fortemente addolorata e colpita. La popolazione si mostrò fortemente addolorata e colpita. Che sarebbe successo se fosse morto? Chi gli sarebbe subentrato?? Quanto accadde nelle settimane seguenti porta a questa conclusione: Macrone e silano, le più importanti figura del momento, presero in mao l’iniziativa. Di fronte al pericolo della morte di Caligola prepararono la successione al trono di Tiberio Gemello, l’unico plausibile pretendente per la linea dinastica. Il dramma si profilava dunque più rapidamente di quanto si pensasse. L’adozione di Gemello, suggerita da calcoli politici, era stata fin dall’inizio per Caligola una pesante ipoteca che avrebbe creato problemi quando egli avesse avuto un figlio o deciso di nominare come erede
delle più nobili famiglie senatorie avrebbero intonato carmi in lode delle virtù dell’imperatore. Queste iniziative avevano senza dubbio lo scopo di rafforzare l’accettazione del suo ruolo tra le diverse classi della popolazione. Nel suo rapporto con la Curia Caligola sfruttava abilmente il sostegno di cui godeva presso il popolo. Le misure politiche, prese parallelamente all’eliminazione di Gemello, dei suoi seguaci e dei due principali personaggi dell’epoca di Tiberio, rivelano dunque un’accorta strategia. Se venivano incontro agli interessi della nobiltà senatoria, dell’ordine equestre, delle classi dominanti provinciali e del popolo di Roma, servivano però al tempo stesso a rafforzare il ruolo dell’Imperatore. Adottandole, Caligola mise all’inizio al riparo la sua posizione da qualsiasi minaccia. A suggerire un intervento personale di Caligola nelle misure ora descritte è un episodio avvenuto subito dopo la fine della sua malattia e che può sembrare a prima vista bizzarro. Un cittadino romano di nome Afranio Potito aveva giurato di sacrificare la propria vita se l’imperatore fosse guarito e un cavaliere, Atanio Secondo, di scendere nell’arena come gladiatore. Caligola, recuperata la salute, insistette purché i due rimanessero fedeli alle loro promesse, evitando di diventare spergiuri. I due trovarono dunque la morte, invece di vedere ricompensate con un dono, come avevano sperato, le loro smaccate adulazioni. La reazione di Caligola è interessante. Presente in germe già nelle misure dell’anno 38, diventerà in seguito sempre più esplicita ed esasperata. Diversamente da Augusto, sensibile alle lusinghe, e da Tiberio, che cercava di evitarle isolandosi, il giovane sovrano elabora qui un nuovo approccio alla comunicazione “doppia”,che si era ormai affermata nel rapporto con il trono. Le affermazioni dei due adulatori erano improntate a doppiezza, dato che lo scopo presunto, la guarigione dell’imperatore, non rispondeva a quello effettivo, la ricompensa imperiale. La reazione di Caligola documenta come egli intendesse sottrarsi a questa forma di comunicazione, prendendola alla lettera. Rilanciava la palla e metteva i suoi interlocutori davanti alle conseguenze del loro comportamento. Attribuiva alle loro esternazioni una sincerità che essi non potevano smentire, ameno di ammettere che la salute dell’imperatore non era la prima molla delle loro azioni. Lo stesso atteggiamento ispira anche i rapporti tra Caligola e il Senato all’indomani della caduta di Macrone e Silano. Si sono presi alla lettera gli ideali ufficiali, attuandoli contro gli interessi dei loro propugnatori che non potevano opporsi senza perdere la faccia. Emerge qui in forma ancora incruenta il perno intorno a cui ruota il comportamento dell’imperatore, abbinato a una buona dose di beffardo cinismo. In seguito lo scontro con l’aristocrazia avrebbe assunto connotati ben più aspri.
3. Nel pieno del potere. Roma non era ancora mai stata governata da un giovane. Per secoli un pugno di vecchi uomini di grande esperienza , i princpes dell’aristocrazia repubblicana, avevano
guidato le sorti dello Stato e assunto decisioni politiche. I primi due sovrani assoltuti, Giulio Cesare e augusto, erano arrivati al potere solo in età matura, dopo aver combattuto annose guerre civili. Anche tiberio aveva passato lunghi decenni nelle province come comandante e governatore prima di salire al trono a54 anni. C’era dunque da chiedersi che sovrano sarebbe stato un giovane che non aveva però alcuna esperienza del sistema politico romano. Che accordi e intese avrebbero trovato con un giovane l’aristocrazia, che continuava a essere composta ai vertici da anziani di navigata esperienza? Caligola aveva svolto all’inizio il ruolo di principe augusteo, aveva poi consolidato il suo potere eliminando le forze rivali e aveva infine avviato un’abile politica, stabilizzando la sua posizione con l’appoggio di rilevanti gruppi sociali, senza piegarsi troppo all’aristocrazia. E quest’ultima sembrò adattarsi alla cosa. Era anche l’ambito definito dai romani “privato” ad essere una faccenda in larga misura politica. Il privato era a Roma in qualche modo politico, e il politico si basava in buona parte sui rapporti privati degli attori coinvolti. Le case dell’aristocrazia romana si erano trasformate all’epoca della Repubblica in centri non ufficiali di contatto, capaci di condizionare in larga parte l’agire politico nelle istituzioni. Le reciproche visite al mattino e i banchetti la sera cementavano ed evidenziavano rapporti interpersonali di amicizia e clientela, dallo spiccato carattere patronale. Ci si aiutava reciprocamente nei tribunali, nelle faccende finanziarie, nelle elezioni e nell’agone politico. Ci si scambiava lasciti testamentari in caso di morte. Esistevano chiare regole nel sostegno che amici e clienti dovevano darsi a vicenda e che consentivano di prevedere l’azione degli interessati. La grandezza e lo splendore delle case aristocratiche erano oggetto di attenta osservazione di reciproca concorrenza. Come i rapporti tra gli aristocratici in Senato, così anche le relazioni private erano improntate a precise regole cerimoniali che evidenziano il rango socio-politico degli interessati. Nella salutatio la stanza dove avveniva l’incontro e l’ordine di successione nel saluto mettevano in evidenza o status del visitatore e la sua personale vicinanza al padrone di casa. Nei banchetti a cui prendevano parte di norma nove persone distese su tre triclini intorno a un tavolo, ciascun posto aveva un diverso valore. l’importanza di queste regole, che risultano alquanto estranee a una società attuale i larga misura egualitaria, documentano i conflitti che potevano nascere in caso di inosservanza. Sorprende che della cerimonia della salutatio , che Caligola teneva al mattino nella sua casa romana, sia rimasto nelle fonti nelle fonti soltanto un accenno, dal quale è possibile dedurre che essa avveniva regolarmente. Sembra che già Macrone esortasse il giovane principe a non prendere parte con troppo entusiasmo alle rappresentazioni coreutiche e musicali che accompagnavano i convivi, a non ridere sguaiatamente alle battute oscene e a non addormentarsi nel mezzo del banchetto, poiché tutto questo non si addiceva alla dignità imperiale. In seguito, Caligola infranse le regole di attribuzione de posti: le due sorelle potevano sedere alla sua destra, collocazione di norma
con il popolo, era difficile respingere. La sua presenza ai giochi metteva in risalto la vicinanza ai sudditi ed era oggetto di attenta osservazione. L’entusiasmo giovanile per il circo e il teatro non era a Roma qualcosa di particolare e la partecipazione dell’imperatore a tali spettacoli era gradita al popolo. Tuttavia sembra che Caligola, combinano entrambe le cose, abbia superato i limiti posti al comportamento in pubblico di un imperatore. Nelle rappresentazioni prendeva partito per questo o per quell’attore e si infuriava se il popolo non si mostrava d’accordo con lui, applaudendo quelli che non gli piacevano. Nella gestione domestica e nella condotta in pubblico Caligola non si adeguava dunque al ruolo a cui si atteneva nella propria azione politico-istituzionale. Se quest’ultima era improntata a moderazione e accortezza e trovava generale apprezzamento, in ambito privato il sovrano sfruttava senza alcuna remora le opportunità che gli derivavano dalla sua eminente posizione. Il lusso che dispiegava era un schiaffo per il fasto elle case aristocratiche. La sua informalità nei rapporti personali non rispettava l’esigenza aristocratica di un preciso cerimoniale nei contati con l’imperatore. La sua passione per il circo e la sua vicinanza agli attorie agli aurighi ribaltava le norme di comportamento nobiliare. E se nella propria casa si elevava al di sopra del patriziato, nelle arene dimostrava mancanza di dignità imperiale, anzi aristocratica. Per la sua condotta si possono addurre varie spiegazioni: una causa della lunga assenza da Roma durante gli anni a Capri; il gusto nell’assaporare nuove e quasi illimitate possibilità di azione, dopo anni vissuti nella paura e nell’oppressione; infine le incertezze del ruolo imperiale lasciategli dai predecessori.
4. La morte di Drusilla. Il 10 giugno dell’anno 38 moriva inaspettatamente Drusilla, la sorella preferita di Caligola e da lui nominata unica erede durante la malattia che aveva fatto temere per la sua vita. Si racconta che la perdita lo abbia addolorato a tal punto da non essere stato in grado di partecipare alle sontuose esequie pubbliche con cui volle onorarla. Caligola fece accordare a Drusilla onori eccezionali. Nella curia venne collocata un’immagine d’oro di Drusilla e nel Tempio di Venere nel Foro una statua grande quanto quella della dea. Che gli onori eccezionali tributati alla defunta Drusilla fossero anche una celebrazione dinastica, lo dimostra il comportamento del tutto razionale tenuto da Caligola di lì a poco. Veniva infatti adesso a riaprirsi la questione dinastica che, come era apparso l’anno prima, poteva portare facilmente a pericolose turbolenze in caso di malattia dell’imperatore. Pochi mesi dopo la morte della sorella, Caligola si sposò di nuovo. Scelse Lollia Paolina che spiccava per grande bellezza e per altrettanto grande ricchezza. Anche questo matrimonio non durò molto a lungo: probabilmente nell’estate dell’anno seguente Caligola vi pose fine, “apparentemente” perché la moglie era sterile, di fatto perché se ne era stancato. 5. L’Impero: Caligola poche settimane dopo la morte di Drusilla, intorno alla meta del 38, partì per
un viaggio in Sicilia. Fece iniziare la costruzione di un grande porto con magazzini presso la città di Reggio, in modo da stanziavi il grano delle navi provenienti dalla Sicilia. In occasione della sua visita a Siracusa, l’imperatore organizzo giochi, probabilmente in onore di Drusilla, e fece ricostruire i templi e le antiche mura in rovina della città. Seneca, Suetonio e Cassio Dione non menzionano affatto la costruzione del porto e si limitano ad accennare brevemente al viaggio in Sicilia. Dopo il ritorno a Roma, prese soprattutto misure a beneficio dell’Urbe. In ottobre partecipò personalmente con i suoi pretoriani allo spegnimento di un incendio, fatto che gli valse lodi generali. Nel 38 iniziò la costruzione di nuovi acquedotti per l’approvvigionamento della metropoli. Infine in questo anno devono essere stati avviati i preparativi di una grande campagna militare contro la Germania. Le cronache relative all’anno 39 documentano come a tal fine siano state richiamate da tutto l’Impero legioni e truppe ausiliarie. I soldati coinvolti nell’impresa furono da 200.000 a 250.000. Nel quadro dei preparativi potrebbe anche essere nato il progetto della costruzione di una città sulle Alpi. Occasione della spedizione militare furono gli attecchi delle tribù germaniche contro la Gallia, ma il vero motivo potrebbe essere stato l’intento del giovane imperatore di riprendere, ispirandosi alle gesta paterne, la guerra di conquista della Germania, procurandosi così la gloria militare. Il successo nelle armi continuava a essere la più importante fonte di prestigio nel mondo romano, in grado di rafforzare la dedizione e dei soldati all’imperatore e la preminenza di quest’ultimo in seno all’aristocrazia. I piani contro la Germania andarono di pari passo con le misure adottate in Oriente. Qui c’era una corona di regni satelliti entro l’orbita romana che già Tiberio aveva pensato di ricondurre in qualche misura sotto l’amministrazione imperiale. Alla fine Caligola creò altri regni in Asia Minore e nel Vicino Oriente. Alla fine del 38 qual era l’opinione dell’aristocrazia senatoria romana sull’imperatore Caligola, giunto nel frattempo alla soglia dei 26 anni? Si era liberato in breve tempo con una risolutezza priva di scrupoli del suo rivale al trono e dei potenti favoriti di Tiberio. Nel’’ambito delle istituzioni politiche interpretava abilmente la parte dell’imperatore sollecito degli interessi del Senato. Nella sua dimora dispiegava un lusso fastoso che lo elevava al di sopra degli altri membri dell’aristocrazia. Al circo e a teatro condivideva e conquistava l’entusiasmo della gente semplice. Attuava una serie di misure politiche necessarie e ben ponderate contro cui difficilmente si sarebbero potute muovere obiezioni. Visitava le città della Sicilia, riorganizzava le regioni al confine dell’Impero, coltivava amicizie con re orientali e progettava dispendiose campagne militari contro i Germani che, in caso di vittoria, avrebbero notevolmente rafforzato la sua posizione di imperatore. E tutto questo nel giro di venti mesi, di cui forse due trascorsi a letto ammalato. Non sorprenderà che cominciasse a serpeggiare un certo malcontento tra qualche vecchio