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Decameron, corso di Veglia, Dispense di Letteratura Italiana

Il documento è una sintesi degli appunti presi in classe e dell’edizione critica di riferimento (di Veglia, appunto).

Tipologia: Dispense

2024/2025

Caricato il 28/04/2026

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giulia-castiglia-1 🇮🇹

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Sintesi di appunti e note al testo:
“Comincia il libro chiamato Decameron cognominato prencipe Galeotto, nel
quale si contengono cento novelle in diece dì dette da sette donne e da tre
giovani uomini”.
- Metaforico “libro-uomo”.
- Il titolo è modellato su quello dei trattati medievali sulla CREAZIONE
DEL MONDO (exameron).
Biblico e teologico, il nome del libro allude alla creazione del mondo
per opera di un Dio-scrittore, presentandosi dunque come una
THEOLOGIA POETICA (
“la teologia niun’altra cosa è che una poesia di
Dio”
- dal Trattatello in laude di Dante).
- Alla componente BIBLICA è tuttavia affiancata quella FANTASTICA
(Galeotto), a riflettere il carattere inscindibile delle due verità.
- Il momento narrativo ed ermeneutico convivono nella narrazione di
un’esegesi del mondo, non meno che nell’esegesi di un mondo
narrativo: l’una e l’altra affidate alla BRIGATA.
Tradizione cristiana e romanza, una mediazione tra i magisteri di
Petrarca e Dante.
L’opera si NOMINA dal tempo della rifondazione del mondo e si
COGNOMINA del tempo che si dedica al diletto e all’utilità della lettura
e dell’amore.
Sull’ordo tematico nelle giornate:
1. Conoscenza della religione e della cortesia
2. Fortuna
3. Ingegno
4. Amore (tragico)
5. Amore (lieto fine)
6. Forza delle parole e dell’intelletto
7. Dinamica ingannevole e beffarda della realtà
8. uguale a 7
9. Libertà ritrovata in funzione della legge e dell’ordine
10. Magnificenza
Dichiarazione di intenti:
Con la menzione di Galeotto, personaggio letterario appartenente al ciclo
della tavola rotonda, ripreso da Dante in Inferno V (cui Boccaccio qui allude),
Boccaccio punta ad un RINNOVAMENTO DELLE FINALITA’.
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Sintesi di appunti e note al testo:

“Comincia il libro chiamato Decameron cognominato prencipe Galeotto, nel quale si contengono cento novelle in diece dì dette da sette donne e da tre giovani uomini”.

  • Metaforico “libro-uomo”.
  • Il titolo è modellato su quello dei trattati medievali sulla CREAZIONE DEL MONDO (exameron). → Biblico e teologico, il nome del libro allude alla creazione del mondo per opera di un Dio-scrittore, presentandosi dunque come una THEOLOGIA POETICA (“la teologia niun’altra cosa è che una poesia di Dio” - dal Trattatello in laude di Dante).
  • Alla componente BIBLICA è tuttavia affiancata quella FANTASTICA (Galeotto), a riflettere il carattere inscindibile delle due verità.
  • Il momento narrativo ed ermeneutico convivono nella narrazione di un’esegesi del mondo, non meno che nell’esegesi di un mondo narrativo: l’una e l’altra affidate alla BRIGATA. → Tradizione cristiana e romanza, una mediazione tra i magisteri di Petrarca e Dante. → L’opera si NOMINA dal tempo della rifondazione del mondo e si COGNOMINA del tempo che si dedica al diletto e all’utilità della lettura e dell’amore.

Sull’ordo tematico nelle giornate:

  1. Conoscenza della religione e della cortesia
  2. Fortuna
  3. Ingegno
  4. Amore (tragico)
  5. Amore (lieto fine)
  6. Forza delle parole e dell’intelletto
  7. Dinamica ingannevole e beffarda della realtà
  8. uguale a 7
  9. Libertà ritrovata in funzione della legge e dell’ordine
  10. Magnificenza

Dichiarazione di intenti: Con la menzione di Galeotto, personaggio letterario appartenente al ciclo della tavola rotonda, ripreso da Dante in Inferno V (cui Boccaccio qui allude), Boccaccio punta ad un RINNOVAMENTO DELLE FINALITA’.

Il Decameron non deve affatto condurre ad “una morte” chi lo legge, come accadeva per i dannati del secondo cerchio.

  • Ruolo del LETTORE e della BRIGATA = le novelle devono essere interpretate

PROEMIO:

Umana cosa è avere compassione per gli afflitti. E benché sarebbe bene chiederlo a tutti, coloro a cui è massimamente richiesto solo coloro che ne hanno avuto bisogno e lo hanno ricevuto. Io sono tra questi.

  • Finalità dell’opera: consolatio, la cui matrice è l’umanità Essendo stato preso da un nobile amore dalla giovinezza fino ad ora, forse anche più di quanto sembrerebbe giusto aspettarsi, nel raccontarlo, da uno della mia bassa condizione, sebbene ne fossi lodato presso coloro che erano assennati e ne erano venuti a conoscenza, questo amore mi fece soffrire molto , non per crudeltà della donna amata, ma per il fuoco incontrollato nella mente trattenuto da un appetito non regolato, che non mi lasciava stare. In questa sofferenza mi diedero molto sollievo le parole dolci di qualche amico, e sono convinto che sia grazie a queste che non sono morto.
  • Ruolo della parola, e quindi anche della letteratura: terapeutico, in grado di donare refrigerio a quella “noia” (si allude alla tradizione cortese del plazer e dell’enuig - noia), alla molestia dell’amor passio. Ma dato che Dio, essendo infinito, ha stabilito che le cose mondane avessero una fine, il mio amore si è col tempo attenuato, liberandomi dal dolore e dalla pena e lasciandomi solo la dolcezza.
  • Liquefazione della passione amorosa con conseguente libertà interiore Nonostante ciò, non ho dimenticato l’aiuto a me dato, e non volendo essere ingrato, vizio degno di biasimo, voglio offrire sostentamento a coloro che ne sentano la necessità. E chi negherà che questo aiuto sia più necessario alle“vaghe donne” (leggiadre) che agli uomini? Esse sono, per volere altrui, costrette a confinarsi in camere chiuse, senza trovare sollievo o distrazione ai propri pensieri, che non possono essere sempre allegri; rispetto agli uomini poi, non possono trovare svago in attività all’aperto. Per questa ragione, per ovviare all’avarizia della fortuna, che negò aiuto dove ce n’era più bisogno, voglio dare soccorso e rifugio alle donne che amano raccontando 100 novelle raccontate da una“onesta brigata”.

Afferma di essere stato costretto a scrivere molte cose per spiegare perché esse avvenissero.

L’autore effettua una rassegna degli atteggiamenti che in città si erano assunti nei confronti del morbo: la sequenza riassume l’eclissi dei rapporti sociali che fondano una società ordinata.

  • schifare gli infermi, anche i figli
  • vivere moderatamente, allontanando ciò che è superfluo
  • edonismo sfrenato
  • fuggire in campagna → La brigata non vuole fuggire il contagio ma la disonestà da esso generata: la sua renovatio è un costante moto a luogo.

L’autorità delle leggi, sia divine che umane, della città era stata distrutta, ciascuno faceva tutto ciò che voleva. → Lo sguardo di Boccaccio, che registra il caos di Firenze e l’oscuramento del nomos, prepara per contrasto l’antropologia della brigata e la sua iurisdictio.

La gente moriva sola e veniva gettata in fosse comuni dai becchini; gli umili se la passavano peggio di tutti. C’era morte ovunque. La peste ha determinato la fine di tutto: non solo in merito alle numerosissime morti, ma per gli effetti che ha avuto sugli animi, inquinati dal male. Quale che sia l’origine della pestilenza, essa sembra essere il frutto di una giusta ira di Dio : a dispetto delle suppliche dei devoti, il cielo tace, Dio è silente.

Le 7 donne, d’età compresa tra i 18 e i 28 anni, si incontrano per un caso di inaspettata fortuna in Santa Maria Novella: qui Pampinea prende la parola, e pronuncia il discorso che determinerà la renovatio della brigata.

  • E’ inutile rimanere in mezzo al degrado: P. racconta ciò che vede nelle mura morte e vuote della casa, rifiutando di rimanervi ed ed esortando una ripresa della vita che passi dall’azione, non dalla contemplazione (quale sarà l’etica della brigata).

Razionalità (naturale) e socialità (normata) sono i meridiani del discorso di Pampinea. L’uso onesto della ragione non infligge alcuna ingiuria, quindi non disgrega la società umana.

L’orizzonte culturale di Pampinea, come pure il suo linguaggio, sono giuridici: la sua legge, razionale in quanto naturale, naturale in quanto razionale, riposa in questo abito di cortese letizia, dove festa, allegrezza e piacere si perseguono con un arbitrio “libero, dritto e sano”.

Nel lunghissimo discorso che Pampinea fa per convincere le donne ad uscire da Firenze, Boccaccio per sua bocca tocca consapevolmente la tradizione del Plazer : tutto ciò che li circonda è agli antipodi del plazer; la tribolazione era entrata così profondamente nel corpo degli uomini e delle donne che ogni forma di civiltà era annullata. Il problema del contagio diviene di minor rilievo, ad attirare l’attenzione è la necessità di rinnovamento della vita. Pampinea rappresenta proprio questo: lei decide per la brigata, mette ordine, rinnova.

La tradizione del plazer è assimilata: l’elenco delle bellezze terrene, scandito dagli infiniti sostantivati, rinnova la tecnica del plazer, andando però oltre al semplice genere poetico e abbracciandone il modo di intendere la vita cortese; dobbiamo fuggire come la morte i disonesti esempi degli altri, e dobbiamo onestamente andare nei luoghi che possediamo intorno a Firenze, sui colli. “Senza trapassare in alcuno atto il segno della ragione”, contrariamente ai lussuriosi di Inf. V, “che la ragion sommettono al talento”. → La brigata deciderà di tornare in Firenze senza alcuna garanzia di evitare il contagio, ma a seguito di un rinnovamento tutto interiore, lieto.

  • Boccaccio assimila dunque la tradizione del plazer correggendola nel punto che ha determinato la condanna di Paolo e Francesca : è possibile vivere una vita di allegrezza e libertà senza oltrepassare la ragione. I giovani parleranno di ogni tipo di eros imponendosi la castità, parleranno di ogni tema senza farsene travolgere.

Ciascuna delle donne è denominata con un nome fittizio, ma significativo di lei e del suo animo. I giovani rappresentano, nella dialettica ternaria che li unisce e insieme li distingue, tre aspetti della natura d’Amore.

  • Panfilo, tutto amore e amore del tutto
  • Filostrato, prostrato, vinto da amore
  • Dioneo, venereo e lussurioso, malinconico come Filostrato e pensoso come Panfilo → La FICTIO, per il medioevo, era uno strumento inventato per raccontare e trasmettere verità.

1.1 : PANFILO, Ser Cepparello

A Panfilo Boccaccio dedica il suo lato più pensoso: è il volto filosofico e teologico del Boccaccio.

  • Siamo impastati della stessa sostanza transitoria con cui sono impastate le cose : motivo per cui, facendo parte della natura ibrida della realtà, siamo ibridi di bene e male.
  • Dio realizza ciò che desidera attraverso la malvagia volontà degli uomini
  • La grazia di Dio sottrae gli uomini dal flusso temporale della contingenza, riverberandosi in fortezza d’animo e altezza d’ingegno, permettendo agli uomini di leggere la storia con magnanimità - La contingenza è il luogo e il tempo dell’EPIFANIA DI DIO (paradossale, perché ciò che è impermutabile si manifesta in ciò che è caduco e mutevole, sottoposto agli infiniti rivolgimenti della fortuna)
  • Dio guarda attraverso il male storico (per Ciappelletto individuale, per Neifile collettivo - curia) la sincerità della fede → La VERITA’ trascende le ambiguità storiche che ne condizionano la ricezione e l’uso, concetto che Boccaccio pone alla base dell’onestà della sua opera

Ritratto di Ciappelletto:

  • Se veniva invitato ad assistere a un omicidio o ad un qualsiasi altro reato, ci andava volentieri senza negarlo
  • Era un grande bestemmiatore di Dio e dei Santi
  • Avrebbe rubato e rapito con violenza con la stessa coscienza di un uomo santo che fa l’elemosina
  • Egli probabilmente era l’uomo peggiore che mai fosse nato Siamo nel momento in cui si diffonde il culto dei santi, la confessione auricolare col sacerdote: Panfilo parla dei santi , che sono ricordati non per ciò che sono ora, ma per l’umanità che hanno vissuto. Gli uomini e le donne li pregano perché come loro hanno attraversato le prove dell’esistenza. Sono procuratori informati dall’esperienza della nostra fragilità. Ci rivolgiamo ai santi non perché eroi di una beatitudine celeste al quale non possiamo attingere col nostro senno - fuori dalla nostra portata - ma perché sono stati imperfetti come noi , ma si sono sottratti alla logica utilitaristica che governa le cose mortali.
  • C’è un elogio dell’imperfezione. Può accadere che ingannati dalla nostra opinione - come nel caso di Ciappelletto - facciamo santo colui che da Dio è già stato condannato

all’inferno, all’eterno esilio; ma Panfilo ci dice che se noi non vediamo nella mente di Dio, Dio vede nella nostra → Dio guarda attraverso Ciappelletto la buona fede di coloro che vi si rivolgono. La lettura del prologo è in questo caso fondamentale.

  • Il sacro passa attraverso forme paradossali: attraverso le preghiere fatte a San Ciappelletto, Dio vede la purezza di coloro che pregano e dei loro intenti, esaudendo le loro richieste come se a lui direttamente si fossero rivolte.

Dio ha visto ciò che c’è nell’anima di Ciappelletto: un falso santo suscita veri miracoli. Il sacro passa attraverso forme paradossali: giullari, corruzioni, persone malvagie…

  • Il punto della novella è il seguente: poiché noi per grazia divina ci siamo mantenuti sani e salvi e in questa lieta compagnia nelle presenti avversità, e abbiamo iniziato lodando il suo nome e inchinandoci a Lui, gli raccomanderemo le nostre necessità sicuri di essere ascoltati.

1.2 : NEIFILE, Abraam giudeo e Giannotto di Civignì

Neifile afferma che dalla novella narrata da Panfilo possiamo apprendere che la bontà di Dio non guardi i nostri errori, qualora essi derivino da qualcosa che non possiamo vedere. Ella intende poi dimostrare alla brigata come questa stessa bontà tolleri pazientemente i peccati di coloro che ne dovrebbero dare vera testimonianza con i fatti e le parole, e invece fanno il contrario : questa infallibile verità deve indurre a credere in Dio con maggior fermezza d’animo. Giannotto è legato ad Abraam giudeo da un forte legame di amicizia. I due hanno credi differenti: Giannotto insinua nella mente dell’amico un’ipotetica conversione al cristianesimo, tentando di affermare la sua fede come superiore. Abraam accetta di aprirsi alla possibilità di convertirsi, ma decide che prima si sarebbe recato a Roma ad osservare la condotta dei chierici. Giannotto tentò di dissuaderlo, sapendo in cuor suo che questi conducessero una vita lorda e scellerata. Abraam ebbe modo di vedere che questi praticavano sodomia, erano avari e peccavano di gola.

1.4: DIONEO, Monaco e abate

Un monaco passeggia nei campi durante l’ora del riposo. Incontra una giovane contadina, bella e fresca, e preso da desiderio concupiscibile si accorda con lei e la porta nella sua stanza: qui si appagano vicendevolmente. L’abate li sente e li vede, e pensa di smascherare il monaco. Il monaco si accorge di essere stato sentito, e pensa a come districarsi dalla faccenda: chiede all’abate il permesso di raccogliere la legna, per nascondersi e vedere chi si recasse nella sua stanza in sua assenza. L’abate si reca allora nella stanza del monaco, pensando che prima di sventare il fatto avrebbe ascoltato la versione della fanciulla; ma vedendone la bellezza è morso anch’egli da desiderio concupiscibile, e dopo aver pensato che un peccato commesso nel segreto sia mezzo perdonato, decide di godere dei piaceri della carne. Al ritorno del monaco, l’abate lo sgrida con fermezza; di contro, il monaco gli dice che se lo avesse perdonato, egli avrebbe agito esattamente come aveva visto fare lui.

  • Il registro di Dioneo è più spiccatamente giocoso dei precedenti: il suo desiderio di riso risponde alla volontà di illuminare lo sfondo cupo dei suoi pensieri, pervasi dal dolore della città tribolata
  • Tutta la commedia degli equivoci si muove secondo la cadenza circospetta di passi felpati, di gesti silenti e furbeschi nel silenzio ovattato del monastero
  • Si comincia ad introdurre la tematica propriamente sociale che vede poveri coinvolti (la giovane)
  • Il Decameron svela ciò che l’abate tiene accuratamente celato: nel libro il peccato non è mezzo perdonato, in quanto rappresentato → Il peccato è osservato con umana indulgenza, con sorridente ironia, ricondotto all’esilità dei peccati di incontinenza rispetto a quelli di malizia: il piacere, quando giunge ed è naturale, va compreso, governato dall’intelligenza e vissuto.
  • L’eros dirompe nel mondo del Decameron
  • L’antefatto del comico è fondato su un dislivello di consapevolezza tra i personaggi: Boccaccio coglie simultaneamente piani diversi della realtà, le scene sono contigue = ne consegue il riso
  • Il riso presuppone un giudizio: comprendiamo dunque che la condotta irreprensibile della brigata è l’antefatto della libertà del suo riso → Dioneo fonderà la libertà del comico sull'onesta vita della brigata (conclusione VI giornata)
  • LIBERTA’ E ORDINE CONVIVONO E SI PRESUPPONGONO

1.9: ELISSA, Re di Cipri e dama di Guascogna

La dama di Guascogna viene violentata da dei bruti. Vorrebbe punire gli aggressori accusandoli dal re, ma il re ha la fama di essere tardo e pigro, subendo egli stesso le ingiurie fatte nei propri confronti. La dama quindi rinuncia a denunciare gli uomini chiedendo al re come egli facesse a sopportare. Da quel momento il re, quasi risvegliatosi dal sonno, divenne un rigidissimo persecutore di coloro che commettevano ingiurie.

  • La novella si apre nel segno di una regalità ridotta alla dimensione degli ignavi danteschi: la misura di questa viltà è l’incapacità di rendere giustizia ad una donna
  • La costrizione delle donne nel piccolo circuito delle loro camere (proemio) è simbolo di una realtà che le opprime e che, non di rado, usa loro violenza
  • Prima del caso di madonna Filippa (6.7), la dama di Guascogna è il primo cruciale esempio nel Decameron di una donna giudicata e rappresentata come veicolo di giustizia e di una nuova iurisdictio

1.10: PAMPINEA, maestro Alberto

  • Digressione iniziale: invettiva di Pampinea contro la decadenza dei costumi femminili. Oggigiorno le donne sono diventate scialbe e melense; pensano solo a cose frivole come trucchi e vestiti; quando si trovano in compagnia non sanno fare altro che le belle statuine e se dicono qualcosa sarebbe meglio che fossero state zitte. Questo purtroppo le rende incapaci di usare il dono della parola per poter dire, quando necessario,leggiadri motti, perché ciò presupporrebbe intelligenza, ma pare che le donne di oggi ne possiedano poca.

Pertanto anche questa novella, come le precedenti, vuol dimostrare come una parola, un motto o un discorso formulati con acume e intelligenza abbiano la forza di mordere gli errori altrui, ma si propone soprattutto di insegnare alle donne che nel motteggiare bisogna prima misurare bene le forze del proprio interlocutore per evitare che questi replichi a tono e ancor meglio, equello rossore che si è creduto di gettare sugli altri ritorni su di sé. Questo è a maggior ragione importante nel caso in cui a motteggiare sia una donna, dato che è luogo comune che le femmine in ogni cosa pigliano il peggio: la novella che si sta per raccontare vuole perciò fornire alle donne un esempio da non imitare.

Oltre alla tematica della forza della parola acuta e intelligente nel mordere il difetto altrui, la novella affronta anche la tematica amorosa: la vicenda afferma infatti la forza del sentimento che invade il cuore di un vecchio settantenne, coerentemente alla visione boccacciana dell’amore come forza di Natura contro cui non è possibile opporre resistenza (maestro Alberto non riesce a dormire se il giorno prima non ha vistoil vago e dilicato viso della bella donna) e che non guarda ai dati anagrafici degli individui.

È anche importante sottolineare che Boccaccio si guarda bene dal giudicare negativamente il protagonista per il fatto di essersi innamoratonon altrimenti che un giovinetto: al contrario, estremamente significativo è quanto l’Autore scrive al par. 10: “ tanta fu la nobiltà del suo spirito che in sé non schifò di ricevere l’amorose fiamme”. Boccaccio ricollega la capacità di provare amore alla nobiltà di spirito: amore è dunque segno non della depravazione di un povero vecchio libidinoso quanto della sua nobiltà interiore, e in questo l’Autore si richiama chiaramente alla teoria stilnovista secondo la qualeal cor gentil (= nobile di spirito)rempaira sempre amore. Il linguaggio stesso si nutre delle idee stilnovistiche, che acquisiranno una loro portata nell’introduzione alla IV giornata quando diverranno l’alimento dell’autodifesa di Boccaccio.

→ La conciliazione di età matura e di passione amorosa, di dottrina e piacere era, dopo il 1351, inconciliabile con la linea post iubileum del Petrarca, che appunto per età e studi si collocava remoto dal “giovenile errore” dell’amore e dalla cultura che lo nutriva, inclusa quella dei medici (colpiti nelle Invective contra medicum).

SECONDA GIORNATA:

  • Regina: Filomena
  • Tema: Avventure avverse con lieto fine
  • I racconti di questa giornata assolvono una funzione esemplare, perché allietano, istruiscono e consolano (coerentemente a quanto dichiarato nel proemio)

2.2: FILOSTRATO, Rinaldo d’Asti e la vedova

Rinaldo, assieme al suo servo, fa ritorno a casa dopo aver viaggiato per lavoro (è un mercante). Percorrendo la strada di ritorno incontra 3 uomini, nobili nelle parole e nell’apparenza, per cui decide di accompagnarvisi; in realtà, coloro che avevano il viso di buoni cavalieri, erano in realtà furfanti, predoni, che al calar del sole lo derubarono, lasciandolo in mutande. Si beffeggiarono di lui che pregava San Giuliano, chiedendo un luogo in cui passare la notte; il castello in cui avrebbe potuto alloggiare era lontano, nevicava e la notte si appressava. Giunto al castello i ponti levatoi erano alzati, per cui si rannicchiò tra la paglia in un luogo al riparo dalla neve, sbattendo i denti come una cicogna (immagine dantesca, Inf 32). La vedova che abitava sopra sentì sbattere i denti, e mossa da pietà, accolse l’uomo in casa e gli offrì un bagno, del cibo e degli indumenti puliti. La donna fu colpita da desiderio concupiscibile, ed essendo stata abbandonata dal marchese con cui avrebbe voluto giacere, non disdegnò l’idea di godere di quel bene che la fortuna le aveva mandato. I due soddisfecero i propri appetiti per tutta la notte. All’indomani Rinaldo trovò il suo servo, recuperò i suoi beni e i ladroni furono impiccati.

  • Ci imbattiamo in una delle novelle più decisive riguardo all’i ncisività dell’eros. Il tema si inquadra all’interno della problematica della preghiera : Rinaldo d’Asti è devoto a San Giuliano (il medioevo ha una grande tradizione sulle vite dei santi).
  • Rinaldo viene derubato lungo la strada, e viene spogliato di tutto. Viene beffato dai ladroni che lo esortano a confidare del cielo, che di certo non lo ascolterà.
  • “sbattere i denti come una cicogna” = la citazione prospetta una situazione tragica che non si crea, perché la vedova ha compassione: la donna, sentendo i lamenti, fa entrare l’uomo. → “umana cosa è aver compassione degli afflitti” = umanità della vedova, ribadita a più riprese
  • La vedova e Rinaldo poi si uniscono; in questa vicenda l’esaudimento delle preghiere di San Gennaro passa attraverso l’eros. Il riso accompagna la novella, l’eros non viene concepito morbosamente: è un reciproco diletto. Per cui le preghiere a San Gennaro riescono armonicamente a iscriversi in questo contesto.

A tutta questa allegria, il Signore Iddio, che quando inizia è molto generoso, volle aggiungere la lieta novella che Arrighetto Capece, marito di Beritola, era vivo e godeva di buona salute. Con vento favorevole tornarono in Sicilia e ringraziarono Dio per la sorte favorevole.

  • Dante sente l’impeto dell’amore dopo la visione di Beatrice. Quella stessa forza che si è mossa da Beatrice verso il riconoscimento di Dante si muove anche da una madre nei confronti del figlio, che non vede da molto tempo. → Quando questo sintagma esce da Purgatorio 30 ed entra nella novella, si allarga, amplia il suo orizzonte: quella forza travolgente, misteriosa, l’”odor materno” che il ragazzo riconosce dopo tanti anni, non riconoscendola nelle sue fattezze, è ora traslata in un amore differente.

In 2.6 e in 2.8 Boccaccio utilizza il sintagma dantesco in contesto familiare, concedendo una cittadinanza anche agli affetti privati, la cui forza struggente è in grado di opporsi alla Fortuna ostile. → Dal punto di vista della moltitudine di amori rappresentati queste due novelle sono di straordinaria importanza: l’occulta vertù è traslata nel rapporto madre-figlio e nonno-nipoti (inedito nella letteratura).

  • “Amai tua figlia, la amo e la amerò sempre, perché la reputo degna del mio amore; e se mi comportai secondo l’opinione della gente grezza, in maniera disonesta con lei, commisi quel peccato a causa della giovinezza; se si volessero evitare certe cose, bisognerebbe abolire la giovinezza, se i vecchi ricordassero di essere stati giovani e confrontassero i loro difetti con quelli degli altri e viceversa, non sarebbe un peccato così grave come lo reputate tu e molti altri” → Altro tema della novella : il figlio di Madama Beritola, sorpreso ad amoreggiare con la figlia di Currado (che aveva sotto la sua protezione la madre, ad insaputa del figlio), vorrebbe condannarlo e disonorarlo. Ritorna il tema dell’eros come figlio della “natural ragione”, come declinazione dell’amore, del cuore nobile, come scelta

2.7: PANFILO, Alatiel

La storia è incastonata tra la storia di una madre (2.6) e quella di un padre (2.8): questa è l’avventura di una figlia.

“non voglio parlare dettagliatamente di tutti i desideri degli uomini , mi limito ad affermare che non ne esiste nessuno che sia al sicuro dai capricci dell’avversa sorte e che possa essere scelto dai viventi con vera saggezza : (...) dovremmo essere disposti a prendere e possedere le cose che Dio ci dona, perché solo Lui sa di cosa abbiamo bisogno e cosa ci può dare. Ma mentre gli uomini commettono peccato desiderando principalmente cose materiali, voi, graziose donne, peccate principalmente nel desiderarne una, cioè di essere belle, talmente tanto che non vi bastano le bellezze che vi dona madre natura, cercate di amplificarle con arti sorprendenti; desidero raccontarvi quanto fosse dannatamente bella una saracena, la quale, a causa della sua bellezza, si sposò nove volte in circa quattro anni”. → Così Panfilo introduce la vicenda di Alatiel, nel segno della FORTUNA e della BELLEZZA : non c’è nessuna cosa che accada avulsa dai rivolgimenti della fortuna.

Panfilo si interroga dunque sul rapporto che si deve istituire fra la prospettiva occulta di Dio, il nostro desiderio e gli strumenti intramondani coi quali speriamo d’inverarlo.

  • Per SOTTRARRE la nostra vita dal DOMINIO VOLUBILE DELLA FORTUNA dovremmo accogliere ciò che questa porta. Ciò che avviene deve sempre essere soggetto a interpretazione - il bene e il male. Il ragionamento di Panfilo si muove in quella direzione: non possiamo conoscere il significato di quello che avviene in quanto non siamo scissi dalla sostanza che compone le cose del mondo, per definizione transitorie. Ne consegue che le preghiere mirate rivolte a Dio (principalmente riguardanti desideri materiali) non verranno soddisfatte, ma lo saranno quelle che testimoniano la fiducia nel saper trarre il bene da ciò che accade.

Alatiel è una donna dalla bellezza conturbante, figlia del re di Babilonia e promessa in sposa al re del Garbo. Venne imbarcata assieme all’equipaggio partendo dal porto di Alessandria; dopo qualche giorno di navigazione una tempesta imperversò sulla nave, che naufragò e finì sulle coste di un’isola. Qui Alatiel fu trovata da un uomo, che invaghitosi della sua bellezza, volle possederla.

Dopo varie peregrinazioni Alatiel riconobbe un servo del padre, Antigono, cui raccontò la sua storia, finora celata, così come la sua identità. →“Egli cominciò a piangere per compassione; e, dopo averci pensato un po’, disse “ Signora, poiché avete tenuta nascosta la vostra identità durante questi infortuni, senza fallo vi riporterò da vostro padre, più onorata che mai, e poi andrete in sposa al re del Garbo ”. L’unico uomo che non la desidera è colui che la restituisce alla sua vita.

Nel finale Alatiel riesce a perseguire il suo intento originario e si sposa col re del Garbo senza essere disonorata. → “Ella, che giacque forse diecimila volte con otto uomini, si coricò accanto a lui come una fanciulla e gli fece credere di essere vergine ; e visse come regina insieme a lui per molto tempo. Per questo motivo si dice: “Bocca baciata non perde fortuna, ma si rinnova come fa la luna”.

  • E’ una delle novelle più audaci della raccolta: le vicende dell’eros di una donna (vicende a cui questa si adatta dominandole, traendone anche piacere, assecondando la sventura col proprio corpo) non incidono sull’onestà della stessa. Boccaccio pratica l’epochè, la sospensione del giudizio, e narra questa novella con un’apertura inedita. → Il tema della violenza subita dalle donne senza cancellarne l’onestà sta alle radici del decameron con la 1.9 (dama di Guascogna): le radici teoretiche sono da rintracciare nel De civitate Dei di Agostino.
  • Alatiel ASSECONDA LA SVENTURA COL PROPRIO CORPO = il CORPO VIOLATO, se l’animo non acconsente liberamente alla violenza, non solo fisica, NON PERDE PUREZZA: le disavventure di Alatiel riguardano il suo corpo, non la sua onestà.
  • Alatiel dialoga con FILIPPA e GRISELDA: essa subisce nel corpo ciò che Griselda subisce nell’anima ; è onesta quanto Filippa, che rimane tale pur essendo mortificata dall’insipienza e dalla gelosia del marito. → Il minimo comune denominatore sono le COSTRIZIONI SUBITE DALLE DONNE che NON CONTAMINANO LA PUREZZA DI UN’ANIMA BEN DISPOSTA. La verità viene liberata dal condizionamento della contingenza.
  • Alatiel è rappresentativa per presentare la rilevanza della brigata nella narrazione delle novelle. Scegliere o non scegliere di dare peso al prologo del novellatore cambia il significato del testo : il filosofico e

teologico Panfilo , in piena coerenza con quanto affermato nella 1.1, pone il BENE, che per l’uomo è possibile godere, non in ciò che egli riceve dalla sorte, ma in quanto egli è in grado di interpretare in qualità di esegeta e di conoscere leggendo il mutevole gioco delle parvenze storiche, della Fortuna.

2.9: FILOMENA, Bernabò e Ambrogiuolo

Filomena premette che la novella che segue sarà utile ai fini di mettersi in guardia dagli ingannatori.

Un gruppo di mercanti discute a Parigi sull’onestà delle loro mogli: ognuno di loro afferma con certezza che queste non si preservassero aspettando il loro ritorno; motivo per cui nemmeno loro facevano lo stesso. L’unico a smentire questa tendenza è Bernabò, che elogia le innumerevoli qualità della moglie, la sua statura di donna intelligente e casta. Ambrogiuolo ride molto di Bernabò, smentendo tutte le sue credenze adducendo ragioni “naturali” (la donna sarebbe più volubile dell’uomo). Gli animi si infervorano: i due arrivano a scommettere una cospicua somma di denaro se Ambrogiuolo, entro 3 mesi, fosse riuscito a corrompere la castità della donna portandone le prove. Giunto a Genova, Ambrogiuolo si avvede del fatto che la nomea della moglie di Bernabò era del tutto fondata; pertanto decide di agire per vie traverse, determinato a vincere la scommessa. Corrompe una povera serva e si fa portare all’interno di un baule nella camera di Zinevra. Nella notte esce: memorizza la disposizione della camera, osserva il corpo della donna (nota un neo sotto la poppa sinistra con peli biondi) e ruba qualche oggetto. Bernabò, sconfitto, versa la somma di denaro ad Ambrogiuolo ed ordina ad un suo fidato di uccidere brutalmente la moglie. Tuttavia, questo, alle parole della donna (“dio conosce tutto e sa che io non feci mai cosa per la quale mio marito mi vorrebbe morta”) è MOSSO da PIETA’: i due si accordano, e la moglie fugge fingendosi un uomo. Prende le sembianze di un marinaio e si fa chiamare Sicurano; presta per anni servizio al sultano di Alessandria, che loda le sue abilità e la sua intelligenza. Viene poi organizzata una fiera, in cui si riuniscono i mercanti; il sultano era solito mandare alcuni uomini fidati sul luogo.