Docsity
Docsity

Prepara i tuoi esami
Prepara i tuoi esami

Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity


Ottieni i punti per scaricare
Ottieni i punti per scaricare

Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium


Guide e consigli
Guide e consigli


Empowerment: Concetti, Teorie e Applicazioni, Dispense di Psicologia di Comunità

riassunto libro ''Che cos'è l'empowerment'' di Lorenza Gallego

Tipologia: Dispense

2022/2023

In vendita dal 01/03/2023

giorgia-santacroce-5
giorgia-santacroce-5 🇮🇹

4

(1)

4 documenti

1 / 16

Toggle sidebar

Questa pagina non è visibile nell’anteprima

Non perderti parti importanti!

bg1
Lorenza Dallago
CHE COS’E’ L’EMPOWERMENT?
Em= mettere nella condizione di.. (prefisso)
Power= potere di/essere in grado di (accezione positiva, costruttiva e propositiva)
Ment= sia processo che risultato (suffisso) non solo destinazione ma anche viaggio, non risultato
definito ma percorso graduale
Processo e risultato di un movimento propositivo verso l’acquisizione di potere, inteso come potenzialità
individuale o di gruppo.
In italiano: accrescere il potere, favorire l’acquisizione di potere, sviluppare le potenzialità,
aumentare le possibilità di scelta (non potenzializzazione, potenziamento, possibilizzazione)
[“dilatare il campo d’esperienza” Bertolini]
Empowerment: costrutto generale
Empowering: processo
Empowered: risultato
Disempowered: soggetti senza controllo su vita
1. IN QUALI AMBITI VIENE APPLICATO L’EMPOWERMENT?
Bruscaglioni e Gheno (2000) ritengono che il successo ottenuto in ambiti diversi sia dovuto
dall’unione e sintesi di due questioni contraddittorie: forza e debolezza. Tradizionalmente, nel “mondo
della forza” ci si occupa dei forti con la cultura della forza (contesto aziendale e manageriale) mentre
nel “mondo della debolezza” ci si occupa dei deboli con la cultura della debolezza (contesto
assistenziale e sanitario).
L’approccio dell’empowerment, invece, propone di occuparsi sia della debolezza (lacune, problemi,
disagi, difficoltà) che della forza (risorse, capacità e opportunità) portare la cultura della forza (il
fatto di lavorare sugli aspetti di potere, possibilità, potenzialità) nel lavoro socio educativo e
affrontando la debolezza partendo dal punto di capacità, reattività del soggetto.
Il termine è stato rapidamente accolto e utilizzato in altre discipline:
Politica > adottato verso la fine degli anni ’60 per indicare l’esito sperato dei movimenti per i
diritti civili (uguaglianza sociale) e delle donne (emancipazione). L’obiettivo era risvegliare i
cittadini dal sonno che ha indotto loro ad accettare le disuguaglianze e sottomettervici e
rafforzare il loro potere per far sì che si interessino di più al loro destino, partecipandovi
attivamente e impegnandosi socialmente.
Nelle diverse battaglie sociali (difesa ambiente, minoranze..) il concetto si riferisce alla
possibilità, da parte di chi non ha potere decisionale né voce, di far sentire la propria opinione e
prende parte alle scelte che li riguardano.
Già Aristotele sosteneva che partecipare porta a crescere moralmente e intellettualmente,
fondamentale per prendere decisioni condivise (vi è, dunque, una stretta interdipendenza tra
cambiamento individuale e sociale). Per cui l’Empowerment, a livello politico, si raggiunge
agendo su entrambi i livelli informare e formare per far accedere alle risorse i gruppi più
deboli, aumentandone competenze, responsabilità e partecipazione; stimolare un cambiamento
sociale, strutturale e organizzativo per favorire l’ascolto e l’attuazione di risposte concrete.
Il concetto è stato maggiormente sviluppato nelle comunità dell’Africa, Asia e Sud America,
come arma contro l’opposizione sociale e le inique relazioni di potere a livello locale, nazionale
e internazionale (specie a seguito della globalizzazione che ha incrementato le ricchezze globali
ma evidenziato il divario tra paesi industrializzati e paesi in via di sviluppo) per cercare di ri-
bilanciarle, attraverso politiche più affidabili, rafforzamento del potere di autogestione delle
singole comunità e rendendo il mercato globale socialmente più attento.
Per Friedmann, per ottenere risultati efficaci e duraturi, è necessario promuovere 3 tipi di
Empowerment:
pf3
pf4
pf5
pf8
pf9
pfa
pfd
pfe
pff

Anteprima parziale del testo

Scarica Empowerment: Concetti, Teorie e Applicazioni e più Dispense in PDF di Psicologia di Comunità solo su Docsity!

Lorenza Dallago CHE COS’E’ L’EMPOWERMENT? Em= mettere nella condizione di.. (prefisso) Power= potere di/essere in grado di (accezione positiva, costruttiva e propositiva) Ment= sia processo che risultato (suffisso) non solo destinazione ma anche viaggio, non risultato definito ma percorso graduale Processo e risultato di un movimento propositivo verso l’acquisizione di potere, inteso come potenzialità individuale o di gruppo. In italiano: accrescere il potere, favorire l’acquisizione di potere, sviluppare le potenzialità, aumentare le possibilità di scelta (non potenzializzazione, potenziamento, possibilizzazione) [“dilatare il campo d’esperienza” Bertolini] Empowerment: costrutto generale Empowering: processo Empowered: risultato Disempowered: soggetti senza controllo su vita

1. IN QUALI AMBITI VIENE APPLICATO L’EMPOWERMENT? Bruscaglioni e Gheno (2000) ritengono che il successo ottenuto in ambiti diversi sia dovuto dall’unione e sintesi di due questioni contraddittorie: forza e debolezza. Tradizionalmente, nel “mondo della forza” ci si occupa dei forti con la cultura della forza (contesto aziendale e manageriale) mentre nel “mondo della debolezza” ci si occupa dei deboli con la cultura della debolezza (contesto assistenziale e sanitario). L’approccio dell’empowerment, invece, propone di occuparsi sia della debolezza (lacune, problemi, disagi, difficoltà) che della forza (risorse, capacità e opportunità)  portare la cultura della forza (il fatto di lavorare sugli aspetti di potere, possibilità, potenzialità) nel lavoro socio educativo e affrontando la debolezza partendo dal punto di capacità, reattività del soggetto. Il termine è stato rapidamente accolto e utilizzato in altre discipline:  Politica > adottato verso la fine degli anni ’60 per indicare l’esito sperato dei movimenti per i diritti civili (uguaglianza sociale) e delle donne (emancipazione). L’obiettivo era risvegliare i cittadini dal sonno che ha indotto loro ad accettare le disuguaglianze e sottomettervici e rafforzare il loro potere per far sì che si interessino di più al loro destino, partecipandovi attivamente e impegnandosi socialmente. Nelle diverse battaglie sociali (difesa ambiente, minoranze..) il concetto si riferisce alla possibilità, da parte di chi non ha potere decisionale né voce, di far sentire la propria opinione e prende parte alle scelte che li riguardano. Già Aristotele sosteneva che partecipare porta a crescere moralmente e intellettualmente, fondamentale per prendere decisioni condivise (vi è, dunque, una stretta interdipendenza tra cambiamento individuale e sociale). Per cui l’Empowerment, a livello politico, si raggiunge agendo su entrambi i livelli  informare e formare per far accedere alle risorse i gruppi più deboli, aumentandone competenze, responsabilità e partecipazione; stimolare un cambiamento sociale, strutturale e organizzativo per favorire l’ascolto e l’attuazione di risposte concrete. Il concetto è stato maggiormente sviluppato nelle comunità dell’Africa, Asia e Sud America, come arma contro l’opposizione sociale e le inique relazioni di potere a livello locale, nazionale e internazionale (specie a seguito della globalizzazione che ha incrementato le ricchezze globali ma evidenziato il divario tra paesi industrializzati e paesi in via di sviluppo) per cercare di ri- bilanciarle, attraverso politiche più affidabili, rafforzamento del potere di autogestione delle singole comunità e rendendo il mercato globale socialmente più attento. Per Friedmann, per ottenere risultati efficaci e duraturi, è necessario promuovere 3 tipi di Empowerment:

  1. sociale-economico (accesso a risorse quotidiane per migliorare le proprie condizioni di vita, come il tempo, le conoscenze e le abilità, le reti sociali, gli strumenti di lavoro, le risorse finanziarie);
  2. politico (aver accesso alle decisioni, specie se riguardano la propria vita e il proprio futuro);
  3. psicologico (senso di potenza individuale, spesso risultato di successi ottenuti in ambito sociale e politico). L’approccio tradizionale di aiuto era volto a migliorare le condizioni di vita delle aree svantaggiate fornendo denaro o bisogni primari. Rappaport e Zimmerman notano che le persone in carico ai servizi sociali interiorizzavano la cultura assistenzialistica, diventavano incapaci di autodeterminarsi e attivarsi individualmente e autonomamente per cambiare e migliorare il proprio stile di vita (dipendenza dal sistema sociale di aiuto, di sussidio, di riparazione). È, dunque, un approccio che fornisce soluzioni provvisorie ma non innesca un cambiamento reale e sostanziale. Lo sviluppo non è più un regalo fornito da chi ha maggior potere, ma un diritto conquistato e costruito insieme e gli individui non sono più vittime di forze maggiori, senza risorse né capacità, ma attori in grado di sviluppare strategie per migliorare la propria vita. I governi centrali e le agenzie internazionali non governative non possono imporre/portare Empowerment, perché esso si radica nel locale ed è un lavoro che si svolge dal basso verso l’alto (e in modo differente in base allo specifico territorio in cui si colloca). Alla base del raggiungimento degli obiettivi principali delle azioni di empowerment, in popolazioni in via di sviluppo, vi sono 4 fattori:
  4. inclusione e partecipazione alla presa di decisioni (affinché le risorse vengano utilizzate per bisogni concreti e priorità locali) sia in modo diretto, che indiretto, rappresentativo o politico;
  5. accesso alle informazioni (per poter conoscere e sfruttare al meglio opportunità, diritti e servizi così da prendere le decisioni in modo adeguato; comprendere i propri problemi) attraverso diversi mezzi (a loro volta accessibili a tutti);
  6. maggior condivisione di scelte, risultati e responsabilità da parte delle autorità (quest’ultime devono spiegare il loro operato con la massima trasparenza, comunicare come vengono utilizzati i fondi e agire nel rispetto delle promesse fatte ai cittadini);
  7. capacità organizzativa locale (creare reti interne e tra comunità diverse per rafforzare la collettività e essere influenti a livello regionale o nazionale) Tutto valido teoricamente ma di difficile attuazione  Medicina e Psicoterapia > soluzione per garantire il successo e la rapidità degli interventi clinici e riabilitativi; per creare progetti più efficaci di prevenzione e promozione della salute; per favorire l’autodiagnosi e la cura; per gestire adeguatamente le conseguenze di handicap e stress. Questo sostituisce il tradizionale rapporto di dipendenza che il paziente ha con il suo medico (che porta a una maggior passività, dovendo subire le sue decisioni, a un abbassamento dell’umore e accettazione del disturbo/malattia) a favore di una presa attiva di decisioni sui trattamenti e co-responsabilità nella gestione della propria salute (il professionista deve facilitare e promuovere ciò). Il focus, dalla malattia, si sposta sulla riduzione delle barriere che limitano la partecipazione del singolo. Alcuni esempi:
  • partecipazione nella malattia di soggetti con patologie croniche (diabete, tumore, aids, disturbi mentali): per incrementare la consapevolezza di come le proprie azioni possano contribuire a superare o rendere più difficile la convivenza con la patologia e fornire le abilità adeguate per gestire meglio i sintomi e i problemi correlati alla malattia. Professionista e paziente diventano partner, con lo scopo comune di alleviare i disagi e favorire la riacquisizione di una buona qualità della vita.
  • formazione di caregivers efficaci (non professionisti che si prendono carico della malattia

dall’approvazione del capo, ma con il lavoro di squadra ognuno è in grado di prendersi il carico delle responsabilità e delle decisioni comuni. Per capire l’evoluzione del concetto a livello organizzativo:

  • Prospettiva sociostrutturale > basata su ideali democratici in base ai quali ogni individuo, indipendentemente dal suo ruolo/posizione deve disporre del potere (controllo sulle risorse organizzative, partecipazione attiva, collaborazione e condivisione di responsabilità). È un cambiamento che deve partire dalle politiche organizzative e le prassi. Limite: dà troppo peso al livello strutturale e si concentra poco sull’effettivo Empowerment dei dipendenti;
  • Prospettiva psicologica > risponde al limite di quella precedente interessandosi a tutte quelle condizioni che permettono all’individuo di sentire di poter controllare il proprio destino. Focus su arricchimento e rafforzamento dell’autostima e sull’autoefficacia individuale. L’Empowerment si lega a 4 fattori principali:
  1. significato (coincidere tra ruolo lavorativo e credenze, comportamenti e valori individuali);
  2. competenze (in termini di autoefficacia);
  3. autodeterminazione (autonomia di gestire prassi e processi del proprio lavoro);
  4. influenza (impatto individuale sui risultati lavorativi).
  • Prospettiva critica > analizza i fallimenti degli interventi precedenti indicando la necessità di creare una reale struttura di potere condivisa per incrementare l’Empowerment nei singoli (ugualitaria suddivisione, potere dato a chi produce o eroga servizi, non ai manager). Tre approcci che evidenziano le tre aree da pensare diversamente e su cui agire (ma contemporaneamente) per innescare un processo di cambiamento e aumentare l’Empowerment in azienda > struttura aziendale, individuo e leadership. Gli interventi meccanici (sulla struttura del lavoro) e organici (su atteggiamento e cultura organizzativa) devono favorire 5 aspetti:  condivisione dell’informazione (verticale e orizzontale per favorire scambi di opinioni e conoscenze);  modalità di soluzione dei problemi (responsabilità dei singoli nella soluzione delle difficoltà e maggior condivisione delle idee);  autonomia sui compiti (discrezionalità del singolo e del gruppo su risorse, tempi e metodologie);  cambiamento degli atteggiamenti individuali;  autogestione  Pedagogia > concetto messo al centro del life-long-learning (crescita e apprendimento per tutto l’arco di vita) e utilizzato nel settore della scuola e formazione per indicare tutti i modi in grado di emancipare il discende dalla dipendenza dal docente, integrare minoranze, valorizzare bilinguismo e la diversità. Un’educazione in grado di fornire Empowerment sia a livello scolastico che di formazione generale deve:
  • presentare contenuti rilevanti e ricondurli a situazioni reali;
  • favorire l’acquisizione anche di abilità e competenze, non solo nozioni e conoscenze;
  • creare un clima di sostengo e non valutativo;
  • limitare lezioni frontali per rendere più attivi i soggetti;
  • far sì che i soggetti siano motivati e impegnati;
  • rendere chiaro il contesto del nuovo apprendimento;
  • stimolare tutti e 5 i sensi;
  • garantire feedback costruttivi e non giudizi;
  • rispettare ritmi e differenze. Insegnamento non più come percorso lineare, precedentemente definito, ma circolare, con ri- negoziazioni condivise degli obiettivi stessi; non più omologata e statica, ma dinamica e pronta ad accogliere le differenze e i bisogni individuali; non basata sulla valutazione ma sull’accettazione delle diversità.

“dare a chi ha fame una canna da pesca, non un pesce” – Confucianesimo La formazione è strumento principe per acquisire nuove risorse, per rafforzare quelle già in possesso e per ottenere un percorso volto ad aumentare l’Empowerment. Si suddivide in:

  1. formazione/elaborazione: per mobilitare le risorse personali e aggirare ostacoli interni che impediscono la crescita (paura di rischiare, scarsa stima di sé, poca responsabilizzazione); utili la discussione di gruppo e la consulenza individuale;
  2. formazione/competenza: valorizzare le persone indicando loro come/dove acquisire nuove competenze; utili i feedback e le metodologie didattiche attive;
  3. formazione/orientamento: per soggetti in svantaggio o più giovani, formazione come guida vs molteplici possibilità ed esperienze; utili le metodologie che permettono di sviluppare capacità di rappresentarsi il futuro ed elaborare difficoltà e problemi;
  4. formazione/azione: sperimentazione, in luogo protetto, di ciò che si è appreso; utili le simulazioni, i role-play e i giochi. Freire : nel testo ‘’Pedagogia dell’oppresso’’ > voleva, attraverso l’educazione, liberare i più poveri dal loro senso di impotenza, procedendo per due fasi: presa di coscienza critica e pratica (creazione e cambiamento; autodeterminazione, intenzionalità e creatività). Oltre a insegnare le basi (scrittura e lettura) spiega che per promuovere un cambiamento è necessario aumentare conoscenze e abilità individuali. Lo fa partendo dall’ascolto (di problemi e temi irrisolti), procedendo con un dialogo partecipato (approccio di scoperta del problema) e concludendo con la messa in atto delle azioni identificate dalla comunità per risolvere tali problematiche. Don Milani trasforma la figura dell’educatore, da trasmettitore di conoscenze in costruttore di schemi logici e contenuti flessibili in grado di produrre apprendimento. Egli deve instaurare con i soggetti un patto di fiducia/alleanza e proporre la pedagogia dell’aderenza (istruzione che parte dall’ambiente di vita), superando la natura classista dell’istituzione scolastica. 1.1 CHE COS’È LA PSICOLOGIA DI COMUNITÀ? Scienza che cerca di comprendere i comportamenti dell’individuo analizzando a fondo il suo ambiente, la sua comunità e le sue reti sociali (il suo contesto). Si sviluppa nel corso di una conferenza a Swapscott (1965), in cui venne dichiarato che lo psicologo doveva essere agente di cambiamento sociale, partecipando attivamente nei contesti di vita, e che la relazione psicologo-paziente doveva essere riformulata in termini di equità, collaborazione e rispetto (non più dipendenza). Conferenza 1975, Austin: psicologi di comunità aderiscono alla teoria ecologica e dichiarano la

strategia per raggiungerlo e l’Empowerment favorisce un ampliamento di possibilità di cui il soggetto può disporre per fronteggiare/controllare un cambiamento Ogni autore si è concentrato su un fattore diverso, ma tra i nodi chiave del concetto:

  • è qualcosa che va oltre l’autostima, l’autoefficacia o il locus of control;
  • è un comportamento intenzionale che parte dal pensiero critico del soggetto verso la sua situazione e che, attraverso la motivazione al cambiamento e la partecipazione, arriva ad acquisire un maggior controllo della sua vita e un elevato benessere, individuale e collettivo;
  • multidimensionale (psicologico-individuale; organizzativo; di comunità);
  • sia processo che risultato. 1.3 VALORI LEGATI ALL’EMPOWERMENT È necessario distinguere i valori riguardanti la filosofia sottostante al concetto (che permettono di guidare ed esplicitare gli obiettivi di ogni intervento, il rapporto che si dovrebbe instaurare tra chi propone l’attività e chi la subisce, e le strategie da scegliere per attuare un cambiamento individuale e sociale) dalla teoria (cornice di riferimento che consente di aumentare le conoscenze su tale costrutto e distinguerlo da quelli affini, sviluppando adeguate modalità di misurazione). I primi riguardano:  l’approccio all’azione e i modelli d’intervento (chiarisce che molti problemi sociali si basano sulla non azione, sulla passività e cerca di motivare alla ricerca di miglioramento, all’espressione dei propri bisogni e al tentativo di soddisfarli);  il modo di considerare i problemi individuali e sociali (abbandonando l’approccio legato al deficit e ricercando aspetti positivi  cambiamento per aggiunta, non per sostituzione);  l’approccio con le persone in difficoltà;  azioni e modalità di lavoro di chi propone empowerment (difficile indicarli a priori, dato che bisogna tener conto del contesto del soggetto, delle dinamiche interpersonali; l’importante è saper favorire lo sviluppo o incremento di capacità e aiutare a creare ambienti che le sostengano); tra le caratteristiche dell’operatore c’è il non imporsi, la tolleranza per la diversità, lo sfruttamento positivo delle risorse, fronteggiamento creativo delle difficoltà e capacità di identificarsi con la comunità e appropriarsi del linguaggio (da cliente a partecipante, da esperto a collaboratore). La seconda è utile per difendersi dal trasformare l’Empowerment in moda passeggera o manipolazione politica. tra gli aspetti teorici fondamentali:  come afferma Zimmerman, è un costrutto multilivello, orienta progetti e interventi a livello individuale, organizzativo e di comunità;  è sia processo (intervento e azioni) che risultato (cambiamento);  per comprenderlo meglio, esistono 3 concetti: il controllo (riferito alle capacità di individui, gruppi e comunità di influenzare le decisioni che li riguardano), la consapevolezza critica (comprensione del funzionamento delle strutture di potere e dei processi decisionali) e la partecipazione (agire come soggetti attivi, fautori di cambiamento). Alla base del modello stesso, inoltre, vi sono 4 presupposti:
  1. come risultato bisogna considerare una variabile continua e non dicotomica (possono esservi diversi gradi di intensità, non è semplicemente presente o assente);
  2. non è una caratteristica globale ma relativa al rapporto con uno specifico aspetto o area della vita (non tratto della personalità sempre presente, ma dipende dalla situazione);
  3. non si sviluppa in modo lineare, ma muta nel tempo (cresce o regredisce);
  4. assume forme differenti in base a età, fascia sociale, bisogni, contesti

1.4 LIVELLI DI ANALISI DELL’EMPOWERMENT

Ogni livello è connesso agli altri, sono tra loro interdipendenti, causa e conseguenza. Francescato e colleghi (2002) > il processo attraverso il quale si diventa empowered prevede una presa di coscienza dei limiti e delle opportunità offerte dai contesti sociali e un coinvolgimento attivo della persona nei setting ambientali di riferimento, modalità che favoriscono la formazione personale e politica dei cittadini. Zimmerman e Rappaport (1988) > studiano che il rapporto tra empowerment personale e partecipazione alla vita della comunità è direttamente proporzionale (+ è alto il secondo + lo è il primo) e più i soggetti contribuiscono a rendere più competenti gruppi e reti di cui fanno parte, più quest’ultimi offrono loro nuovi stimoli.  Livello individuale > Empowerment psicologico, Zimmerman (2000): percorso che porta dalla learned helplessness (passività appresa da esperienze frustranti, senso di sfiducia e sconforto) alla learned hopefulness (acquisizione e utilizzo di abilità e problem solving) attraverso il raggiungimento della fiducia nelle proprie capacità, ottenibile avendo un maggior dominio degli eventi, partecipando e impegnandosi nella propria vita e comunità. A questo livello, la misurazione e valutazione dell’Empowerment avviene tenendo in considerazione l’insieme di tre componenti base:

  • intrapersonale (controllo percepito): costituita da caratteristiche di personalità (locus of control, interno), cognitive (autoefficacia, agente attivo che partecipa e pianifica) e motivazionali (desiderio di migliorare);
  • interpersonale (consapevolezza critica): modo in cui vengono utilizzate le abilità analitiche (problem solving, individuare risorse, problemi e strategie d’azione) per comprendere il proprio ambiente e analizzare il contesto della propria realtà sociale;
  • comportamentale (partecipazione): azioni svolte per esercitare il controllo, partecipando e coinvolgendosi attivamente in organizzazioni, associazioni o comunità, così da conoscere il contesto sociopolitico e acquisire nuove abilità formandosi e imitando gli altri membri; ciò porta a visioni più positive di sé e maggior soddisfazione e sviluppa il senso di comunità (la partecipazione individuale si collega a tentativi di migliorare la comunità). Bruscaglioni introduce il termine “self-empowerment”, sostenendo che esso si fondi più sul desiderio che sul bisogno, per questo è necessario ridare alle persone il gusto della scelta e ampliare la loro gamma di possibilità. L’Empowerment diventa, così, il passaggio tra il mondo del possibile e del realizzato. Per tale percorso formativo bisogna percorrere 10 tappe:
  1. insorgenza di un nuovo desiderio (non si può partire da un bisogno o una mancanza, serve un avvio positivo);
  2. investimento di una capacità di immaginarsi positivamente nella situazione desiderata (serva una chiara rappresentazione mentale del proprio desiderio);
  3. evidenziare risorse interne ed esterne per poter realizzare il proprio desiderio (acquisire consapevolezza di ciò che serve o delle resistenze che impediscono);
  4. azione sperimentale (simulare in un ambiente protetto la messa in prova della sperimentazione);
  5. ulteriore mobilitazione delle risorse (in base ai feedback ricevuti dalla prova);
  6. sperimentazione operativa delle nuove possibilità (tentativo reale di realizzare il desiderio, fase che scatena l’emergere di nuovi desideri);
  7. autoefficacia (vissuto di competenza derivante dalla fiducia nel saper trovare le risorse e soluzioni migliori di fronte alle difficoltà);
  8. collocazione interna della causalità (locus of control interno, porta a sperimentare maggior potere e credere di poter determinare gli eventi che accadono; non deve essere eccessivo);
  9. speranzosità (tendenza a immaginare un futuro favorevole e costante attesa di possibili miglioramenti);
  10. pensiero positivo (non è ottimismo perché è rivolto all’azione e non è globale, ma un’ipotesi positiva che se manca può causare inattività o rassegnazione; tutto l’approccio del self-empowerment ritiene

del territorio e alla maggior disposizione di risorse; i processi riguardano tutte le strategie e le azioni rivolte a favorire la creazione di partnership;

  • extraorganizzativa (azioni messe in atto per influenzare la società allargata, nelle politiche o servizi): i risultati si riferiscono all’effettiva influenza dell’organizzazione sul contesto sociale; i processi alle attività per raggiungere tale controllo.  Livello comunitario > Empowerment di comunità, Zani e Palmonari (1998): le strategie che adotta consistono nel favorire il processo di crescita di potere nei cittadini tramite l’opportunità di partecipare ad esperienze significative (appena diventano più “potenti” si trasformano, a loro volta, in una risorsa per altri), affinché possano incidere sulle trasformazioni sociali della comunità stessa (migliorarne la qualità e la rete tra diverse organizzazioni e le agenzie del territorio). In questo senso si parla anche di “potere collettivo” senza il quale si arriva ad alienazione e anomia. Martini e Sequi (1999) riconoscono in una “comunità competente”:
  • il potere di generare opportunità e alternative;
  • la coscienza di come ottenere risorse di vario genere, per risolvere un problema;
  • l’autostima (orgoglio, ottimismo e motivazione) E aggiungono “l’identità” (collante affettivo). Gli approcci più noti per accrescere il potere collettivo sono 4:
  1. lo sviluppo di comunità (processo di creazione delle condizioni di progresso sociale con la partecipazione attiva dell’intera comunità nella definizione di obiettivi e nel loro raggiungimento  creare coesione sociale, sensibilizzare i cittadini su problematiche prioritarie, utilizzare le competenze dei professionisti per incrementare e sostenere la partecipazione, promuovere le capacità dei leader locali, coordinare i servizi e le associazioni);
  2. l’azione sociale (obiettivo di accrescere la consapevolezza dei problemi tra coloro che ne sono afflitti e che possono trarre vantaggio dal cambiamento, attraverso l’innesco della dinamica della protesta

rendi saliente un problema, ne identifichi il colpevole, ignaro delle future conseguenze, e organizzi un’azione di gruppo, adeguata all’esperienza personale dei soggetti, per fare pressione);

  1. la consapevolezza dei problemi sociali (aumentare la comprensione del significato che alcune condizioni hanno sugli individui, aiuta a creare cambiamenti nella persona coinvolgendone atteggiamenti, comportamenti e relazioni interpersonali);
  2. l’advocacy (comprende tutti i modi per far sentire la propria voce, per influenzare le decisioni, le politiche o le leggi; persuadere con argomenti razionali, allearsi con chi è d’accordo; ma non è efficace se non vi è un pubblico che ascolta e ne coglie il pensiero di fondo). Nella realtà, i 4 approcci si intrecciano e le iniziative di cambiamento sociale con maggiori effetti condividono delle caratteristiche:
  • multicentralità (cambiamenti in più aree);
  • ideazione a livello locale dell’iniziativa (affinché i cittadini conoscano nel dettaglio la loro situazione e possano individuare la strategia più adeguata per fronteggiarla);
  • legami e risorse esterni (la comunità non deve chiudersi in se stessa);
  • teoria di base per il cambiamento della comunità (basata su evidenze concrete su come migliorarla);
  • intensità adeguata e prospettiva a lungo termine (niente azioni una tantum);
  • capacità di rafforzare il senso di comunità Laverack (2001) analizza le ricerche svolte sull’E.d.C. e individua 9 domini operativi (punti centrali):
  1. partecipazione (coinvolgimento membri, per passare dall’individuo alla comunità e influenzare vite proprie e altrui);
  2. leadership (dato che implica una forte base partecipativa che necessita di direzione e struttura);
  3. strutture organizzative (piccoli e coesi comitati, organizzazioni parrocchiali o giovanili, cruciali sia per la socializzazione che per la risoluzione congiunta dei problemi);
  1. valutazione dei bisogni e dei problemi (e la rispettiva individuazione delle soluzioni, decisione delle attività da portare avanti);
  2. mobilitazione delle risorse (all’interno e all’esterno, attraverso negoziati);
  3. chiedersi il perché (evidenziare possibili cause sottostanti il benessere/malessere della comunità, incrementare la consapevolezza critica del proprio territorio);
  4. legami con persone e organizzazioni (coalizioni, alleanze, partnership per rispondere ai problemi);
  5. agenti esterni (per fornire un supporto infrastrutturale, esperienza tecnica, sostegno finanziario);
  6. gestione dei progetti (controllo delle decisioni riguardanti la pianificazione, valutazione, finanziamento, soluzione di conflitti e aspetti amministrativi). 1.5 ASPETTI CRITICI DELL’EMPOWERMENT Concetto accolto come panacea che cura tutti i mali e risolve ogni problema, negandone gli aspetti contraddittori, i paradossi:
  • stigmatizzare gli individui che si vanno ad aiutare (quasi necessario, ma non deve essere freno bensì incentivo per il cambiamento) indicando che non coincidono con i parametri di adeguatezza riconosciuti; tuttavia, alcune ricerche mostrano che il 50% degli individui provenienti da situazioni svantaggiose hanno superato lo stigma e avuto successo nei campi di loro interesse (hanno aumentato le loro capacità di “coping”, modalità di fronteggiamento dello stress e delle difficoltà), ovviamente deve esserci anche consapevolezza critica dell’ingiustizia del proprio stigma, forte appartenenza e valorizzazione del proprio gruppo, presenza di risorse o di opportunità;
  • complessità dell’oppressione stessa (mai dare per scontato il desiderio di tutti di liberarsene, alcuni hanno più paura del cambiamento e di perdere il senso di sicurezza legato al potere autoritario; non vogliono emanciparsi) a causa di diversi meccanismi quali assimilazione (al gruppo maggioritario, rinnegando le proprie origini), internalizzazione (accettazione stato di minoranza, non degna di potere), accomodamento (sforzo per competere per le risorse, rinnegando la maggioranza per mantenere la propria identità); in questo caso c’è da lavorare sulla consapevolezza critica della propria situazione, sulla messa in discussione dello status quo e sulla creazione di una visione pro-positiva verso il cambiamento;
  • sbilanciamento di potere individui-professionisti (è vero che tra i due c’è una differenza di conoscenze, ma non deve essere vista in termini di superiorità, ma di risorsa). Un altro problema dell’E. è che si basa principalmente sulla partecipazione, ma stiamo assistendo a un’epoca di forte diminuzione di tutte le forme di partecipazione dei cittadini alla vita politica e sociale > tendenza all’individualismo, al self-made-man. È aumentata anche la sfiducia negli altri e diminuito il senso di reciprocità e solidarietà. Sgritta (2002) parla di “anoressia relazionale emergente”, con nuove tecnologie, mobilità lavorativa e distanza dalla famiglia che accrescono la solitudine individuale e il disinteresse verso le cause comuni. L’Empowerment si avvale di 2 forme di partecipazione:
    1. prendere parte alle attività di un gruppo senza l’intento di andare a influenzare le decisioni di governo;
    2. intervenire nei centri/luoghi di governo di una collettività, implicando il possibile concorrere a decisioni che la riguardano. Ed essa può essere distinta in base ai diversi tipi di aggregazione al gruppo: naturale o volontaria/provocata (E. legato al senso forte di questo tipo di partecipazione, che è orientata alla soddisfazione di bisogni individuali e allo svolgimento di una funzione sociale, di interesse collettivo > non solo prendere parte, ma coinvolgimento concreto, duraturo e non facile)

all’influenza individuale sulle decisioni a livello nazionale e locale; il secondo 8 item sull’autovalutazione delle abilità di leadership. Naturalmente, ognuna di questa mostra dei limiti  etichettano gli individui in base alla loro risposta ad item autoriferiti (i quali indicano un livello statico di competenza, idea antitetica al concetto stesso di E.). In risposta a ciò e alla necessità di misurare anche comunità e gruppi, oltre che l’individuo, sono state sviluppate altre due tecniche:

  • Global Empowerment Index (GEI), United Nations (2004): si costituisce di 15 indicatori oggettivi relativi a tre sottocomponenti principali (E. sociale, economico e politico) che riguardano aspetti quali la percentuale di accesso all’educazione e la media di anni passati a scuola, la presenza di radio/TV/giornali, la partecipazione ad associazioni locali, l’accesso alle risorse produttive, l’indice Gini (coefficiente internazionale di ineguaglianze sociali usato in economia e politica), etc.. La somma di questi indicatori oggettivi consente di individuare il livello di E. in una popolazione/regione/nazione;
  • Valutazione dei contesti di vita, Matthews, Diaz, Cole (2003): scala che valuta la percezione di tre caratteristiche dell’ambiente lavorativo, che delineano le organizzazioni empowering (presenza di linee guida flessibili per facilitare la partecipazione alla presa di decisione, clima aperto per favorire lo sviluppo di carriera, procedure di scambio di info eque e accessibili). Ci sono, inoltre, altri aspetti fondamentali da considerare: la presenza di indicatori guida da utilizzare come bussola (legati alla teoria e alle tre pietre miliari); la necessità di utilizzare misure multiple (sia metodi quantitativi che qualitativi) e il ricorso ad approcci partecipati (per capire cosa significa essere “potenti” in quel determinato contesto).

1.6 INTERVENTI E STRATEGIE DI EMPOWERMENT

Gli aspetti di base per ogni intervento di E. sono:

  • Lavorare su diversi livelli e contesti (problema affrontato secondo ottica ecologica);
  • Considerare più aspetti del problema, cogliendone la complessità;
  • Valorizzare il gruppo e gli individui rafforzandone le competenze relazionali e di cooperazione;
  • Valorizzare le esperienze di vita e di lavoro;
  • Favorire la partecipazione attiva dei soggetti interessati;
  • Creare reti di istituzioni e di individui in grado di condividere sforzi, risorse e idee;
  • Aumentare la capacità di leggere i propri contesti di vita;
  • Promuovere la cultura della valutazione;
  • Far sì che il lavoro non si concluda all’uscita di scena dell’operatore ma che diventi patrimonio della comunità. Il Mentoring , metà anni ’80, USA (importato in Italia negli anni ’90): da un lato contrasta il problema del disagio, del rischio e della dispersione scolastica, dall’altro situa i giovani in un contesto personale e sociale più adeguato. Prevede che si instauri una relazione di sostegno uno-a-uno tra adulto (mentor, con specifiche abilità e competenze) e bambino/adolescente (mentee, che deve ancora sviluppare le proprie), per facilitarne la crescita educativa, sociale e personale (facilitando la decodifica dei messaggi e favorendo momenti di riflessione e soluzione di problemi, gestione emozioni, autonomia, rispetto per l’altro, fiducia in sé, migliorare competenze relazionali). Il mentoring non ha problematiche così gravi che necessitano l’intervento dei servizi sociali, magari sono studenti con difficoltà relazionali o lacune scolastiche, ragazzi introversi o nuovi di un contesto, appartenenti ad ambienti svantaggiati. Il mentore, invece, di solito è un volontario, paziente e perseverante, modello positivo per l’altro. Non deve essere una figura istituzionale e deve sottoporsi a un percorso di formazione per rafforzare life e social skill. Egli viene supervisionato negli incontri di gruppo/individuali. Il tipo di relazione che si instaura è asimmetrica, graduale e basata sulla comunicazione e ascolto reciproco. I Gruppi Self-Help (anni ’30, il più famoso Alcolisti anonimi, 1935): sono misure adottate da non professionisti per mantenere, promuovere o recuperare la salute di individuo o comunità. Nel gruppo interazione faccia a faccia, condivisione di esperienze, di risorse personali e sostegno. Le finalità possono essere diverse (controllo del comportamento/riorganizzazione della condotta; sostegno emotivo e difesa dallo stress, es. per genitori con figli malati; difesa dei propri diritti; crescita personale e autorealizzazione). Caratteristiche gruppi :
  • Scopo di fornire aiuto o sostegno;
  • Origine volontaria, parte da una problematica condivisa dal gruppo (a volte vi è il sostegno di un ente/individuo esterno);
  • Tra le fonti di aiuto i legami, la condivisione e l’interesse vs ogni membro;
  • Struttura orizzontale, tutti sullo stesso piano;
  • Autofinanziato e autogestito (ma si possono richiedere supervisori esterni o finanziamenti);
  • Sono i membri stessi, a volte anche i consulenti esterni, ad esercitare il controllo;
  • Tra le funzioni del gruppo anche lo scambio relazionale (di info, sostegno, rinforzo, identificazione, strategie);
  • Ne deriva un E. sia individuale (autorealizzazione e crescita personale) che sociale (migliorare il destino comune);
  • Ha successo per il senso di identificazione con persone simili, piccoli obiettivi, essere insieme fruitore e datore di aiuto (helper therapy). La Peer Education (l’educazione tra pari), anni ‘70: progetti nati con l’obiettivo di migliorare

aumentare l’E. delle comunità locali attraverso la partecipazione dei cittadini a tutte le fasi di trasformazione urbana (ideazione, progettazione, attuazione e gestione). In Italia sono programmi specifici di recupero urbanistico promossi e finanziati dal ministero dei Lavori pubblici, con l’obiettivo di riqualificare i quartieri più degradati. Sono 3 gli strumenti alla base:

  1. Tavolo di coordinamento (con referenti dell’amministrazione e degli enti/istituzioni, con funzione di coordinamento, organizzazione, valutazione e intrattengono i contatti con la giunta comunale);
  2. Gruppo di supporto tecnico (équipe di esperti con competenze tecnico-architettoniche e di facilitazione dei processi di partecipazione, che progettano l’intervento e lo connettono a iniziative già presenti nella comunità);
  3. Forum locale (rappresentanti della comunità che collaborano con il gruppo tecnico per inserire nel progetto la visione del collettivo e dar voce alle esigenze del territorio). In più, va attivato un “laboratorio di quartiere”, spazio per la progettazione partecipata (ascolto utenza, analisi fabbisogni sociali, workshop). Delle idee emerse, i 3 gruppi precedenti ne valutano l’attuabilità e poi si procede alla progettazione (con il progetto preliminare che deve essere approvato dai residenti). Difficoltà :
  • Promozione partecipazione (sottovalutata l’esigenza di avere tecnici preparati ad attivare la motivazione);
  • Numero elevato di cittadini da includere nelle varie fasi e formazione gruppi rappresentativi;
  • Tempi lunghi (gran dispendio di risorse); Ostacoli :
  • Politico-strategico (convinzione di non averne bisogno o paura di conflitti);
  • Tecnico-amministrativo (mancanza di competenze specifiche e timore di una maggior complessità del lavoro);
  • Culturale (sfiducia nella propria capacità di influire sugli eventi). Inoltre, una partecipazione dal basso alla progettazione urbanistica ha senso nella misura in cui si vuole valorizzare la conoscenza locale e sfidare il professionalismo (abitanti che usufruiranno degli spazi diventano parte integrante, protagonisti del progetto stesso) o l’autoreferenzialità delle istituzioni; se si vogliono favorire processi innovativi e creativi e agevolare la negoziazione nella soluzione dei problemi; consente di considerare in modo integrato le varie dimensioni del territorio (fisiche, sociali e culturali); è una strategia di ascolto strutturato orientata a un approfondimento delle conoscenze e della situazione; permette di sviluppare maggiore senso di appartenenza alla comunità; consente di limitare i rischi di insuccesso del piano e di scarso utilizzo delle nuove strutture. La Valutazione dovrebbe affiancare ogni progetto, intervento e azione di cambiamento, per analizzarne lo svolgersi delle diverse tappe (valutazione di processo) e i risultati ottenuti. Spesso associato a qualcosa di negativo (esame, interrogazione, giudizio) ma intesa secondo un’ottica di E. e di psicologia di comunità mira a una riflessione sulle azioni intraprese, sui processi messi in atto e sui risultati ottenuti (apprendere dall’esperienza per perpetuare il cambiamento). Se effettuata con la partecipazione dei cittadini/soggetti coinvolti nell’intervento e se risulta fornire dati per aumentare la qualità di vita, diventa parte importante del processo di E.