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Lezione 9: Seneca e Valerio Massimo su Beneficium e Amicitia, Appunti di Letteratura latina

Questa lezione esplora i trattati di seneca 'de beneficiis' e valerio massimo 'factorum et dictorum memorabilium'. Seneca indaga sulla pratica del beneficium, proiettandola alla dimensione politica e sociale. Valerio massimo presenta esempi di trasformazione da odio ad amicizia, come quello tra scipione e tiberio gracco, e di cicerone, che difese ex nemici. Una ricca fonte di informazione sulla filosofia romana e la relazione tra odio e amicizia.

Tipologia: Appunti

2019/2020

Caricato il 19/01/2022

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12/04/2021 lezione 9
Il De Beneficiis di Seneca è un trattato in sette libri, un’indagine che ha come oggetto la pratica del
beneficium. Del beneficium Seneca ne coglie non solo la forma privata, ma proietta questa
indagine alla dimensione politica e sociale. L’opera è dedicata ad Ebuzio Liberale, attinge a trattati
che avevano affrontato la stessa tematica (De Amicitia di Cicerone, il De Ufficis) e a testi greci (il
Perì tou Kathekontos di Panezio di Rodi). Col termine beneficium non si intende un concetto
astratto ma una pratica concreta di elargizione di un bene. Questo concetto era centrale nella
Roma imperiale. Per Seneca, il beneficum si configura come una pratica che ha un valore
intrinseco e lo scopo della trattazione è anche quello di staccare il concetto di beneficium da altri
concetti, come quello di utilitas. Ed estendendo questa riflessione, arriva alla conclusione che il
beneficium è una sorta di arricchimento sia per chi la riceve che per chi la offre. L’opera,
d’altronde, fa riferimento spesso alle esperienze senecane, diventando una sorta di prontuario che
regoli sui rapporti tra elargitori (dantes) e coloro che ricevono il beneficium, attraverso numerosi
esempi che di volta in volta vengono presentati per supportare l’argomentazione trattata. Se da un
lato il beneficium rappresenta il perno della trattazione, la sua controparte viene identificata nel
concetto dell’ingratitudine. Quest’ultima corrode l’equilibrio che caratterizza il rapporto tra dantes
e beneficiari. Un esempio è dato da Lentulo, il quale doveva le sue fortune ad Augusto: Seneca ne
coglie l’ingratitudine, soffermandosi sul fatto che Lentulo rinfacciasse al princeps che, per curare le
ricchezze che aveva ottenuto da augusto, era stato costretto a rinunciare alla sua carriera da
oratore. Un altro aspetto è dato dalla possibilità che i rapporti interpersonali evolvano dall’offesa a
qualcosa di diverso che può essere, ad esempio, amicitia o un rapporto di semplice pratica
pubblica. Gli esempi di questa possibilità di trasformazione, da odio ad amicizia, sono presentati
da Valerio Massimo, autore probabilmente di umili condizioni che nel 27 a.C. aveva iniziato una
carriera militare in Asia seguendo Sesto Pompeo, il quale per ringraziarlo l’avrebbe fatto entrare
nel circolo di letterati di cui faceva parte anche Ovidio. La sua opera, il Factorum et dictorum
memorabilium, è composta da 9 libri di facta (imprese) e dicta (parole) degne di memoria, una
raccolta di imprese e aneddoti ricavati da fonti diverse tra loro (tra queste, Cicerone, Tito Livio,
Varrone, e autori greci come Erodoto, Senofonte). Il decimo sarà sicuramente andato perduto.
Vengono trattati i fatti legati ad alcuni vizi e virtù: 95 categorie circa. L’altra caratteristica è che
questi vizi e queste virtù non sono soltanto riferite a romani ma anche a stranieri. Questo aspetto
rende l’opera interessante non solo per il contenuto ma anche per l’approccio comparativo.
Valerio massimo presenta al lettore degli exempla e in questi mostra alcuni comportamenti
virtuosi o altri degni di biasimo, di illustri uomini del passato e lo scopo non è solo quello edificante
ma anche erudito (raccogliere materiale), ed anche retorica perché forniva agli oratori materiale
da utilizzare nei discorsi per supportare determinati argomenti (sarà frequente nel medioevo,
soprattutto nei sermoni religiosi, tratti dalla vita dei santi e del vangelo).
Nella prefatio del libro 4 dà una definizione particolarmente interessante, perché si sofferma sulla
possibilità di trasformazione da uno status all’altro: “tutto questo (quanto esposto) è stato
spiegato da molti illustri autori. Passiamo ora a quel passaggio straordinario del genere umano
dall’odio (odium, sentimento negativo) al favore (gratia, qui si indica un legame favorevole) e
dunque trattiamolo con penna felice. Infatti, se con animo felice si osserva il mare che diventa
sereno da tempestoso e se si percepisce con animo lieto il fatto che il cielo diventa sereno da
nuvoloso che era, se porta gioia il fatto che una guerra sia trasformata in pace, anche il fatto che
l’acredine delle offese sia stata deposta anche questo viene celebrato con una candida relazione”.
E continua, soffermandosi su due episodi relativi a personaggi della storia recente, il caso di
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12/04/2021 lezione 9 Il De Beneficiis di Seneca è un trattato in sette libri, un’indagine che ha come oggetto la pratica del beneficium. Del beneficium Seneca ne coglie non solo la forma privata, ma proietta questa indagine alla dimensione politica e sociale. L’opera è dedicata ad Ebuzio Liberale, attinge a trattati che avevano affrontato la stessa tematica (De Amicitia di Cicerone, il De Ufficis) e a testi greci (il Perì tou Kathekontos di Panezio di Rodi). Col termine beneficium non si intende un concetto astratto ma una pratica concreta di elargizione di un bene. Questo concetto era centrale nella Roma imperiale. Per Seneca, il beneficum si configura come una pratica che ha un valore intrinseco e lo scopo della trattazione è anche quello di staccare il concetto di beneficium da altri concetti, come quello di utilitas. Ed estendendo questa riflessione, arriva alla conclusione che il beneficium è una sorta di arricchimento sia per chi la riceve che per chi la offre. L’opera, d’altronde, fa riferimento spesso alle esperienze senecane, diventando una sorta di prontuario che regoli sui rapporti tra elargitori (dantes) e coloro che ricevono il beneficium, attraverso numerosi esempi che di volta in volta vengono presentati per supportare l’argomentazione trattata. Se da un lato il beneficium rappresenta il perno della trattazione, la sua controparte viene identificata nel concetto dell’ ingratitudine. Quest’ultima corrode l’equilibrio che caratterizza il rapporto tra dantes e beneficiari. Un esempio è dato da Lentulo, il quale doveva le sue fortune ad Augusto: Seneca ne coglie l’ingratitudine, soffermandosi sul fatto che Lentulo rinfacciasse al princeps che, per curare le ricchezze che aveva ottenuto da augusto, era stato costretto a rinunciare alla sua carriera da oratore. Un altro aspetto è dato dalla possibilità che i rapporti interpersonali evolvano dall’offesa a qualcosa di diverso che può essere, ad esempio, amicitia o un rapporto di semplice pratica pubblica. Gli esempi di questa possibilità di trasformazione, da odio ad amicizia, sono presentati da Valerio Massimo , autore probabilmente di umili condizioni che nel 27 a.C. aveva iniziato una carriera militare in Asia seguendo Sesto Pompeo, il quale per ringraziarlo l’avrebbe fatto entrare nel circolo di letterati di cui faceva parte anche Ovidio. La sua opera, il Factorum et dictorum memorabilium , è composta da 9 libri di facta (imprese) e dicta (parole) degne di memoria, una raccolta di imprese e aneddoti ricavati da fonti diverse tra loro (tra queste, Cicerone, Tito Livio, Varrone, e autori greci come Erodoto, Senofonte). Il decimo sarà sicuramente andato perduto. Vengono trattati i fatti legati ad alcuni vizi e virtù : 95 categorie circa. L’altra caratteristica è che questi vizi e queste virtù non sono soltanto riferite a romani ma anche a stranieri. Questo aspetto rende l’opera interessante non solo per il contenuto ma anche per l’approccio comparativo. Valerio massimo presenta al lettore degli exempla e in questi mostra alcuni comportamenti virtuosi o altri degni di biasimo, di illustri uomini del passato e lo scopo non è solo quello edificante ma anche erudito (raccogliere materiale), ed anche retorica perché forniva agli oratori materiale da utilizzare nei discorsi per supportare determinati argomenti (sarà frequente nel medioevo, soprattutto nei sermoni religiosi, tratti dalla vita dei santi e del vangelo). Nella prefatio del libro 4 dà una definizione particolarmente interessante, perché si sofferma sulla possibilità di trasformazione da uno status all’altro: “tutto questo (quanto esposto) è stato spiegato da molti illustri autori. Passiamo ora a quel passaggio straordinario del genere umano dall’odio ( odium , sentimento negativo) al favore ( gratia , qui si indica un legame favorevole) e dunque trattiamolo con penna felice. Infatti, se con animo felice si osserva il mare che diventa sereno da tempestoso e se si percepisce con animo lieto il fatto che il cielo diventa sereno da nuvoloso che era, se porta gioia il fatto che una guerra sia trasformata in pace, anche il fatto che l’acredine delle offese sia stata deposta anche questo viene celebrato con una candida relazione”. E continua, soffermandosi su due episodi relativi a personaggi della storia recente, il caso di

Cicerone, e della storia più passata nel caso di Scipione l’africano. Anzitutto, facciamo una distinzione. I latini conoscono tre termini per indicare i nemici : il termine HOSTIS , indica il nemico pubblico (nemico della patria), INIMICUS , interessa la sfera personale, colui che non è amicus ; ADVERSARIUS , il nemico politico. Nel primo caso quello che riguarda Scipione (4,2-3), un esempio di abbandono di inimicizia è offerto dal rapporto tra Scipione l’africano e Tiberio Gracco, i quali, se certamente erano giunti al banchetto con odio dissidente, hanno lasciato la mensa uniti dalla amicitia e dalla adfinitas. Qui abbiamo quattro termini degni di nota:

  1. INIMICITIA: contrario di amicitia. Caratteristica di chi non è amicus
  2. ODIUM: sentimento fortemente negativo a partire dal quale è possibile una evoluzione in meglio, la gratiam. Il contrario dell’odium non è necessariamente l’amicita ma la gratiam, relazione sulla quale pone l’accento l’autore.
  3. AMICITIA: l’antitesi di inimicitia
  4. ADFINITAS: qualcosa che lega, l’affinità. Ma Valerio Massimo precisa, riguardo all’episodio, quali furono le conseguenze di questo deflexus , di questo passaggio dall’ odium alla gratiam , perché dice: “ma Scipione non contento di aver condiviso la concordia con Gracco durante il banchetto in onore di Giove sul Campidoglio voluto dal senato, promise a lui la figlia Cornelia (gli promesse, cioè, in sposa la figlia Cornelia)”. Il rapporto di amicitia si trasforma, dunque, anche in adfinitas , di legame anche familiare, perché Scipione promette la figlia Cornelia a Tiberio Gracco. il secondo esempio, presentato da Valerio Massimo, riguarda la figura di Cicerone e si può notare come il conetto di amicitia si ponga su un piano politico, sociale: “ma questo tipo di humanitas (affetto) lo ritroviamo in maniera straordinaria a proposito di Cicerone. Egli difese con grandissimo zelo Aulo Gabinio, accusato di concussione, proprio colui il quale aveva espulso dalla città lo stesso Cicerone. E sempre Cicerone difese Vatinio, sempre ostile alla sua dignità, in ben due processi pubblici. Quindi senza alcuna accusa di leggerezza, così come senza alcuna lode, perché le offese sono sconfitte dai favori in modo più glorioso di quanto vengano compensate dalla perseveranza dell’odio reciproco.” Sta parlando del passaggio, in una dimensione prettamente pubblica, dalla iniuria al beneficium. E questo dimostra come in una prospettiva positiva sia preferibile il beneficium all’ odium. Continua, a proposito di Cicerone: “questo esempio di Cicerone, cioè l’aver difeso due ex nemici, sembrò così degno di approvazione cosicché non esitò a imitarlo uno dei suoi più acerrimi nemici, ossia Publio Clodio, detto pulchro (il bello), il quale accusato di incesto dai tre lentuli (da tre membri di questa famiglia) difese col suo patrocinio uno di questi lentuli, reo di concussione e fece in modo che si spingesse ad essere amico di uno di questi, guardando i giudici, il pretore e il tempio di Vesta, proprio laddove Lentulo aveva tuonato con voce ostile, spinto dal desiderio di travolgere con un’accusa turpe la sua reputazione”. Quando parliamo di amicizie dobbiamo tenere in conto che gli autori antichi ne parlano in due casi: o ai fini di una riflessione filosofica/politica o su episodi straordinari di amicizia (come quello di Achille e Patroclo o, nel mondo latino, quello di Eurialo e Niso, nell’Eneide di Virgilio) o per la straordinarietà del personaggio che nutre sentimenti di amicizia, come nel caso dell’imperatore Traiano. Eutropio parla di Traiano per la straordinarietà del personaggio. Eutropio è un autore di quarto secolo d. C., autore del breviario (sintesi) dell’ab urbe condita nel 371-372; fu proconsole (governatore) dell’Asia e sotto Gerosio I fu prefetto del pretorio (380-381). L’opera è in 10 libri ed è un compendio della storia romana che va dalla sua fondazione fino alla morte dell’imperatore Gioviano (384 d. C.). L’autore pone l’accento su alcuni eventi di politica estera ma anche su aneddoti, fatti e personaggi particolarmente significativi”. L’autore afferma “la normalità dei rapporti d’amicizia riguardava anche l’imperatore, il quale