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Il documento è una sintesi degli appunti presi in classe e dell’edizione critica di riferimento (di Veglia, appunto).
Tipologia: Dispense
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Sintesi di appunti e note al testo:
“Comincia il libro chiamato Decameron cognominato prencipe Galeotto, nel quale si contengono cento novelle in diece dì dette da sette donne e da tre giovani uomini”.
Sull’ordo tematico nelle giornate:
Dichiarazione di intenti: Con la menzione di Galeotto, personaggio letterario appartenente al ciclo della tavola rotonda, ripreso da Dante in Inferno V (cui Boccaccio qui allude), Boccaccio punta ad un RINNOVAMENTO DELLE FINALITA’.
Il Decameron non deve affatto condurre ad “una morte” chi lo legge, come accadeva per i dannati del secondo cerchio.
Umana cosa è avere compassione per gli afflitti. E benché sarebbe bene chiederlo a tutti, coloro a cui è massimamente richiesto solo coloro che ne hanno avuto bisogno e lo hanno ricevuto. Io sono tra questi.
Afferma di essere stato costretto a scrivere molte cose per spiegare perché esse avvenissero.
L’autore effettua una rassegna degli atteggiamenti che in città si erano assunti nei confronti del morbo: la sequenza riassume l’eclissi dei rapporti sociali che fondano una società ordinata.
L’autorità delle leggi, sia divine che umane, della città era stata distrutta, ciascuno faceva tutto ciò che voleva. → Lo sguardo di Boccaccio, che registra il caos di Firenze e l’oscuramento del nomos, prepara per contrasto l’antropologia della brigata e la sua iurisdictio.
La gente moriva sola e veniva gettata in fosse comuni dai becchini; gli umili se la passavano peggio di tutti. C’era morte ovunque. La peste ha determinato la fine di tutto: non solo in merito alle numerosissime morti, ma per gli effetti che ha avuto sugli animi, inquinati dal male. Quale che sia l’origine della pestilenza, essa sembra essere il frutto di una giusta ira di Dio : a dispetto delle suppliche dei devoti, il cielo tace, Dio è silente.
Le 7 donne, d’età compresa tra i 18 e i 28 anni, si incontrano per un caso di inaspettata fortuna in Santa Maria Novella: qui Pampinea prende la parola, e pronuncia il discorso che determinerà la renovatio della brigata.
Razionalità (naturale) e socialità (normata) sono i meridiani del discorso di Pampinea. L’uso onesto della ragione non infligge alcuna ingiuria, quindi non disgrega la società umana.
L’orizzonte culturale di Pampinea, come pure il suo linguaggio, sono giuridici: la sua legge, razionale in quanto naturale, naturale in quanto razionale, riposa in questo abito di cortese letizia, dove festa, allegrezza e piacere si perseguono con un arbitrio “libero, dritto e sano”.
Nel lunghissimo discorso che Pampinea fa per convincere le donne ad uscire da Firenze, Boccaccio per sua bocca tocca consapevolmente la tradizione del Plazer : tutto ciò che li circonda è agli antipodi del plazer; la tribolazione era entrata così profondamente nel corpo degli uomini e delle donne che ogni forma di civiltà era annullata. Il problema del contagio diviene di minor rilievo, ad attirare l’attenzione è la necessità di rinnovamento della vita. Pampinea rappresenta proprio questo: lei decide per la brigata, mette ordine, rinnova.
La tradizione del plazer è assimilata: l’elenco delle bellezze terrene, scandito dagli infiniti sostantivati, rinnova la tecnica del plazer, andando però oltre al semplice genere poetico e abbracciandone il modo di intendere la vita cortese; dobbiamo fuggire come la morte i disonesti esempi degli altri, e dobbiamo onestamente andare nei luoghi che possediamo intorno a Firenze, sui colli. “Senza trapassare in alcuno atto il segno della ragione”, contrariamente ai lussuriosi di Inf. V, “che la ragion sommettono al talento”. → La brigata deciderà di tornare in Firenze senza alcuna garanzia di evitare il contagio, ma a seguito di un rinnovamento tutto interiore, lieto.
Ciascuna delle donne è denominata con un nome fittizio, ma significativo di lei e del suo animo. I giovani rappresentano, nella dialettica ternaria che li unisce e insieme li distingue, tre aspetti della natura d’Amore.
A Panfilo Boccaccio dedica il suo lato più pensoso: è il volto filosofico e teologico del Boccaccio.
Ritratto di Ciappelletto:
all’inferno, all’eterno esilio; ma Panfilo ci dice che se noi non vediamo nella mente di Dio, Dio vede nella nostra → Dio guarda attraverso Ciappelletto la buona fede di coloro che vi si rivolgono. La lettura del prologo è in questo caso fondamentale.
Dio ha visto ciò che c’è nell’anima di Ciappelletto: un falso santo suscita veri miracoli. Il sacro passa attraverso forme paradossali: giullari, corruzioni, persone malvagie…
Neifile afferma che dalla novella narrata da Panfilo possiamo apprendere che la bontà di Dio non guardi i nostri errori, qualora essi derivino da qualcosa che non possiamo vedere. Ella intende poi dimostrare alla brigata come questa stessa bontà tolleri pazientemente i peccati di coloro che ne dovrebbero dare vera testimonianza con i fatti e le parole, e invece fanno il contrario : questa infallibile verità deve indurre a credere in Dio con maggior fermezza d’animo. Giannotto è legato ad Abraam giudeo da un forte legame di amicizia. I due hanno credi differenti: Giannotto insinua nella mente dell’amico un’ipotetica conversione al cristianesimo, tentando di affermare la sua fede come superiore. Abraam accetta di aprirsi alla possibilità di convertirsi, ma decide che prima si sarebbe recato a Roma ad osservare la condotta dei chierici. Giannotto tentò di dissuaderlo, sapendo in cuor suo che questi conducessero una vita lorda e scellerata. Abraam ebbe modo di vedere che questi praticavano sodomia, erano avari e peccavano di gola.
Un monaco passeggia nei campi durante l’ora del riposo. Incontra una giovane contadina, bella e fresca, e preso da desiderio concupiscibile si accorda con lei e la porta nella sua stanza: qui si appagano vicendevolmente. L’abate li sente e li vede, e pensa di smascherare il monaco. Il monaco si accorge di essere stato sentito, e pensa a come districarsi dalla faccenda: chiede all’abate il permesso di raccogliere la legna, per nascondersi e vedere chi si recasse nella sua stanza in sua assenza. L’abate si reca allora nella stanza del monaco, pensando che prima di sventare il fatto avrebbe ascoltato la versione della fanciulla; ma vedendone la bellezza è morso anch’egli da desiderio concupiscibile, e dopo aver pensato che un peccato commesso nel segreto sia mezzo perdonato, decide di godere dei piaceri della carne. Al ritorno del monaco, l’abate lo sgrida con fermezza; di contro, il monaco gli dice che se lo avesse perdonato, egli avrebbe agito esattamente come aveva visto fare lui.
La dama di Guascogna viene violentata da dei bruti. Vorrebbe punire gli aggressori accusandoli dal re, ma il re ha la fama di essere tardo e pigro, subendo egli stesso le ingiurie fatte nei propri confronti. La dama quindi rinuncia a denunciare gli uomini chiedendo al re come egli facesse a sopportare. Da quel momento il re, quasi risvegliatosi dal sonno, divenne un rigidissimo persecutore di coloro che commettevano ingiurie.
Pertanto anche questa novella, come le precedenti, vuol dimostrare come una parola, un motto o un discorso formulati con acume e intelligenza abbiano la forza di mordere gli errori altrui, ma si propone soprattutto di insegnare alle donne che nel motteggiare bisogna prima misurare bene le forze del proprio interlocutore per evitare che questi replichi a tono e ancor meglio, equello rossore che si è creduto di gettare sugli altri ritorni su di sé. Questo è a maggior ragione importante nel caso in cui a motteggiare sia una donna, dato che è luogo comune che le femmine in ogni cosa pigliano il peggio: la novella che si sta per raccontare vuole perciò fornire alle donne un esempio da non imitare.
Oltre alla tematica della forza della parola acuta e intelligente nel mordere il difetto altrui, la novella affronta anche la tematica amorosa: la vicenda afferma infatti la forza del sentimento che invade il cuore di un vecchio settantenne, coerentemente alla visione boccacciana dell’amore come forza di Natura contro cui non è possibile opporre resistenza (maestro Alberto non riesce a dormire se il giorno prima non ha vistoil vago e dilicato viso della bella donna) e che non guarda ai dati anagrafici degli individui.
È anche importante sottolineare che Boccaccio si guarda bene dal giudicare negativamente il protagonista per il fatto di essersi innamoratonon altrimenti che un giovinetto: al contrario, estremamente significativo è quanto l’Autore scrive al par. 10: “ tanta fu la nobiltà del suo spirito che in sé non schifò di ricevere l’amorose fiamme”. Boccaccio ricollega la capacità di provare amore alla nobiltà di spirito: amore è dunque segno non della depravazione di un povero vecchio libidinoso quanto della sua nobiltà interiore, e in questo l’Autore si richiama chiaramente alla teoria stilnovista secondo la qualeal cor gentil (= nobile di spirito)rempaira sempre amore. Il linguaggio stesso si nutre delle idee stilnovistiche, che acquisiranno una loro portata nell’introduzione alla IV giornata quando diverranno l’alimento dell’autodifesa di Boccaccio.
→ La conciliazione di età matura e di passione amorosa, di dottrina e piacere era, dopo il 1351, inconciliabile con la linea post iubileum del Petrarca, che appunto per età e studi si collocava remoto dal “giovenile errore” dell’amore e dalla cultura che lo nutriva, inclusa quella dei medici (colpiti nelle Invective contra medicum).
Rinaldo, assieme al suo servo, fa ritorno a casa dopo aver viaggiato per lavoro (è un mercante). Percorrendo la strada di ritorno incontra 3 uomini, nobili nelle parole e nell’apparenza, per cui decide di accompagnarvisi; in realtà, coloro che avevano il viso di buoni cavalieri, erano in realtà furfanti, predoni, che al calar del sole lo derubarono, lasciandolo in mutande. Si beffeggiarono di lui che pregava San Giuliano, chiedendo un luogo in cui passare la notte; il castello in cui avrebbe potuto alloggiare era lontano, nevicava e la notte si appressava. Giunto al castello i ponti levatoi erano alzati, per cui si rannicchiò tra la paglia in un luogo al riparo dalla neve, sbattendo i denti come una cicogna (immagine dantesca, Inf 32). La vedova che abitava sopra sentì sbattere i denti, e mossa da pietà, accolse l’uomo in casa e gli offrì un bagno, del cibo e degli indumenti puliti. La donna fu colpita da desiderio concupiscibile, ed essendo stata abbandonata dal marchese con cui avrebbe voluto giacere, non disdegnò l’idea di godere di quel bene che la fortuna le aveva mandato. I due soddisfecero i propri appetiti per tutta la notte. All’indomani Rinaldo trovò il suo servo, recuperò i suoi beni e i ladroni furono impiccati.
A tutta questa allegria, il Signore Iddio, che quando inizia è molto generoso, volle aggiungere la lieta novella che Arrighetto Capece, marito di Beritola, era vivo e godeva di buona salute. Con vento favorevole tornarono in Sicilia e ringraziarono Dio per la sorte favorevole.
In 2.6 e in 2.8 Boccaccio utilizza il sintagma dantesco in contesto familiare, concedendo una cittadinanza anche agli affetti privati, la cui forza struggente è in grado di opporsi alla Fortuna ostile. → Dal punto di vista della moltitudine di amori rappresentati queste due novelle sono di straordinaria importanza: l’occulta vertù è traslata nel rapporto madre-figlio e nonno-nipoti (inedito nella letteratura).
La storia è incastonata tra la storia di una madre (2.6) e quella di un padre (2.8): questa è l’avventura di una figlia.
“non voglio parlare dettagliatamente di tutti i desideri degli uomini , mi limito ad affermare che non ne esiste nessuno che sia al sicuro dai capricci dell’avversa sorte e che possa essere scelto dai viventi con vera saggezza : (...) dovremmo essere disposti a prendere e possedere le cose che Dio ci dona, perché solo Lui sa di cosa abbiamo bisogno e cosa ci può dare. Ma mentre gli uomini commettono peccato desiderando principalmente cose materiali, voi, graziose donne, peccate principalmente nel desiderarne una, cioè di essere belle, talmente tanto che non vi bastano le bellezze che vi dona madre natura, cercate di amplificarle con arti sorprendenti; desidero raccontarvi quanto fosse dannatamente bella una saracena, la quale, a causa della sua bellezza, si sposò nove volte in circa quattro anni”. → Così Panfilo introduce la vicenda di Alatiel, nel segno della FORTUNA e della BELLEZZA : non c’è nessuna cosa che accada avulsa dai rivolgimenti della fortuna.
Panfilo si interroga dunque sul rapporto che si deve istituire fra la prospettiva occulta di Dio, il nostro desiderio e gli strumenti intramondani coi quali speriamo d’inverarlo.
Alatiel è una donna dalla bellezza conturbante, figlia del re di Babilonia e promessa in sposa al re del Garbo. Venne imbarcata assieme all’equipaggio partendo dal porto di Alessandria; dopo qualche giorno di navigazione una tempesta imperversò sulla nave, che naufragò e finì sulle coste di un’isola. Qui Alatiel fu trovata da un uomo, che invaghitosi della sua bellezza, volle possederla.
Dopo varie peregrinazioni Alatiel riconobbe un servo del padre, Antigono, cui raccontò la sua storia, finora celata, così come la sua identità. →“Egli cominciò a piangere per compassione; e, dopo averci pensato un po’, disse “ Signora, poiché avete tenuta nascosta la vostra identità durante questi infortuni, senza fallo vi riporterò da vostro padre, più onorata che mai, e poi andrete in sposa al re del Garbo ”. L’unico uomo che non la desidera è colui che la restituisce alla sua vita.
Nel finale Alatiel riesce a perseguire il suo intento originario e si sposa col re del Garbo senza essere disonorata. → “Ella, che giacque forse diecimila volte con otto uomini, si coricò accanto a lui come una fanciulla e gli fece credere di essere vergine ; e visse come regina insieme a lui per molto tempo. Per questo motivo si dice: “Bocca baciata non perde fortuna, ma si rinnova come fa la luna”.
teologico Panfilo , in piena coerenza con quanto affermato nella 1.1, pone il BENE, che per l’uomo è possibile godere, non in ciò che egli riceve dalla sorte, ma in quanto egli è in grado di interpretare in qualità di esegeta e di conoscere leggendo il mutevole gioco delle parvenze storiche, della Fortuna.
Filomena premette che la novella che segue sarà utile ai fini di mettersi in guardia dagli ingannatori.
Un gruppo di mercanti discute a Parigi sull’onestà delle loro mogli: ognuno di loro afferma con certezza che queste non si preservassero aspettando il loro ritorno; motivo per cui nemmeno loro facevano lo stesso. L’unico a smentire questa tendenza è Bernabò, che elogia le innumerevoli qualità della moglie, la sua statura di donna intelligente e casta. Ambrogiuolo ride molto di Bernabò, smentendo tutte le sue credenze adducendo ragioni “naturali” (la donna sarebbe più volubile dell’uomo). Gli animi si infervorano: i due arrivano a scommettere una cospicua somma di denaro se Ambrogiuolo, entro 3 mesi, fosse riuscito a corrompere la castità della donna portandone le prove. Giunto a Genova, Ambrogiuolo si avvede del fatto che la nomea della moglie di Bernabò era del tutto fondata; pertanto decide di agire per vie traverse, determinato a vincere la scommessa. Corrompe una povera serva e si fa portare all’interno di un baule nella camera di Zinevra. Nella notte esce: memorizza la disposizione della camera, osserva il corpo della donna (nota un neo sotto la poppa sinistra con peli biondi) e ruba qualche oggetto. Bernabò, sconfitto, versa la somma di denaro ad Ambrogiuolo ed ordina ad un suo fidato di uccidere brutalmente la moglie. Tuttavia, questo, alle parole della donna (“dio conosce tutto e sa che io non feci mai cosa per la quale mio marito mi vorrebbe morta”) è MOSSO da PIETA’: i due si accordano, e la moglie fugge fingendosi un uomo. Prende le sembianze di un marinaio e si fa chiamare Sicurano; presta per anni servizio al sultano di Alessandria, che loda le sue abilità e la sua intelligenza. Viene poi organizzata una fiera, in cui si riuniscono i mercanti; il sultano era solito mandare alcuni uomini fidati sul luogo.