

















Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
Prepara i tuoi esami
Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Prepara i tuoi esami con i documenti condivisi da studenti come te su Docsity
Trova i documenti specifici per gli esami della tua università
Preparati con lezioni e prove svolte basate sui programmi universitari!
Rispondi a reali domande d’esame e scopri la tua preparazione
Riassumi i tuoi documenti, fagli domande, convertili in quiz e mappe concettuali
Studia con prove svolte, tesine e consigli utili
Togliti ogni dubbio leggendo le risposte alle domande fatte da altri studenti come te
Esplora i documenti più scaricati per gli argomenti di studio più popolari
Ottieni i punti per scaricare
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
Appunti di cinema e culture visuali
Tipologia: Appunti
1 / 25
Questa pagina non è visibile nell’anteprima
Non perderti parti importanti!


















Cinema : inquadrature, colori,… e il linguaggio con cui vengono ricombinati questi elementi. Il cinema è soprattutto nel linguaggio (close up, movimenti di macchina, …). Il cinema è sia narrazione che modo di guardare il mondo, e il modo in cui guardarlo utilizzando varie tecnologie (computer, cannocchiale, dispositivo analogico,…) Cultura visuale : ci sono alcune raffigurazioni o elementi (borsa di Hermes, Mariah Carey, Ariana Grande, quadri di vecchi presidenti,…) che esistono nella nostra cultura e immaginazione ancora prima che nella realtà del film. All’inizio del film vediamo alcuni elementi e scene che possiamo ricondurre a qualcosa che abbiamo già visto, ma che ancora non riconduciamo a nessun tipo di trama. LA CULTURA VISUALE: INTRODUZIONE Le culture visuali sono un insieme molto eterogeneo di prodotti visivi e audiovisivi ; talvolta sono caratterizzati da immagini fisse, altre volte immagini in loop o in movimento. Quindi sono formate da prodotti molto più estesi, difficili da “controllare” vista la rapidità di sviluppo e diffusione dei media in epoca contemporanea (anche se non riguardano solo tale periodo, ci sono artisti che si occupano di culture visuali anche nel 1400), cosa che ha cambiato il modo di gestire e studiare tale prodotto. Il campo delle culture visuali, quindi, è un campo molto allargato di discipline , che però vengono tenute insieme dal fattore della visione , ovvero sono tutti prodotti che possono essere visti, e questo fattore influenza anche la loro ricezione e fruizione. Nel momento in cui diamo importanza alla produzione siamo spinti a creare due processi cognitivi abbastanza diffusi: da una parte il processo di intenzionalità d’autore , cioè sapere che intenzione c’è dietro a un’immagine, e una volta consolidato questo fattore si cerca di aggregarle secondo uno scopo finalistico (magari sono foto con soggetti diversi ma sono raccolte nello stesso spazio espositivo per ciò che l’autore intende esprimere). Quando invece si vuole privilegiare la forma della fruizione questo meccanismo viene scardinato, e il modo in cui si vengono ad aggregare le immagini è più poroso, richiede un dinamismo e una conoscenza più ampi. Ad esempio su Netflix il modo in cui vengono aggregati i film seguono criteri eterogenei (raccolte di cosa piace all’utente, classifiche, film esclusivi della piattaforma, aggregatori di genere tipo guerra, fantascienza,…). La cultura visuale ingloba due processi contigui e compenetrati :
saperi e il modo in cui si relazionano fra di loro, e questo genera delle conseguenze:
1. Genealogia del termine: come e quando nascono le culture visuali Pinotti e Somarini ritengono che si possano trovare le radici delle culture visuali nei primi anni 20 , e poi dagli anni 90 si avrà un approccio sempre più sistematico nei confronti questo argomento, fino a intenderla come “disciplina che si occupa di varie discipline”. Ma, per fare una genealogia del termine, prima degli anni 90 ci sono vari teorici che sottolineano anzitutto il valore culturale di questo tipo di produzione delle immagini. > Tra questi Pinotti e Somarini inseriscono lo scrittore e regista spagnolo Bela Balasz come uno dei padri fondatori della cultura visuale.
1927). L’autore sottolinea il rapporto tra la parola/testo e le immagini/il film, perché una delle caratteristiche delle culture visuali, come altre discipline artistiche, è che il loro stesso riconoscimento passa attraverso la verbalizzazione per scopo di istituzionalizzazione/studio (per esempio un quadro di Tintoretto è riconosciuto tale e tale è la sua importanza perché è stato inserito da studiosi all’interno di una determinata corrente tramite la produzione di scritti e testi); l’idea che ci sia una cultura presuppone che ci sia una parola che possa comunicare e descrivere tale cultura. In questo senso Balasz sosteneva che il cinema non
verbale; si tratta di un linguaggio visivo (come diceva Balasz). Un altro passaggio interessante è il termine “lotta”, lo scontro tra vecchio e nuovo, ce la creazione di un nuovo linguaggio e discipline prevede tutto ciò. > Jean Epstein è stato un importante regista del cinema d'avanguardia degli anni Venti in Francia. Ha realizzato diversi film sperimentali e ha approfondito il tema della specificità artistica del cinema, ossia in che modo il cinema può essere considerato arte, arrivando alla conclusione che l'essenza del cinema risiede nella fotogenia. Opera tra anni 20-50 del 1900 producendo vari testi sulla teoria del cinema. Il cinema, in quanto apparecchio prevalentemente scopico, al pari del microscopio o degli occhiali, ha rivoluzionato il modo di vedere. A differenza di altre immagini statiche, il movimento catturato dalla macchina da presa consente di penetrare il «movimento e il ritmo delle cose » che sono dinamiche, fluide, variabili, relative, instabili. I punti qualificanti che sorreggono la cultura cinematografica confermano il il primato del visibile sul verbale, sia fisico che psichico. Ciò che porta all’attenzione in tali testi è una sorta di relazione antropologica e tecnico-scientifica delle immagini. Però non è solo uno sguardo scientifico quello usato da E., ma si sofferma sul modo con cui la macchina consente alle immagini di costruire un’agenda sociale e culturale. Nel momento in cui si assegna maggiore capacità di emozionare, di raccontare la trasformazione,
periodo”), intuizione teorica pionieristica che troverà seguito nell’ambito della Storia dell’arte e degli Studi visuali. Egli sostiene che il modo di vedere sia determinato dalla società e dalla cultura, e per questo cambi attraverso le epoche. L’arte del Quattrocento fu concepita per un occhio del Quattrocento, il quale era capace di cogliere ciò che per il nostro sguardo non è più visibile. Per rendere accessibile ciò che il passare dei secoli ha adombrato si rivela necessario portare alla luce la trama nascosta di relazioni sociali che hanno fatto da sfondo
cominciare, è determinato dalla concezione che dell’arte si possiede in una determinata epoca. Ad esempio, la nostra idea di arte è un retaggio della tradizione tardo-romantica, la quale pensa l’estetica come una regione autonoma dello spirito e l’opera d’arte come libera espressione creatrice dell’artista. Il Quattrocento, invece, è un secolo di pittura su commissione; dunque, a “creare” il quadro non è solo l’artista, ma vi contribuisce anche il committente.
Il modo in cui le immagini artistiche di una determinata epoca storica vengono prodotte e osservate è dunque in stretta correlazione con le abitudini percettive e lo stile conoscitivo che ogni individuo acquisisce attraverso l'esperienza.
riferimento al contesto più ampio che la circonda: il contesto culturale e sociale in cui si
collocano la produzione, la circolazione e la fruizione di immagini artistiche e non-artistiche, in cui la pittura viene pensata come correlata a una ben precisa teoria della visione, in cui vengono elaborati diversi strumenti di osservazione e registrazione del reale (cannocchiale, microscopio, camera oscura) capaci di estendere le facoltà percettive e di introdurre una nuova disciplina dello sguardo. Il contesto, in altre parole, in cui si formano e si sedimentano determinate abitudini percettive e determinate aspettative nei confronti del visibile e del ruolo delle immagini. La cultura visuale traduce il proliferare di categorie interpretative lontane da quelle tradizionali e abituali nella storia dell’arte.
C’è un esplicito riconoscimento a una società che produce immagini. L’approccio è quello di anche altri teorici che affermano che ci sono sempre state società che attraverso immagini hanno costruito cultura e si sono poste in maniera identitaria nei confronti di altre culture. Quindi l’idea che i contemporanei siano gli unici ad avere questa prerogativa viene messa in discussione.
Visual culture studies (più brevemente visual studies) e Bildwissenschaft («scienza» o «teoria dell'immagine») sono i nomi che hanno assunto i due vasti campi di ricerca transdisciplinari che si sono affermati nel contesto accademico angloamericano e in quello dei paesi di lingua tedesca, dotandosi di tutta una serie di strutture istituzionali e di strumenti scientifici: dipartimenti, centri di ricerca, riviste, siti web, introduzioni, antologie, fino all'organizzazione di mostre concepite esplicitamente come mostre culturologiche, incentrate su determinate tematiche che attraversano la cultura visuale contemporanea o del passato. Tra questi due campi di ricerca vi sono importanti analogie e altrettanto importanti differenze , motivate in gran parte dai diversi percorsi e dalle diverse linee genealogiche che hanno portato alla loro affermazione. Tra le analogie vi è senz'altro il fatto che sia i visual culture studies sia la Bildwissenschaft sono campi di studio nati come reazione a una serie di importanti trasformazioni che si sono verificate a partire dall'inizio degli anni Novanta nell'ambito di quella che potremmo chiamare iconosfera : la sfera costituita dall'insieme delle immagini che circolano in un determinato contesto culturale, dalle tecnologie con cui esse vengono prodotte, elaborate, trasmesse e archiviate e dagli usi sociali di cui queste stesse immagini sono oggetto. In primo luogo, bisogna sottolineare come, con l'avvento di Internet , la progressiva diffusione delle tecnologie digitali e il sempre più facile accesso a software e dispositivi per la produzione, riproduzione, manipolazione, archiviazione, trasmissione e condivisione di immagini, il semplice numero delle immagini in circolazione è aumentato vertiginosamente, producendo un flusso iconico incessante di immagini che ha trasformato profondamente la nostra esperienza quotidiana. In secondo luogo, l'inizio degli anni Novanta ha visto la comparsa e l'ampia diffusione di immagini prima sconosciute e di forte impatto politico , sociale ed epistemico, capaci di inscriversi profondamente nell'immaginario collettivo. Pensiamo alle immagini trasmesse dalle videocamere dotate di mirino installate sulla punta dei missili lanciati contro il loro obiettivo durante la Prima guerra del Golfo (1990- 91), alla diffusione capillare delle videocamere di sorveglianza negli spazi pubblici e privati, allo sviluppo di nuove forme di visualizzazione nell'ambito della ricerca scientifica e della
sorveglianza pubblica, dell'immaginario medico-scientifico, della propaganda politica, e solo in parte dalla storia dell'arte, del cinema e della foto autoriale.
almeno tutto ciò che riguarda le immagini. La genealogia da cui proviene la Bildwissenschaft tedesca è profondamente diversa da quella che abbiamo appena ricostruito, e questo spiega almeno in parte i tratti che la distinguono dai visual culture studies angloamericani. Se questi ultimi, come abbiamo visto, hanno nel loro albero genealogico i cultural studies e la loro contestazione delle distinzioni tra cultura alta e cultura bassa, arte e non-arte, il rapporto della Bildwissenschaft con la storia dell'arte è molto meno conflittuale. Secondo quanto sostiene Horst Bredekamp l'interesse della Bildwissenschaft per il ruolo costitutivo delle immagini nei diversi campi delle scienze umane e sociali ha un importante precedente nel modo in cui, nei primi tre decenni del xx secolo, la storia dell'arte tedesca si era interessata al fondamentale ruolo epistemico della fotografia, fino ad arrivare, con Aby Warburg, a considerare fotografie militari e di cronaca, grafica pubblicitaria e stampa illustrata come componenti pienamente legittime di un'ampia storia culturale e antropologica delle immagini. Per Bredekamp, in sostanza, la Bildwissenschaft, lungi dal dover rompere con la tradizione della storia dell'arte a causa del suo supposto elitismo, dovrebbe considerare quest'ultima, perlomeno nella versione elaborata nella Germania prenazista, come un modello a cui ispirarsi.
3. Presupposti, oggetti e strumenti degli studi sulla cultura visuale. Studiare la cultura visuale di un determinato contesto signiti-ca innanzitutto mettere l'accento sulla dimensione culturale - e quindi costruita, artefatta, tecnicamente determinata, socialmente e affettivamente situata, storicamente variabile - delle immagini e della visione, adottando un punto di vista che differisce, senza sottovalutarne l'importanza, da quelle prospettive di ricerca che studiano immagini e visione in termini preculturali e sovrastorici. Il concetto di «cultura » a cui gli studi sulla cultura visuale fanno riferimento è un concetto ampio, non-gerarchico e assiologico. «Cultura» non è né il risultato di un processo progressivo e teleologicamente orientato di educazione e di «civilizzazione», né un valore positivo attribuito ad alcuni oggetti e non ad altri, né uno spettro di oggetti e processi che sono dati a priori in forma gerarchica (in termini di distinzione tra cultura alta e cultura bassa). Il termine «cultura» nell'espressione «cultura visuale» indica piuttosto, in un senso ampio e antropologico, l'insieme vasto ed eterogeneo degli oggetti, delle tecniche, delle pratiche, delle identità, dei significati e delle ideologie che caratterizzano un qualunque contesto storico che si scelga di prendere come oggetto di studio. L'adozione di questa idea di cultura - che due dei fondatori dei cultural studies, Raymond Williams e Stuart Hall, hanno identificato,
storico o di un gruppo sociale - comporta precise conseguenze nello studio delle immagini e della visione. Per quanto riguarda le immagini , gli studi sulla cultura visuale si fondano innanzitutto sulla possibilità di prendere come oggetto d'analisi qualsiasi tipo di immagine che possa essere considerato come culturalmente rilevante, senza limitarsi allo studio di quelle artistiche. La decisione di studiare delle immagini come parte integrante di una determinata cultura visuale implica poi il fatto di prendere in considerazione l'insieme delle condizioni tecniche e mediali che ne consentono la visualizzazione e la
trasmissione (co-me faremo nel quarto e nel quinto capitolo), così come la varietà degli usi sociali di cui sono oggetto (come faremo invece nel sesto). Considerare le immagini come oggetti culturali significa ricostruire la situazione concreta in cui sono sorte, le intenzioni con cui sono state prodotte, i significati e i valori, le identità e gli stereotipi che sono stati riconosciuti in esse da chi le ha prodotte e da chi le ha recepite come spettatore. Significa, in altre parole, ricostruire tutto il tessuto di intenzioni, desideri, credenze e azioni che circonda ogni immagine, mettendo in discussione quell'impressione di trasparenza e di immediatezza, di oggettività e di realismo, che le immagini tendono spesso a produrre. Per quanto riguarda la visione , evidenziarne la dimensione culturale significa studiarne le diverse declinazioni (come faremo nel terzo capitolo) e considerarla come sempre tecnicamente, socialmente e storicamente situata. Negli studi di cultura visuale lo sguardo non è mai un atto neutro e de-localizzato: al contrario, è un atto sempre prospettico, proiettato a partire da un punto di vista spazialmente e temporalmente concreto, e rivolto a oggetti e fenomeni che si dispongono nel campo visivo secondo modalità che dipendono almeno in parte dalla scelta dei dispositivi tecnico- materiali che inquadrano la visione.
William John Thomas Mitchell (1942) è un accademico americano. Le monografie di Mitchell,
visiva. Introduce il concetto di cambiamento e relazione con le immagini considerate come prodotto di un processo capace di situare le immagini in un determinato contesto sociale. Afferma che le immagini si costruiscono tramite una serie di esigenze , e quindi
2017, pp. 84 sgg.) WJT Mitchell, quindi, teorizza che la storia dell’arte sia inglobata nella storia delle immagini; parole e immagini si dissolvono in una rappresentazione indifferenziata. La cultura visuale riguarda fondamentalmente la struttura sociale del campo visuale e chiede un approccio alla visione di tipo antropologico, e perciò astorico; si estende alle pratiche quotidiane del vedere e del mostrare, si interessa più alle alterne vicende delle immagini che non al loro significato. Afferma anche che le immagini sono soggetti viventi (approccio antropologico e animistico), ma soggetti privi di potere o con molto meno potere di quel che si crede.
Mitchell e di fatto lo candidano a essere l'interlocutore privilegiato della ricerca europea.
dell'approccio di Mitchell, che è squisitamente letteraria e filosofica e fortemente radicata nella svolta linguistica di Richard Rorty (1967) e dalla filosofia del linguaggio di Ludwig Wittgenstein (Mitchell, 1988) e di Nelson Goodman (Mitchell, 1986a, 1991). Mitchell è del resto ben consapevole del fatto che, per quanto la questione del visuale sembri invadere ogni discorso sulla modernità, non per questo essa è estranea ad altri e più antichi contesti culturali. La sua formazione letteraria e la sua vasta conoscenza storica gli permettono infatti
pictorial turn è soltanto uno degli innumerevoli pictorial turn della storia, un momento di addensamento culturale e sociale che scaturisce da un nuovo rapporto tra l'uomo e l'immagine. Rapporto che per Mitchell è profondamente condizionato (e trasformato) dalle nuove tecnologie visuali. Per Mitchell, dunque, non si tratta mai di un'idealistica filosofia delle immagini, magari culminante in un'ontologia, ma del rapporto socialmente determinato tra (produzioni di) immagini, nuove tecnologie e le profonde modificazioni antropologiche che esse comportano. Ovviamente non ci troviamo di fronte semplicemente a un'accorta mediologia, sorretta magari dalle facili teleologie che i mass-mediologi applicano alle nuove tecnologie visi-ve. Al contrario Mitchell è perfettamente consapevole dei tempi profondi (Zielinski, 2002a, 2002b; Cometa; 2016a) dei media, delle loro sopravvivenze e dell'inesistenza di svolte reclamate solo nell'opinione pubblica ma tutt'altro che verificabili sul piano della tecnologia. Non è un caso che la cultura visuale si sia rivelata un '"indisciplina" capace di gestire i
fibrillazione, di crisi e di risemantizzazione delle nozioni che stanno alla base di quello che potremmo definire il comportamento figurativo dell'Homo sapiens, cioè la sua capacità di farsi immagini, di comunicarle, di usarle socialmente. Quando i comportamenti che riguardano le immagini, nell'accezione più ampia che si può dare a questo universo che è fatto di figure, media, istituzioni e pratiche sociali, entrano in crisi, assistiamo a un pictorial turn che - si badi bene - non è un fenomeno tipico della modernità (la presupposta e mai dimostrata onnipresenza o ridondanza delle immagini nella nostra epoca), ma un fenomeno che ricorre nel tempo, quando, appunto, ciò che riguarda le immagini subisce una metamorfosi di cui non si scorgono gli esiti. ECOLOGIA DELLE IMMAGINI
Testo in cui l’autore prende in considerazione l’opera di McLuhan presenta in
dalla comunicazione sulla società. La distinzione tra media «caldi» [hot] e media «freddi» [cold, cool] è una delle pietre angolari della vasta costruzione teorica di questo libro. La lunga sequenza di media analizzati da McLuhan nella seconda parte del libro – parola parlata, parola scritta, percorsi di carta, numeri, denaro, orologi, stampa, parola stampata, ruota bicicletta, fotografia, automobile, pubblicità, giochi, telegrafo, telefono, grammofono, cinema, radio, televisione, armi, automazione – conduce il lettore attraverso una serie di passaggi in cui si succedono media caratterizzati da temperature diverse e continui processi di riscaldamento e raffreddamento.
anche i processi di riscaldamento e di raffreddamento a cui ogni singolo medium può essere sottoposto nella sua evoluzione e nella sua continua, inevitabile, coimplicazione con altri
artificialmente manipolate con una sorta di controllo termostatico che condiziona le nostre capacità percettive.
i diversi media in base a due criteri correlati: da un lato, la quantità di informazione contenuta nel messaggio, e dall’altro, in modo inversamente proporzionale, il grado di partecipazione che ogni messaggio richiede al proprio destinatario: sono hot quei media che investono i propri destinatari con una tale ricchezza di info da non richiedere alcuna forma di integrazione come la scrittura, il libro stampato, la fotografia, la radio e il cinema, mentre sono cool quei media che propongono dei messaggi a bassa definizione che devono essere in qualche modo “integrati” da un punto di vista percettivo, come la parola parlata, il manoscritto, il telefono, il fumetto, il romanzo giallo, il cool jazz e la televisione.
dell’oralità originaria al calore della scrittura alfabetica, poi ancora dalla freddezza della cultura medievale fondata sulla trascrizione e sul commento di manoscritti al calore della cultura trasformata dalla diffusione della stampa gutenberghiana a caratteri mobili, per arrivare in ultimo ad evidenziare un nuovo passaggio da un’epoca calda, l’epoca «meccanica» , a un’epoca fredda, l’epoca «elettrica». Infine, la distinzione tra media caldi e media freddi consente a McLuhan di «valutare» la portata epistemica, economica, sociale e politica dei diversi media analizzati nei diversi capitoli, sottolineando da un lato il fatto che i media caldi dell’era meccanica tendono a favorire la diffusione della specializzazione professionale, del sapere logico-lineare, dell’individualismo, del nazionalismo della cultura, e dall’altro il fatto che i media freddi dell’era elettrica tendono invece a favorire il ritorno di forme di sapere integrali, non-lineari, simultanee, così come una nuova unità della comunità sociale e nuove forme tribalismo. Tra i media freddi, McLuhan attribuisce un chiaro primato alla televisione , che considera strettamente imparentata con i fumetti e i giornali popolari. Con questi essa condivide non solo il fatto di proporre dei messaggi a bassa definizione (anni ’60), che necessitano di essere integrati percettivamente da parte del destinatario con un «livello straordinario di
essere messo in relazione con una serie di forme tratte dalla storia dell’arte e della letteratura
sua maglia a mosaico l’immagine televisiva, scrive McLuhan, è profondamente diversa
essere adottato da botanici, dendrologi e scienziati naturali, in parte sulla base di ricerche di Suzanne Simard , che dimostrò come gli alberi si scambiavano reciprocamente nutrienti con funghi micorrizici attraverso le loro radici. Nel 1997 il termine fu coniato ufficialmente dagli
descrivere i suoi risultati di dottorato e ricerche successive. Nata da una famiglia di taglialegna nella Columbia Britannica, ha focalizzato il progetto di ricerca contro l’industria del legname nordamericana, in particolare contro le sue pratiche dispendiose e distruttive di disboscamento. L’aumento di interesse verso gli alberi e le foreste è stato stimolato da preoccupazioni circa la deforestazione dilagante, che minaccia di aumentare il riscaldamento globale e di contribuire all’estinzione innumerevoli specie (Simard, 2021). Ma i recenti sviluppi nelle conoscenze scientifiche su come funzionano gli alberi, in particolare su come comunicano e cooperano tra loro e tra le specie, ha stimolato l'immaginazione di scrittori, artisti e scienziati naturali.
del suo viaggio come donna scienziata nel mondo maschilista della botanica, della selvicoltura
testo espone tre delle metafore più comuni usate per descrivere questa mediazione micorrizico-arborea: economica (“mercato scambio"), cognitiva ("neurotrasmettitori che si attivano nelle nostre reti neurali") e comunicativa (“comunicare attraverso il web”). Nei
concetto di wood wide web è fiorito non solo nelle scienze naturali ma anche nelle scienze umane e sociali. L’analogia tra le reti arboree e quelle umane ha catturato l’immaginazione degli studiosi e del pubblico.
forme di vita superiori.
L’autore, infine, si chiede se questa analogia tra reti arboree e umane sia sufficiente per estendere ad alberi e piante, che quindi sono come noi, il diritto a vivere e ad essere tutelati.
umani avrebbero potuto coevolvere con il mondo arboreo. Paradossalmente, con l'avvento della rivoluzione digitale e delle reti come Internet, la carta ha cominciato a lasciare il posto alle piattaforme di silicio e metallo del codice digitale. Ma non l'hanno fatto i modelli di mediazione degli alberi-funghi, che ancora oggi sono simili a quelli della rete internet.
L’articolo delinea il concetto di medianature. Il termine è un neologismo che deve la sua
segnare il costante co-divenire di sfere apparentemente separate di natura e cultura.
terrestri che vengono mobilitate per infrastrutture tecnologiche, tecnologie visive, applicazioni e dispositivi, e la posizione onto-epistemologica che poi si ripercuote sulla comprensione di quelle materialità terrestri su scala planetaria in primo luogo: le tecniche di visione, osservazione, calcolo e circolazione che fanno parte del governo della terra e delle sue varie località. ABBAS KIAROSTAMI Abbas Kiarostami è stato un regista, sceneggiatore, montatore, poeta, fotografo, pittore e scultore iraniano. Nato a Teheran, in Iran, dopo aver vinto un premio di pittura all'età di diciotto anni, si laurea all'università di Belle Arti della sua città e prima di intraprendere la carriera di regista, lavora come graphic designer nella pubblicità e nell'illustrazione di libri per bambini. Nel 1970 viene poi chiamato a lavorare nel Kanoon , un istituto governativo che aveva l’obiettivo di favorire la formazione dei bambini e giovani adulti tramite politiche sociali e progetti di scolarizzazione; questo istituto, aperto dalla moglie dello Shar di Persia, decide di aprire anche un dipartimento audiovisivo sempre indirizzato ai bambini. Il cinema era infatti uno strumento accattivante, e Kiarostami, insieme ad altri registi importanti, grazie ai fondi governativi ha modo di iniziare a girare cortometraggi giovanili senza doversi abbassare alla dinamica economica su cui si basava il cinema iraniano in quegli anni. Proprio questi ultimi diventeranno quasi un suo marchio di fabbrica. Dagli anni 70-79 nel Kanoon si avrà modo di sperimentare film in maniera più libera sul montaggio, la messa in scena,… per produrre film accattivanti anche per i più piccoli, quindi con un linguaggio più leggero e simpatico. Nel 1979 avviene la cd rivoluzione Islamica , e il cambio da monarchia a repubblica dal forte indirizzo religioso. Questo evento cambierà l’industria cinematografica, che da ora sarà asservita alla propaganda religiosa islamica, con modalità di censura ad esempio vs le donne. Nonostante ciò, il Kanoon non venne chiuso, ma riorganizzato: venivano educati i bambini ma secondo ideologie dello stato. Ciò consentirà ai registi del Kanoon, dopo un periodo di silenzio, di continuare a sperimentare in ambito cinematografico, seppur con tematiche e un pubblico diversi. Kiarostami, quindi, rielaborò e modificò molti suoi film secondo le nuove regole della censura del regime di Khomeini; i suoi esordi, e più in generale la sua intera produzione, riguardano per lo più cortometraggi ispirati al cinema Neorealista italiano. Questo modello di narrazione infatti si adattava bene ad esprimere una serie di ideologie/culturali che proponeva il nuovo governo Questo cambiamento rese i film del Kanoon “esportabili ”, cioè esportati in vari festival cinematografici globali, diventando uno strumento per le istituzioni iraniane in grado di trasportare la cultura iraniana e un nuovo linguaggio che prima, essendo solo per bambini, non era possibile. Kiarostami, ad esempio, vinse 1989 : il Pardo di Bronzo a Locarno con il film
Tra i focus problematici c’è la domanda su quando inizia il racconto? E’ un evento reale? C’è una storia definita? Un altro elemento su cui vale la pena ragionare è il montaggio , che qui c’è ma è come se non ci fosse: mentre di solito il montaggio è esterno ed è un concetto che serve per definire la giustapposizione di due inquadrature (due scene successive), qui invece è interno al frame stesso e mette in discussione il montaggio come giustapposizione perché a differenza del solito qui non ci i rende conto che c’è, non è la classica unione di due scene. Le fotografie emergono ancora di più quando ci sono movimenti che ne alterano la staticità, mentre per il film il contrario, quindi i due medium si intersecano e si enfatizzano a vicenda andando a suscitare riflessioni e temi vari che solitamente sono separate ma che qui vengono messe insieme: vita e morte, bianco e nero, movimento e stasi,… Sembra un film noioso e prevedibile ma in realtà c’è una grande ricchezza di concetti.
Presentato postumo in anteprima mondiale al Festival di Cannes nel 2017, 24 Frames può essere considerato il film testamento di Kiarostami (mette insieme la maggior parte delle forme espressive che egli ha sperimentato nel corso della sua carriera: film di finzione al documentario, fotografia, animazione, video-arte. installazione museale, pittura, allestimento scenico-teatrale). È un’opera che realizza negli ultimi anni della sua vita e resta incompiuta, e verrà completata da vari collaboratori, tra cui il figlio. E’ composto da 24 piani sequenza di circa quattro minuti e mezzo l’uno per una durata complessiva di quasi due ore. In particolare, sono 1 dipinto e 23 fotografie di varia provenienza (la maggior parte sono ambientazioni naturalistiche abitate da animali ricreati al computer ma ci sono anche interni di abitazioni e strade cittadine) animati attraverso la computer graphic. L’opera è innanzitutto fotografica ma viene meno l’attimo fuggente della fotografia , Kiarostami vuole riflettere su cosa succede poco prima e/o poco dopo un’istantanea fotografica. Singolarmente i vari frames potrebbero essere considerati come allestimenti autonomi di video-saggi ma mai stati inseriti in contesto museale. È quindi possibile definirla
tra fotografia e cinema , tra arte figurativa e videoinstallazione, tra narrativo e non narrativo, tra corto e lungo, tra analogico e digitale, tra umano e non umano, tra campo e fuori campo, tra bianco/nero e colore… L’evento perturbante in 24 Frames è l’assenza in vita del suo autore, la sua dipartita prematura e tragica che non figura mai ma che aleggia in tutta l’opera. C’è un senso pervasivo di morte annunciata ma si concretizza solo nel frame del cerbiatto ucciso dal cacciatore e quello dell’usignolo azzannato dal gatto (non è chiaro l’esito finale dell’attacco). Secondo Pasolini il cinema è un infinito piano sequenza che diventa film quando si passa al montaggio, analogia con la morte che compie un fulmineo montaggio della nostra vita. Il titolo allude alla teoria del cinema e della fotografia, ai ventiquattro fotogrammi al secondo che consentivano l’illusione del movimento quando scorrevano le pellicole nei proiettori. Godard: la fotografia è la verità, il cinema è la verità ventiquattro fotogrammi al secondo. In riferimento a Roland Barthes, la fotografia, ovvero la parte statica del quadro cerca di pungere lo spettatore (punctum) mentre il cinema, ovvero la parte dinamizzata, cerca di assorbire la puntura dentro un quadro contestuale di carattere narrativo (studium). Ma la stasi prende sempre il sopravvento e i 24 frame sembrano basarsi sulla formula dei primi film dei fratelli Lumière. Anzitutto perché sono film unipuntuali , ovvero realizzati con una sola inquadratura, in cui un personaggio entra nell’inquadratura, compie un determinato gesto, saluta e se ne va, evidenziando una parentela con il palcoscenico teatrale. Quello di Kiarostami può essere quindi inquadrato come slow cinema , in cui slow indica la lentezza del
film ma anche la lentezza della sua diffusione nel mercato dell’arte. Gioca su un cinema così slow da far dormire, riferimento a The Sleeping Spectator di Justin Remes. Alcuni esempi dei frames:
rischiarare la stanza e mostrano una donna che dorme davanti al pc. È il doppio di uno spettatore che dorme (in sala?) mentre un grande classico hollywoodiano raggiunge il suo climax emozionale. Sul punto di lasciarci, Kiarostami sembra infatti rassicurarci sul fatto che, anche se il torpore e il sonno sopraggiunge, la vita continua oltre gli schermi e oltre i media , il vento fuori dalla finestra, ci porterà via, mentre sui dispositivi elettronici, grazie anche alla meraviglia di un close up, ci sarà sempre qualcuno da amare.
Abbas Kiarostami è noto per essere uno dei registi più importanti dell’ultimo mezzo secolo, ma in questo saggio l’autore non prende in considerazione la produzione filmica, bensì il repertorio fotografico di Kiarostami. Organizzate in scansioni tematiche omogenee, le sue fotografie sono dedicate a paesaggi naturali o a oggetti antropici inanimati (strade, muri, finestre, parabrezza) dove rare, se non assenti, sono le figure umane, e rarefatte, se non astratte, sono le composizioni grafiche che ne derivano. Forse per l’assenza di pathos, forse per la convenzionalità dei soggetti ritratti, tale corpus non ha attratto riflessioni in forma sistematica , e la sua diffusione è stata sostanzialmente limitata a pochi volumi illustrati editi da piccole case editrici o alcune mostre organizzate per gallerie private. Proponendosi di
l’autore intende verificare se dietro a tale marginalità non si nasconda ugualmente una capacità di intercettare alcuni interrogativi e questioni significative come nei film.
prelievi, due sembrano essere gli elementi costanti: la quasi totale assenza di esseri umani all’interno dell’inquadratura; la contrapposta presenza dei segni del loro passaggio o della loro operosità. Conseguenza di una fatica umana collocata in un tempo passato è il corteo di muri, porte, scale e finestre che campeggiano in molte raccolte. Qui l’essere umano approccia il campo dell’inquadratura come un principio organizzativo che è stato e che ora non è più, lasciando che siano altri agenti – metereologici, ma non solo – a corrompere e deteriorare quanto precedentemente costruito: crepe che lacerano tramezzi, intonaci che si sfogliano
distratti, ma anche quello dei visitatori stessi nei confronti dei dispositivi che li catturano, del fotografo nei confronti dell’ambiente museale che lo accoglie (e lo ignora) e persino dei visitatori, costretti ad apprezzare le opere in forma parziale perché coperti dai loro doppi nelle foto. Si produce, in altre parole, uno spazio scenico eretto nel segno della transitorietà, del malinteso dialogico , con un tocco di amara ironia, visto che quadri, fotografo e visitatori si assomigliano forse nelle posture, ma non si capiscono nelle rispettive identità. Sono infatti le tracce che non tracciano o le cornici che non incorniciano a consentire ai fenomeni di presentarsi o assentarsi in tutta la loro carica di potenza e di fallibilità. E le immagini non possono che accentuare il paradosso che le caratterizza da sempre, quello di fissare ciò che non è più o ciò non è ancora, sintonizzandosi su un adagio che potrebbe così
tratta di un’installazione presentata all’Aga Khan Museum di Toronto nell’inverno del 2016 consistente in un dedalo di sale e corridoi alle cui estremità (o pareti) si stagliavano stampe fotografiche a grandezza naturale di porte e inferriate chiuse. Grazie a particolari effetti di illuminazione, il visitatore non era in grado di distinguere se il suo sguardo si posasse su vere e proprie porte chiuse oppure su “banali” raffigurazioni bidimensionali. A circondare le immagini, su alcuni pannelli, una manciata di poesie brevi scritte dallo stesso Kiarostami e dedicati al tema della mostra. Sembra quasi che l’installazione canadese, al di là dei suoi esiti estetici, possa essere letta e interpretata come una interessante manifestazione dei processi cognitivi che si generano negli spettatori contemporanei, specie quando si trovano inseriti all’interno di ambienti mediali e visuali complessi come lo possono essere i musei di arte contemporanea.
porta chiusa allude, simboleggia, ad esempio un discorso sulle limitazioni alla libertà d’espressione sullo sfondo di questioni culturali e storico-politiche ampiamente diffuse: l’Iran post-rivoluzionario e, più in generale, il mondo islamico contemporaneo, intesi come luogo di censura e di chiusura, dunque manifestazione del «primitivo». Naturalmente l’oscurantismo religioso è solo una delle chiavi di lettura metaforiche dell’installazione e probabilmente nemmeno la più convincente; le porte di Kiarostami possono contenere un vasto bacino di significati. Tuttavia, l’approccio metaforico non è l’unico da tenere in considerazione, infatti, la probabilità di produzione di un malinteso e di un disaccordo su cosa ci sia dietro quelle porte, accresce vertiginosamente specialmente se non si condividono le prospettive con cui si informa il mondo. Particolarmente promettente, in questa direzione, sembra l’idea di provare a tracciare la relazione tra il cinema di Kiarostami (e quello iraniano in generale) e il codice espressivo della poesia persiana sia classica sia contemporanea. In questo senso, è utile ricordare che l’immagine stereotipata del limite, del margine, del luogo di passaggio che diventa un luogo di residenza è esplorato, nel campo retorico persiano premoderno, attraverso processi ricorsivi di creatività concettuale fondati sulla capacità di fare riferimento al repertorio fornito dalla tradizione. Tra i vari esempi menzioniamo Hafez di Shiraz , osserveremo che, nella sua collezione di circa 500 ghazal (un tipo di componimento), l’immagine della “porta/soglia” (dar, āstān, āstāna) ricorre non meno di 120 volte, ogni volta dando vita a una metafora focalizzata sull’idea di transizione, attesa, speranza, sacrificio, desiderio di vedere. In quest’ottica, non è stato difficile individuare molti versi tratti dal repertorio lirico persiano in cui ritroviamo le stesse immagini portate sullo schermo da Kiarostami. È Kiarostami stesso a mostrarci la propria ricezione testuale del motivo, per
liberamente tagliati, segmentati e riorganizzati. E questo parallelo tra poesia e cinema continua anche nelle altre opere di Kiarostami, come in
attraverso la quale egli vede un giardino lussurreggiante, riferimento a un verso
(1928-1960) sulla quale il film è allusivamente costruito. Nascono così tutta una serie di interpretazioni che investono anche altri ambiti al di fuori di quello del cinema e della poesia. Allora il modo migliore per uscire da questo labirinto di interpretazioni fallaci o insufficienti, di malintesi ottici e interpretativi sia di considerare
l’installazione ad alcunché di altro da quello che è; cioè considerare la porta nella sua mera funzione di soglia, di strumento di transito, di accesso e/o di configuratore degli spazi.
in mezzo, che separa e unisce due aree adiacenti o due soggetti. Se valesse questo assunto, potremmo ricominciare il ragionamento affermando che l’installazione si fonda su un medium che non funziona : le (fotografie delle) porte non stanno in mezzo, non si interpongono, non mediano. Semplicemente si stagliano, le une accanto alle altre senza la necessità di attivare processi che prevedono, «rimediazioni», «convergenze», o «intermediazioni». Fotografie e poesie sono convocate come singole pratiche artistiche. Se non sono le porte il medium dell’installazione, il medium è evidentemente altrove. In Doors without keys si assiste a un recupero dell’idea filosofica (da Aristotele, a Tommaso d’Acquino, ai contemporanei) di medium come soglia invisibile , che rischia di svanire se si corre troppo velocemente. Tale concezione del medium/soglia ha a che fare, da una parte, con la fiducia nei confronti dell’esserci di un avvenimento e dall’altra con la lenta trasformazione della percezione individuale in relazione all’attesa di tale avvenimento. Infatti, lo spettatore/visitatore vive la sua condizione etimologica di «spettare» (ovvero «stare a vedere») e quella di «a-spettare» (ovvero «guardare verso»), senza l’esatta cognizione di quando avrà la fortuna o la sfortuna di registrare un cambiamento nell’esistente che gli si para davanti. Questo percorso di attesa, di trasformazione invisibile e di rottura è, in definitiva, ciò che spinge il visitatore a provare di cercare una chiave interpretativa a ciò che vede in un ambito di traslazione metaforica, aggiungendo significati ad un medium che non ne stabilisce alcuno e che anzi si offre nella sua invisibilità.
estetica rispetto a quelle più tradizionali di cui abbiamo parlato all’inizio: è nella dinamica dell’attesa , senza sapere se e quando accade, che il visitatore della mostra percepisce e riconosce la posizione del proprio corpo nello spazio; egli, dunque, non usa (solo) la metafora, si fa metafora, ma di sé stesso. Il suo corpo è il messaggio, mentre i processi di ridefinizione del suo essere spettatore sono la soglia che il lavoro di Kiarostami traccia continuamente innanzi a lui come una mirabile ma non sempre possibile promessa di attraversamento.
Questo testo analizza la presenza della strada e del suo alternarsi nel paesaggio; l’autore si interroga poi sul suo significato nella produzione di Kiarostami, sia cinematografica, che nelle sue corrispondenze fotografiche. La neve è poco presente nel cinema di Abbas Kiarostami, probabilmente perché la stagione invernale richiama una forma di inerzia , una quiete che nulla può turbare, che è scarsamente compatibile con l'avanzare, il più delle volte in macchina (rumore e polvere),
asfaltate sono, più che un passaggio, la traccia della presenza dell'uomo che scompare nel