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Caproni - letteratura, Sbobinature di Letteratura

Riassunto sulla figura di Caproni

Tipologia: Sbobinature

2020/2021

Caricato il 26/03/2023

eleonora-puleo
eleonora-puleo 🇮🇹

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(1912-1990) -> La città di Caproni sono Livorno e Genova.
-Tema del viaggio
GIORGIO CAPRONI: Nasce a Livorno il 7 gennaio 1912, si trasferì a dieci anni a Genova, vi trascorre
gran parte della giovinezza.
Si iscrive all’Università e intanto studia violino, ma dovrà abbandonare, per necessità contingenti,
l’una e l’altra cosa. Richiamato al fronte, partecipa alla Seconda guerra mondiale e poi alla lotta
partigiana di liberazione.
Nel 1936 ha pubblicato il primo libro di versi, Come un’allegoria; 1943 Cronistoria, 1956 Il
passaggio di Enea; 1959 Il seme del piangere (il titolo è una citazione da Purgatorio XXXI -> parole
che Beatrice rivolge a Dante nel Paradiso terrestre); 1965 Congedo del viaggiatore cerimonioso e
altre prosopopee; 1976 Il muro della terra; 1982 Il franco cacciatore; 1986 Il conte di
Kevenhuller. Postumo (1992) è uscito il libro di versi Res amissa (sul percorso poetico di Caproni).
Oltre a svolgere l’attività di poeta, Caproni ha insegnato per molti anni e si è dedicato alla
traduzione (da autori francesi tra cui Proust e Céline) e al giornalismo, dando anche alcune prove
narrative. E’ vissuto per molti anni a Roma, dove è morto nel 1990.
Benché nasca e si affermi negli anni del successo dell’Ermetismo, la poesia di Caproni ne resta
distante, e anzi si configura in termini antitetici rispetto alla poetica ermetica.
Agiscono su di lui la lezione di Saba e quella più lontana di Pascoli; questo spiega anche l’aspetto
‘’attardato’’ della poesia di Caproni, il suo frequente rifarsi al descrittivismo più semplice e
musicale, con una predilezione per forme metriche antiquate (come il sonetto e la canzonetta).
La vocazione narrativa di Caproni agisce su due fronti: da una parte, sul rapporto con la materia
poetica, che viene trattata cercandone la intima verità problematica, e, dall’altra, sul rapporto con
il pubblico, al quale vuole consegnare con onestà e fedeltà un resoconto della vita e non solo un
congegno letterario.
Questo non significa che Caproni cerchi di ridurre il grado di letterarietà delle proprie poesie o di
nascondere l’importanza dell’aspetto formale; egli rende evidente la finzione imposta dal genere
lirico attraverso il ricorso a espedienti formali per lo più semplici e appariscenti, senza timore di
banalità o di eccessiva aderenza alla tradizione più popolare.
Ciò che egli rifiuta è la ricerca formale intellettualistica e raffinata, che gli pare un’astrazione fine
a se stessa, lontana dalla realtà concreta, e perciò in qualche modo colpevole.
Anche nelle prove tarde, animate da un originale nichilismo, ironico e autoironico, non sono
abbandonate le forme più semplici e tradizionali; infatti l’attività letteraria non può rinunciare a
questa identità formale storicamente data, e oggi è necessario fare poesia con le rovine della
tradizione poetica, e accettare il ‘’ridicolo’’ di tale atto, piuttosto che uscire definitivamente dalla
tradizione e dal suo registro un tempo sublime e ormai grottesco: l’identità della poesia è infatti
oggi quella delle rovine.
D’altra parte, alla base di tale adesione al regime della letteratura, nel momento stesso in cui alla
letteratura è rifiutato qualsiasi primato (che spetta solo alla vita), sta proprio la coscienza che la
letteratura è un inganno, una finzione, un artificio; ma al poeta non è dato di uscirne in nessun
modo.
L’unica possibilità per accorciare la distanza che separa l’inganno dalla realtà, cioè la poesia dalla
vita, è affidata all’inganno stesso, nel senso che sarà sempre un avvicinamento artificiale e
apparente. La coscienza di questa distanza verrà allora percepita in modo doloroso, ma potrà
anche essere segno di forza realistica, di più intima aderenza alla verità.
LA GENTE SE L’ADDITAVA: Appartiene alla serie dei Versi livornesi, dedicati alla madre del poeta
Anna Picchi (1894-1950), contenuti nella raccolta Il seme del piangere (1950-1958).
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(1912-1990) -> La città di Caproni sono Livorno e Genova. -Tema del viaggio GIORGIO CAPRONI: Nasce a Livorno il 7 gennaio 1912, si trasferì a dieci anni a Genova, vi trascorre gran parte della giovinezza. Si iscrive all’Università e intanto studia violino, ma dovrà abbandonare, per necessità contingenti, l’una e l’altra cosa. Richiamato al fronte, partecipa alla Seconda guerra mondiale e poi alla lotta partigiana di liberazione. Nel 1936 ha pubblicato il primo libro di versi, Come un’allegoria; 1943 Cronistoria, 1956 Il passaggio di Enea; 1959 Il seme del piangere (il titolo è una citazione da Purgatorio XXXI -> parole che Beatrice rivolge a Dante nel Paradiso terrestre); 1965 Congedo del viaggiatore cerimonioso e altre prosopopee; 1976 Il muro della terra; 1982 Il franco cacciatore; 1986 Il conte di Kevenhuller. Postumo (1992) è uscito il libro di versi Res amissa (sul percorso poetico di Caproni). Oltre a svolgere l’attività di poeta, Caproni ha insegnato per molti anni e si è dedicato alla traduzione (da autori francesi tra cui Proust e Céline) e al giornalismo, dando anche alcune prove narrative. E’ vissuto per molti anni a Roma, dove è morto nel 1990. Benché nasca e si affermi negli anni del successo dell’Ermetismo, la poesia di Caproni ne resta distante, e anzi si configura in termini antitetici rispetto alla poetica ermetica. Agiscono su di lui la lezione di Saba e quella più lontana di Pascoli; questo spiega anche l’aspetto ‘’attardato’’ della poesia di Caproni, il suo frequente rifarsi al descrittivismo più semplice e musicale, con una predilezione per forme metriche antiquate (come il sonetto e la canzonetta). La vocazione narrativa di Caproni agisce su due fronti: da una parte, sul rapporto con la materia poetica, che viene trattata cercandone la intima verità problematica, e, dall’altra, sul rapporto con il pubblico, al quale vuole consegnare con onestà e fedeltà un resoconto della vita e non solo un congegno letterario. Questo non significa che Caproni cerchi di ridurre il grado di letterarietà delle proprie poesie o di nascondere l’importanza dell’aspetto formale; egli rende evidente la finzione imposta dal genere lirico attraverso il ricorso a espedienti formali per lo più semplici e appariscenti, senza timore di banalità o di eccessiva aderenza alla tradizione più popolare. Ciò che egli rifiuta è la ricerca formale intellettualistica e raffinata, che gli pare un’astrazione fine a se stessa, lontana dalla realtà concreta, e perciò in qualche modo colpevole. Anche nelle prove tarde, animate da un originale nichilismo, ironico e autoironico, non sono abbandonate le forme più semplici e tradizionali; infatti l’attività letteraria non può rinunciare a questa identità formale storicamente data, e oggi è necessario fare poesia con le rovine della tradizione poetica, e accettare il ‘’ridicolo’’ di tale atto, piuttosto che uscire definitivamente dalla tradizione e dal suo registro un tempo sublime e ormai grottesco: l’identità della poesia è infatti oggi quella delle rovine. D’altra parte, alla base di tale adesione al regime della letteratura, nel momento stesso in cui alla letteratura è rifiutato qualsiasi primato (che spetta solo alla vita), sta proprio la coscienza che la letteratura è un inganno, una finzione, un artificio; ma al poeta non è dato di uscirne in nessun modo. L’unica possibilità per accorciare la distanza che separa l’inganno dalla realtà, cioè la poesia dalla vita, è affidata all’inganno stesso, nel senso che sarà sempre un avvicinamento artificiale e apparente. La coscienza di questa distanza verrà allora percepita in modo doloroso, ma potrà anche essere segno di forza realistica, di più intima aderenza alla verità. LA GENTE SE L’ADDITAVA: Appartiene alla serie dei Versi livornesi, dedicati alla madre del poeta Anna Picchi (1894-1950), contenuti nella raccolta Il seme del piangere (1950-1958).

In apertura del libro la sezione Versi livornesi costituisce una specie di poemetto ambientato a Livorno e dedicato alla madre. La figura della madre è presentata nelle vesti di una giovane donna e ne viene messo in risalto il carattere semplice e pudico ma al tempo stesso vitale e deciso (<>). L’oggettività vitalità della scena realisticamente narrata prevale sulla tristezza del punto di vista del poeta, il quale sa che la madre è destinata a morire. Il rivolgersi, in conclusione, alla propria stessa poesia, come se si trattasse di un essere autonomo e ragionante, risale alla tradizione lirica antica (come Giudo Cavalcanti e Petrarca). La canzonetta è una canzone dalla struttura più modesta e semplice: versi brevi, rime facili, leggero, dimensione contenuta. Qui tale struttura è stata scelta dal poeta per essere fedele alla semplicità popolare e alla vitalità della madre, e perciò il testo <>; mentre la rievocazione della madre è fatta dal poeta con intensa commozione, cioè con dolore (<>) e con passione (<>; si tratta di un’espressione tecnica musicale). PER LEI: Questa poesia “Per lei” fa parte della raccolta “Il seme del piangere”. Tutte le liriche di questa raccolta sono dedicate alla madre dell'autore. PARAFRASI Per Anna, il poeta, vorrebbe parole pure, solite. Parole non raccomandate ma palesi: aperte a tutti. Parole come se fossero il mare e come se avessero il suono dei suoi orecchini, che abbiano le sue collane il colore dei coralli. Parole che a distanza, dato che Anna era sincera, abbino la stessa eleganza di lei, fatta di un gusto semplice, ma evidente. Parole che non siano deboli, anche se ripetitive. Parole che non trasmettono malinconia e rassegnazione, ma fresche, elementari. In particolare nell'espressione RIME MAGARI VIETATE il poeta vuole che la madre dica delle parole non raccomandate; in RIME VENTILATE che non si deve preoccupare a ciò che gli altri la potrebbero giudicare; in RIME COI SUONI FINI vuole che la madre si esprimi in un modo semplice; in RIME CHE NON SIANO LABILI CIOE’ CHE NON SIANO DEBOLI MA FORTI, DURE; in RIME ORECCHIABILI che sono ripetitive; in RIME VERDI le parole della madre devono essere fresche, pure. Nell'espressione RIME CHIARE vengano in mente colori chiari e purezza. L’ULTIMO BORGO: Caproni eccelle nel presentare situazioni banalmente quotidiane – un viaggio, una gita in montagna, una partita di caccia, un incontro… – per farle diventare suggestive parabole di verità “altre”. Una comitiva è arrivata all’ultimo borgo, appunto, prima di un misterioso confine, oltre il quale ci sono misteriosissimi “luoghi non giurisdizionali”. I viaggiatori prendono una cena, prima di passare oltre. La poesia parla di come è stato il viaggio, di come si è affaticati alla fine, e sa che qualche cosa aspetta i viaggiatori oltre il confine. Ma non si sa che cosa. I viaggiatori sono sfiniti. Il corpo è stanco, le parole mancano, i pensieri sono vuoti. Restano soltanto i ricordi delle informazioni frammentarie raccolte. Avevano chiesto alla natura (fratte e serpeti) avevano chiesto alla gente. Ma avevano trovato pochissimo e tutto il loro indagare era servito a poco o a nulla. Ora sanno soltanto che quello che c’è dopo è misterios o: sono luoghi che non rientrano nella loro giurisdizione e sanno, ma l’hanno capito da soli senza aiuti dall’esterno, che lì dove si trovano è l’ultimo borgo. E’ l’ora di passaggio. Le ultime immagini parlano di umidità, di erba, di acqua diroccata e lontana. Vola l’ultima rondine del giorno e la prima nottola.

IL FRANCO CACCIATORE : Silloge -> Il muro della terra (1975), Il franco

cacciatore (1982) e Il conte di Kevenhüller (1986)

CONGEDO DEL VIAGGIATORE CERIMONIOSO: Pubblicato nel 1965, il Congedo offre una dozzina di poemetti unificati dalla meditazione sui temi della vita e della morte. Oltre al componimento eponimo (cioè, che dà titolo alla raccolta), i più noti sono: Il fischio (parla di guardacaccia), in cui un guardiacaccia ode un fischio nella notte ed esce di casa a vedere, pur consapevole che possa attenderlo, là fuori il bracconiere (la morte); Lamento (o boria) del preticello deriso, in cui il prete protagonista racconta la storia della propria vocazione, maturata per amore dell’umanità perduta e prega per l’esistenza di Dio; I ricordi, ambientato in un osteria, con le memorie dei tre avventori davanti a un fiasco di vino; Tobia, che proprone l’evocazione dei propri defunti. Il componimento fu scritto nel settembre del 1960 e venne edito in Palatina, una rivista letteraria di Parma. Fu poi stampato (1965) nel volume a cui dà il titolo. Come gli altri poemetti del libro è una prosopopea: il poeta cioè racconta un fatto (qui, un viaggio in treno) fingendo di essere un’altra persona, in questo caso un viaggiatore molto loquace, alter ego di Caproni. In questo scompartimento di treno (il viaggio è un simbolo trasparente della vita) l’io-narrante dialoga (ma in realtà il suo è un lungo monologo) con i propri compagni di viaggio, in attesa di scendere (cioè di morire). Il viaggiatore sa che deve scendere a una certa stazione (non sa però di che stazione si tratti). Perciò si prepara raccogliendo il suo bagaglio e salutando i vicini di scompartimento. La situazione racchiude un trasparente significato simbolico, ovvero la vita intesa come un viaggio: -il viaggiatore è simbolo di ogni uomo. -la stazione raggiunta è la morte. -i compagni di viaggio che egli saluta personificano via via la scienza, l’amore, la gioventù, la religione. Questi significati metaforici, però, non pesano, ma si associano con elegante naturalezza al senso letterale della lirica (uno scompartimento di treno, la prossima stazione). L’io (il viaggiatore della vita) si pone davanti a una prova cruciale: vuole sperimentare (la vita) a cui si era affezionato. Da qui il sentimento, vivo ovunque, e dominante nel finale, del distacco e di conseguenza, la cerimoniosità che accompagna tale sentimento: l’io narrante che sta vivendo questa situazione estrema, vuole spiegarla, senza fretta, cerimoniosamente, a quanti si ritrova attorno. Il tema del viaggio, già anticipato da Caproni nelle bellissime stanze della funicolare (1952), si fonde a un altro tema, più profondo, quello dell’esilio dalla vita. Il luogo del trasferimento lo ignoro (vv. 20-21), scrive il poeta: il treno del Congedo si allontana da ciò che è noto, per giungere a una meta ignota. Un po’ tutta l’opera di Caproni è uno struggente canzoniere d’esilio, un ininterrotto diario di viaggio verso l’incerto, o anzi verso il nulla e la morte. La vita è come un tunnel che rappresenta l’assenza o la scomparsa di Dio; intanto il poeta ricorda la madre, la propria città ecc. e celebra, con ironia, gli appuntamenti, i riti, le cerimonie quotidiane. -Giorgio Caproni in questa poesia ci parla di un viaggio, della fine di un lungo viaggio. E’ un passeggero quello che parla e saluta per l’ultima volta le persone con cui ha trascorso questo tempo. E si congeda da tutti per l’ultima fermata di questo viaggio che è la vita.