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CALIGOLA
APPUNTI:
Volontà di mettere in evidenza quanto i loro provvedimenti pubblici (di Nerone e Caligola), sebbene particolari, rappresentassero un preciso messaggio che si voleva veicolare alla popolazione. Es. Caligola da al cavallo delle posate per mangiare per criticare il senato I senatori erano il nemico giurato ed era composto da chi aveva acquisito un potere che era difficile ormai togliergli. Cercava in tutti i modi, però, di depotenziare il loro ruolo. Dopo Augusto, Caligola rinuncia allo sfoggio delle caratteristiche personali e torna a dare più rilievo alla collettività. Processi comunicativi su Caligola e di Caligola Doppia comunicazione: tutto quello che è stato scritto su Caligola e il modo in cui si presentava alla folla. Lo stesso varrà per i serial killer di cui tratteremo. Dietro la follia, di Winterling analizza Caligola Tutti gli storici che si occupano di Caligola sono tutti legati al senato, sebbene siano tutti di assoluta attendibilità. Tiberio aveva abolito la salutatio individuale, doveva avvenire solo in pubblico. La salutatio è il dovere e la possibilità dei nobili romani di andare personalmente la mattina a casa dell’imperatore e di salutarlo depotenziava il singolo senatore e il senato in toto perché così non si potevano più stringere accordi privati Dal 37 al 41: esclude il nome di Tiberio dai giuramenti annuali una cosa anomala escludere il nome dei predecessori distaccarsi da una logica e normale trasmissione dei poteri Tito Labieno, Cremuzio Cordo e Cassio Severo storici che avevano dato un giudizio positivo di Augusto li ha riabilitati dopo che Tiberio li aveva esclusi perché riteneva che dovesse staccarsi dal modello di principato augusteo. Voleva staccarsi dalla politica di Tiberio Il posto a tavola rappresenta la stessa importanza della saltatio il più vicino all’imperatore aveva più potere. Caligola introduce il criterio del sorteggio per chi dovesse stargli vicino depotenziamento del potere del senato dava l’idea che lui era l’unico vero detentore del potere. Anche nell’ordine di successione del saluto viene introdotto un nuovo criterio, quello della rotazione, sempre per depotenziare Condanna a morte uno dei senatori perché gli aveva portato un premio da parte del senato assume questo atteggiamento perché se ricevo un premio significa che ha un’autorità e che può valutare le mie azioni. Per Caligola era inaccettabile. Prima di lui tutti ricevevano onori dal senato. Svetonio parla di notevoli vittime che fa Caligola. Notevoli richiama qualcosa di grande e rilevante e di impreciso perché non nomina le vittime e non si prende una responsabilità. Posti a teatro e durante i giochi sempre a rotazione o a sorteggio per depotenziare Secondo l’autore non era folle perché:
- Aveva recuperato gli Dei e gli Eroi greci Voleva depotenziare la tradizione romana ma in particolare, esaltando i greci e le loro tradizioni, criticava il senato e la loro gestione. Voleva ellenizzare Roma.
- Seneca, Furor e Insania i termini romani usati per definire Caligola, vengono utilizzati nello stesso modo in altre opere di Seneca in cui il bersaglio sono le donne che portano le collane o gioielli o che curavano il loro aspetto. Erano animate da furor e insania. Vuol dire
o che era esagerato Caligola o le donne per Seneca. Devo essere diffidente se dico che Caligola è folle come le donne che indossano gioielli. Lo usa un po’ troppo alla leggera.
- È uno dei pochi imperatori che non viene colpito dalla damnatio.
- Camus, scrittore, si sovrappone alla versione originale di Caligola. Non c’è nessuna volontà di salvataggio ma ci si adegua alla storia narrata e non aggiunge nulla. Lo stesso vale nel film Io, Caligola del 1979. Mentre in Caligola, la storia mai raccontata del 1982, viene riabilitata la sua figura ma non se ne parla dal punto di vista politico. (GUARDARE FILE PROF) CALIGOLA DIETRO LA FOLLIA UN IMPERATORE PAZZO? Fu imperatore romano dal 27 al 41 a.C., incarna la mostruosa aberrazione di un tiranno. Beveva perle dissolte nell'aceto e mangiava cibi cosparsi d'oro. Costringeva aristocratici di sesso femminile e maschile ad avere rapporti carnali con lui, teneva un bordello nel proprio palazzo e non si asteneva neppure dal tenere una relazione incestuosa con la sorella. Con feroce crudeltà infieriva soprattutto sui senatori romani e torture e condanne a morte erano all'ordine del giorno. Destituì due consoli dal loro incarico perché avevano dimenticato di celebrare il suo compleanno. Convinto di possedere natura sovrumana, impose ai suoi contemporanei di onorarlo come un dio. Volle elevare anche il suo cavallo alla dignità di console e progettò di spostare il cuore dell'Impero da Roma ad Alessandria. La maggior parte di queste notizie le dobbiamo al biografo Svetonio. Lui e gli altri storici antichi hanno dato come spiegazione di questi comportamenti il fatto che era pazzo. Seneca diceva che aveva una «mente insana» e lo definiva una «bestia». Filone di Alessandria parlava di «mente disturbata»; Plinio il Vecchio e Flavio Giuseppe (autori) di «comportamento folle» e «pazzia»; Tacito di «mente ottenebrata». Svetonio lo definisce «malato di mente», mentre Cassio Dione diceva che aveva «smarrito la ragione». Diagnosi corrente: «follia cesarea». Ludwig Quidde, che ha reso celebre il termine, definisce questa malattia come: «Megalomania spinta alla autodivinizzazione, dispregio di ogni vincolo di legge e di ogni diritto altrui, crudeltà brutale senza ragione o scopo». Ciò che lo distingue dagli atri malati di mente è «che il germe di tali attitudini trova un terreno particolarmente favorevole nella sua posizione di sovrano, spingendolo a eccessi, altrimenti difficilmente raggiungibili». Ultima biografia dedicatagli: 1991. Le cose stanno in modo molto più complesso di quanto si possa pensare a prima vista già nell’800 si è potuto stabilire che le fonti antiche relative a questo imperatore non sono affatto così affidabili come vogliono sembrare (es. non ha avuto rapporti incestuosi con le sorelle come si dice, perché nemmeno gli storici Seneca e Filone, che erano sempre pronti a colpirlo, non ne hanno fatto menzione; Tacito addirittura racconta che la sorella aveva tentato un incesto con il figlio, il futuro imperatore Nerone, ma non cita l’incesto con il fratello). I racconti su Caligola tramandati dagli autori antichi perseguono l'evidente scopo di attribuire all'imperatore i tratti di un mostro dalle azioni dissennate. Non esitano a fornire informazioni palesemente infondate per accreditare questa immagine e a celare quelle che potrebbero contraddirla. Estrapolano le azioni dell'imperatore dal loro contesto in modo da renderle incomprensibili o spiegabili solo con difficoltà. Sul suo comportamento esprimono giudizi che contrastano spesso con informazioni da loro stessi riferite.
anche una dimostrazione di come il ceto aristocratico si opponeva a d ogni forma di assolutismo monarchico. Come lo affrontò Augusto? Da parecchi secoli si era instaurato a Roma un sistema che si basava sul diretto collegamento tra potere politico e rango sociale. I membri dell'aristocrazia, che avevano come scopo di vita la conquista dell'onore e della gloria, venivano avviati per tradizione a esercitare funzioni politiche e a ricoprire cariche politiche. La condizione che garantì ad Augusto il successo fu la personale rinuncia all'aspirazione a esibire anche a livello sociale la posizione di potere raggiunta. Nella vita quotidiana si comportava come un normale senatore, coltivava rapporti di amicizia con altri aristocratici come fossero suoi pari, evitava di apparire in pubblico con grande seguito, abitava in una normale casa sul Palatino. L’obiettivo della sua strategia era quello di rendere la sua posizione ben accetta al ceto aristocratico. La sua posizione di potere, superiore a quella di tutti gli altri, spingeva a una sorta di immediata ubbidienza e si atteneva alle forme tradizionali. Tanto che a chi negava amicizia, spettava un’immediata denuncia e il processo per la sua ‘eliminazione’. Inoltre, il suo successo si basava sulla capacità di mantenere con la classe aristocratica un rapporto fondato sul paradosso: essere un sovrano senza emanare ordini, un detentore di potere senza darlo a vedere.
- La famiglia politica Rimase aperta la questione della successione. Dopo la scomparsa di ogni imperatore, spettava alla persona politicamente più potente farsi acclamare dall'esercito e confermare dal Senato. Spesso scoppiava una guerra civile. Di solito, nell'antica Roma, venivano tramandati di padre in figlio non solo i beni di famiglia, ma anche la rete di relazioni, le cosiddette «amicizie» all'interno della società aristocratica, le parentele, nonché il prestigio politico di cui ogni singolo godeva presso il popolo romano e i soldati dell'Impero. I rapporti di parentela assunsero di conseguenza all'interno della famiglia imperiale un significato eminentemente politico, in grado non solo di rafforzare la posizione dell'imperatore in carica, ma anche di destabilizzarla. Augusto non ebbe figli maschi, ma solo una femmina di nome Giulia, nata dal suo secondo matrimonio. La moglie Livia aveva da parte sua due figli di primo letto, Tiberio, il futuro imperatore, e Druso (I) Maggiore. La fece prima sposare con il cugino Marcello (morì prematuramente), poi con un suo generale Marco Agrippa (morì anche lui presto) e infine con il figliastro Tiberio, a cui sarebbero succeduti i figli Gaio e Lucio. La politica familiare augustea produsse però altri aspiranti al trono: Augusto aveva unito in matrimonio l'altro figliastro Druso Maggiore, morto il 9 a.C., con sua nipote Antonia (II) Minore. I due figli nati da questo matrimonio, Claudio, futuro imperatore, e Germanico erano quindi pronipoti dell'imperatore. Se il primo, a causa di un impedimento fisico, non fu all'inizio preso in considerazione, l'altro, Germanico, venne sposato ad Agrippina Maggiore, una nipote di Augusto, nata dal matrimonio tra Giulia e Agrippa. Da questo legame vennero alla luce tre figli maschi: Nerone - da non confondere con il futuro imperatore -, Druso (III) e Caligola. Alla morte di Augusto erano tutti fanciulli, ma, a differenza di Tiberio, potevano vantare l'appartenenza alla famiglia giulio-claudia, essendo pronipoti diretti del primo imperatore. La «soluzione» escogitata da Augusto fu che Tiberio adottasse Germanico, spianando così ai pronipoti la strada al trono. Del tutto irrisolta rimase invece la questione di cosa fare del figlio di Tiberio, Druso (II), e della sua discendenza. Si cercò di trovare una soluzione con altri matrimoni tra i diversi rami della famiglia imperiale. Così Druso (II) sposò una pronipote di Augusto (Livilla), la figlia di quest'ultima, a sua volta, un figlio di Germanico (Nerone). Punto nevralgico della costruzione del principato augusteo. La rinuncia a una monarchia ereditaria e a una linea di successione fissata per diritto. All'interno della famiglia imperiale potevano esplodere rivalità che costituivano il collante ideale per spingere fazioni aristocratiche ad aggregarsi intorno ai possibili successori al trono e a ordire congiure. Fu la figlia di Augusto, Giulia, a dare il via. Nel 2
a.C. venne bandita da Roma a causa dei suoi rapporti (non si sa se adulteri o di congiura politica) con Iullo Antonio, figlio del triumviro Marco Antonio, ultimo rivale di Augusto nella guerra civile. Eventi simili si sarebbero ripetuti più volte nei decenni successivi fino a portare nel 68, anno della morte dell'imperatore Nerone, alla totale estinzione della ramificata parentela di Augusto a causa di congiure effettive o presunte e delle loro conseguenze. Tutto a causa della rilevanza politica dei rapporti di parentela.
- Infanzia da «calzaretto militare» I suoi primi sette anni di vita Caligola li trascorse in Germania, a Roma, in Grecia e in Oriente. Il padre Germanico, elevato a principe dopo l’adozione, nell’anno 13 era comandante delle legioni romane sul Reno, dove doveva combattere le tribù germaniche. Gaio trascorse la prima infanzia in un accampamento militare. La moglie Agrippina Maggiore fece indossare a Gaio una mini- uniforme di legionario romano (calzaretto/caliga) per lusingare la truppa e conquistare il favore. Per quell’uniforme venne chiamato Caligola. Il bimbo divenne il beniamino dell’accampamento e, addirittura, ebbe un ruolo decisivo a seguito di un’insurrezione delle legioni renane che volevano acclamare Germanico imperatore. Ma la conseguenza fu che Germanico volle allontanare moglie e figlio dall’accampamento e questo portò i soldati a tornare al loro posto. All'inizio dell'estate del 17 Germanico fu richiamato a Roma, dove gli venne tributato l'onore del trionfo per le sue campagne contro i Germani. Questa solenne parata riservata ai generali vittoriosi costituiva tradizionalmente la massima aspirazione di ogni aristocratico, un riconoscimento che toccava solo a pochi e che aumentava di molto la gloria della famiglia di appartenenza. Germanico girava su un cocchio trionfale carico dei suoi cinque figli. Il soggiorno a Roma durò pochi mesi. Già nell'autunno dello stesso anno a Germanico venne affidato il compito di mettere ordine nelle regioni orientali dell'Impero. Lo accompagnarono di nuovo la moglie Agrippina e Caligola. Girarono ovunque, e ovunque vennero tributati i massimi onori al potenziale successore al trono, a sua moglie e al loro figlioletto (ebbero anche un’altra figlia in viaggio). Quando arrivarono in Siria, però, Germanico si ammalò e morì all’età di 33 anni. Fece in tempo ad accusare il governatore della Siria, Gneo Calpurnio Pisone, con il quale era in aperta inimicizia, di averlo avvelenato, fomentando dunque sospetti che coinvolgevano anche l'imperatore Tiberio: sarebbe stato proprio quest'ultimo a ispirare l'assassinio del figlio adottivo, diventato un pericoloso rivale per la popolarità di cui godeva presso il popolo e i soldati. La morte del padre significò nella vita di Caligola una profonda cesura, non solo dal punto di vista familiare. Nell'accampamento sul Reno, nel trionfo a Roma e nel viaggio attraverso le regioni orientali dell'Impero i suoi genitori lo avevano sempre presentato a un pubblico pronto a trasferire sul figlio la venerazione per il grande principe Germanico. La generale simpatia che circondava il «calzaretto da soldato» si manifesterà ancora 18 anni dopo nell'entusiasmo con cui tutta la popolazione accolse la sua ascesa al trono. Ma negli anni intermedi il giovane Caligola dovette affrontare esperienze di segno del tutto opposto. Alla venerazione al fianco di un futuro imperatore fece seguito una lunga fase di pericolosi attacchi, a cui si trovarono esposti la sua famiglia e lui stesso e che costò la vita alla madre e ai fratelli.
- La situazione nell’Antica Roma Il regno di Tiberio (14-37) fu di centrale importanza non solo per le esperienze personali del giovane Caligola, ma anche per l'evoluzione del ruolo imperiale in quanto tale. Non aveva capacità comunicative all'altezza del complesso compito lasciatogli in eredità dal patrigno e padre adottivo Augusto; pur detenendo una assoluta potestas, si astenne dall'esercitarla. Naturalmente il nuovo imperatore si assicurò come prima cosa il pieno controllo della situazione: alla guardia del corpo e alle legioni venne fatto pronunciare un giuramento di fedeltà. Non mancò nemmeno di far compiere dimostrazioni di forza e prese, invece, sul serio la restaurazione della Repubblica. Si comportò in modo «onesto», mettendo così i senatori di fronte al paradosso di
A settantotto anni, poi, morì e Roma non poteva che festeggiare.
- Una giovinezza in pericolo La Roma in cui fu costretto a vivere il giovane Caligola non era un ambiente sano. Con la morte di Germanico nel 19, Druso (II), figlio di Tiberio, era l'unico che, per ragioni anagrafiche, potesse aspirare al trono. Ma gli anni successivi avrebbero dimostrato che il prestigio dinastico, poteva diventare un costante problema politico. La posizione di fiducia di cui godeva Seiano presso l'imperatore portò presto il potente prefetto del pretorio a entrare in rotta di collisione con Druso. Nel 23, Seiano, che aveva avviato con la moglie di Druso, Livilla, sorella di Germanico, una relazione amorosa, indusse la donna ad avvelenare il consorte. Morto Druso, si ritrovò di colpo al centro delle manovre dinastiche la popolare famiglia di Germanico: Agrippina con i suoi figli. Nerone e Druso (III), all'epoca rispettivamente di 17 e 16 anni, furono vivamente raccomandati da Tiberio ai senatori. Tiberio si mostrò geloso di tutti gli onori concessi a Nerone e a Druso, che in tal modo finivano per rubargli la scena. Peggiorò, anche, il suo rapporto con Agrippina. Seiano, dopo l'eliminazione di Druso (II), sembra avesse ordito piani per disfarsi anche di Agrippina e dei suoi figli. Ma, secondo Tacito, andarono a monte per la vigilanza delle guardie e per la castità di Agrippina, rimasta gelida davanti alle avance di Seiano. Questi indusse in seguito Livia e Livilla a presentarsi a Tiberio per accusare la madre dei potenziali successori al trono di aspirare al potere. Infine, calunniò lui stesso Agrippina davanti all'imperatore. La mossa successiva previde, la denuncia per lesa maestà di quanti osavano ancora frequentare la casa di Germanico. Tramite intermediari, Seiano convinse Agrippina che l'imperatore meditava di avvelenarla e che doveva dunque evitare la tavola del suocero (adottivo). Quando venne invitata a un banchetto al quale era presente anche Livia, non toccò cibo, tanto da attirare l'attenzione di Tiberio, che iniziò a lodare il cibo che gli veniva portato in tavola. Secondo Tacito, Agrippina mirava davvero a conquistare prima del tempo il potere per sé e per i figli. Costituiva quindi effettivamente una minaccia per l'imperatore. La vittima successiva fu il fratello maggiore Nerone, diventato dopo la morte di Druso (II) il primo candidato alla successione al trono. Nell'anno 27 - Nerone aveva 21 anni e Tiberio soggiornava già a Capri - si arrivò al punto di porre agli arresti Agrippina e il figlio maggiore, sotto la sorveglianza di soldati. Per il quattordicenne Caligola e per le sue due sorelle più piccole Drusilla e Livilla fu necessario trovare una nuova casa. Andarono ad abitare dalla bisnonna Livia, vedova di Augusto, che, continuava ad avere molteplici contatti nell'ambiente aristocratico e a godere di un rilevante influsso. Deve essere stata anzi lei a impedire la condanna di Agrippina e Nerone. La sua morte, avvenuta due anni dopo, all'età di 86 anni, comportò per i figli di Germanico un nuovo trasferimento. Caligola, visse a partire dall'anno 29 insieme con le sorelle in casa della nonna Antonia Minore, l'altra grande dama della Roma dell'epoca che aveva contatti non solo con il mondo romano, ma, attraverso il padre Antonio e il legame di questi con Cleopatra, parentele con varie case reali dell'Oriente. Strinse vari rapporti con diversi figli di re, utili per il futuro. Durante questo periodo si verificò la definitiva rovina della madre e del fratello maggiore. Nerone venne dichiarato hostis, nemico del popolo romano, e lui e la madre furono esiliati nelle piccole isole di Pandataria e Ponza. Nerone perse qui la vita in circostanze oscure nell'anno 31. Nel 30 anche il fratello di Caligola, Druso, secondo nella linea di successione al trono, entrò nel mirino di Seiano e dei suoi complici. Fu accusato, al pari di Nerone, di attività cospiratici. Fu gettato in un carcere del Palatino da cui non sarebbe più uscito. Non molto tempo dopo fu pure dichiarato hostis. Non è chiaro cosa passasse in quegli anni nella mente di Tiberio. Cassio Dione scrive che Tiberio era considerato pazzo: presentando ogni minima questione al Senato, finiva per screditare del tutto
la propria autorità. Bisognerà in effetti supporre una sorta di perdita del senso della realtà e - parallelamente - un costante timore per la propria vita. Sembrava ormai chiaro a chi toccasse il trono. Sono documentati diversi tentativi di provocare anche la rovina di Caligola. Dopo la caduta di Seiano vennero citati in giudizio numerosi senatori a causa della loro precedente condotta, che volevano rovinare Caligola. Ma per lui ci fu una svolta inaspettata.
- Capri e l’ascesa al trono Fine dell’anno 30, Tiberio chiamò a Capri Caligola, dove ricevette la toga virilis , che sancisce l’entrata nel mondo degli adulti. Si potrebbe pensare che fosse perché lo aveva riconosciuto come successore, invece era quasi come un ostaggio, a garanzia della sicurezza imperiale. I figli di Germanico avevano mantenuto intatto il loro prestigio, anzi si era forse elevato per la pietà suscitata dalla loro sorte. Portare a Capri Caligola, fu una strategia di Tiberio per consolidare la propria posizione, approfittando della popolarità del giovane e sottraendolo alle strumentalizzazioni altrui. Caligola fu costretto a vivere al fianco di un uomo che aveva rovinato la sua famiglia e alla sua cerchia ristretta. Per loro la prospettiva di un'ascesa di Caligola al trono costituiva una pericolosa eventualità. Ognuno di loro immaginava un membro della propria famiglia come successore, mentre Caligola rimase nell’incertezza per sei anni, fino al 37, quando ascese al trono. Dopo la caduta di Seiano, Druso morì nel 33 di fame nella prigione del Palatino, dopo aver tentato disperatamente di nutrirsi con la paglia del materasso (l’imperatore rese noti i particolari per legittimare il suo operato) e nello stesso anno trovò la morte Agrippina, suicida, secondo la versione ufficiale, lasciata morire di fame, secondo voci largamente diffuse. Tacito scrive a proposito di Caligola a Capri: «Sotto apparenze di moderazione, egli nascondeva un animo efferato; né la condanna della madre, né la rovina dei fratelli gli strappò un lamento. Giorno per giorno, secondo la maschera che Tiberio portava, egli modellava su di essa il proprio aspetto, adoperando parole quasi identiche alle sue». Caligola riuscì a Capri, nonostante il carattere imprevedibile dell'imperatore e i sentimenti ostili della corte, ad affermare la propria posizione. Il prezzo da pagare fu il controllo delle emozioni e la simulazione verso Tiberio. Tiberio a Capri amava circondarsi di filosofi greci, grammatici, poeti e astrologi. Durante i banchetti Tiberio conversava con loro. Anche qui dominava una pericolosa gara per accaparrarsi il favore di Tiberio. Caligola sembra aver preso parte con maggior successo alle dotte conversazioni. Le fonti affermano che aveva una profonda conoscenza della cultura dell'epoca. Era un grade oratore, espertissimo della lingua greca e latina; sapeva come rispondere a discorsi pronunciati da altri ed era capace di grande persuasione. Già da giovanissimo, la sua educazione era stata impartita da precettori privati. Si dice che si fosse interessato agli studi a Capri per stare di pari passo con il prozio, grande intellettuale. Ma, inseguito, non si parla più di questo su interesse, probabilmente perché anche questo era un modo per adeguarsi alla situazione. Se Tiberio non ebbe mai verso il pronipote e possibile successore al trono un atteggiamento amichevole, non gli si dimostrò neppure ostile. Nel 33, a soli vent’anni (età inusuale), Caligola ottenne la carica di questore, presupposto per l’accoglimento nei ranghi senatori. Gli venne anche accordata la prerogativa di concorrere alle altre cariche cinque anni prima dell'età stabilita. Si trattava di un privilegio tradizionalmente concesso ai principi della famiglia imperiale e poteva dunque essere interpretato come un segno positivo. Infine, Tiberio, lo unì in matrimonio con Giunia Claudilla (o Claudia), figlia del consolare Marco Giunio Silano, promotore in Senato di frequenti mozioni adulatorie e servili, nonché uno dei suoi più stretti amici.
- Il giovane Augusto Caligola, come afferma Svetonio, era il «principe desideratissimo» (exoptatissimus princeps, Svet. Cal. 13) tanto per gli abitanti delle province e per i soldati che lo avevano conosciuto da bambino quanto per la popolazione di Roma. I festeggiamenti sembra durarono quasi tre mesi. Per prima cosa Caligola tenne un discorso in Senato: lusingò i senatori, promettendo di dividere con loro il potere e di fare tutto ciò che ad essi fosse piaciuto. Come misure concrete annunciò la fine dei processi per lesa maestà e venne restituita la libertà agli esiliati e ai prigionieri. Caligola diede inoltre ordine di bruciare pubblicamente nel Foro i documenti processuali lasciati dal suo predecessore, riguardanti anche le accuse contro la madre e i fratelli, tutto questo al fine di sradicare i timori dei senatori e cavalieri rimasti coinvolti nella vicenda. Al senato chiese che venissero tributati a Tiberio gli stessi onori del padre Augusto e che venisse accolto nel Pantheon romano. Non volle che fosse sottoposto a Damnatio Memorie. Fece esporre il cadavere in pubblico e lo onorò poi con un solenne funerale di Stato nel Mausoleo di Augusto. Ma utilizzò il discorso funebre al Foro soprattutto per rievocare alla mente degli ascoltatori Augusto e Germanico e per inserirsi nel solco di quella tradizione. Fece delle gratifiche ai pretoriani, anch’esse una dimostrazione di forza. Poi, provvide ad onorare i familiari defunti, recuperando i loro corpi e tributandoli. Caligola elevò poi lo zio Claudio, fino a quel momento rimasto del tutto in disparte, a proprio collega nel primo consolato. La rinuncia a farsi tributare onori e a ostentare la propria potestà imperiale fu il primo tratto distintivo del nuovo principato. La nomina a console fu l'occasione per Caligola di pronunciare un discorso programmatico in Senato, in cui prese per la prima volta in modo esplicito le distanze da Tiberio. Criticò tutte le azioni a lui rimproverate anche dall'aristocrazia, e fece molti annunci e promesse riguardo al proprio futuro governo. Fece delle manifestazioni e delle feste mai viste in precedenza. Proibì le usuali formule di saluto a lui rivolte in città che ne sottolineavano la preminenza rispetto a tutti gli altri. Da quel momento in poi le sue uscite in pubblico si attennero a quelle di un semplice cittadino. Era un chiaro tentativo di ricalcare il principato augusteo: sul piano istituzionale, l'imperatore evitò di dar risalto al proprio dominio assoluto, proclamando una condivisione del potere con il Senato. A livello sociale, rispettò rigorosamente le forme tradizionali di comunicazione tra imperatore e aristocrazia, ispirate a canoni egualitari. Evitò anche che nei contatti quotidiani gli si tributassero onori rispondenti al potere politico in effetti detenuto. In ambito urbano, si limitò alle formule di saluto che spettavano a un normale cittadino. Filone afferma chiaramente che dietro al giovane imperatore stavano Macrone che, come prefetto del pretorio, rivestiva la più alta carica riservata all'ordine equestre nella società romana, e Marco Giunio Silano, suocero di Caligola e massimo esponente aristocratico per il privilegio a lui concesso di votare per primo in Senato. Su che parte abbia avuto lo stesso Caligola nella costruzione di un principato di tipo augusteo, possiamo dire poco, se non il fatto che recitò perfettamente il ruolo assegnatogli. La situazione in cui adesso si trovava era senza dubbio migliore rispetto a quella che aveva preceduto la sua ascesa al trono, ma il resto continuava a essere tutt'altro che semplice. Era alla mercé di due personaggi che reggevano segretamente le fila e che, avendolo elevato a imperatore, erano riusciti a consolidare al tempo stesso la loro posizione, da cui non intendevano affatto recedere. L'adozione di Gemello aveva inoltre costretto Caligola a trasformare il nipote di
Tiberio nel suo perpetuo rivale al trono e a lasciare quindi nelle mani dei due potenti signori dietro le quinte la possibilità di un'alternativa.
- La malattia e il consolidamento del potere Le persone che godevano maggiormente della fiducia di Caligola erano le sorelle, alle quali lo legava, oltre alla parentela, anche il lungo e burrascoso periodo vissuto in comune sotto il regno di Tiberio, nonché lo stretto rapporto con uno dei loro mariti. Nell'ottavo mese del suo regno, dunque verso la fine dell'ottobre del 37, Caligola contrasse una grave malattia che ne mise a repentaglio la vita. La popolazione di Roma si mostrò fortemente addolorata e colpita. Macrone e Silano presero in mano l'iniziativa. Di fronte al pericolo della morte di Caligola prepararono la successione al trono di Tiberio Gemello. Era questa la sola mossa strategica possibile per fronteggiare la situazione, ma evidentemente messa in atto in modo un po' troppo affrettato. In questa delicata situazione Caligola agisce per la prima volta da sovrano autonomo. Nominò la sorella Drusilla erede «dei propri beni e dell'Impero» e Lepido suo successore. Poi, ordinò un atto brutale, ma coerente, date le circostanze: l'eliminazione di Tiberio Gemello. A Gemello venne rimproverato di aver insidiato Caligola e di averne atteso la morte per trarne vantaggio. Fu costretto al suicidio. Una volta venuta meno l'alternativa al trono, anche le posizioni di Macrone e Silano finirono con l'indebolirsi. Morto Gemello, Macrone fu nominato prefetto dell'Egitto. Prima della sua partenza per l'Egitto, lui e molti altri vennero accusati e indotti al suicidio o condannati a morte. Contro Macrone vennero mosse false accuse, come quella di aver affermato che Caligola era una sua creazione e che a lui doveva il regno. Altri furono condannati per aver agito contro la madre e i fratelli dell'imperatore e i loro seguaci, sulla base di testimonianze o di vecchi documenti processuali, di cui si era in passato annunciata la distruzione. Caligola cambiò l'ordine di precedenza, chiamando a votare da quel momento in poi gli ex consoli in base all'anzianità. Ebbe così fine il ruolo di primo dei senatori detenuto da Silano. Qualche aristocratico senza scrupoli avrebbe finito col muovere prima o poi accuse contro quell'ex potente. Silano stesso ne trasse le conseguenze e si tolse la vita. Probabilmente, dato il passato, Caligola pensò che fosse l’unica soluzione possibile l’eliminazione di tutte quelle persone. Poco dopo la guarigione, Caligola si sposò una seconda volta. Voleva prepararsi alla successione dinastica. Scelse Livia Orestilla, strappata con un atto di forza al marito durante la celebrazione del loro matrimonio. Livia Orestilla mostrò di non nutrire alcun interesse per la carica di imperatrice e continuò ad intrattenere con il primo marito rapporti non leciti. Poi divorziarono e la esiliarono. Nel 38 il nome di Tiberio fu escluso dai giuramenti annuali di fedeltà alle disposizioni dei precedenti imperatori, un provvedimento che veniva incontro alla richiesta avanzata a suo tempo dal Senato di cancellare la memoria del defunto sovrano. Fece numerose innovazioni in diversi campi, tra cui rese pubblici i conti imperiali, cambiò le procedure d'appello esonerò gli abitanti del pagamento delle tasse sulle vendite e ripristinò i giochi gladiatori. La maggior parte delle misure politiche adottate nei primi mesi del 38, riscosse grandi consensi e guadagnò all'imperatore la concessione di alti onori. E comportò la decisione di portare un giorno ogni anno in Campidoglio un busto d'oro di Caligola, accompagnato da un corteo e da canti per lodarlo. Il giorno dell'ascesa al trono di Caligola avrebbe poi dovuto prendere il nome di parilia, a significare che la città era stata in qualche modo rifondata da lui.
Nella gestione domestica e nella condotta in pubblico Caligola non si adeguava dunque al ruolo a cui si atteneva nella propria azione politico-istituzionale.
- La morte di Drusilla Il 10 giugno dell'anno 38 moriva inaspettatamente Drusilla, la sorella preferita di Caligola e da lui nominata unica erede. Era immensamente addolorato. Si abbandonava a manifestazioni per nulla adatte a un imperatore. Per evitare qualsiasi contatto, si ritirò nella residenza sui Colli Albani, dove cercò di distrarsi dedicandosi a giochi da tavoliere. Percorreva senza meta la campagna con barba e capelli incolti, lasciati crescere in segno di lutto. Fece divinizzare Drusilla, venne collocata una sua immagine d’oro nella Curia e nel Tempio di Venere una statua. Stabilì, inoltre che le sarebbero stati anche dedicati un tempio e un collegio sacerdotale. Tutte le donne avrebbero prestato giuramento in suo nome e lo stesso avrebbe fatto da quel momento in poi anche l'imperatore. Nel giorno della nascita di Drusilla si sarebbero organizzati giochi magnifici. Nelle città dell'Impero sarebbe stata onorata come Panthea, «Dea di tutto». Seneca scrive che all'epoca non si sapeva se l'imperatore volesse vedere di più sua sorella compianta o divinizzata, e definisce la reazione di Caligola eccessiva. Anche secondo alcuni studiosi moderni si coglierebbero nel comportamento del sovrano stranezze che spingerebbero a ipotizzare addirittura un crollo psichico. Senza dubbio le sue manifestazioni attestano un turbamento fuori del normale. Ma contro la tesi di un dolore sfrenato sta il fatto che, nel quadro delle concezioni religiose del tempo, non era eccezionale la divinizzazione di un sovrano defunto. Veniva infatti adesso a riaprirsi la questione dinastica. Pochi mesi dopo la morte della sorella, Caligola si sposò di nuovo. Scelse Lollia Paolina che spiccava per grande bellezza e per grande ricchezza. Era già sposata con Publio Memmio Regolo, un consolare. Secondo Svetonio questi avrebbe accordato il divorzio e chiesto anzi a Caligola di sposare la moglie. Anche questo matrimonio non durò troppo a lungo. Probabilmente nell'estate dell'anno seguente Caligola vi pose fine perché probabilmente la moglie era sterile.
- L’impero L'Impero romano, conquistato nei secoli della Repubblica, costituiva la base del potere dei sovrani romani. Le tasse riscosse nelle province ne alimentavano la sconfinata ricchezza. Le legioni di stanza nelle regioni dell'Impero erano, insieme alle truppe scelte e alle forze d'ordine paramilitari a Roma, il pilastro su cui si fondava la loro posizione. Tali elementi rappresentavano però al tempo stesso un pericolo potenziale per gli imperatori. Al vertice delle province si trovavano governatori provenienti dal ceto senatorio che, oltre a svolgere, a livello territoriale, compiti politico- istituzionali, amministrativi e giurisdizionali, concentravano nelle loro mani anche il comando supremo delle legioni, i cui generali erano a loro volta senatori romani. Erano due le strategie con le quali un imperatore poteva circoscrivere i conflitti potenziali e utilizzare viceversa l'Impero per consolidare la propria posizione: stabilire una vicinanza personale con i soldati e svolgere un'attività di patronato nei confronti delle popolazioni provinciali. Richiedevano risorse finanziarie, anzi, nella migliore delle ipotesi, la presenza del sovrano nelle province. Caligola, che nel completare i ranghi dell'ordine equestre tenne in particolare considerazione i maggiorenti provinciali, mostrò, sotto questo aspetto, un eccezionale attivismo. Dopo la morte di Drusilla, Caligola partì per la Sicilia, dove fece partire la costruzione di un porto con magazzini presso la città di Reggio, in modo da stanziarvi il grano delle navi provenienti dall’Egitto. Costituì l’atto più utile del regno di Caligola, oltre alla festa e alle ulteriori modifiche e sistemazioni della provincia. Visitò anche altri paesi, come Messina. Tornato a Roma, iniziò la costruzione di nuovi acquedotti. Infine, quell’anno, furono avviati i preparativi per una grande campagna militare contro la Germania. Occasione della spedizione militare furono gli attacchi delle tribù germaniche contro la Gallia, ma il vero motivo potrebbe
essere stato l'intento del giovane imperatore di riprendere la guerra di conquista della Germania, procurandosi così gloria militare. Il successo nelle armi continuava a essere la più importante fonte di prestigio nel mondo romano, in grado di rafforzare la dedizione dei soldati all'imperatore e la preminenza di quest'ultimo in seno all'aristocrazia. I preparativi bellici rivelano quindi come Caligola intendesse servirsi delle risorse dell'Impero per rafforzare la propria posizione. In Oriente, invece, nel 37 Caligola aveva elevato al trono due sovrani, elargendo loro munifici doni: Giulio Agrippa in Giudea e Antioco IV Epifane in Commagene. Inoltre, creò altri regni in Asia Minore e nel Vicino Oriente. La creazione di Stati satelliti rientrava probabilmente in un più ampio progetto per le regioni orientali dell'Impero. Non sorprenderà che cominciasse a serpeggiare un certo malcontento tra qualche vecchio consolare di alto rango, capace di influenzare gli orientamenti in Senato. Per di più circolavano voci. III. L’ESASPERAZIONE DEI CONFLITTI
- La congiura dei consolari Oscuri i primi mesi dell’anno 39, periodo in cui si realizzò un radicale cambiamento dei rapporti tra il sovrano e l’aristocrazia. Ci sono diversi indizi che fanno pensare che, all’epoca delle dimissioni di Caligola come console, venne scoperta una congiura che vedeva coinvolti vasti ambienti dell’aristocrazia senatoria. Alcuni di loro erano stati citati in giudizio per delitti analoghi già sotto Tiberio. Non c'è alcun indizio che spinga a ipotizzare che si siano regolati vecchi conti in sospeso. Erano stati inoltre i «maggiorenti» dell'aristocrazia, cioè esponenti della classe apicale dei consolari, ad aver ordito la congiura. Si trattava dunque di persone nei cui confronti l'imperatore aveva mantenuto fino allora una condotta nel complesso leale e deferente. I congiurati furono denunciati e condannati in processi regolari. Ma non fece solo questo: molti storici antichi raccontavano di uomini o donne costrette ad uccidersi per conto dell’imperatore per aver agito in maniera sconsiderata o non rispettosa. Al di là della condanna dei congiurati e dei procedimenti contro i magistrati corrotti non ci sono dunque all'epoca indizi per ipotizzare una persecuzione di membri dell'aristocrazia.
- L’ora della verità Caligola, basandosi evidentemente sul lavoro preparatorio e sullo studio degli atti da parte dei suoi liberti, analizzò il comportamento dell'aristocrazia sotto Tiberio. Pose i senatori di fronte al fatto che erano stati alcuni membri del loro ordine a denunciare e condannare a morte ora questo ora quell'imputato per l'opportunistica ansia di guadagnarsi il favore imperiale. Un colpo ancora più forte potrebbe essere stata la denuncia da parte di Caligola, davanti ai diretti interessati, dell'opportunistica adulazione che da Augusto in poi aveva contraddistinto la comunicazione tra Senato e imperatore. Caligola veniva in sostanza a bollare la condotta dell'aristocrazia come un'ipocrita e mendace simulazione. Lesse uno scritto che immaginava gli avesse scritto Tiberio, dopo di che l'imperatore annunciò la ripresa dei processi per lesa maestà e ordinò che le sue disposizioni venissero incise su una stele di bronzo. Aveva fatto cadere la maschera dell’aristocrazia: non accettavano il potere imperiale, odiavano l’imperatore e gli si scagliavano contro alla prima occasione, ma continuavano a rendersi servili e ad adularlo per ottenere dei favori. Caligola, poi, aveva lasciato cadere la maschera indossata dagli imperatori, il loro tentativo di farsi accettare dall'aristocrazia, comportandosi come se non fossero sovrani assoluti. Caligola proclamava, dunque, di rinunciare al riconoscimento da parte degli aristocratici, prevedendo che sarebbe rimasta comunque immutata la loro sottomissione.
collocate come doni votivi nel tempio di Marte Ultore. Infine, con una missiva informò il Senato dell'attentato a cui era sfuggito. Proibì, inoltre per il futuro che venissero attribuiti onori a qualunque suo parente. L’imperatore non sapeva più di chi fidarsi. La scoperta della congiura sembra aver provocato, come sotto Tiberio, un'ondata di denunce. Inoltre, come in passato, uomini ambiziosi di origine non illustre sfruttarono la situazione per ostentare la propria devozione all'imperatore e Vespasiano fu tra quelli. Venne scelto come capo delegazione suo zio Claudio, proprio colui che gli sarebbe subentrato al trono. Ma la cosa non piacque a Caligola, perché non voleva più conferire onori alla famiglia. Claudio subì terribili minacce e umiliazioni. La precaria situazione, caratterizzata da paure e sospetti reciproci, imponeva in primo luogo a Caligola di rafforzare il potere militare. I primi provvedimenti di Caligola mirarono perciò a una riorganizzazione delle truppe: vennero congedati per età avanzata e fiacchezza fisica un gran numero di centurioni e furono ridotti gli indennizzi concessi al momento del ritiro; si rimossero alcuni comandanti di legioni di stanza in altre province che erano accorsi in Germania troppo tardi (forse perché aspettavano di vedere l’esito della congiura). Galpa sostituì Getulico. Si dice che Caligola si fece più volte acclamare imperator. I timori da parte dell'aristocrazia che l'imperatore prendesse ulteriori misure si manifestarono il 1° gennaio del 40, mentre Caligola, assente dalla città, ricopriva il suo terzo consolato. Per paura, il senato tenne gli affari fermi fino al 12 gennaio, quando arrivò da Caligola la notizia che egli aveva deposto la carica di console. Al che i senatori andarono al Campidoglio, dove offrirono tributi ed elogi all’imperatore. Si radunarono poi nella Curia senza che qualcuno li avesse ufficialmente convocati e trascorsero l'intero giorno tributando elogi a Caligola e preghiere alla sua persona. All'incirca in quello stesso periodo deve essere stata presa in Gallia una importante decisione: rinviare la spedizione in Germania e tentare la conquista della Britannia. Cambiarono il programma a causa delle contese dinastiche esplose nel regno britannico di Cinobellino. Inoltre, quella conquista avrebbe costituito un'impresa di altissimo prestigio, dato che nessun generale romano aveva più messo piede in quel territorio. Le informazioni delle fonti sono anche qui scarse e confuse e non si sa esattamente come andò, forse conquistarono la Britannia, forse si sottomisero o forse l’imperatore disse all’esercito di andare a raccogliere conchiglie. Si dice che le truppe romane si ammutinarono per non combattere, ma desistettero dopo un po’ di tempo. Forse Caligola voleva addirittura decimarle per la loro viltà. Di certo ci furono dei conflitti tra lui e i comandanti di censo senatorio. Tornando dalle sue conquiste chiuse definitivamente i rapporti sociali con i suoi pari.
- La riconfigurazione del ruolo imperiale L'intima cerchia dei confidenti e assistenti venne a essere composta, dopo il ritorno dalla Gallia, da persone del tutto diverse. Figura centrale fu il liberto Gaio Giulio Callisto. Callisto avrebbe avuto un ruolo di rilievo nella scoperta della grande congiura. Fu lui in quella situazione estremamente critica a indurre l'imperatore a conferire il consolato a Domizio Afro. Poi vi era Protogene, al servizio dell'imperatore «per sbrigare gli affari sporchi». Un ruolo importante ebbe infine lo schiavo egizio Elicone, cameriere di Caligola. Della nuova cerchia faceva anche parte l'imperatrice Cesonia, che aveva generato a Caligola una figlia e, secondo le fonti, oggetto di amore appassionato e fiducia da parte dell'imperatore. Nello stesso periodo assunsero un ruolo dominante, anche fuori dal gruppo al vertice, persone che niente avevano a che fare con le antiche istituzioni. L'imperatore utilizzava cioè le strutture private e militari a sua disposizione per compiti politico-amministrativi, fino allora ad esse estranei.
Caligola si prefisse di affrontare un problema mai prima sollevato da nessun sovrano: la posizione sociale dell'imperatore. Vietò che gli venissero tributati onori. Cassio Dione scriveva: «Senza dubbio non voleva dare l'impressione che ciò che implicava qualche onore per lui fosse nelle mani dei senatori, perché ciò avrebbe significato che loro erano superiori a lui e potevano accordargli dei favori come se egli fosse loro inferiore. Perciò spesso screditava alcuni onori che gli venivano rivolti perché non aumentavano il suo splendore, ma piuttosto diminuivano il suo potere». Ciò che gli stava prima di tutto a cuore era l'esibizione della ricchezza, l'altro campo, oltre a quello politico, dove era possibile ostentare il proprio rango. La messa all'asta dei cimeli dei suoi predecessori è spiegabile non solo come mezzo per incassare denaro, ma come consapevole cesura rispetto alle forme canoniche di rappresentazione del ruolo imperiale. Secondo Cassio Dione, facevano parte della sua corte due dei re satelliti dell'Oriente greco, da lui insediati sui rispettivi troni nel 37: Giulio Agrippa di Giudea e Antioco IV di Commagene. In questi sovrani si personificava la tradizione della monarchia assoluta, radicata da secoli nei regni ellenistici dell'Oriente. Indipendenti dagli organismi cittadini e dalle locali aristocrazie, essi disponevano di strutture amministrativo-politiche legate alla propria domus e soggette unicamente a loro. I nobili della corte erano organizzati secondo un ordine piramidale, al cui vertice si trovavano i sovrani stessi. Dal III secolo a. C. erano inoltre diffuse forme di culto nei confronti di questi re, assimilati, per la loro suprema posizione, a divinità. Caligola intendeva trasformare in una esplicita monarchia assoluta il ruolo paradossale e pericoloso, fino allora da lui ricoperto, di imperatore in uno Stato repubblicano.
- La traversata del mare Caligola scelse una nuova apoteosi, mai vista prima a Roma e che superò qualsiasi trionfo. Fece preparare una traversata trionfale sul mare, in Campania. Quando l'opera fu terminata, Caligola indossò la corazza del più celebre sovrano del mondo greco, Alessandro Magno e una clamide purpurea ornata di oro e pietre preziose indiane. Si appese una spada alla cinta, imbracciò lo scudo e si incoronò il capo di una ghirlanda di foglie di quercia. Poi sacrificò agli dèi, soprattutto a Poseidone, dio del mare, e all'Invidia per allontanare da sé ogni sentimento malevolo, e da Bauli iniziò a percorrere il ponte con un gran seguito militare, composto da cavalieri e fanti. Arrivato all'altro capo, si slanciò, come alla testa di un esercito di conquista, alla volta di Pozzuoli. Il giorno successivo fece qui sosta, poi tornò indietro, dove, con ora indosso una tunica trapunta d'oro, guidò un carro trainato dai più celebri cavalli da corsa del tempo. Lo seguiva un lungo corteo con oggetti portati dal Nord e un principe dei Parti. Su altri carri lo accompagnavano gli «amici», che costituivano il seguito aristocratico di un generale romano, poi venivano i pretoriani, l'esercito e il resto del corteo, vestito ciascuno a proprio gusto. A metà percorso fece un discorso dove indicò sé stesso come promotore di alcune grandi imprese e poi elogiò i soldati e diede loro del denaro. Sia Seneca che Flavio Giuseppe usarono questo episodio come dimostrazione della sua pazzia. La messinscena, oltre a documentare l'ostentazione di uno sconfinato potere assoluto, possiede molti risvolti simbolici. È evidente la connessione con gli eventi accaduti di fronte alle coste britanniche: l'imperatore intendeva dimostrare che in Italia, a differenza di quanto era accaduto nel lontano Nord, le sue decisioni non dipendevano dal favore delle truppe e dall'approvazione dei generali di censo senatorio, ma che aveva i mezzi per far sì che i soldati attraversassero a piedi il mare. L'episodio del golfo di Baia va inteso come una solenne esibizione della grandezza imperiale, destinata a infrangere i consueti canoni romani di esternazione del rango (imperiale). Un comportamento che corrispondeva coerentemente al rifiuto di farsi tributare onori dal Senato e allo smascheramento di quel paradosso per cui a omaggiare l'imperatore dovevano essere il Senato e l'aristocrazia. La trionfale traversata del mare è, dunque, il primo tentativo di Caligola di mettere in risalto con nuove pratiche cerimoniali il suo ruolo di monarca al di sopra dell'aristocrazia.
Solo dopo il 40, ovvero dopo che iniziò a trattare in tale maniera i consolari, gli storici iniziano anche a definirlo brutto, dai piedi enormi, con il pallore sul viso, sintomi della presunta pazzia.
- L’imperatore come Dio Lucio Vitellio, padre del futuro imperatore Nerone, fu il primo a venerare Caligola come un Dio. Poi lo fecero anche altri e, addirittura, venne eretto per lui un tempio. Dal IV secolo a.C. in Grecia era per contro possibile chiamare eroi o dèi persone che superavano per potere o smisurata ricchezza gli altri mortali e venerarli di conseguenza, pratica che in epoca ellenistica condusse al culto di singoli sovrani e delle loro dinastie. I senatori romani, che all'epoca della Repubblica avevano conquistato l'Oriente greco, ne avevano diretta conoscenza per averla sperimentata di persona attraverso la concessione di onori simili. Infine, nelle città delle regioni orientali dell'Impero e presto anche delle province occidentali venivano venerati come dèi gli imperatori e i membri delle loro famiglie. Già a Giulio Cesare, prima del suo assassinio da parte del Senato, erano stati tributati onori divini e anche con Tiberio c’era stato il tentativo di conferirgli un’area sacrale. Caligola fu a Roma il primo imperatore a farsi venerare come un dio dall'aristocrazia. Imponeva ai senatori di adorare non solo la sua statua d'oro, ma anche lui stesso come dio. Usava la salutatio per farsi venerare. Lo studioso tedesco Hugo Willrich ha formulato la tesi secondo cui Caligola, divinizzando la sua persona, avrebbe mirato a porre fine all'esperienza del principato romano e a stabilire una nuova forma di monarchia assoluta modellata sui sovrani ellenistici divinizzati. Ma ci sono ragioni sostanziali che si oppongono a una tale interpretazione. Innanzi tutto, Caligola limitò le sue apparizioni come «dio» a certe occasioni. Inoltre, non esiste una sola iscrizione o una sola moneta di ambiente romano in cui l'imperatore compaia con il titolo di dio o con attributi divini. In tutti i documenti tramandati, il rango imperiale e le sue forme di rappresentazione seguono piuttosto senza eccezioni quelle usuali sotto i predecessori Augusto e Tiberio. L’esempio riportato dimostra come anche questo passo fosse un modo per vessare l’aristocrazia Davanti a una imponente statua di Giove, Caligola chiese ad Apelle chi ritenesse più grande, lui o Giove. È facile cogliere il senso del comportamento di Caligola se si tiene presente il modo in cui egli si comportava di fronte alla doppiezza e alle adulazioni che contrassegnavano i rapporti con lui: nel prenderle sul serio, le smascherava come menzogne, nel chiedere cinicamente un comportamento rispondente alle lusinghe, umiliava i suoi interlocutori. Adottava la stessa tattica anche qui. Né Vitellio, tanto biasimato nelle fonti antiche per la sua servile adulazione, né Apelle lo consideravano davvero un dio, e ambedue sapevano che anche l'imperatore ne era perfettamente cosciente. Questi, a sua volta, reagiva ai servili omaggi divini resi alla sua persona, obbligando gli interlocutori a comportarsi come se lo ritenessero davvero un dio, cioè come se non fossero sani di mente. Alcune fonti antiche danno una spiegazione del tutto diversa delle informazioni riportate. Affermano che l'imperatore aveva smarrito la ragione e, ritenendosi davvero un dio, costringeva l'aristocrazia al culto della sua persona. Anche non pochi biografi moderni propendono per questa tesi, tanto che la «divinità» di Caligola ha contribuito in modo fondamentale alla sua immagine di imperatore folle. Impose a Gerusalemme il suo culto, solo per una questione di ordine imperiale. Gli storici estrapolano le battute ironiche dell’imperatore dal contest originario e le svuotano di senso, solo per farlo apparire folle falsifica ciò che è in effetti accaduto, dato che tanto il lettore non può̀ di primo acchito coglierla come tale.
- Le basi del potere Il potere imperiale era assoluto. I soldati della guardia pretoriana, incaricati a Roma di arresti, torture e condanne a morte, approfittavano della situazione ed erano devoti all'imperatore. In parallelo e in concorrenza con loro svolgeva un ruolo importante la guardia del corpo germanica che, con la loro costante presenza, garantivano la sicurezza del sovrano che provvedeva generosamente al loro mantenimento. Presso le legioni ai confini del l'Impero, dove non giungevano troppo di frequente notizie da Roma, restava intatta la popolarità del giovane imperatore. Anche il popolo di Roma continuava ad appoggiare l’imperatore che tanto munificamente provvedeva a elargire pane, giochi e denaro.
- Alessandria come alternativa? Quanto più Caligola procedeva nella demolizione della dignità nobiliare, tanto più rivelava il suo radicamento nella società aristocratica di Roma. Per esibire la propria superiorità aveva bisogno di abbassare gli altri e innalzare se stesso. Ma appunto nel momento in cui cercava di distruggere il vecchio sistema gerarchico, metteva in risalto come continuasse a esservi legato. Il tentativo di evadere dai paradossi del ruolo imperiale portava quindi a ricadere in nuovi paradossi che proseguivano i vecchi, limitandosi a ribaltare i rapporti. A Roma non ne sarebbe mai potuto uscire, perché non era realizzabile una monarchia all'interno delle strutture politiche e sociali di una secolare Repubblica. Nel suo resoconto dell'ambasceria presso Caligola, Filone menziona per tre volte un imminente viaggio dell'imperatore ad Alessandria, città che amava fin da quando era bambino. Secondo Svetonio, nel gennaio del 41, Caligola progettò di spostare il luogo della sua residenza e la sede della capitale prima nella città natale di Anzio, poi ad Alessandria. Non fu il primo ad a pensare ad Alessandria come capitale o luogo di residenza. n effetti Alessandria, l'antica residenza dei re tolemaici, si prestava perfettamente a sostenere il ruolo di capitale alternativa dell'Impero. Già Tiberio gli aveva dimostrato che anche fuori da Roma si poteva essere un imperatore romano saldo e indiscusso. Inoltre, Caligola cominciava anche a diffidare della sua cerchia più ristretta. V. LA MORTE SUL PALATINO Tacito racconta che Gaio venne ucciso nel gennaio del 41 in un complotto segreto. Tutte le fonti sono concordi nell'affermare che l'omicidio venne eseguito da due tribuni della guardia pretoriana, Cassio Cherea e Cornelio Sabino, con l'aiuto di altri centurioni, e che erano al corrente della congiura Callisto e i due prefetti del pretorio. Flavio Giuseppe riferisce inoltre come altri senatori della ristretta cerchia imperiale fossero a conoscenza dell'imminente complotto All'indomani del regicidio, Claudio venne rintracciato dai soldati della guardia pretoriana, portato nella loro caserma e proclamato imperatore. Il suo primo atto fu di nominare Rufrio Politone nuovo prefetto del pretorio, il che implicava la destituzione dei due predecessori che avevano partecipato alla congiura. Giustiziò anche i personaggi più vicini a Caligola. A eliminare l'imperatore fu il braccio destro di Caligola, Callisto, un ex schiavo. Callisto sfruttò l'ultima opportunità che gli rimaneva per salvarsi la testa. Occorreva però non prendere parte diretta all'omicidio. Nessun imperatore avrebbe mai lasciato impuniti gli autori di un crimine. Il fratello di Germanico e zio di Caligola era il candidato naturale dal punto di vista dinastico e per di più dall'apparenza innocua. Cherea era l'uomo di Caligola per gli affari sporchi. Dopo aver torturato una donna, decise di ad affrontare in un franco colloquio con il prefetto del pretorio Clemente e un altro tribuno di nome Papinio il piano di uccidere l'imperatore. Cherea era impaziente di passare all'azione. Essendo in stretto contatto con Caligola, vedeva quanto fossero numerose le occasioni di uccidere l'imperatore. Ma era trattenuto con deboli pretesti. Il prefetto Clemente gli diceva che bisognava aspettare l'occasione propizia. Cherea, temendo di