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Analisi comparativa tra linguaggio umano e comunicazione animale, con focus sulle teorie di Chomsky e Savage-Rumbaugh. Chomsky sottolinea creatività e innatismo del linguaggio umano, mentre Savage-Rumbaugh si concentra sulle capacità cognitive delle scimmie. Si esamina l'uso di simboli e gesti nelle scimmie e la loro somiglianza con il linguaggio umano, considerando il ruolo dell'ambiente culturale. Si discute la differenza tra menti competitive e cooperative e l'influenza della cooperazione sulla comunicazione umana. Approfondimento sulle capacità comunicative delle scimmie e confronto con il linguaggio umano.
Tipologia: Sintesi del corso
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DALLA COMUNICAZIONE AL LINGUAGGIO -Scimmie, ominidi e umani in una prospettiva darwiniana
possano far fronte a problemi sempre nuovi. La conclusione che Cartesio trae da questo ordine di considerazioni è che la differenza qualitativa tra umani e animali-macchine dipende dalla relazione tra pensiero e linguaggio. Cartesiani di oggi → Per Chomsky alla base della differenza tra il linguaggio e i sistemi di comunicazione animale c’è l’uso creativo del linguaggio: la possibilità degli umani di parlare in modo indipendente da stimoli interni ed esterni. Questo grado di indipendenza conferisce al linguaggio libertà e creatività, attributi decisivi per distinguere le capacità verbali umane dalla comunicazione animale. Invece, negli animali, la comunicazione è totalmente sotto il controllo degli stimoli: da questo punto di vista la comunicazione animale è assimilabile a quella di una macchina. Poiché il linguaggio umano risponde a principi del tutto diversi da quelli della comunicazione animale, l'idea di Chomsky è che il confronto con le capacità espressive degli animali non sia di alcuna utilità per comprendere le caratteristiche peculiari delle capacità verbali umane: per capire cosa caratterizzi nello specifico il linguaggio umano bisogna guardare a ciò che lo distingue dalla comunicazione animale, non ciò che a essa lo accomuna. 2 La complessità del linguaggio Sostenere che il linguaggio risponde a principi «totalmente differenti» da quelli chiamati in causa nella comunicazione animale ha importanti ricadute sul modo di intendere la natura umana. È il rapporto con Darwin a risultarne compromesso. Il motivo che spinge Chomsky a una battaglia contro il darwinismo riguarda il suo modello del linguaggio, che non si presta ad essere spiegato nei termini delle numerose e successive modificazioni dell’evoluzione governata dalla selezione naturale. Infatti per Chomsky e la sua idea di linguaggio come organo estremamente complesso, il modello del processo evolutivo deve essere in linea con l’idea dell’avvento delle capacità verbali in termini di un cambiamento improvviso. Chomsky fa riferimento a Wallace, co-fondatore della teoria dell’evoluzione, il quale porta argomenti a sostegno dello stato di “eccezione” degli umani nella natura, per dimostrare che la prospettiva della differenza qualitativa non è in contrasto con la teoria dell’evoluzione. Tale argomentazione però si fonda su due equivoci: in primo luogo non tiene conto del mutamento di prospettiva avuto da Wallace nel tempo, riguardo al ruolo della selezione naturale (cambia prospettiva: le capacità del cervello non più selezione naturale ma un “nuovo potere”, “l’esistenza di forze e influenze non ancora riconosciute dalla scienza”). In secondo luogo non tiene conto del diverso modo, di Darwin e Wallace, di intendere la natura umana: per Darwin gli umani sono animali tra gli altri animali e tutte le proprietà che li riguardano devono essere analizzate in termini di selezione naturale; per Wallace l'evoluzione umana deve far riferimento a non meglio precisate «forze e influenze non ancora verificate dalla scienza». Dunque, il riferimento a Wallace, che Chomsky usa per sostenere che la tesi dell’avvento improvviso del linguaggio non è in contrasto con la teoria dell’evoluzione, è del tutto inappropriato. I motivi che spingono Chomsky a criticare il gradualismo e a fare riferimento al cambiamento improvviso del linguaggio umano sono da ricercare nello specifico modello teorico della grammatica universale.
pensieri perché pensiero e linguaggio condividono una forma comune, cioè la struttura in costituenti. L'idea che la sintassi degli enunciati debba essere considerata l'essenza del linguaggio ha vincolato fortemente l'analisi dello studio del rapporto tra linguaggio e comunicazione animale. L’idea dei neocartesiani, ovviamente è che una capacità del genere sia del tutto preclusa agli animali, anche alle grandi scimmie. 3 Dall’altra parte della barricata Critiche a Cartesio: una figura di primo piano è rappresentata da La Mettrie, che riconosce a Cartesio il merito di aver considerato gli animali come macchine; tuttavia, questa considerazione ha effetti anche sul modo di intendere gli esseri umani, in quanto, se gli umani sono animali e gli animali sono macchine, allora anche gli umani sono macchine. Da queste idee, La Mettrie, trae considerazioni sul linguaggio degli animali: le scimmie non parlano perché non hanno gli organi adeguati, e questo difetto non può comunque stabilire il fatto che siano totalmente inabili al linguaggio. E’ solo con Darwin che il tema della continuità tra umani e altri animali ha potuto contare su una teoria scientifica, utilizzando la selezione naturale. Infatti è grazie al riferimento alla selezione naturale che Darwin può sostenere la differenza tra gli umani e gli altri animali in termini quantitativi, e non qualitativi. Inoltre, essendo le grandi scimmie i nostri parenti più prossimi (scimpanzé, gorilla, oranghi, bonobo), Darwin fa esplicito riferimento alle scimmie, e discutendo il tema dell’origine del linguaggio riporta due cose interessanti:
Una tradizione alternativa di studi, di cui il maggior rappresentante è Corballis, sostiene invece la tesi dell'origine gestuale del linguaggio; così nella metà degli anni Sessanta del ‘900 si apre una nuova stagione di studi. La questione si sposta sul capire se la scimmia sia in possesso dei processi di interpretazione che governano la comprensione di ciò che effettivamente le viene detto. La difficoltà della comunicazione verbale viene aggirata con l’utilizzo della lingua dei segni. ● Washoe → scimpanzé di un anno a cui Allen e Beatrix Gardner provano ad insegnare una versione semplificata della lingua dei segni americana. I primi risultati importanti vennero dall'uso spontaneo di alcuni segni prodotti da Washoe; il suo uso dei gesti appariva guidato da un processo di generalizzazione, per esempio la capacità di estendere il segno “aprire” a varie situazioni. Ma la domanda circa la competenza linguistica delle scimmie, per il predominio della sintassi nella linguistica contemporanea, deve trovare una risposta nei termini della capacità di produrre-comprendere enunciati ben formati. Per verificare tale capacità Fouts sottopose la scimpanzé ad altri esperimenti: a 5 anni Washoe era in grado di utilizzare 132 segni, capirne altri centinaia e assemblare parole in combinazioni nuove.
Queste considerazioni spinsero Terrace a cambiare le proprie conclusioni al progetto di Nim, constatando che gli scimpanzé non erano in grado di produrre frasi in senso proprio. 4 Mettere da parte la grammatica Alcuni studiosi hanno proposto un criterio alternativo per valutare la competenza linguistica di questi animali. Secondo questi autori il modo di valutare la capacità di produrre enunciati grammaticalmente strutturati è stato condizionato dall’influenza di Chomsky e dal suo modo di intendere la natura del linguaggio. Una svolta agli studi sul linguaggio nelle grandi scimmie la dà Savage-Rumbaugh, la quale aveva lavorato con Fouts su Washoe. All'inizio era scettica, poiché confrontando i risultati di Washoe, nell’apprendimento del linguaggio, con quelli di suo figlio, si rende conto di una differenza sostanziale tra i due: la sviluppata capacità di comprensione del bambino quando ancora non parla → per lei una cosa analoga non poteva valere per le scimmie. LANA Project → iniziato nel 1971, questo progetto aveva lo scopo di studiare le capacità linguistiche degli scimpanzé alle prese con un codice artificiale di lessigrammi (Yerkish). Per ottenere ciò che voleva Lana doveva utilizzare espressioni strutturate, ma la tesi conclusa da Savage-Rumbaugh era che Lana, come le altre scimmie, fosse competente sul piano della produzione, ma non su quella della ricezione. A questo punto Savage-Rumbaugh cambia paradigma teorico: sposta l’attenzione dalle frasi alle parole → in questa prospettiva, l’essenza del linguaggio non dipende dalla sintassi (come i simboli si relazionano tra loro), ma dalle proprietà simboliche delle parole (come i simboli si riferiscono alle entità che designano). Questa tradizione di studi pone il fondamento del linguaggio nelle capacità intenzionali del simbolo, e si oppone al modello di Chomsky. Protosimboli o simboli in senso proprio? Il riferimento alla realtà esterna è un elemento cruciale della natura simbolica del linguaggio umano. Interessante fu l’osservazione dei cercopitechi verdi, scimmie che usano richiami d’allarme acusticamente differenti per segnalare la presenza di differenti tipi di predatori; la cosa interessante è che ogni richiamo è associato (sia da parte dell'individuo che emette il grido, sia da parte dei conspecifici che lo avvertono) a una specifica risposta comportamentale. I cercopitechi non sono un caso isolato: una ricerca sulle scimmie reso (Macaca Mulatta) ha individuato cinque richiami acusticamente differenti prodotti in situazioni di lotta; come i cercopitechi, anche le scimmie reso rispondo ai diversi segnali con comportamenti differenti. Per escludere la possibilità che il comportamento delle scimmie, piuttosto che essere determinato dal contenuto informativo delle vocalizzazioni, fosse dipeso dallo stimolo visivo della scena osservata, Gouzoules e colleghi sottoposero gli animali a un esperimento di ascolto dei richiami in assenza della scena visiva corrispondente. I risultati hanno mostrato che le scimmie producono comportamenti di risposta adeguati anche non essendo presenti l’individuo che emette il grido e il suo aggressore → dunque l’informazione è effettivamente contenuta nei richiami vocali, di conseguenza i richiami delle scimmie reso possono essere interpretati come rappresentazioni che si riferiscono agli oggetti/eventi esterni.
Allo stesso modo, sembra possibile classificare come segnali referenziali i grugniti rochi prodotti all’interno di una comunità di scimpanzé in cattività, riferiti ad alimenti. Le scimmie osservate producevano due richiami acusticamente diversi per distinguere il pane dalle mele. Dagli esperimenti di riascolto è emerso che un esemplare di scimpanzé era in grado di rispondere in modo differente ai due tipi di richiami e sembrava utilizzare l'informazione codificata nei grugniti per guidare la sua ricerca del cibo in assenza di qualsiasi altra indicazione contestuale. ↓ La tesi prevalente in questi lavori è l'idea che le scimmie siano in grado di utilizzare espressioni referenziali. Tuttavia, secondo Deacon l'idea che i richiami delle grandi scimmie possano essere considerati in analogia con le parole del linguaggio umano è fondata su un uso del tutto scorretto del termine «riferimento». La sua tesi è che il riferimento simbolico rappresenti una barriera evolutiva invalicabile per gli animali non umani, in quanto la capacità di riferimento degli umani risponde a principi differenti da quella degli altri animali. A rendere propriamente simboliche le espressioni umane sono due fattori: uno interno e uno esterno alla mente. Il fattore interno alla mente attua un processo di interpretazione, che permette di attribuire agli elementi/parole la capacità di riferirsi alle altre cose. Ma l’elemento chiave per Deacon è il fattore esterno: la capacità di un simbolo di riferirsi a un oggetto o a un evento dipende dalla funzione complessa della relazione che quel simbolo stabilisce con altri simboli, le parole devono potersi riferire tra di loro. Ora, poiché il sistema simbolico per eccellenza è la lingua parlata in una determinata comunità, la conclusione di tutto questo discorso è che solo gli esseri umani (che parlano una lingua) sono capaci di utilizzare i simboli in senso proprio. Le scimmie invece non sono in grado di farlo perché non dispongono delle strutture cognitive adeguate e perché, nelle loro comunità, non esiste un sistema simbolico da poter utilizzare. La questione da discutere a questo punto è se l'avvento delle capacità simboliche sia davvero ciò che separa la nostra specie da tutte le altre, o se è invece possibile sostenere che almeno alcuni animali sono in grado di apprendere simboli e di utilizzarli in senso proprio. Per rispondere a queste domande, Savage-Rumbaugh studia e fa esperimenti su due scimpanzé, Sherman e Austin. S.-R. vuole provare ad insegnare ai due scimpanzé l’uso referenziale dei simboli; in questo progetto la due domande, se le scimmie comprendano realmente ciò che dicono e la domanda se esse siano in grado di utilizzare simboli in senso proprio, sono strettamente correlate. ➤ Sulla questione se le scimmie usano simboli in senso proprio Un primo modo per rispondere alla domanda fa perno su una duplice capacità d'uso dei simboli: l'uso richiestivo e l'uso nominale. Savage-Rumbaugh sostiene che Washoe e Lana non usano i simboli per nominare le entità a cui si riferiscono: quando fanno un gesto o selezionano un lessigramma, le scimmie vogliono ottenere dagli interlocutori l’oggetto desiderato, ma non hanno realmente imparato il nome degli oggetti. Dunque per S.-R. la capacità di una scimmia di utilizzare il simbolo
sperimentatore mentre nascondeva il cibo, poi doveva comunicare alla scimmia che non aveva assistito alla scena l’informazione necessaria per poter produrre il simbolo adeguato; se questa rispondeva in modo corretto entrambe le scimmie ottenevano il cibo nascosto. Esperimenti di questo tipo sono stati progettati per dar prova del fatto che gli scimpanzé comprendono effettivamente ciò che comunicano. Per provare che le due scimmie erano in grado di usare i simboli in senso proprio, Savage-Rumbaugh ideò una nuova situazione sperimentale. Privata della keyboard con cui era solita comunicare, una delle due scimmie veniva portata in una stanza in cui assisteva al nascondimento del cibo da parte dello sperimentatore. Subito dopo lo sperimentatore lasciava cadere sul pavimento gli involucri, con in bella mostra il logo del cibo, in cui era confezionato il cibo nascosto. Senza alcun addestramento precedente, Sherman e Austin capirono immediatamente cosa fare per risolvere il compito: non appena Austin notò l'etichetta degli M&M's sul pavimento, la raccolse e la mostrò a Sherman che, dopo un attimo di indugio, utilizzò la keyboard per produrre il lessigramma giusto. ↓ Gli scimpanzé interpretano il contenuto informativo indipendentemente dal codice utilizzato per esprimerlo. Ora, poiché la capacità di distinguere tra codice espressivo e contenuto veicolato dal codice espressivo è la condizione essenziale dell'uso dei simboli in quanto simboli, la conclusione da trarre dagli studi di Savage-Rumbaugh è che gli scimpanzé sono in grado di usare i simboli in senso proprio. Il primato della comprensione sulla produzione: Kanzi Savage-Rumbaugh continua i suoi studi su tre bonobo, che insieme agli scimpanzé sono i nostri parenti più prossimi nella scala evolutiva. Tuttavia i risultati con questi bonobo furono molto deludenti, tanto che S.-R. stava per rinunciare al progetto, quando un fatto inaspettato cambiò le cose. Matata, uno dei tre bonobo, aveva adottato Kanzi, il quale le stava sempre attaccato. Dopo un pò Matata fu richiesta per un accoppiamento e dovette andarsene, così S.-R., per rendere meno traumatico possibile il distacco, portava sempre Kanzi in giro con sé. Una mattina, del tutto spontaneamente, Kanzi prese in mano la keyboard indicando i segni APPLE e CHASE. Dapprima Savage-Rumbaugh pensò che si trattasse di un caso, ma la scimmia iniziò a utilizzare in modo sistematico lo strumento, dando prova di conoscerne bene l’uso. Inoltre la scimmia si comportava sempre in modo appropriato al lessigramma utilizzato. La tesi di Savage-Rumbaugh è che le conoscenze circa l'uso dei lessigrammi che Kanzi aveva acquisito senza alcun training specifico fossero il prodotto di una lunga «incubazione» maturata durante la partecipazione ai turni di apprendimento di Matata. Questo porta a un cambiamento di prospettiva negli studi sulla comunicazione animale: ad essere in primo piano non è più la produzione ma la comprensione. Per S.-R. quindi i processi di comprensione costituiscono l’essenza del linguaggio umano, e i processi di comprensione delle grandi scimmie si avvalgono della capacità di questi animali di attribuire stati mentali agli altri. Ciò porta a ridimensionare:
Secondo alcuni autori, l’evoluzione delle capacità cognitive dei primati deve essere interpretata in un’ottica di competizione sociale, è stata quindi una forte spinta evolutiva per loro. Secondo Tomasello, gli umani invece hanno tratto maggior vantaggio dalle spinte selettive che esaltano gli aspetti della cooperazione sociale, grazie alle quali è emerso anche il linguaggio. Negli umani è del tutto naturale supporre che il parlante dica qualcosa per venire incontro alle esigenze dell'ascoltatore, fornendogli l'informazione di cui questi ha bisogno. È qui che la differenza tra le menti competitive (tipiche delle grandi scimmie) e le menti cooperative (specifiche degli umani) si rivela di grande importanza ai fini del discorso portato avanti da Tomasello: solo una mente pronta alla cooperazione, infatti, è capace di riconoscere che chi parla sta fornendo informazione a vantaggio dell'ascoltatore. A riprova del fatto che le grandi scimmie non sono capaci di riconoscere atti altruistici di comunicazione, Tomasello, Call e Gluckman, hanno proposto un esperimento in cui uno sperimentatore nascondeva il cibo in uno di tre contenitori e un altro sperimentatore aveva il compito di aiutare lo scimpanzé a scegliere il contenitore giusto indicandoglielo, ma le scimmie rimanevano spiazzate, scegliendo piuttosto un contenitore a caso. Dello stesso esperimento è stata fatta anche la versione “competitiva”: quando lo sperimentatore gareggiava con la scimmia alla ricerca di cibo cercando di raggiungere il contenitore giusto senza riuscirci, le scimmie comprendevano senza problemi il comportamento umano. Il linguaggio umano è fortemente legato all'atto «altruistico» che il parlante mette in atto; poiché le grandi scimmie sono guidate da un atteggiamento competitivo, esse sono in grado di fare «richieste» agli altri, ma non riescono a offrire “l'informazione descrittiva” utile alle esigenze degli altri: le loro espressioni quindi hanno un carattere imperativo e non dichiarativo. Cooperazione L’idea di Tomasello è che gli umani mettano in atto «attività cooperative condivise», ovvero guidate da un fine congiunto, cosa che non pensa possano fare gli scimpanzé. A questo proposito, porta come esempio la caccia al colobo rosso, in cui gli scimpanzé assumono ruoli complementari per raggiungere il fine condiviso; mentre un inseguitore corre dietro alla preda per spingerla in una certa direzione, altre scimmie le sbarrano la strada per impedirle di cambiare direzione e costringerla a dirigersi verso la postazione di uno scimpanzé che le si para davanti all'improvviso catturandola. Attenendosi al principio della parsimonia cognitiva, Tomasello crede che, durante la caccia, ogni partecipante tenta di massimizzare le proprie probabilità di catturare la preda, senza prefissare un fine congiunto o una distribuzione dei ruoli. Per lui, quindi, le grandi scimmie collaborano all’attività di gruppo soltanto in una modalità di tipo I-mode, non We-mode. A riprova di questa interpretazione è il fatto che questi animali sono incapaci di uno sguardo “a volo d’uccello”, quindi non sono in grado di avere una visione di insieme delle relazioni cooperative. Chiarito il carattere specifico della collaborazione umana, il passaggio decisivo per comprendere gli aspetti di peculiarità che caratterizzano la comunicazione umana è il fatto che i comportamenti collaborativi tipici della nostra specie siano retti da
principi altruistici. In linea con Darwin, Tomasello considera l'altruismo un fatto della biologia, non della cultura; tuttavia, egli considera l'altruismo un fatto tipico ed esclusivo della biologia umana. In particolare, riconosce forme di altruismo nelle scimmie antropomorfe, ma secondo lui queste non sono capaci nello scambio di informazioni altruistico. Da questo punto allora emergono due caratteristiche della comunicazione umana: la possibilità di utilizzare anche asserzioni (e non solo richieste); il fatto che la comunicazione umana si fonda prima di tutto alla produzione (all’atto altruistico con cui il parlante fornisce l’informazione adeguata all’ascoltatore) e non alla comprensione (come sosteneva Savage-R.). Due considerazioni: