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pensiero di max Weber in relazione alla religione nella società
Tipologia: Appunti
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Dalle religioni sacerdotali alle religioni universali: il contributo di M. Weber Percezione dell'ingiustizia e sforzo di razionalizzazione Come abbiamo visto, la religione si contrappone alla magia in nome del prevalere delle esigenze di pacificazione sociale su quelle di successo individuale. Attraverso il meccanismo mimetico-sacrificale ogni cultura apprende a modo suo come ottenere questa pacificazione, sviluppando specifici divieti sacri e specifici rituali, più o meno legittimati mediante specifiche credenze mitiche. Fintanto che ogni singolo gruppo umano vive separato dagli altri, è portato a rafforzare ciclicamente le proprie istituzioni, frenando l’anomia e mantenere così la pace sociale. Anche i rituali esplicitamente sacrificali si diradano fino quasi a far scomparire ogni esplicito riferimento alla violenza originaria. Ancor oggi, le popolazioni di cacciatori-raccoglitori o di orticoltori che vivono isolate, sono caratterizzate da scarsissima propensione alla violenza: in quanto società a solidarietà meccanica, sviluppano una coscienza collettiva capace di bloccare quasi del tutto i desideri mimetici, la devianza e la violenza 1. Anche quando ciò accade, e il deviante viene punito, nessuno mette mai in discussione il criterio con cui si giudica e si punisce; neppure chi viene punito ed espulso, per quanto oggettivamente innocente, riesce a pensarsi superiore alla comunità che lo condanna. Con un’immagine famosa, il sociologo tedesco Max Weber (1864 – 1920) descrive la realtà sociale di queste culture arcaiche come un “ giardino incantato ” ( Zaubergarten ), in cui ogni elemento ha un suo posto preciso in rapporto al tutto e dove ci si deve muovere con timore e rispetto lungo le tracce sperimentate della tradizione e sotto la guida di specialisti del sacro che ad essa si richiamano. Tuttavia, nelle società più complesse (quelle che – come sappiamo – nascono con la scoperta dell’agricoltura, la costruzione delle città, la stratificazione sociale e l’organizzazione politica) si mescolano popolazioni con riferimenti culturali e religiosi diversi, e quindi con criteri diversi per giudicare ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. È allora inevitabile che emerga e si diffonda la percezione dell’ingiustizia e l’esigenza di ristabilire la giustizia e la pace sociale. In termini evolutivi, la prima e più facile soluzione a tale problema fu quella di religioni esplicitamente sacrificali che legittimassero il ricorso immediato alla violenza come strumento per espellere la violenza e riportare l’ordine sociale. Popoli più forti e bellicosi imposero la loro cultura e le loro norme socio-religiose sui popoli più deboli, placando ogni dubbio circa la giustizia di tali violenze attraverso il richiamo alla volontà sacrificale dei propri dèi. È la storia plurimillenaria delle guerre di conquista e dell’ordinamento sociale stratificato che ne derivava, con i discendenti dei vincitori ai vertici e quelli dei perdenti alla base. L’indisponibilità di una coscienza collettiva che garantisse quasi automaticamente la coesione sociale, rendeva necessario un ricorso più frequente a rituali sacrificali esplicitamente violenti, a monito di tutti: si pensi ai sacrifici umani degli Aztechi e ai “giochi” romani del circo. Ma risolvere il problema della violenza con la violenza esplicita non è mai una soluzione duratura: verso l’esterno, ci si condanna ad uno sforzo bellico perpetuo ed al rischio di passare da vincitori a perdenti; verso l’interno, ad una guerra civile sempre pronta a riesplodere. Nasce allora l’esigenza di una giustizia “vera”, capace - in quanto tale e non solo in quanto forte - di riunificare le coscienze e portare coesione. Questa giustizia deve essere un criterio capace di trascendere le singole istituzioni, unificandole sotto una credenza superiore, ossia universale. E siccome il confronto teorico tra diverse opzioni, a differenza del semplice scontro fisico, è ciò che chiamiamo discussione razionale, la ricerca di quell’ordinamento sociale che più di altri può pretendere di essere accolto come giusto da tutti innesca un lento processo di razionalizzazione della vita sociale. A tale esigenza sociale deve esser ricondotta, secondo Weber, la nascita delle grandi religioni universali o etiche, come pure quella della filosofia greca e di conseguenza della scienza moderna. In effetti, tanto i sistemi religiosi universali che quelli filosofici e scientifici cercano un principio unitario che spieghi la realtà e il suo ordine più o meno perfetto. Poco cambia se tale principio sia chiamato “dio”, “dao”, “karma” o “legge di gravitazione universale”. Ciò che conta è qui sottolineare – in linea con la prospettiva sociologica di Durkheim e a differenza di Frazer – che è l’esigenza di ordine sociale a innescare la ricerca dell’ordine cosmico complessivo e quindi della scienza. Sia le religioni che le teorie filosofiche, infatti, pretendono di far valere le proprie opzioni in ambito sociale in quanto si pretende che esse rispecchino l’ordine cosmico naturale in cui anche la società umana è inserita. Così, ad es., da un lato i filosofi di Mileto (Talete, Anassimene e Anassimandro) si dichiaravano sostenitori di un ordinamento democratico, in cui la differenza tra chi comanda e chi obbedisce emerge a seguito di un confronto tra uguali, per il motivo che anche in natura la differenza (e quindi l’ordine) nascesse e rinascesse continuamente dall’indifferenziato ( apeiron ); dall’altro, i pitagorici e Platone, sostenitori di un governo aristocratico, in cui la differenza tra chi comanda e chi obbedisce è stabilita a priori, sostenevano che anche in natura l’ arché di tutto fosse una struttura differenziale d’ordine immutabile (il numero, le idee). Se in seguito la ricerca scientifica si è specializzata nello studio della realtà naturale, spesso disinteressandosi di quella sociale, nondimeno l’esigenza originaria dovette essere quella sociale, come a volte si evidenzia ancor oggi con (^1) Al punto che osservando queste popolazioni da poco scoperte gli Europei elaborarono il moderno mito del “buon selvaggio”.
quelle teorie scientifiche moderne che, come l’evoluzionismo, passano senza soluzione di continuità dall’ambito biologico a quello sociale in nome di principi che operano allo stesso modo nell’uno come nell’altro. Tra le religioni universalistiche che si riscontrano nel mondo, Weber propone di distinguere quelle orientali da quelle occidentali, considerando le prime cosmocentriche e le seconde monoteistico/profetiche. Le religioni cosmocentriche e il misticismo Le religioni cosmocentriche , come il Confucianesimo e il Daoismo in Cina e l’Induismo ed il Buddhismo in India, si caratterizzano per la credenza in un ordine universale ( kosmos = mundus ) infinitamente complesso, in cui il problema della giustizia trova una soluzione definitiva nel riconoscimento mistico dell’impossibilità di comprenderlo. Nel Confucianesimo e nel Daoismo l’ordine cosmico, di per sé buono, è ciò a cui ci si deve adeguare per vivere bene e far prosperare la propria comunità. Weber parla in questo caso di misticismo intramondano , perché non ci si allontana dalla realtà sociale ordinaria. Nella tradizione indiana, invece, il mondo ed il suo ordine incontrovertibile sono di per sé negativi, ma ad essi non ci si può sottrarre se non, per l’Induismo, accettando il proprio dharma (incarnazioni e reincarnazioni) in vista del nirvana (annullamento di ogni distinzione tra sé e il mondo), per il Buddhismo, liberandosi totalmente dalla volontà di vivere. Nella religiosità indiana dei santoni e dei rinuncianti e poi nel Buddhismo, Weber riconosce i tratti di ciò che chiama misticismo extramondano. Rispetto alla religiosità comunitaria, sacerdotale e politeista, è evidente qui il progressivo emergere di una razionalità globale che tenta di ricondurre tutte le diverse istituzioni/divinità ad un unico principio d’ordine, così come avverrà nella riflessione filosofica occidentale a partire dai Greci. Tali religioni, tuttavia, in relazione al problema della giustizia, o conservano la prospettiva dell’intero sociale organizzato (lo Stato come il cosmo) – con la sua esigenza di ordine - a scapito degli individui devianti; oppure considerano qualsiasi problema sociale intrinsecamente irrisolvibile e indicano all’individuo la fuoriuscita dal mondo come unica salvezza. Nella prospettiva cosmocentrica, dunque, se, percependo l’ingiustizia, si fuoriesce dal piccolo giardino incantato della religione tribale, si entra però in una sorta di giardino più grande, il cosmo onnicomprensivo, che alla fine risulta altrettanto incantato ed incomprensibile di quelli più piccoli. Le religioni profetiche e il monoteismo Dove al contrario emerge la prospettiva della vittima e di una giustizia che non faccia torto a nessuno è nel contesto semitico delle grandi religioni monoteistiche : Ebraismo, Cristianesimo ed Islam. Pur nella enorme complessità dottrinale e nell’intricatissimo rapporto con innumerevoli aspetti rituali/sacrificali, in tali religioni appare centrale (per l’Ebraismo almeno a partire dal IX secolo a. C.) la funzione innovativa del profeta. Il profeta (ossia colui che parla in nome di Dio) si caratterizza per l’opposizione al sistema sociale vigente di cui denuncia l’ingiustizia e per il contrasto con la casta sacerdotale che legittima tale sistema. Egli è la voce di chi nel sistema appare condannato senza alcuna prospettiva di salvezza. Agli schiavi che non hanno alcun diritto egli annuncia la redenzione (= liberazione) in una realtà ordinata veramente giusta, qualcosa che ancora non è stato realizzato e di cui si fatica anche solo a immaginare la realizzazione. Per la tradizione semitica il primo profeta è, in questo senso, Abramo. La eccezionalità della sua figura consiste nell’esserci presentato come un singolo, uno che pensa sé stesso indipendentemente dall’ordine sociale in cui è nato e se ne va (o viene espulso) dalla sua comunità in Mesopotamia (Ur dei Caldei) verso la “terra promessa”, ossia verso una forma di convivenza rispettosa di ogni singolo in quanto tale, basata quindi su una giustizia senza espulsioni. Dopo Abramo molti altri profeti esprimeranno tale esigenza radicale in contrasto con la religiosità sacerdotale che continuamente si ristabiliva ogni volta che si cercava di dare concretezza alla promessa di una nuova socialità. In tal modo emerse che il dio dei profeti non era un dio tra i tanti cui richiamarsi per giustificare un’istituzione piuttosto che un’altra, ma qualcosa di totalmente trascendente rispetto a qualsiasi ordinamento mondano. Tale assoluta trascendenza lo rendeva unico. E’ dunque dalla religiosità profetica che nasce il monoteismo. Ciò non significa che c’è un’unica realtà che abbia la caratteristica della divinità, ma che la paradossale caratteristica della divinità è quella della unicità, del non essere riconducibile a nessun criterio (funzione sociale) che lo trascenda, del non essere perciò descrivibile, ma dell’essere solo ciò che è (“Io sono colui che sono”, dice Jahweh presentandosi a Mosé). Egli è dunque un singolo quanto il profeta che gli dà voce e, come lui, si colloca fuori da ogni schema socialmente condiviso, da ogni “mondo”. In quanto singolo egli è persona , ossia maschera che, al di là di ciò che si manifesta e si può ricondurre ai concetti condivisi, indica la presenza di qualcosa di unico ed irriducibile ad ogni schema. L’assoluta trascendenza di Dio, inoltre, si esprime in una caratteristica fondamentale rimarcata da tutte e tre le religioni semitiche: Dio è misericordia , amore, perdono; egli non vuole che nessuno giudichi nessuno, perché solo con l’istaurarsi del regno di giustizia ciò sarà possibile (“Misericordia voglio e non sacrificio” dice il profeta biblico
Secondo Weber (che ne tratta ne L’etica protestante e lo spirito del capitalismo del 1905 e negli scritti successivi sulle religioni) l’ascesi intramondana si realizzò storicamente secondo due forme ben distinte. La prima, quella che a partire dal XVI secolo caratterizzerà il cattolicesimo , intende la rinuncia ascetica come un mezzo per meritare la salvezza: più ci si sacrifica e più si può sperare di essere salvati. In questa prospettiva è concepibile una gestione ragionevole del proprio tempo di vita: ci si sacrifica con il lavoro, ma nulla vieta che almeno una parte dei beni prodotti possa essere goduta. Se talvolta il godimento “mondano” può apparire peccaminoso, in quanto adesione al mondo di per sé ingiusto che la religione condanna, ogni sofferenza, ogni fatica, compreso il lavoro e la rinuncia a godere di quanto guadagnato (perché dato in elemosina), può essere computata come espiazione e permetterci di sentirci sufficientemente in regola, “giustificati” grazie a tali opere ascetiche compiute in vita. Così, in generale, si partecipa alla vita economica in vista di determinati beni da raggiungere, siano essi desideri mondani o la vita eterna, ottenibili dando in cambio qualcosa. Siamo ancora in una forma di economia precapitalistica, in cui il lavoro ed il suo prodotto (il denaro) non hanno un valore in sé, ma in quanto possono essere dati in cambio per qualcosa a cui si tiene veramente: M – D – M. La seconda forma di ascesi è quella derivata dalla radicalità del calvinismo : nessun uomo, in quanto radicalmente schiavo del peccato, può contribuire alla propria salvezza, giacché questa dipende esclusivamente dalla “grazia” che Dio concede a chi vuole, senza che sia possibile sapere a chi o conoscere il criterio in base a cui verrà concessa. Nell’angoscia che ciascun individuo deriva da tale imperscrutabilità del giudizio divino, l’unica possibile rassicurazione è data dalla quotidiana constatazione della propria capacità di rinunciare ai beni mondani secondo quanto indicato in svariati passi della Sacra Scrittura. Se la rinuncia non costituisce titolo di merito per la salvezza (giacché da soli non potrebbe mai essere mai capaci di rinunciare ad alcunché), essa può però essere un indizio del fatto che Dio m’ha già predestinato alla salvezza, dandomi quella capacità ascetica che altrimenti non manifesterei. Come una nevrosi ossessivo/compulsiva, tale forma di ascesi protegge il fedele dall’angoscia circa il proprio destino dopo la morte, ma al prezzo di una maniacale attenzione a non cedere ad alcuna tentazione mondana ed in particolare a lavorare tutta la vita ben al di là di quanto sarebbe necessario o anche solo proporzionato alle proprie capacità di godere dei beni prodotti. I beni prodotti e non goduti vengono perciò reinvestiti, onde incrementare le probabilità di successo economico e rafforzare così la convinzione di esser benedetti da Dio. Già la valorizzazione dell’autosacrificio e del lavoro, derivante dal monoteismo trascendentalistico, dando l’avvio allo spettacolare sviluppo tecnologico moderno, apre la strada alla trasformazione senza limiti della realtà ed allo sfruttamento senza rispetto della “natura”. Ora, con il cristianesimo protestante, è alla propria stessa costituzione naturale ed ai bisogni ad essa connessi che l’uomo rifiuta di riconoscere valore e legittimità. Identificandosi con il proprio lavoro, facendone la propria professione/vocazione (in tedesco, Beruf significa ambedue), egli pretende di trovare la propria dignità nella assoluta libertà da ogni condizionamento naturale e la dimostrazione di tale libertà nella continua negazione di ogni condizione stabile su cui adagiarsi, nel proprio continuo distruggersi per auto-crearsi. E’ facile qui ritrovare l’ideale rinascimentale dell’ homo faber fortunae suae e intuire come, dalla assoluta umiliazione del fedele di fronte a Dio, si passi rapidamente all’orgoglio di sentirsi moralmente superiori a pigri, crapuloni e falliti: l’etica protestante si trasforma così nell’ideale del self made man - ed oggigiorno in quello dell’imprenditore (o start- upper ) seriale - e in uno sganciamento dell’individuo da ogni riferimento alla trascendenza naturalistica. E’ in questo sganciamento dalla trascendenza che origina il fenomeno della secolarizzazione. In generale si definisce la secolarizzazione come un processo di graduale affrancamento della vita sociale dalla religione. Poiché però
Anche Weber sottolinea l’assurdità di tale condizione e parla del capitalismo come di una gabbia d’acciaio : proprio la nostra passione per la libertà individuale ci condanna ad una condizione di schiavitù mai vista prima. Tuttavia, egli non giudica, fedele alla sua vocazione di scienziato che gli impone la avalutatività ( Wertfreiheit ) e si limita a rilevare che il capitalismo è il nostro destino. Scrive ne L’etica protestante e lo spirito del capitalismo : “L’etica del lavoro come professione ( Beruf ) non è più necessaria al capitalismo industriale vincitore, il quale per ottenere la laboriosità non ha più bisogno di ricompense ultraterrene. Ha costruito un meccanismo che ha inglobato tutte le sfere della vita e che imprigiona tutti in una gabbia d’acciaio. Il Puritano volle essere un professionista, noi dobbiamo esserlo”. In questo dovere sacrificale che accomuna tutti e attorno a cui si ricrea quella coesione che l’individualismo sembrava aver distrutto, non è difficile riconoscere nel denaro il Valore trascendente della nuova religione globale. La secolarizzazione che mirava a liberarci dalla religione, sembra così legarci ad una trascendenza ancor più indiscutibile, quella che oggigiorno trova espressione nell’acronimo T.I.N.A.: “There is no alternative”. Termini: