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Sulla diffusa illecita di riproduzione di contenuti online, specialmente nel giornalismo, e le implicazioni per i diritti d'autore. casi di violazione di copyright, come quello di Corriere della Sera con i vignette di Charlie Hebdo, e la risposta del mondo digitale con la creazione di mercati legali di contenuti digitali. Viene presentato il concetto di licenze Creative Commons e come queste siano importanti per la condivisione e la protezione dei diritti d'autore online.
Tipologia: Sintesi del corso
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La riproduzione di contenuti online, specie nel mondo giornalistico, vive da sempre nell' illegalità diffusa , relativa ai diritti d'autore dei contenuti, sia da parte di chi li produce, che da parte di chi li riutilizza. Es. servizi di rassegna stampa , business in cui sono nati aziende e prodotti, ancora attivi. Le aziende di comunicazione vendono le rassegne stampa ai propri clienti, per tenerli aggiornati su ciò che dicono i giornali sul loro settore, monitorando anche il loro brand. Se dovessimo prendere alla lettera le licenze dei contenuti dei quotidiani online nessuna azienda che produce rassegne stampa sarebbe in regola, tranne in casi di accordi particolari con i titolari dei diritti. Persino il singolo addetto stampa dell'ente pubblico, che produce una rassegna ad uso interno sta compiendo un atto illegale. Esistono comunque eccezioni , ad es il diritto di citazione , che permette il parziale riuso dei contenuti. 11.1 Il diritto d’autore nel giornalismo e nei contenuti online Larga parte dell’editoria online, avvalendosi del diritto di cronaca , scarica video prodotti da utenti, senza autorizzazione né da loro né dalle piattaforme sulle quali sono pubblicati es. Youtube e li carica sui propri server. Hanno scopi commerciali, aggiungendo a questi video le classiche pubblicità, che appaiono prima di ogni filmato, fatturano su queste senza autorizzazioni. Caso tra i più clamorosi di violazione dei diritti d’autore : pubblicazione del corriere della sera , nel 2015 , in occasione dell’attentato, di un instant book delle vignette di Charlie Hebdo prodotte e pubblicate online dagli utenti, violando non solo i diritti d’autore degli autori delle vignette ma anche i termini di servizio delle piattaforme sulle quali erano pubblicate. Nel mondo digitale abbiamo assistito a guerre tra i produttori di contenuti di entertainment e le piattaforme di condivisione come Napster a Bit Torrent, che permettono lo scambio di questi contenuti nonostante la riproduzione sia riservata, o senza verificare che il contenuto sia disponibile alla diffusione o no. Adesso contenuti di queste tipologie vengono o utilizzati come contenuti gratuiti da diffondere per promuovere un prodotto o commercializzati tramite contratti di licenza che ne garantiscono al cliente la fruizione. Quindi il mondo degli entertainment si è risollevato e ha vinto, costruendo un proprio e nuove mercato nella commercializzazione di contenuti digitali (acquistiamo la visione di un film online, ci abboniamo a piattaforme come Netflix, simili a soggetti tradizionali come SKY). Una soluzione è vitale per il mondo dell’editoria. C’è una differenza tra contenuto entertainment e contenuto informativo, la notizia è un bene di consumo deperibile, le notizie spuntano da ogni dispositivo, se uno qualsiasi dei nostri giornali dovesse chiudere non avvertiremmo alcuna conseguenza. L’editorialista già il giorno seguente aprirebbe un blog personale o verrebbe ingaggiato da un altro publisher. Il singolo contenuto rimane il fulcro della questione: content is the king. Ma riguardo al contenuto, chiunque legga un articolo online, solo il leggerlo violerebbe la licenza, in quanto verrebbe copiato inconsapevolmente sul proprio pc, che scarica tutti i dati presenti nella pagina tramite browser di navigazione. Se cerchiamo una parola su google, viene ricercata sulle copie di archivio che google ha dei singoli siti e che vengono costantemente aggiornate. Google copia tutti i contenuti dei siti internet, li indicizza e permette di effettuare ricerche su quelle copie, non sui siti originali. Il vantaggio per i proprietari dei siti sta nel fatto che genera un traffico di ingresso di utenti che hanno trovato contenuti di proprio interesse sui motori di ricerca. Dobbiamo fare i conti con la trasformazione digitale, che sta investendo tutti i settori. Nel 2015 Russo, vicedirettore de La stampa spiegò perché da quel giorno i contenuti della stampa sarebbero stati pubblicati applicando una licenza Creative Commons , dicendo che è un modo per riconoscere che il mondo è cambiato e che la condivisione è uno dei gesti più semplici e potenti della nostra quotidianità. Licenza applicata CC-BY-NC-ND, creative commons attribuzione non commercial Noderivatives. Chi riusa quel contenuto deve sempre citare la fonte e non può utilizzarlo né per scopi commerciali né creare opere derivate. Opportuno riflettere su quanto del mondo e delle regole che ci siamo dati oggi venga messo in discussione da prassi, usi comuni, pratiche della comunicazione digitale. Licenza applicata inadeguata perché blocca ogni riutilizzo. Comunque la scelta di La stampa ha dei risvolti positivi: applicare una licenza internazionale è un passo in avanti, chiunque si colleghi al sito sarà in
condizione di capire quali sia la policy di rilascio di quei contenuti, perché CC è uno standard internazionale. Quindi parla con tutto il mondo. Il tema del copyleft (rinuncia totale o parziale ai diritti d’autore sui contenuti) non è nuovo in Italia, ci sono già progetti datati come Copyleft Italia del 2005 di Simone Aliprandi e Il gruppo italiano Creative Commons guidato da De Martin del 2005. Ma si tratta solo di due casi, meriterebbe approfondimento. E’ cambiato certamente il modello di distribuzione dei contenuti, con una crescita rapidissima e inarrestabile del social sharing , che sta modificando il giornalismo, da un lato l’editore deve aumentare il più possibile la distribuzione social dei propri contenuti, dall’altra tutelarne il diritto d’autore per monetizzarli. La potenza del copyleft è straordinaria. Es. Google fa ampio uso dei contenuti di Wikipedia. Questo è possibile perché Wikipedia applica la licenza CC-BY-SA (share alike): usa come vuoi i contenuti purchè tu poi li ripubblichi con la stessa licenza e attribuendone la fonte. Non è possibile il contrario, Google non ha licenza aperta, quindi non inseribili su Wikipedia. Tutte le altre piattaforme hanno licenze stringenti e vincolanti descritte nei terms of service, che sono raccolti e sintetizzati per renderli più accessibili come Tosdr.org e Tldrlegal.com (licenze software). 11.2 Il sistema normativo italiano (una possibile conclusione rispetto alla premessa) Il giornalista o il giornale hanno certamente la possibilità di esercitare il cosiddetto diritto di citazione non ledendo il legittimo diritto d’autore. Un conto è citare una breve frase di un testo, un altro è pubblicarlo per intero o per ampi stralci, cosa che potrebbe ledere i diritti d’autore. Non si applica il diritto d’autore ai testi ufficiali dello stato e delle amministrazioni pubbliche ma questi testi a volte sono accessibili quasi esclusivamente tramite servizi a pagamento. Il punto più critico nel giornalismo è il rapporto che intercorre tra giornale/giornalista e il privato. Es. uso che si fa delle foto che i singoli utenti su fb pubblicano sui propri profili. In casi particolari di cronaca sistematicamente vengono saccheggiati e trasformati in fotogallery. Quindi è una quotidiana violazione delle norme. Nel caso di piccoli testi ci si può appellare al diritto di citazione, ma nel caso delle foto è improbabile perché non si possono pubblicare frammenti di foto. 11.3 Diritto d’autore: è possibile una tutela globale delle opere digitali? Nel mondo del web si è lavorato per definire regole comuni e standard condivisi. Anche in quello digitale si innesta il diritto d’autore, dal momento che sul web vengono prodotte opere di ogni genere, con i rispettivi diritti d’autore. (Il dibattito divenne internazionale già nel 1886 con la convenzione di Berna) Queste esigenze di tutela del diritto d’autore devono fare i conti con la moltiplicazione degli strumenti digitali che permettono a chiunque di creare e distribuire la propria opera online o fruire delle opere altrui. Quindi anche moltiplicazione degli attori che possono vendere o acquistare opere e che costruiscono il proprio business all’interno di un perimetro che è definito proprio dalla fondante necessità di tutela sulle opere digitali commercializzate. 11.4 L’importanza di definire degli standard: da Stallman a Lessing Quindi la definizione e applicazione di standard di facile comprensione diventa cruciale per mettere in condizione chiunque di definire in autonomia e con facilità con quali modalità intende distribuire la propria opera digitale. Il mondo della produzione del software ha affrontato prima il tema, tirandosi indietro dalla rigide leggi del copyright, per quanto riguarda realizzazioni personali e non commerciali, appoggiando a pieno la filosofia del copyleft. Copyleft si oppone al copyright. Uno dei pionieri fu Stallman , fondatore delle free software foundation, che nel campo informatico suggeriva la diffusione e la rielaborazione dell’opera da parte di terzi, a sostegno di una maggiore circolazione dei prodotti. Indicava 4 libertà fondamentali: di eseguire il programma, di studiarlo e modificarlo, di distribuirne copie e di migliorarlo per poi distribuirlo con nuove modifiche a vantaggio di tutti. Questo è alla base dei software open source es. sistema operativo Linux, Open office, browser Firefox ecc. Il dibattito è già molto avanzato quando 16 anni fa nacquero le Creative Commons e l’organizzazione così
11.5.2 Creative Commons Italia Gruppo di lavoro che, dall’inizio degli anni 2000, ha cercato di sostenere la diffusione del modello Creative Commons in Italia, che si attiva quasi subito dopo la presentazione americana delle linee guida del progetto internaz di Lessing. Importanti sono le prime traduzioni in italiano delle licenze e le numerose iniziative di sensibilizzazione portate avanti (soprattutto nell’area di Torino). 11.6 Casi d’uso delle licenze Creative Commons per contenuti e piattaforme editoriali E’ proprio grazie a queste licenze che le notizie possono essere diffuse in modo più ampio e rapido. Es. Groundreport , piattaforma digitale di citizen journalism, con collaboratori provenienti da tutto il mondo con diversi livelli di esperienza, che condividono foto, eventi, articoli, video riguardanti eventi appena accaduti e verificati da uno staff di redattori. Le notizie vengono pubblicate anche su altre piattaforme e i numerosi giornalisti cittadini gestiscono in modo autonomo i diritti, scegliendo la licenza CC da pubblicare sotto i loro articoli. Anche Global Voices , composta da scrittori, analisti, traduttori, esperti dei media, usa lo stesso criterio e pubblica con licenze CC-BY 3.0 creative commons attribution only, che consente a chiunque di condividere, ripubblicare, tradurre o sfruttare le loro storie a condizione che vengano citati Global Voices e autore dell’articolo come fonte originale. Il Chicago stories è un sito che offre ai giornali interessati info e dati relativi a storie locali, ha licenza CC BY-NC 3.0, vietando il riutilizzo dei suoi contenuti a fini commerciali. La redazione di Pro publica , che ha offerto negli ultimi anni prodotti importanti di dj applica una licenza CC BY-NC-ND, in cui è permessa la riproduzione solo di storie accreditate, non derivate e senza fini commerciali. Per alcuni contenuti riserva un’esclusiva iniziale a grandi giornali e notiziari come NYT e CNN e solo dopo la loro pubblicazione rende disponibili le info sul sito. 11.7 Le licenze d’uso e i dati della pubblica amministrazione Il mondo dei dati della pubblica amministrazione è decisamente variegato. La legge più rilevante per la pubbl ammin è il codice dell’amministraz digit CAD. La sua storia è costellata di modifiche e integrazioni, dall’approvazione nel 2005. Fatto di un testo unico a cui le amministraz devono adeguarsi in ambito digitale, consultabile dal sito dell’agid, agenzia per l’Italia digitale. Molto interessante è il concetto di Open data by default , su qualsiasi sito di ente pubblico si trovano dati e contenuti sono considerarsi aperti, salvo diversamente specificato. Interessante è anche la definizione di open data secondo la legge italiana: a) formato dei dati di tipo aperto, reso pubblico; b) dati di tipo aperto, che presentano le seguenti caratteristiche: