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Confronto tra Dante, Orazio e Pasolini su vari aspetti
Tipologia: Dispense
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Istituisci un confronto tra i seguenti testi, poi raccogli le tue riflessioni in un commento.
L’immagine del cavallo che deve essere domato ricorre anche nel “De Monarchia” e nel “Convivio”, con la polemica contro i comuni italiani ribelli – che, come Firenze, non si sottomettono all’autorità imperiale - , ma anche contro il sovrano, che non esercita il proprio potere (Alberto I d’Asburgo lascia, infatti, la “sella vòta” , occupandosi delle cose tedesche, seguendo il cattivo esempio del padre). Nella visione dantesca, l’imperatore detiene un potere che deriva da quello dell’Impero Romano di Cesare e Augusto, il cui compito è quello di ristabilire l’autorità sull’Italia, stroncando ogni resistenza. L’ultima parte esprime una tagliente invettiva contro i Firenze e i fiorentini, i quali, antifrasticamente, vengono descritti come impegnati nel far regnare pace e prosperità; si riempiono la bocca con la parola “giustizia”, mentre Dante stesso è un esempio degli abusi perpetrati dai nemici della sua fazione, che si assumono cariche politiche unicamente per arricchirsi. I provvedimenti presi a Firenze sono così “sottili” – termine ambiguo, ad indicare sia “fragili”, che “elaborati” – da durare solo poche settimane, mentre la città cambia in breve tempo tutti i suoi costumi, come un’inferma che si rigira tormentata nel suo letto. L’ultima immagine riassume la triste condizione delle città italiane, piene di tiranni, in cui anche i cittadini più umili divengono capi-fazione, pronti a commettere ogni sorta di nefandezza. Il poema, complessivamente, è un pesante attacco contro il disordine politico e morale dell’Italia del ‘300, immersa nella cupidigia e nelle lotte politico-ecclesiastiche; la dura apostrofe contro Firenze deriva proprio dal fatto che Dante era stato ingiustamente esiliato dalla città per il suo “ben far”. In una diversa contingenza, ma con simili ideali, si inscrive la poesia “Alla mia nazione” di Pasolini, la quale rappresenta il senso di decadenza dei costumi e deterioramento del senso civico e di legalità, di cui l’Italia risentiva all’epoca del fascismo. “Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci” , recita la pesante similitudine pasoliniana, nel descrivere efficacemente la condizione di vizio, peccato e violenza in cui versava la Roma dell’epoca. Il sentimento di nostalgia nei confronti di un passato virtuoso si può raffrontare nei versi “Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti, / proprio perché fosti cosciente, ora sei incosciente” , che testimoniano della condizione di contraddittorietà e disonestà di un Paese in rovina. Dal confronto tra i testi, si evince gli autori, nonostante siano diversi per provenienza e contingenza storica, siano uniti dal filo rosso del rammarico nei confronti dello sfacelo del proprio Paese, del quale si sentono vittime impotenti e desolati spettatori. Ognuno di loro si considera prigioniero in terra propria e fa della denuncia della realtà dei fatti, il baluardo attraverso il quale prospettare una ripartenza, tenendo conto, in maniera significativa, dell’esempio dei governi passati.