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Da Gutenberg all'Encyclopedie, Sintesi del corso di Archivistica

Petrucci, da Gutenberg all'Encyclopedie

Tipologia: Sintesi del corso

2019/2020

Caricato il 11/02/2020

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Petrucci, I PERCORSI DELLA STAMPA: DA GUTENBERG ALL’ENCYCLOPEDIE
1. Continuità e/o rinnovamento
L’invenzione nell’Europa occidentale della stampa a caratteri mobili avvenuta in Renania intorno
alla metà del XV secolo ha solcato la storia in modo rivoluzionario, la quale avrebbe cambiato
radicalmente la mentalità e l’uso della cultura scritta da parte di coloro che sono stati definiti
“uomini tipografici”, in contrapposizione a quelli precedenti legati al libro manoscritto.
Se è vero che, almeno fino ai primi decenni del Cinquecento, la tipologia del prodotto librario rimase
identica ai modelli manoscritti, è anche vero che gli ambienti, le tecniche e i modi di della
produzione furono sin dall’inizio del tutto nuovi e incomparabili rispetto a quelli del passato. Questa
assoluta novità tecnica determinò nuovi meccanismi di diffusione e un nuovo rapporto con il
pubblico, ma ciò non modificò, almeno agli inizi, il repertorio di testi offerti al pubblico stesso, che
per parecchio tempo rimase nella sostanza il medesimo della produzione libraria manoscritta.
Indagheremo i modi di svolgimento della produzione libraria a stampa nelle diverse regioni europee
e il contributo che le nuove tecniche e i nuovi prodotti hanno offerto alla cultura scritta. In
particolare per quanto riguarda alcune fasi della produzione libraria europea dell’antico regime:
- le tecniche meccaniche e grafiche;
- la trasformazione del libro in merce seriale;
- le codificazioni, cioè le scelte e le manipolazioni dei testi in rapporto con le nuove esigenze
tecniche; - l’illustrazione;
- la stampa didattica, creata in funzione dell’insegnamento;
- la produzione periodica, volta a soddisfare la richiesta, tra ‘500 e ‘600 di flussi regolari e sempre
più abbondanti di informazioni.
2. I modi della registrazione
Nel 1457 Fust e Schoffer, soci di Gutenberg, pubblicarono il Salterio di Magonza, noto
comunemente come Libro dei Salmi; dopo di loro altri tipografi ed editori e letterati, attratti dalla
nuova arte, più volte ne celebrarono le prodigiose qualità. Fin dall’inizio fu forte la consapevolezza
della straordinaria e rivoluzionaria novità del nuovo procedimento meccanico e della sua totale
indipendenza dalle tecniche della scrittura a mano; ciò derivò anche dal fatto che l’ambiente sociale
e la provenienza culturale dei prototipografi erano assai diversi da quelli dei loro rivali: gli scribi. Gli
uni erano prevalentemente orafi o artigiani del metalli; gli altri notai, maestri, intellettuali. Eppure
toccò proprio ai primi, cioè a persone con poca dimestichezza co il mondo del libro, di elaborare le
tecnologie della riproduzione meccanica dei testi scritti, fino ad allora tramandati dalla copiatura a
mano.
I nuovi produttori si sforzarono di imitare i modelli manoscritti in tutto e per tutto, dando vita alla
paradossale combinazione “di continuità apparente e cambiamento radicale”.
Il libro manoscritto “normale” era nel Quattrocento quasi sempre “scritto”, ordinato e impaginato da
una persona sola, il copista professionale; il libro a stampa invece era sempre frutto di collaborazione
tra categorie diverse di operatori intellettuali e di operatori meccanici, conviventi nel medesimo
luogo, la tipografia, un’officina artigianale con macchinari e processi tecnologici complessi e nuovi.
Contrariamente a quanto si pensa abitualmente, fra personale e cultura della riproduzione libraria
manoscritta e personale e cultura della produzione libraria a stampa, fino al primo decennio del
secolo XVI, esistette una separazione assai netta. Alcuni copisti parteciparono al nuovo processo
produttivo ma mai come veri tipografi, piuttosto come correttori o editori. Mentre i veri e propri
tipografi restarono sostanzialmente legati alla cultura materiale e monolingue propria dell’ambiente
artigianale.
In Europa i processi di adeguamento si differenziavano da area ad area:
-In Italia: il rispetto delle tipologie tradizionali del libro universitario scolastico, con le sue
impaginazioni funzionali e la sua fitta scrittura gotica, e il libro umanistico, con i suoi spazi
liberi e la doppia scrittura, posata e corsiva, fu più rigido e univoco che altrove;
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Petrucci, I PERCORSI DELLA STAMPA: DA GUTENBERG ALL’ENCYCLOPEDIE

1. Continuità e/o rinnovamento  L’invenzione nell’Europa occidentale della stampa a caratteri mobili avvenuta in Renania intorno alla metà del XV secolo ha solcato la storia in modo rivoluzionario, la quale avrebbe cambiato radicalmente la mentalità e l’uso della cultura scritta da parte di coloro che sono stati definiti “uomini tipografici”, in contrapposizione a quelli precedenti legati al libro manoscritto.  Se è vero che, almeno fino ai primi decenni del Cinquecento, la tipologia del prodotto librario rimase identica ai modelli manoscritti, è anche vero che gli ambienti, le tecniche e i modi di della produzione furono sin dall’inizio del tutto nuovi e incomparabili rispetto a quelli del passato. Questa assoluta novità tecnica determinò nuovi meccanismi di diffusione e un nuovo rapporto con il pubblico, ma ciò non modificò, almeno agli inizi, il repertorio di testi offerti al pubblico stesso, che per parecchio tempo rimase nella sostanza il medesimo della produzione libraria manoscritta.  Indagheremo i modi di svolgimento della produzione libraria a stampa nelle diverse regioni europee e il contributo che le nuove tecniche e i nuovi prodotti hanno offerto alla cultura scritta. In particolare per quanto riguarda alcune fasi della produzione libraria europea dell’antico regime: - le tecniche meccaniche e grafiche; - la trasformazione del libro in merce seriale; - le codificazioni, cioè le scelte e le manipolazioni dei testi in rapporto con le nuove esigenze tecniche; - l’illustrazione; - la stampa didattica, creata in funzione dell’insegnamento; - la produzione periodica, volta a soddisfare la richiesta, tra ‘500 e ‘600 di flussi regolari e sempre più abbondanti di informazioni. 2. I modi della registrazione  Nel 1457 Fust e Schoffer, soci di Gutenberg, pubblicarono il Salterio di Magonza, noto comunemente come Libro dei Salmi; dopo di loro altri tipografi ed editori e letterati, attratti dalla nuova arte, più volte ne celebrarono le prodigiose qualità. Fin dall’inizio fu forte la consapevolezza della straordinaria e rivoluzionaria novità del nuovo procedimento meccanico e della sua totale indipendenza dalle tecniche della scrittura a mano; ciò derivò anche dal fatto che l’ambiente sociale e la provenienza culturale dei prototipografi erano assai diversi da quelli dei loro rivali: gli scribi. Gli uni erano prevalentemente orafi o artigiani del metalli; gli altri notai, maestri, intellettuali. Eppure toccò proprio ai primi, cioè a persone con poca dimestichezza co il mondo del libro, di elaborare le tecnologie della riproduzione meccanica dei testi scritti, fino ad allora tramandati dalla copiatura a mano.  I nuovi produttori si sforzarono di imitare i modelli manoscritti in tutto e per tutto, dando vita alla paradossale combinazione “di continuità apparente e cambiamento radicale”.  Il libro manoscritto “normale” era nel Quattrocento quasi sempre “scritto”, ordinato e impaginato da una persona sola, il copista professionale; il libro a stampa invece era sempre frutto di collaborazione tra categorie diverse di operatori intellettuali e di operatori meccanici, conviventi nel medesimo luogo, la tipografia, un’officina artigianale con macchinari e processi tecnologici complessi e nuovi.  Contrariamente a quanto si pensa abitualmente, fra personale e cultura della riproduzione libraria manoscritta e personale e cultura della produzione libraria a stampa, fino al primo decennio del secolo XVI, esistette una separazione assai netta. Alcuni copisti parteciparono al nuovo processo produttivo ma mai come veri tipografi, piuttosto come correttori o editori. Mentre i veri e propri tipografi restarono sostanzialmente legati alla cultura materiale e monolingue propria dell’ambiente artigianale.  In Europa i processi di adeguamento si differenziavano da area ad area: - In Italia: il rispetto delle tipologie tradizionali del libro universitario scolastico, con le sue impaginazioni funzionali e la sua fitta scrittura gotica, e il libro umanistico, con i suoi spazi liberi e la doppia scrittura, posata e corsiva, fu più rigido e univoco che altrove;

- In Francia l’affermazione nella stampa della bastarda corsiva costituì il più antico contributo francese al mutamento tipografico; e certamente il libro letterario francese, fra Quattro e Cinquecento, rappresentò un prodotto in fase di rapida evoluzione, culminata nell’invenzione e nella diffusione, dal 1558 in poi, del tipo corsivo della civilitè , adottato soprattutto nei testi didattici. 3. Il repertorio  In pochi decenni il libro a stampa impresso a caratteri mobili divenne il nuovo contenitore della cultura scritta europea occidentale. Ma per quali testo? In base a quali scelte? Nel periodo iniziale, che comprende quasi tutta la seconda metà del Quattrocento, si ha l’impressione che l’estraneità dei tipografi rispetto alla cultura umanistica abbia resto le scelte testuali casuali, occasionate da committenze particolari e legate a situazioni locali. Il repertorio dei testi stampati in Europa rimane in sostanza un repertorio di opere non moderne: classici, libri per l’insegnamento, testi liturgici; un repertorio più povero di quello offerto dalla produzione manoscritta del medesimo periodo. Sono rari i casi di una consapevole organizzazione programmatica.  Secondo un censimento effettuato nel 1935 su un esteso campione di incunaboli, i testi più frequentemente stampati erano quelli attinenti alla cultura e alla pratica ecclesiastica; seguivano i testi di filosofia e di letteratura, seguivano poi i testi costituenti la cultura giuridica e delle scienze.  Lingua: la preminenza del latino era assoluta (77%), seguivano l’italiano, il tedesco, il francese.  Anche in questo caso, le singole aree culturali si comportano in modi differenti, sia in rapporto al repertorio che agli usi linguistici. E’ indubbio però che i volgari europei conobbero un progressivo aumento di presenza nella stampa, che costituisce un elemento di grande importanza. - Italia: dava l’impressione, sul finire del secolo, di una cultura scritta legata alle grandi ma ormai invecchiate scoperte umanistiche, e sostanzialmente statica e rigida. L’affermazione del volgare italiano nella stampa fu più tarda che altrove; gli incunaboli inizialmente ricoprivano il 20 % del totale dei libri stampati in Italia e sviluppano la loro presenza secondo un processo inizialmente lento, poi sempre più rapido e sicuro. - Francia: diversa la situazione qui, dominata da una più precoce presenza del volgare e dal particolare ruolo di punta rappresentato in questo settore dalla tipografia lionese, specializzatasi assai presto nella produzione di testi volgari di puro intrattenimento, tratti dall’antica tradizione culturale cortese dell’aristocrazia. Anche in questo caso, libri più “vecchi” che “nuovi”, sebbene sempre volti alla conquista di un nuovo pubblico.  Quando, fra Quattro e Cinquecento la tipografia si volse a pubblicare sempre più numerose opere di autori contemporanei, cioè nuove , ciò fu dovuto alla forte egemonia esercitata nel campo della cultura scritta da singoli grandi intellettuali e da gruppi di letterati d’avanguardia, ovvero sia singoli innovatori religiosi o forti movimenti di rinnovamento ecclesiastico; insomma, a persone o fenomeni di massa che fecero intuire agli editori-tipografi che essi rappresentavano intere fasce di nuovo pubblico per i testi che producevano. In questa fenomenologia si collocano, ad esempio: - Pietro Bembo, consigliere di Aldo Manuzio e creatore e direttore della rivoluzionaria collana dei “libretti da mano” in latino, greco e italiano, stampati in carattere corsivo italico; - Erasmo da Rotterdam, il maggiore intellettuale europeo del suo tempo, collaboratore per anni del grande editore Froben; - Girolamo Savonarola, che diresse personalmente la stampa dei suoi opuscoli in volgare; - Martin Lutero, le cui opere in tedesco raggiunsero tirature enormi per l’epoca.  Emerge un altro argomento: diffusione continentale della cultura umanistica è legata all’insorgere della Riforma? E’ lecito dubitare della realtà dei loro rapporti, poiché “siamo del tutto incapaci di formulare una connessione tra questi cambiamenti, salvo il fatto che avvennero contemporaneamente”. Ma un rapporto tra testi, lingua e stampa indubbiamente provocato dalla Riforma e dalla sua diffusione presso le classi medio-basse di lingua tedesca si è ben verificato in Germania dopo il 1517: in effetti, le opere in lingua tedesca stampate fino a quell’anno (inizio della ribellione di Lutero alla Chiesa di Roma) erano state soltanto quaranta, due anni dopo già 111 per

dell’uomo nella sua complessa materialità e il mondo da lui abitato; la medicina moderna, con le sue autopsie, le scienze naturali, la nuova geografia, nacquero allora, e si tramandarono libri illustrati riccamente e secondo nuove tecniche. Questo aspetto fu reso possibile grazie all’esistenza di grandi centri editoriali, che potevano sostenere le spese necessarie alla pubblicazione e alla diffusione di opere costose e imponenti. L’esplosione del libro scientifico illustrato fu un fenomeno di enorme importanza del secondo Cinquecento e del Seicento, autori e editori coadiuvati da artisti professionisti permisero di riprodurre lo scheletro dell’uomo e degli animali, i particolari degli organi, delle regioni europee, americane; la visione del molto piccolo, resa possibile dall’avvento del microscopio, non fece che accrescere in ogni campo la necessità e il desiderio dell’attività di riproduzione visiva: si diffuse una nuova visione del mondo e della natura, di tutto ciò che fino ad allora si era potuto soltanto immaginare per mezzo del discorso scritto in parole.

5. Un equilibrio malthusiano  Riprendendo le difficoltà dello sfruttamento della stampa, accanto alle difficoltà oggettive è necessario annoverare tra gli ostacoli le resistenze che le classi dirigenti europee, soprattutto ecclesiastiche, opposero a una pacifica e libera diffusione dei libri. La presenza e la circolazione di un sempre maggiore e incontrollabile numero di libri non poteva che portare un numero sempre più vasto di lettori a porsi dei problemi nuovi; il leggere e rileggere non poteva non provocare la composizione e la stampa di opere nuove, sempre più lontane dalle sicure coordinate del sapere consacrato alla sapienza e alla religione tradizionali.  Cominciarono veri e propri meccanismi di controllo e di riduzione della fluviale pubblicazione di libri, il cui più illustre esempio fu il celebre Indice dei libri proibiti , la cui prima edizione ufficiale fu quella del 1559, voluto da Paolo IV.  Ma la censura sui libri non fu affare soltanto della Chiesa Romana, perché anche le chiese protestanti la usarono ampiamente, e ad essa ricorsero sempre più largamente i diversi governi europei per ragioni di stato e per altre motivazioni concretamente “laiche”. Il meccanismo della censura, attivo soprattutto nei paesi cattolici, non poteva non influenzare gli orientamenti degli editori, modificando il loro repertorio e volgendoli alla ristampa di opere antiche e consolidate piuttosto che alla produzione di opere nuove; ne derivò, fra il secondo Cinquecento e il Settecento, un atteggiamento di autocontrollo e di diffidenza verso i testi nuovi e non conformistici, che caratterizzò quasi tutta l’editoria europea, con la lodevole eccezione dei Paesi Bassi. I più vulnerabili ad accettare e pubblicare soltanto opere più che sicure erano soprattutto i grandi editori.  Cosicché si venne sempre più frequentemente presentando il fenomeno di una divaricazione tra una produzione a stampa di lusso e di avanguardia, con grande dispiego di innovazioni e indirizzata alla pubblicazione di testi tradizionali; e una produzione di testi innovativi e rivoluzionari in ambito filosofico, storico, caratterizzata da edizioni modeste, carta pessima, scarso corredo illustrativo. Con due conseguenze di grande significato: da una parte una sempre più profonda insoddisfazione degli autori e dall’altra, per quanto concerne l’editoria, storie di opere vecchie, trascurando quelle che poi finirono per apparire i decisivi strumenti di cambiamento della cultura scritta europea.  Tale processo causò la fossilizzazione anche della figura e del ruolo degli autori nell’epoca delle censure imperanti: gli autori che riuscirono a veder pubblicate le loro opere in modo soddisfacente furono soltanto coloro che occupavano un ruolo riconosciuto dal potere centrale, uomini delle élites di corte e personaggi di forte influenza all’interno dei meccanismi della cultura ufficiale. Il Seicento da questo punto di vista fu un secolo tragico, in cui la pressione del potere sulla stampa si esplicò colpendo e reprimendo autori e testi.  In questo secolo costretto dalla censura, il potere individuava un’altra ed esplicita funzione della stampa, quella di fornirgli la possibilità di esprimersi direttamente ed ufficialmente attraverso lo scritto impresso e di autocelebrare le sue opere e le sue glorie, mediante la pubblicazione di libri illustrati di altissimo pregio e di forte valenza simbolica: al più alto grado di potere non può che corrispondere, nel dominio dello scritto, il più alto grado di formalizzazione libraria e grafica.

Dunque il divario tipologico formale delle opere corrisponde esattamente alla diversa collocazione degli autori nella gerarchia del pubblico potere.

6. Istruzione e informazione  Uno dei miti che sostanziano la visione della storia della cultura occidentale in età moderna è quello secondo il quale l’introduzione della stampa avrebbe suscitato il processo di alfabetizzazione di massa. Nella realtà le cose sono andate diversamente, in quanto la spinta a una progressiva diffusione delle capacità di scrivere e di leggere preesisteva da lungo tempo e fu una delle concause che permisero il successo del nuovo processo di produzione di testi. E’ evidente che il processo di alfabetizzazione progressiva delle classi medio-basse della società urbana europea avvenne in modi diversi e secondo pressioni diverse; modi e pressioni individuate nella contrapposizione secca (e astratta) fra una spinta dal basso, espressione di un bisogno sociale di scrittura e lettura, e una spinta dall’alto, espressione di una volontà delle autorità statuali e religiose di favorire una maggiore istruzione di base nelle popolazioni soggette.  Tali interpretazioni toccano un problema di grande rilievo, cioè quello dei meccanismi di conservazione e di distribuzione della cultura scritta ai livelli di base nella società europea di ancien regime. Prospettiamo alcuni parametri interpretativi: 1) L’induzione dall’alto di meccanismi di istruzione di base avvenne in genere mediante la costituzione di sistemi scolastici istituzionali, l’affermazione dell’insegnamento della lettura e l’uso dello strumento libro: cioè attraverso un processo conservativo della cultura scritta, che garantiva e perpetuava la sopravvivenza di un sapere di base tradizionale, sicuro e rassicurante per gli equilibri di sapere e potere esistenti; 2) La pressione dal basso per conquistare una maggiore istruzione era intesa a garantire ad alcuni dei membri delle comunità interessate la capacità almeno di scrivere, indispensabile per svolgere determinate pratiche necessarie in società sempre più fortemente burocratizzate; ciò attraverso processi differenziati, caoticamente paralleli di autodidattismo, in genere non istituzionale. Dunque attraverso una serie di prassi informali, alla base delle quali il libro compariva soltanto come elemento sussidiario e non essenziale.  Nell’ambito delle concrete esperienze storiche del periodo vennero verificandosi forti diversità percentuali di diffusione delle capacità di scrivere e leggere fra paesi protestanti e cattolici, a sfavore di questi ultimi. Infatti, fra Seicento e Settecento, le nazioni più largamente alfabetizzate furono Svezia, Inghilterra; mentre di certo più bassi erano i tassi della Francia o dei vari stati italiani. Occorrerà considerare tuttavia che nel caso dei paesi protestanti si è trattato di un processo di alfabetizzazione di primo tipo, indotto dall’alto, svoltosi attraverso l’istituzione scolastica e rigidamente conservativo. La stampa ha sicuramente svolto una potente funzione di indiretto supporto a un tipo di alfabetizzazione autoritaria, passiva e di pura lettura.  La stampa fornì inoltre in gran numero e in breve tempo i necessari strumenti didattici: non è un caso che il primo libro stampato in Italia da Sweynheym e Pannartz sia stato una grammatichetta. La produzione di tipo didattico ebbe fin dall’inizio caratteristiche proprie, che rispondevano alle richieste del pubblico potenziale: piccolo formato, ridotto numero di pagine, modulo grande di scrittura, basso costo e basso prezzo. Si trattò di una produzione disordinata nel suo primo periodo, durato almeno un secolo. Poi invece, quando il controllo dell’educazione primaria passò nelle mani della Chiesa, prevalsero modelli fissamente ripetuti, all’interno dei quali la presenza di temi religiosi era diventata maggioritaria. Ciononostante, i libretti didattici mantennero un aspetto misero e sommario, che continuò ad accomunarli alla produzione “popolare” e al genere degli “avvisi a stampa”.  E’ evidente che il processo di alfabetizzazione e la produzione di “avvisi” non potevano che procedere parallelamente, sia perché il pubblico potenziale era quello urbano di nuova acculturazione sia perché i canali distributivi erano i medesimi. Gli “avvisi” potevano essere manoscritti o a stampa; quelli manoscritti erano diretti dalle classi dirigenti, ai potenti, mentre gli altri, stampati dappertutto e dappertutto diffusi, erano opuscoletti di piccolo formato ispirati al

 Ma il mercato libraio nel corso del Settecento fu dominato da un’altra figura emergente della cultura scritta europea: il grande libraio di respiro, ideale mediatore fra produzione e pubblico, e perciò anche influente sulle scelte della produzione e su quelle della conservazione bibliotecaria. Già verso la fine del Seicento il disagio degli intellettuali europei, chiusi nelle gabbie troppo strette delle rispettive culture nazionali, era evidente.  In Europa, soprattutto nelle sue regioni più separate e marginali, la classe dei colti, già di per sé pigramente conservatrice, non riusciva ad essere informata in tempo utile delle novità letterarie; nel secolo delle biblioteche che si sta aprendo, proprio l’alleanza fra grande libreria e grande biblioteca costituì lo strumento che riuscì ad avviare a soluzione i problemi aperti della distribuzione e dell’informazione. Informazione alla cui carenza i librai cercarono di ovviare per mezzo dei cataloghi a stampa razionalmente ordinati e specializzati dei libri disponibili, cosicché i maggiori librai capirono che il loro referente naturale non era costituito dalle esposizioni e dalle fiere ma dalle biblioteche. In questa prospettiva i grandi librai europei del Settecento utilizzarono i cataloghi a stampa e i fitti rapporti epistolari come ideale rete informativa. Il secolo dei lumi appare attraversato da una vera e propria dinamica inarrestabile forma di bibliomania, di cui i protagonisti o meglio, i motori centrali, restano proprio loro, i librai, o meglio, i più intraprendenti e colti membri della categoria.  Ma tutto ciò non bastava; occorreva anche offrire al pubblico crescente opere complessive che fossero in grado di affermare e diffondere i nuovi valori, le nuove concezioni dell’economia, dell’educazione, che costituivano le basi stesse del movimento innovativo. Nacquero così le enciclopedie del secolo, tra il Tamigi e la Senna. Di tutte queste più o meno ampie imprese una sola è universalmente nota e nello stesso tempo rappresenta il simbolo stesso dell’età e del movimento intellettuale che la produsse: l’Encyclopedie che, per merito dell’iniziativa comune di alcuni editori e di un pugno di intellettuali riformatori (Diderot, Dl’Alambert) riuscì ad essere completata in un imponente corpus di diciassette volumi di testi e undici di tavole nell’arco di 21 anni, all’interno dei quali furono disegnati e consegnati i valori di una nuova cultura, quella borghese e illuministica. “Quest’impresa filosofica ha accelerato il progresso della ragione”: il che spiega anche il clamoroso successo di pubblico della pur costosissima opera, la cui prima edizione fu rapidamente esaurita e le successive portarono il numero di esemplari venduti a 25.000.  Non solo la Francia ma l’intera Europa era ormai matura per ricevere e assorbire la nuova visione del mondo divulgata dall’Encyclopedie. Essa ha sintetizzato un migliaio di arti e di scienze, ha rappresentato l’Illuminismo in anima e corpo, e ciò fu vero anche sul piano editoriale e librario, poiché l’E. per tanti versi anticipò la capacità di organizzazione e rapidità produttiva proprie dell’editoria moderna; ma rappresentò anche l’ultima grande impresa libraria dell’ ancien regime , e in qualche misura ne chiuse la storia culturale. Non certo per caso l’Assemblea Nazionale parigina del nuovo regime rivoluzionario avrebbe inserito nella dichiarazione dei diritti dell’uomo anche un paragrafo dedicato alla libertà di scrittura e di stampa, intesa in senso assoluto.