Docsity
Docsity

Prepara i tuoi esami
Prepara i tuoi esami

Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity


Ottieni i punti per scaricare
Ottieni i punti per scaricare

Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium


Guide e consigli
Guide e consigli


Confronto tra Orazio, Dante e Pasolini, Dispense di Lingue e letterature classiche

Confronto tra Dante, Orazio e Pasolini su vari aspetti

Tipologia: Dispense

2022/2023

In vendita dal 19/01/2023

luca-sammartino-1
luca-sammartino-1 🇮🇹

5 documenti

1 / 2

Toggle sidebar

Questa pagina non è visibile nell’anteprima

Non perderti parti importanti!

bg1
Istituisci un confronto tra i seguenti testi, poi raccogli le tue riflessioni in un commento.
- Orazio, ep. VII
- Dante, Purg. vv. 76 151
- Pasolini, “Alla mia nazione”
Gli autori Orazio, Dante e Pasolini, sebbene si trovino a vivere ed operare in età e contesti diversi, non sono
indifferenti a questioni di carattere politico che interessano le loro rispettive epoche. Tali tematiche, per
forza di cose, diventano fulcro di alcuni componimenti, sotto forma di pesanti invettive contro i concittadini
e il potere costituito.
La satira oraziana è contraddistinta dal suo marcato carattere autobiografico, finalizzato alla delineazione e
all’espressione di un parametro morale. L’Epodo VI, in particolare, costituisce il presagio di coloro i quali,
come Orazio, reduci dalla battaglia dei Filippi del 42 a.C., assistevano impotenti al crollo degli ideali
repubblicani, che avrebbe portato all’insorgere di nuove guerre civili. Il disorientamento dei suoi
contemporanei viene ricondotto, dall’autore latino, a un sistema mitico e arcaico di una colpa originaria
(“da quando scorse a terra il sangue di Remo innocente, maledetto per i discendenti”). Nel 35 a.C., si
riaccenderà il contrasto tra Ottaviano e Sesto Pompeo dopo la pace di Brindisi, che aveva dato l’illusione
della fine della guerra e della nascita di una nuova età dell’oro. Di qui, lo stato d’animo terrorizzato e
disorientato dei cittadini romani, il quale fa comprendere l’adesione degli intellettuali come Orazio e
Virgilio all’ideologia augustea.
Di una feroce e tagliente invettiva politica in questo caso, alla Firenze trecentesca , si rende protagonista
anche l’Alighieri; il pretesto per l’amara riflessione di Dante è l’incontro del poeta con il trovatore Sordello
da Goito, nel Canto VI del Purgatorio, quello dei morti per forza. Interrogato dal poeta sul cammino
migliore da seguire, Sordello rimane indifferente, ma, non appena apprende che Virgilio sia mantovano,
corre ad abbracciarlo. Di qui, l’attacco dantesco contro l’Italia, definita “nave senza nocchiero in gran
tempesta” e “bordello”: l’anima di Sordello, infatti, è cordiale con Virgilio solo perché gli è conterraneo,
mentre i cittadini italiani, in vita, si fanno guerra, anche se appartengono allo stesso Comune.
Per Dante, gli italiani dovrebbero consentire all’imperatore Alberto I d’Asburgo di governare il Paese,
piuttosto che lasciare che esso vada in rovina in mano ad incapaci. L’incontro con Sordello non è casuale,
poiché il trovatore è autore di “Compianto in morte di Ser Blacatz”, componimento in cui egli biasimava i
prìncipi suoi contemporanei per la loro codardia, invitandoli a cibarsi del cuore del nobile defunto per
acquisirne la virtù. Nel canto VII, Sordello mostrerà i prìncipi negligenti della valletta, biasimandone i
successori, che incarnano una loro degenerazione, in quanto rei di gravi colpe politiche. Allo stesso modo,
l’Alighieri auspica che il giudizio divino colpisca coloro i quali hanno fatto dell’Italia una bestia sfrenata e i
loro discendenti.
L’inizio del canto dantesco si raccorda con la conclusione, poiché la rassegna dei morti per forza, che
assillano Dante perché li ricordi ai congiunti in vita, ci riporta nel pieno delle lotte politiche che dilaniavano i
comuni.
L’episodio di Sordello costituisce un importante collegamento anche con un passo dell’Eneide virgiliana, in
cui la Sibilla diceva a Palinuro che le sue preghiere non avrebbero piegato i decreti dei vivi; ciò parrebbe in
contraddizione con quanto accade nel Purgatorio, ma Virgilio interviene con una chiosa significativa,
spiegando che il suffragio dei vivi per i penitenti non annulli l’espiazione delle colpe, ma faccia sì che essa
avvenga più celermente. Il caso di Palinuro è diverso, poiché la sua preghiera non era rivolta a Dio, per cui
era vana. Tale dettaglio è degno di nota, poiché consente a Dante di pronunciarsi in un’invettiva anche
contro la Chiesa corrotta, che lucra sui suffragi, sfruttando il dolore dei vivi.
Nel canto ci sono, inoltre, differenze tra l’incontro con Farinata degli Uberti e quello con Sordello, poiché il
primo non cambia atteggiamento nel vedere Dante e Virgilio, mentre Sordello sì, in virtù del
corregionalismo con quest’ultimo. L’Italia è in una situazione di guerra di tutti contro tutti, a causa
dell’assenza di un potere centrale che, nella visione universalistica dantesca, doveva essere garantito
dall’Impero: a poco serve che Giustiniano abbia istituito il “Corpus iuris civilis”, se nessuno lo fa rispettare.
pf2

Anteprima parziale del testo

Scarica Confronto tra Orazio, Dante e Pasolini e più Dispense in PDF di Lingue e letterature classiche solo su Docsity!

Istituisci un confronto tra i seguenti testi, poi raccogli le tue riflessioni in un commento.

  • Orazio, ep. VII
  • Dante, Purg. vv. 76 – 151
  • Pasolini, “Alla mia nazione” Gli autori Orazio, Dante e Pasolini, sebbene si trovino a vivere ed operare in età e contesti diversi, non sono indifferenti a questioni di carattere politico che interessano le loro rispettive epoche. Tali tematiche, per forza di cose, diventano fulcro di alcuni componimenti, sotto forma di pesanti invettive contro i concittadini e il potere costituito. La satira oraziana è contraddistinta dal suo marcato carattere autobiografico, finalizzato alla delineazione e all’espressione di un parametro morale. L’Epodo VI, in particolare, costituisce il presagio di coloro i quali, come Orazio, reduci dalla battaglia dei Filippi del 42 a.C., assistevano impotenti al crollo degli ideali repubblicani, che avrebbe portato all’insorgere di nuove guerre civili. Il disorientamento dei suoi contemporanei viene ricondotto, dall’autore latino, a un sistema mitico e arcaico di una colpa originaria ( “da quando scorse a terra il sangue di Remo innocente, maledetto per i discendenti” ). Nel 35 a.C., si riaccenderà il contrasto tra Ottaviano e Sesto Pompeo – dopo la pace di Brindisi, che aveva dato l’illusione della fine della guerra e della nascita di una nuova età dell’oro. Di qui, lo stato d’animo terrorizzato e disorientato dei cittadini romani, il quale fa comprendere l’adesione degli intellettuali come Orazio e Virgilio all’ideologia augustea. Di una feroce e tagliente invettiva politica – in questo caso, alla Firenze trecentesca – , si rende protagonista anche l’Alighieri; il pretesto per l’amara riflessione di Dante è l’incontro del poeta con il trovatore Sordello da Goito, nel Canto VI del Purgatorio, quello dei morti per forza. Interrogato dal poeta sul cammino migliore da seguire, Sordello rimane indifferente, ma, non appena apprende che Virgilio sia mantovano, corre ad abbracciarlo. Di qui, l’attacco dantesco contro l’Italia, definita “nave senza nocchiero in gran tempesta” e “bordello” : l’anima di Sordello, infatti, è cordiale con Virgilio solo perché gli è conterraneo, mentre i cittadini italiani, in vita, si fanno guerra, anche se appartengono allo stesso Comune. Per Dante, gli italiani dovrebbero consentire all’imperatore Alberto I d’Asburgo di governare il Paese, piuttosto che lasciare che esso vada in rovina in mano ad incapaci. L’incontro con Sordello non è casuale, poiché il trovatore è autore di “Compianto in morte di Ser Blacatz”, componimento in cui egli biasimava i prìncipi suoi contemporanei per la loro codardia, invitandoli a cibarsi del cuore del nobile defunto per acquisirne la virtù. Nel canto VII, Sordello mostrerà i prìncipi negligenti della valletta, biasimandone i successori, che incarnano una loro degenerazione, in quanto rei di gravi colpe politiche. Allo stesso modo, l’Alighieri auspica che il giudizio divino colpisca coloro i quali hanno fatto dell’Italia una bestia sfrenata e i loro discendenti. L’inizio del canto dantesco si raccorda con la conclusione, poiché la rassegna dei morti per forza, che assillano Dante perché li ricordi ai congiunti in vita, ci riporta nel pieno delle lotte politiche che dilaniavano i comuni. L’episodio di Sordello costituisce un importante collegamento anche con un passo dell’Eneide virgiliana, in cui la Sibilla diceva a Palinuro che le sue preghiere non avrebbero piegato i decreti dei vivi; ciò parrebbe in contraddizione con quanto accade nel Purgatorio, ma Virgilio interviene con una chiosa significativa, spiegando che il suffragio dei vivi per i penitenti non annulli l’espiazione delle colpe, ma faccia sì che essa avvenga più celermente. Il caso di Palinuro è diverso, poiché la sua preghiera non era rivolta a Dio, per cui era vana. Tale dettaglio è degno di nota, poiché consente a Dante di pronunciarsi in un’invettiva anche contro la Chiesa corrotta, che lucra sui suffragi, sfruttando il dolore dei vivi. Nel canto ci sono, inoltre, differenze tra l’incontro con Farinata degli Uberti e quello con Sordello, poiché il primo non cambia atteggiamento nel vedere Dante e Virgilio, mentre Sordello sì, in virtù del corregionalismo con quest’ultimo. L’Italia è in una situazione di guerra di tutti contro tutti, a causa dell’assenza di un potere centrale che, nella visione universalistica dantesca, doveva essere garantito dall’Impero: a poco serve che Giustiniano abbia istituito il “Corpus iuris civilis”, se nessuno lo fa rispettare.

L’immagine del cavallo che deve essere domato ricorre anche nel “De Monarchia” e nel “Convivio”, con la polemica contro i comuni italiani ribelli – che, come Firenze, non si sottomettono all’autorità imperiale - , ma anche contro il sovrano, che non esercita il proprio potere (Alberto I d’Asburgo lascia, infatti, la “sella vòta” , occupandosi delle cose tedesche, seguendo il cattivo esempio del padre). Nella visione dantesca, l’imperatore detiene un potere che deriva da quello dell’Impero Romano di Cesare e Augusto, il cui compito è quello di ristabilire l’autorità sull’Italia, stroncando ogni resistenza. L’ultima parte esprime una tagliente invettiva contro i Firenze e i fiorentini, i quali, antifrasticamente, vengono descritti come impegnati nel far regnare pace e prosperità; si riempiono la bocca con la parola “giustizia”, mentre Dante stesso è un esempio degli abusi perpetrati dai nemici della sua fazione, che si assumono cariche politiche unicamente per arricchirsi. I provvedimenti presi a Firenze sono così “sottili” – termine ambiguo, ad indicare sia “fragili”, che “elaborati” – da durare solo poche settimane, mentre la città cambia in breve tempo tutti i suoi costumi, come un’inferma che si rigira tormentata nel suo letto. L’ultima immagine riassume la triste condizione delle città italiane, piene di tiranni, in cui anche i cittadini più umili divengono capi-fazione, pronti a commettere ogni sorta di nefandezza. Il poema, complessivamente, è un pesante attacco contro il disordine politico e morale dell’Italia del ‘300, immersa nella cupidigia e nelle lotte politico-ecclesiastiche; la dura apostrofe contro Firenze deriva proprio dal fatto che Dante era stato ingiustamente esiliato dalla città per il suo “ben far”. In una diversa contingenza, ma con simili ideali, si inscrive la poesia “Alla mia nazione” di Pasolini, la quale rappresenta il senso di decadenza dei costumi e deterioramento del senso civico e di legalità, di cui l’Italia risentiva all’epoca del fascismo. “Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci” , recita la pesante similitudine pasoliniana, nel descrivere efficacemente la condizione di vizio, peccato e violenza in cui versava la Roma dell’epoca. Il sentimento di nostalgia nei confronti di un passato virtuoso si può raffrontare nei versi “Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti, / proprio perché fosti cosciente, ora sei incosciente” , che testimoniano della condizione di contraddittorietà e disonestà di un Paese in rovina. Dal confronto tra i testi, si evince gli autori, nonostante siano diversi per provenienza e contingenza storica, siano uniti dal filo rosso del rammarico nei confronti dello sfacelo del proprio Paese, del quale si sentono vittime impotenti e desolati spettatori. Ognuno di loro si considera prigioniero in terra propria e fa della denuncia della realtà dei fatti, il baluardo attraverso il quale prospettare una ripartenza, tenendo conto, in maniera significativa, dell’esempio dei governi passati.