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Linguaggio Umano vs Comunicazione Animale: Un'Analisi Comparativa, Sintesi del corso di Filosofia del Linguaggio

Analisi comparativa tra linguaggio umano e comunicazione animale, con focus sulle teorie di Chomsky e Savage-Rumbaugh. Chomsky sottolinea creatività e innatismo del linguaggio umano, mentre Savage-Rumbaugh si concentra sulle capacità cognitive delle scimmie. Si esamina l'uso di simboli e gesti nelle scimmie e la loro somiglianza con il linguaggio umano, considerando il ruolo dell'ambiente culturale. Si discute la differenza tra menti competitive e cooperative e l'influenza della cooperazione sulla comunicazione umana. Approfondimento sulle capacità comunicative delle scimmie e confronto con il linguaggio umano.

Tipologia: Sintesi del corso

2024/2025

Caricato il 27/06/2025

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claudia-balzamonti 🇮🇹

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DALLA COMUNICAZIONE AL LINGUAGGIO -Scimmie, ominidi e umani in una
prospettiva darwiniana
1. SCIMMIE
I pappagalli producono espressioni linguistiche, ma non in senso proprio, perché non
mettono in connessione il linguaggio con il pensiero, semplicemente perché non
hanno pensieri. L’opinione comune è che i pappagalli riproducano solo la meccanica
del suono ma non il significato che tali suoni rappresentano. Sta qua la questione
base del linguaggio umano: la connessione tra la fisica dei suoni e la psicologia dei
significati. Secondo Gerauld de Cordemoy, il carattere meccanico e obbligato dei
suoni riprodotti dal pappagallo rende le espressioni di questo animale del tutto
diverse dalle espressioni libere e creative del linguaggio umano.
La tesi della netta distinzione tra comunicazione animale (meccanica e obbligata) e il
linguaggio umano (libero e creativo) trova manforte negli argomenti di carattere
empirico, tra cui il cosiddetto “effetto Clever Hans”. Nel 1891 William von Osten
diede inizio a una serie di esibizioni pubbliche con il suo cavallo mostrando che
Hans era in grado di eseguire calcoli aritmetici, riconoscere l'ora, mantenere traccia
del calendario, nominare le persone. Battendo la zampa, in effetti, Hans rispondeva
a domande del tipo «se l'8 del mese è un martedì, che giorno sarà il prossimo
venerdì?»: secondo von Osten il fatto che Hans rispondesse correttamente a
domande di questo tipo era una testimonianza del fatto che comprendeva ciò che gli
veniva richiesto. Nel 1907, una commissione che aveva il compito di verificare
scientificamente il caso di Hans, appurò che le risposte del cavallo erano
strettamente dipendenti dal fatto che von Osten conoscesse la risposta; quando
Hans, battendo la zampa, si avvicinava alla risposta corretta, la postura corporea e
le espressioni facciali dell’uomo cambiavano sensibilmente: così, in modo
inconsapevole, von Osten forniva l’indizio ad Hans per bloccare la zampa al
momento giusto. Hans dunque non comprendeva le domande che gli venivano
proposte, e il suo comportamento era spiegabile in termini di una regola meccanica.
In psicologia l'”effetto Clever Hans” viene tirato in ballo per dimostrare che le azioni
degli animali, che sembrano chiamare in causa forme di pensiero, sono interpretabili
in termini meccanici e involontari.
1 Non pensa dunque non parla: la tradizione cartesiana
Cartesiani di ieri → In una lettera scritta a Henry More nel febbraio del 1649,
Cartesio presenta la questione della differenza qualitativa che distingue gli esseri
umani dagli altri animali, dovuta al possesso dell’anima razionale. L’aspetto
importante dell’argomento di Cartesio riguarda il fatto che la specialità degli esseri
umani è legata al possesso del linguaggio. Nel “Discorso sul metodo” Cartesio
sostiene che se ci fossero macchine con la forma esteriore di una scimmia non
avremmo alcun mezzo per distinguerle dall’animale reale, mentre se vi fossero
macchine in tutto e per tutto simili agli umani nella disposizione degli organi del
corpo, si avrebbero ancora due caratteristiche certe per distinguerle da noi: l’agire
libero e creativo. Infatti, diversamente dagli altri animali (governati dall’istinto), gli
umani sono capaci di strategie comportamentali molto flessibili, i quali fanno sì che
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DALLA COMUNICAZIONE AL LINGUAGGIO -Scimmie, ominidi e umani in una prospettiva darwiniana

  1. SCIMMIE I pappagalli producono espressioni linguistiche, ma non in senso proprio, perché non mettono in connessione il linguaggio con il pensiero, semplicemente perché non hanno pensieri. L’opinione comune è che i pappagalli riproducano solo la meccanica del suono ma non il significato che tali suoni rappresentano. Sta qua la questione base del linguaggio umano: la connessione tra la fisica dei suoni e la psicologia dei significati. Secondo Gerauld de Cordemoy, il carattere meccanico e obbligato dei suoni riprodotti dal pappagallo rende le espressioni di questo animale del tutto diverse dalle espressioni libere e creative del linguaggio umano. La tesi della netta distinzione tra comunicazione animale (meccanica e obbligata) e il linguaggio umano (libero e creativo) trova manforte negli argomenti di carattere empirico, tra cui il cosiddetto “effetto Clever Hans”. Nel 1891 William von Osten diede inizio a una serie di esibizioni pubbliche con il suo cavallo mostrando che Hans era in grado di eseguire calcoli aritmetici, riconoscere l'ora, mantenere traccia del calendario, nominare le persone. Battendo la zampa, in effetti, Hans rispondeva a domande del tipo «se l'8 del mese è un martedì, che giorno sarà il prossimo venerdì?»: secondo von Osten il fatto che Hans rispondesse correttamente a domande di questo tipo era una testimonianza del fatto che comprendeva ciò che gli veniva richiesto. Nel 1907, una commissione che aveva il compito di verificare scientificamente il caso di Hans, appurò che le risposte del cavallo erano strettamente dipendenti dal fatto che von Osten conoscesse la risposta; quando Hans, battendo la zampa, si avvicinava alla risposta corretta, la postura corporea e le espressioni facciali dell’uomo cambiavano sensibilmente: così, in modo inconsapevole, von Osten forniva l’indizio ad Hans per bloccare la zampa al momento giusto. Hans dunque non comprendeva le domande che gli venivano proposte, e il suo comportamento era spiegabile in termini di una regola meccanica. In psicologia l'”effetto Clever Hans” viene tirato in ballo per dimostrare che le azioni degli animali, che sembrano chiamare in causa forme di pensiero, sono interpretabili in termini meccanici e involontari. 1 Non pensa dunque non parla: la tradizione cartesiana Cartesiani di ieri → In una lettera scritta a Henry More nel febbraio del 1649, Cartesio presenta la questione della differenza qualitativa che distingue gli esseri umani dagli altri animali, dovuta al possesso dell’anima razionale. L’aspetto importante dell’argomento di Cartesio riguarda il fatto che la specialità degli esseri umani è legata al possesso del linguaggio. Nel “Discorso sul metodo” Cartesio sostiene che se ci fossero macchine con la forma esteriore di una scimmia non avremmo alcun mezzo per distinguerle dall’animale reale, mentre se vi fossero macchine in tutto e per tutto simili agli umani nella disposizione degli organi del corpo, si avrebbero ancora due caratteristiche certe per distinguerle da noi: l’agire libero e creativo. Infatti, diversamente dagli altri animali (governati dall’istinto), gli umani sono capaci di strategie comportamentali molto flessibili, i quali fanno sì che

possano far fronte a problemi sempre nuovi. La conclusione che Cartesio trae da questo ordine di considerazioni è che la differenza qualitativa tra umani e animali-macchine dipende dalla relazione tra pensiero e linguaggio. Cartesiani di oggi → Per Chomsky alla base della differenza tra il linguaggio e i sistemi di comunicazione animale c’è l’uso creativo del linguaggio: la possibilità degli umani di parlare in modo indipendente da stimoli interni ed esterni. Questo grado di indipendenza conferisce al linguaggio libertà e creatività, attributi decisivi per distinguere le capacità verbali umane dalla comunicazione animale. Invece, negli animali, la comunicazione è totalmente sotto il controllo degli stimoli: da questo punto di vista la comunicazione animale è assimilabile a quella di una macchina. Poiché il linguaggio umano risponde a principi del tutto diversi da quelli della comunicazione animale, l'idea di Chomsky è che il confronto con le capacità espressive degli animali non sia di alcuna utilità per comprendere le caratteristiche peculiari delle capacità verbali umane: per capire cosa caratterizzi nello specifico il linguaggio umano bisogna guardare a ciò che lo distingue dalla comunicazione animale, non ciò che a essa lo accomuna. 2 La complessità del linguaggio Sostenere che il linguaggio risponde a principi «totalmente differenti» da quelli chiamati in causa nella comunicazione animale ha importanti ricadute sul modo di intendere la natura umana. È il rapporto con Darwin a risultarne compromesso. Il motivo che spinge Chomsky a una battaglia contro il darwinismo riguarda il suo modello del linguaggio, che non si presta ad essere spiegato nei termini delle numerose e successive modificazioni dell’evoluzione governata dalla selezione naturale. Infatti per Chomsky e la sua idea di linguaggio come organo estremamente complesso, il modello del processo evolutivo deve essere in linea con l’idea dell’avvento delle capacità verbali in termini di un cambiamento improvviso. Chomsky fa riferimento a Wallace, co-fondatore della teoria dell’evoluzione, il quale porta argomenti a sostegno dello stato di “eccezione” degli umani nella natura, per dimostrare che la prospettiva della differenza qualitativa non è in contrasto con la teoria dell’evoluzione. Tale argomentazione però si fonda su due equivoci: in primo luogo non tiene conto del mutamento di prospettiva avuto da Wallace nel tempo, riguardo al ruolo della selezione naturale (cambia prospettiva: le capacità del cervello non più selezione naturale ma un “nuovo potere”, “l’esistenza di forze e influenze non ancora riconosciute dalla scienza”). In secondo luogo non tiene conto del diverso modo, di Darwin e Wallace, di intendere la natura umana: per Darwin gli umani sono animali tra gli altri animali e tutte le proprietà che li riguardano devono essere analizzate in termini di selezione naturale; per Wallace l'evoluzione umana deve far riferimento a non meglio precisate «forze e influenze non ancora verificate dalla scienza». Dunque, il riferimento a Wallace, che Chomsky usa per sostenere che la tesi dell’avvento improvviso del linguaggio non è in contrasto con la teoria dell’evoluzione, è del tutto inappropriato. I motivi che spingono Chomsky a criticare il gradualismo e a fare riferimento al cambiamento improvviso del linguaggio umano sono da ricercare nello specifico modello teorico della grammatica universale.

pensieri perché pensiero e linguaggio condividono una forma comune, cioè la struttura in costituenti. L'idea che la sintassi degli enunciati debba essere considerata l'essenza del linguaggio ha vincolato fortemente l'analisi dello studio del rapporto tra linguaggio e comunicazione animale. L’idea dei neocartesiani, ovviamente è che una capacità del genere sia del tutto preclusa agli animali, anche alle grandi scimmie. 3 Dall’altra parte della barricata Critiche a Cartesio: una figura di primo piano è rappresentata da La Mettrie, che riconosce a Cartesio il merito di aver considerato gli animali come macchine; tuttavia, questa considerazione ha effetti anche sul modo di intendere gli esseri umani, in quanto, se gli umani sono animali e gli animali sono macchine, allora anche gli umani sono macchine. Da queste idee, La Mettrie, trae considerazioni sul linguaggio degli animali: le scimmie non parlano perché non hanno gli organi adeguati, e questo difetto non può comunque stabilire il fatto che siano totalmente inabili al linguaggio. E’ solo con Darwin che il tema della continuità tra umani e altri animali ha potuto contare su una teoria scientifica, utilizzando la selezione naturale. Infatti è grazie al riferimento alla selezione naturale che Darwin può sostenere la differenza tra gli umani e gli altri animali in termini quantitativi, e non qualitativi. Inoltre, essendo le grandi scimmie i nostri parenti più prossimi (scimpanzé, gorilla, oranghi, bonobo), Darwin fa esplicito riferimento alle scimmie, e discutendo il tema dell’origine del linguaggio riporta due cose interessanti:

  • il linguaggio umano deve la sua origine all’imitazione e alla modificazione, aiutata dai gesti, dei vari suoni naturali, delle voci degli altri animali e delle grida istintive dell’uomo;
  • l’avvento del linguaggio è fortemente connesso alla peculiarità dei sistemi cognitivi di cui dispongono le grandi scimmie. L'abilità di ripetere i suoni per imitazione è legata, secondo Darwin, a capacità cognitive in grado di interpretare l'espressione sonora attribuendole un significato: il linguaggio ha bisogno di un sistema fisico di realizzazione fonica delle espressioni ma anche, soprattutto, di un sistema di elaborazione che permetta di trasformare i suoni in significati. Un modo per mettere alla prova questa ipotesi è valutare cosa accade nel caso in cui si provi a far apprendere il linguaggio umano alle grandi scimmie. Le grandi scimmie possono apprendere un linguaggio? ● Viki → scimpanzè adottato e allevato dai coniugi Hayes per sei anni, ma con risultato negativo: mama, papa, up, cup, sono le uniche parole che riuscì a proferire. ⇣ La produzione dei suoni tipici del linguaggio verbale non è riproducibile dalle grandi scimmie perché non hanno l’apparato fonatorio adeguato. Secondo Lieberman, la produzione dei suoni tipici del linguaggio umano è connessa all’abbassamento del tratto sovra-laringeo, caratteristica specifica di Homo sapiens. Da questo punto di vista, poiché le scimmie non sono in grado di produrre i suoni del linguaggio umano, esse non saranno mai in grado di parlare in senso proprio: tale tesi si fonda sull’identificazione del linguaggio con la verbalizzazione.

Una tradizione alternativa di studi, di cui il maggior rappresentante è Corballis, sostiene invece la tesi dell'origine gestuale del linguaggio; così nella metà degli anni Sessanta del ‘900 si apre una nuova stagione di studi. La questione si sposta sul capire se la scimmia sia in possesso dei processi di interpretazione che governano la comprensione di ciò che effettivamente le viene detto. La difficoltà della comunicazione verbale viene aggirata con l’utilizzo della lingua dei segni. ● Washoe → scimpanzé di un anno a cui Allen e Beatrix Gardner provano ad insegnare una versione semplificata della lingua dei segni americana. I primi risultati importanti vennero dall'uso spontaneo di alcuni segni prodotti da Washoe; il suo uso dei gesti appariva guidato da un processo di generalizzazione, per esempio la capacità di estendere il segno “aprire” a varie situazioni. Ma la domanda circa la competenza linguistica delle scimmie, per il predominio della sintassi nella linguistica contemporanea, deve trovare una risposta nei termini della capacità di produrre-comprendere enunciati ben formati. Per verificare tale capacità Fouts sottopose la scimpanzé ad altri esperimenti: a 5 anni Washoe era in grado di utilizzare 132 segni, capirne altri centinaia e assemblare parole in combinazioni nuove.

  • Test della bambola: la scimpanzé si trova in una situazione in cui ha bisogno dello sperimentatore, il quale “involontariamente” inciampa sulla bambola di Washoe, facendola cadere; la scimpanzé dimostrava così di usare i segni del suo vocabolario, pertinenti alla situazione, per farsi ridare la bambola. Secondo Fouts questa capacità di comporre i simboli in modo da trasmettere un significato è una dimostrazione di capacità sintattica. Inoltre Washoe sapeva come usare il soggetto e l’oggetto: quando Fouts le faceva il segno di “io solletico te”, era pronta a ricevere il solletico, mentre con il segno “tu solletico me”, lei si preparava a farlo. ⇣ Una delle critiche solitamente rivolte a Fouts è che Washoe rappresentasse una caso isolato e irripetibile, così Fouts cominciò ad estendere le sue ricerche a un numero più ampio di scimpanzé allevati in famiglia. Il caso Lucy fu così famoso da fare il giro del mondo in breve tempo. Ma i risultati più interessanti sul piano dello studio della grammatica vennero dallo scimpanzé Ally. ● Ally → inizia a imparare la lingua dei segni a un anno; a tre Fouts lo scelse per verificare se fosse in grado di capire frasi composte da combinazioni di segni che non aveva mai usato in precedenza. I risultati furono molto incoraggianti: nel momento in cui le venivano fatte richieste vecchie e nuove Ally rispondeva correttamente il 61% delle volte; dopo quattro sessioni di prove in un test con soltanto nuove richieste, la scimmia raggiunse un punteggio del 31%. La conclusione a cui pervenne Fouts, dopo numerosi test sperimentali di questo tipo, fu che uno scimpanzé è in grado di capire le differenze di significato dovute a una regola grammaticale. ⇣

Queste considerazioni spinsero Terrace a cambiare le proprie conclusioni al progetto di Nim, constatando che gli scimpanzé non erano in grado di produrre frasi in senso proprio. 4 Mettere da parte la grammatica Alcuni studiosi hanno proposto un criterio alternativo per valutare la competenza linguistica di questi animali. Secondo questi autori il modo di valutare la capacità di produrre enunciati grammaticalmente strutturati è stato condizionato dall’influenza di Chomsky e dal suo modo di intendere la natura del linguaggio. Una svolta agli studi sul linguaggio nelle grandi scimmie la dà Savage-Rumbaugh, la quale aveva lavorato con Fouts su Washoe. All'inizio era scettica, poiché confrontando i risultati di Washoe, nell’apprendimento del linguaggio, con quelli di suo figlio, si rende conto di una differenza sostanziale tra i due: la sviluppata capacità di comprensione del bambino quando ancora non parla → per lei una cosa analoga non poteva valere per le scimmie. LANA Project → iniziato nel 1971, questo progetto aveva lo scopo di studiare le capacità linguistiche degli scimpanzé alle prese con un codice artificiale di lessigrammi (Yerkish). Per ottenere ciò che voleva Lana doveva utilizzare espressioni strutturate, ma la tesi conclusa da Savage-Rumbaugh era che Lana, come le altre scimmie, fosse competente sul piano della produzione, ma non su quella della ricezione. A questo punto Savage-Rumbaugh cambia paradigma teorico: sposta l’attenzione dalle frasi alle parole → in questa prospettiva, l’essenza del linguaggio non dipende dalla sintassi (come i simboli si relazionano tra loro), ma dalle proprietà simboliche delle parole (come i simboli si riferiscono alle entità che designano). Questa tradizione di studi pone il fondamento del linguaggio nelle capacità intenzionali del simbolo, e si oppone al modello di Chomsky. Protosimboli o simboli in senso proprio? Il riferimento alla realtà esterna è un elemento cruciale della natura simbolica del linguaggio umano. Interessante fu l’osservazione dei cercopitechi verdi, scimmie che usano richiami d’allarme acusticamente differenti per segnalare la presenza di differenti tipi di predatori; la cosa interessante è che ogni richiamo è associato (sia da parte dell'individuo che emette il grido, sia da parte dei conspecifici che lo avvertono) a una specifica risposta comportamentale. I cercopitechi non sono un caso isolato: una ricerca sulle scimmie reso (Macaca Mulatta) ha individuato cinque richiami acusticamente differenti prodotti in situazioni di lotta; come i cercopitechi, anche le scimmie reso rispondo ai diversi segnali con comportamenti differenti. Per escludere la possibilità che il comportamento delle scimmie, piuttosto che essere determinato dal contenuto informativo delle vocalizzazioni, fosse dipeso dallo stimolo visivo della scena osservata, Gouzoules e colleghi sottoposero gli animali a un esperimento di ascolto dei richiami in assenza della scena visiva corrispondente. I risultati hanno mostrato che le scimmie producono comportamenti di risposta adeguati anche non essendo presenti l’individuo che emette il grido e il suo aggressore → dunque l’informazione è effettivamente contenuta nei richiami vocali, di conseguenza i richiami delle scimmie reso possono essere interpretati come rappresentazioni che si riferiscono agli oggetti/eventi esterni.

Allo stesso modo, sembra possibile classificare come segnali referenziali i grugniti rochi prodotti all’interno di una comunità di scimpanzé in cattività, riferiti ad alimenti. Le scimmie osservate producevano due richiami acusticamente diversi per distinguere il pane dalle mele. Dagli esperimenti di riascolto è emerso che un esemplare di scimpanzé era in grado di rispondere in modo differente ai due tipi di richiami e sembrava utilizzare l'informazione codificata nei grugniti per guidare la sua ricerca del cibo in assenza di qualsiasi altra indicazione contestuale. ↓ La tesi prevalente in questi lavori è l'idea che le scimmie siano in grado di utilizzare espressioni referenziali. Tuttavia, secondo Deacon l'idea che i richiami delle grandi scimmie possano essere considerati in analogia con le parole del linguaggio umano è fondata su un uso del tutto scorretto del termine «riferimento». La sua tesi è che il riferimento simbolico rappresenti una barriera evolutiva invalicabile per gli animali non umani, in quanto la capacità di riferimento degli umani risponde a principi differenti da quella degli altri animali. A rendere propriamente simboliche le espressioni umane sono due fattori: uno interno e uno esterno alla mente. Il fattore interno alla mente attua un processo di interpretazione, che permette di attribuire agli elementi/parole la capacità di riferirsi alle altre cose. Ma l’elemento chiave per Deacon è il fattore esterno: la capacità di un simbolo di riferirsi a un oggetto o a un evento dipende dalla funzione complessa della relazione che quel simbolo stabilisce con altri simboli, le parole devono potersi riferire tra di loro. Ora, poiché il sistema simbolico per eccellenza è la lingua parlata in una determinata comunità, la conclusione di tutto questo discorso è che solo gli esseri umani (che parlano una lingua) sono capaci di utilizzare i simboli in senso proprio. Le scimmie invece non sono in grado di farlo perché non dispongono delle strutture cognitive adeguate e perché, nelle loro comunità, non esiste un sistema simbolico da poter utilizzare. La questione da discutere a questo punto è se l'avvento delle capacità simboliche sia davvero ciò che separa la nostra specie da tutte le altre, o se è invece possibile sostenere che almeno alcuni animali sono in grado di apprendere simboli e di utilizzarli in senso proprio. Per rispondere a queste domande, Savage-Rumbaugh studia e fa esperimenti su due scimpanzé, Sherman e Austin. S.-R. vuole provare ad insegnare ai due scimpanzé l’uso referenziale dei simboli; in questo progetto la due domande, se le scimmie comprendano realmente ciò che dicono e la domanda se esse siano in grado di utilizzare simboli in senso proprio, sono strettamente correlate. ➤ Sulla questione se le scimmie usano simboli in senso proprio Un primo modo per rispondere alla domanda fa perno su una duplice capacità d'uso dei simboli: l'uso richiestivo e l'uso nominale. Savage-Rumbaugh sostiene che Washoe e Lana non usano i simboli per nominare le entità a cui si riferiscono: quando fanno un gesto o selezionano un lessigramma, le scimmie vogliono ottenere dagli interlocutori l’oggetto desiderato, ma non hanno realmente imparato il nome degli oggetti. Dunque per S.-R. la capacità di una scimmia di utilizzare il simbolo

sperimentatore mentre nascondeva il cibo, poi doveva comunicare alla scimmia che non aveva assistito alla scena l’informazione necessaria per poter produrre il simbolo adeguato; se questa rispondeva in modo corretto entrambe le scimmie ottenevano il cibo nascosto. Esperimenti di questo tipo sono stati progettati per dar prova del fatto che gli scimpanzé comprendono effettivamente ciò che comunicano. Per provare che le due scimmie erano in grado di usare i simboli in senso proprio, Savage-Rumbaugh ideò una nuova situazione sperimentale. Privata della keyboard con cui era solita comunicare, una delle due scimmie veniva portata in una stanza in cui assisteva al nascondimento del cibo da parte dello sperimentatore. Subito dopo lo sperimentatore lasciava cadere sul pavimento gli involucri, con in bella mostra il logo del cibo, in cui era confezionato il cibo nascosto. Senza alcun addestramento precedente, Sherman e Austin capirono immediatamente cosa fare per risolvere il compito: non appena Austin notò l'etichetta degli M&M's sul pavimento, la raccolse e la mostrò a Sherman che, dopo un attimo di indugio, utilizzò la keyboard per produrre il lessigramma giusto. ↓ Gli scimpanzé interpretano il contenuto informativo indipendentemente dal codice utilizzato per esprimerlo. Ora, poiché la capacità di distinguere tra codice espressivo e contenuto veicolato dal codice espressivo è la condizione essenziale dell'uso dei simboli in quanto simboli, la conclusione da trarre dagli studi di Savage-Rumbaugh è che gli scimpanzé sono in grado di usare i simboli in senso proprio. Il primato della comprensione sulla produzione: Kanzi Savage-Rumbaugh continua i suoi studi su tre bonobo, che insieme agli scimpanzé sono i nostri parenti più prossimi nella scala evolutiva. Tuttavia i risultati con questi bonobo furono molto deludenti, tanto che S.-R. stava per rinunciare al progetto, quando un fatto inaspettato cambiò le cose. Matata, uno dei tre bonobo, aveva adottato Kanzi, il quale le stava sempre attaccato. Dopo un pò Matata fu richiesta per un accoppiamento e dovette andarsene, così S.-R., per rendere meno traumatico possibile il distacco, portava sempre Kanzi in giro con sé. Una mattina, del tutto spontaneamente, Kanzi prese in mano la keyboard indicando i segni APPLE e CHASE. Dapprima Savage-Rumbaugh pensò che si trattasse di un caso, ma la scimmia iniziò a utilizzare in modo sistematico lo strumento, dando prova di conoscerne bene l’uso. Inoltre la scimmia si comportava sempre in modo appropriato al lessigramma utilizzato. La tesi di Savage-Rumbaugh è che le conoscenze circa l'uso dei lessigrammi che Kanzi aveva acquisito senza alcun training specifico fossero il prodotto di una lunga «incubazione» maturata durante la partecipazione ai turni di apprendimento di Matata. Questo porta a un cambiamento di prospettiva negli studi sulla comunicazione animale: ad essere in primo piano non è più la produzione ma la comprensione. Per S.-R. quindi i processi di comprensione costituiscono l’essenza del linguaggio umano, e i processi di comprensione delle grandi scimmie si avvalgono della capacità di questi animali di attribuire stati mentali agli altri. Ciò porta a ridimensionare:

  • la prospettiva chomskiana: per comprendere il linguaggio non occorre ipotizzare un dispositivo innato e specifico come la GU;
  • l’idea che il linguaggio umano sia un elemento di rottura tra gli esseri umani e gli altri animali: purché posseggano i sistemi cognitivi adeguati e siano sottoposti a pressioni selettive che richiedono una comunicazione più sofisticata di quella che caratterizza il loro stato attuale, anche animali che non parlano possono mostrare la capacità di usare i simboli in senso proprio. I risultati prodotti da Savage-Rumbaugh mostrano che le espressioni utilizzate da Kanzi non sono risposte meccaniche, ma sono governate da processi di interpretazione, inoltre le sue produzioni simboliche, per il carattere di appropriatezza e spontaneità che le caratterizza, sono molto vicine alla natura flessibile e creativa della verbalizzazione umana. Le considerazioni fatte sino a questo punto lasciano aperto un problema: quello della sintassi. Per capire se Kanzi fosse capace di utilizzare espressioni sintatticamente strutturate, Savage-Rumbaugh chiese aiuto alla linguista Patricia Greenfield. Il progetto di ricerca ebbe inizio nel 1986 quando Kanzi aveva cinque anni e mezzo: la questione di fondo era valutare se le espressioni prodotte dalla scimmia avessero un carattere strutturale, ovvero se rispondessero a un qualche tipo di regola. Per verificare il punto, fu preso in esame l'ordine di successione oggetto-verbo. Nel primo mese di osservazione Kanzi non faceva differenze; passato il primo mese, tuttavia, Kanzi iniziò a seguire un ordine preciso in cui l'azione precedeva sempre l'oggetto, dando prova in questo modo di applicare una regola. Secondo Greenfield, inoltre, il tratto più rilevante delle capacità sintattiche di Kanzi era la capacità di inventare regole nuove. Due casi, in particolare, colpirono l'attenzione della linguista:
  • l'uso congiunto di gesti e lessigrammi;
  • la combinazione invertita, rispetto alle regole della grammatica umana, della successione dei lessigrammi rispetto alla successione degli eventi descritti. Le analisi di Greenfield hanno mostrato che è possibile interpretare le produzioni di Kanzi come espressioni sintatticamente strutturate. Si potrebbe obiettare, tuttavia, che le regole utilizzate da Kanzi non sono regole sintattiche in senso proprio: secondo Savage-Rumbaugh un'obiezione di questo tipo dipende dal pregiudizio antropocentrico tipico di chi considera grammatica soltanto la grammatica del linguaggio verbale umano. Savage-Rumbaugh non si ferma, inizia un nuovo progetto nel 1988, quando Kanzi aveva sette anni, con l’intento di sottoporlo alla prova del linguaggio verbale; così eliminano l’utilizzo dei lessigrammi e della keyboard e iniziano a comunicare con Kanzi utilizzando soltanto i proferimenti dell’inglese parlato. Iniziarono quindi una serie di esperimenti in cui la capacità di Kanzi di comprendere espressioni verbali sintatticamente complesse veniva messa a confronto con le abilità di Alia, una bambina di due anni. Nascosti dietro un vetro a specchio gli sperimentatori proponevano a kanzi una serie di sequenze totalmente nuove e del tutto inusuali, per quanto riguarda il loro significato. I risultati sperimentali hanno mostrato che la capacità di Kanzi di comprendere frasi del tutto nuove era statisticamente rilevante: la scimmia rispondeva in modo corretto nel 72% dei casi, una percentuale più alta

Secondo alcuni autori, l’evoluzione delle capacità cognitive dei primati deve essere interpretata in un’ottica di competizione sociale, è stata quindi una forte spinta evolutiva per loro. Secondo Tomasello, gli umani invece hanno tratto maggior vantaggio dalle spinte selettive che esaltano gli aspetti della cooperazione sociale, grazie alle quali è emerso anche il linguaggio. Negli umani è del tutto naturale supporre che il parlante dica qualcosa per venire incontro alle esigenze dell'ascoltatore, fornendogli l'informazione di cui questi ha bisogno. È qui che la differenza tra le menti competitive (tipiche delle grandi scimmie) e le menti cooperative (specifiche degli umani) si rivela di grande importanza ai fini del discorso portato avanti da Tomasello: solo una mente pronta alla cooperazione, infatti, è capace di riconoscere che chi parla sta fornendo informazione a vantaggio dell'ascoltatore. A riprova del fatto che le grandi scimmie non sono capaci di riconoscere atti altruistici di comunicazione, Tomasello, Call e Gluckman, hanno proposto un esperimento in cui uno sperimentatore nascondeva il cibo in uno di tre contenitori e un altro sperimentatore aveva il compito di aiutare lo scimpanzé a scegliere il contenitore giusto indicandoglielo, ma le scimmie rimanevano spiazzate, scegliendo piuttosto un contenitore a caso. Dello stesso esperimento è stata fatta anche la versione “competitiva”: quando lo sperimentatore gareggiava con la scimmia alla ricerca di cibo cercando di raggiungere il contenitore giusto senza riuscirci, le scimmie comprendevano senza problemi il comportamento umano. Il linguaggio umano è fortemente legato all'atto «altruistico» che il parlante mette in atto; poiché le grandi scimmie sono guidate da un atteggiamento competitivo, esse sono in grado di fare «richieste» agli altri, ma non riescono a offrire “l'informazione descrittiva” utile alle esigenze degli altri: le loro espressioni quindi hanno un carattere imperativo e non dichiarativo. Cooperazione L’idea di Tomasello è che gli umani mettano in atto «attività cooperative condivise», ovvero guidate da un fine congiunto, cosa che non pensa possano fare gli scimpanzé. A questo proposito, porta come esempio la caccia al colobo rosso, in cui gli scimpanzé assumono ruoli complementari per raggiungere il fine condiviso; mentre un inseguitore corre dietro alla preda per spingerla in una certa direzione, altre scimmie le sbarrano la strada per impedirle di cambiare direzione e costringerla a dirigersi verso la postazione di uno scimpanzé che le si para davanti all'improvviso catturandola. Attenendosi al principio della parsimonia cognitiva, Tomasello crede che, durante la caccia, ogni partecipante tenta di massimizzare le proprie probabilità di catturare la preda, senza prefissare un fine congiunto o una distribuzione dei ruoli. Per lui, quindi, le grandi scimmie collaborano all’attività di gruppo soltanto in una modalità di tipo I-mode, non We-mode. A riprova di questa interpretazione è il fatto che questi animali sono incapaci di uno sguardo “a volo d’uccello”, quindi non sono in grado di avere una visione di insieme delle relazioni cooperative. Chiarito il carattere specifico della collaborazione umana, il passaggio decisivo per comprendere gli aspetti di peculiarità che caratterizzano la comunicazione umana è il fatto che i comportamenti collaborativi tipici della nostra specie siano retti da

principi altruistici. In linea con Darwin, Tomasello considera l'altruismo un fatto della biologia, non della cultura; tuttavia, egli considera l'altruismo un fatto tipico ed esclusivo della biologia umana. In particolare, riconosce forme di altruismo nelle scimmie antropomorfe, ma secondo lui queste non sono capaci nello scambio di informazioni altruistico. Da questo punto allora emergono due caratteristiche della comunicazione umana: la possibilità di utilizzare anche asserzioni (e non solo richieste); il fatto che la comunicazione umana si fonda prima di tutto alla produzione (all’atto altruistico con cui il parlante fornisce l’informazione adeguata all’ascoltatore) e non alla comprensione (come sosteneva Savage-R.). Due considerazioni:

  • in realtà c’è molto più altruismo in giro di quanto Tomasello sia disposto a concedere → de Waal: le grandi scimmie sono capaci di forme cooperative con reciprocità dei ruoli e fine congiunto;
  • in realtà c’è molto più egoismo in noi di quanto Tomasello sia disposto ad ammettere → Cavalli-Sforza: gli esseri umani sono i rappresentanti di una specie prepotente. Dunque, nella nostra mente convivono sistemi di elaborazione che ci rendono pronti a collaborare con gli altri e sistemi che ci spingono costantemente a sospettare degli altri e a competere con loro. Quindi, l'altruismo informativo è specifico degli esseri umani? I risultati ottenuti con Sherman e Austin permettono di rispondere negativamente alla domanda, in quanto mostrano con evidenza che questi animali sono in grado di mettere in atto uno scambio informativo cooperativo per un fine congiunto. Inoltre oggi abbiamo esperimenti che provano che fondare la specificità del linguaggio umano in riferimento alla distinzione tra descrizioni e richieste non tiene. Lyn e colleghi hanno vagliato le capacità delle grandi scimmie di utilizzare l'informazione fornita loro dallo sperimentatore al fine di risolvere un problema. Un primo risultato della ricerca è che le scimmie allevate in un ambiente culturale comunicativo avevano prestazioni migliori nella capacità di utilizzare l'informazione che gli veniva fornita (risultato che contrasta con la tesi di Tomasello). In una seconda batteria di esperimenti Lyn e colleghi sono riusciti a provare che le grandi scimmie, oltre a essere in grado di comprendere informazione dichiarativa, sono anche in grado di produrre informazione di questo tipo, seppur in un contesto appropriato e con il giusto tipo di insegnamento. Due aspetti di queste conclusioni:
  • la capacità di produrre-comprendere asserzioni è una questione di grado e non di qualità → non si può operare una cesura netta tra umani e grandi scimmie;
  • le prestazioni delle grandi scimmie nei compiti di comunicazione dipendono, oltre che dai sistemi cognitivi di cui dispongono questi animali, anche dal particolare ambiente culturale in cui queste scimmie sono state allevate. Scimmie culturalizzate La tesi di Tomasello è che Savage-Rumbaugh sottovaluti il ruolo del fattore decisivo dello sviluppo della competenza linguistica della scimmia: lo specifico ambiente culturale (a contatto con gli umani) in cui Kanzi è stato allevato, senza il quale non sarebbe mai riuscito a mettere in atto le strategie comunicative di cui è capace.