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Devianza e Criminalità: Un Approccio Sociologico, Sintesi del corso di Sociologia della Devianza e della Criminalità

Riassunto libro "Devianza e criminalità"

Tipologia: Sintesi del corso

2019/2020

Caricato il 09/06/2020

Martis398
Martis398 🇮🇹

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DEVIANZA E CRIMINALITA’
concetti, metodi di ricerca, cause, politiche
CAP.1
DI CHE COSA PARLIAMO QUANDO PARLIAMO DI DEVIANZA E CRIMINALITA’?
I CONCETTI E LE DEFINIZIONI.
1.1 La sociologia della devianza
Devianza: spettro più ampio di comportamenti o di orientamenti di azione degli individui accomunati
dal fatto di essere caratterizzati da violazione o rifiuto di norme o regole vigenti in una società o
cultura.
La sociologia della devianza pone attenzione all’insieme di comportamenti problematici che violano le
norme di qualunque tipo, non solo il crimine ma anche fenomeni come le tossicodipendenze, l’alcolismo,
la prostituzione, gli stili di vita marginali o segnati da condizioni psichiche compromesse, le forme di
prevaricazioni e violenza anche psicologia tra pari, l’omosessualità, il suicidio.
Gli obiettivi della sociologia della devianza si possono collocare su diversi piani:
- piano descrittivo: descrivere i fenomeni, le problematiche di cui trattano gli studiosi che vi si dedicano,
ovvero i comportamenti degli individui, gruppi, società oggetto del suo interesse, il modo in cui si
manifestano e si articolano, nonché le caratteristiche dei soggetti che ne sono protagonisti.
È indispensabile parlare della costruzione sociale della devianza, ossia del modo in cui alcuni dei
comportamenti tenuti dagli individui sono socialmente qualificati come devianti.
I comportamenti devianti sono considerati meritevoli di reazioni anche istituzionali. Interesse della
disciplina e della ricerca empirica è anche la descrizione delle modalità in cui tali reazioni si strutturano
e danno luogo a politiche di prevenzione, controllo, trattamento, repressione.
- piano esplicativo: spiegare la devianza, indagare sui fattori sociali e motivazionali sono all’origine o
contribuiscono al verificarsi dei comportamenti socialmente considerati devianti.
Un impegno della sociologia della devianza è rappresentato dalla ricerca delle spiegazioni in merito alle
modalità con cui si costruiscono e alle forme che prendono le reazioni ai comportamenti devianti,
ossia le politiche di prevenzione, controllo, trattamento, repressione.
È impegno della sociologia della devianza condurre studi sui propri oggetti di interesse assumendo una
prospettiva comparativa in due sensi:
- Senso diacronico: ossia osservando come mutano in epoche diverse le definizioni di “normale” e
“deviante” nella stessa società o cultura e come evolvono, nel tempo, i fenomeni così qualificati,
nelle loro dimensioni quantitative e qualitative, i fattori che possono causarli e favorirli, le modalità
con cui sono affrontati attraverso le politiche.
- Senso sincronico: guardando, in un dato periodo, a come si pongono e si comportano società e
culture diverse oppure anche segmenti diversi della stessa società in ordine agli stessi
comportamenti o fenomeni.
1.2 La devianza
La definizione di devianza implica il riferimento ad alcune condizioni:
- Esistenza di uno specifico gruppo sociale o una specifica cultura in cui tale definizione sia riconosciuta
e condivisa.
- Esistenza di norme, aspettative, costumi o credenze giudicate legittime
- Riconoscimento che uno scostamento o una violazione di tali regole è valutato negativamente dalla
maggioranza dei componenti, la collettività considerata o comunque da quelli più influenti.
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DEVIANZA E CRIMINALITA’

concetti, metodi di ricerca, cause, politiche

CAP.

DI CHE COSA PARLIAMO QUANDO PARLIAMO DI DEVIANZA E CRIMINALITA’?

I CONCETTI E LE DEFINIZIONI.

1.1 La sociologia della devianza Devianza : spettro più ampio di comportamenti o di orientamenti di azione degli individui accomunati dal fatto di essere caratterizzati da violazione o rifiuto di norme o regole vigenti in una società o cultura. La sociologia della devianza pone attenzione all’insieme di comportamenti problematici che violano le norme di qualunque tipo, non solo il crimine ma anche fenomeni come le tossicodipendenze, l’alcolismo, la prostituzione, gli stili di vita marginali o segnati da condizioni psichiche compromesse, le forme di prevaricazioni e violenza anche psicologia tra pari, l’omosessualità, il suicidio. Gli obiettivi della sociologia della devianza si possono collocare su diversi piani:

  • piano descrittivo : descrivere i fenomeni, le problematiche di cui trattano gli studiosi che vi si dedicano, ovvero i comportamenti degli individui, gruppi, società oggetto del suo interesse, il modo in cui si manifestano e si articolano, nonché le caratteristiche dei soggetti che ne sono protagonisti. È indispensabile parlare della costruzione sociale della devianza , ossia del modo in cui alcuni dei comportamenti tenuti dagli individui sono socialmente qualificati come devianti. I comportamenti devianti sono considerati meritevoli di reazioni anche istituzionali. Interesse della disciplina e della ricerca empirica è anche la descrizione delle modalità in cui tali reazioni si strutturano e danno luogo a politiche di prevenzione, controllo, trattamento, repressione.
  • piano esplicativo : spiegare la devianza, indagare sui fattori sociali e motivazionali sono all’origine o contribuiscono al verificarsi dei comportamenti socialmente considerati devianti. Un impegno della sociologia della devianza è rappresentato dalla ricerca delle spiegazioni in merito alle modalità con cui si costruiscono e alle forme che prendono le reazioni ai comportamenti devianti, ossia le politiche di prevenzione, controllo, trattamento, repressione. È impegno della sociologia della devianza condurre studi sui propri oggetti di interesse assumendo una prospettiva comparativa in due sensi:
  • Senso diacronico: ossia osservando come mutano in epoche diverse le definizioni di “normale” e “deviante” nella stessa società o cultura e come evolvono, nel tempo, i fenomeni così qualificati, nelle loro dimensioni quantitative e qualitative, i fattori che possono causarli e favorirli, le modalità con cui sono affrontati attraverso le politiche.
  • Senso sincronico: guardando, in un dato periodo, a come si pongono e si comportano società e culture diverse oppure anche segmenti diversi della stessa società in ordine agli stessi comportamenti o fenomeni. 1.2 La devianza La definizione di devianza implica il riferimento ad alcune condizioni:
  • Esistenza di uno specifico gruppo sociale o una specifica cultura in cui tale definizione sia riconosciuta e condivisa.
  • Esistenza di norme, aspettative, costumi o credenze giudicate legittime
  • Riconoscimento che uno scostamento o una violazione di tali regole è valutato negativamente dalla maggioranza dei componenti, la collettività considerata o comunque da quelli più influenti.
  • La verifica che i membri del gruppo tendono a reagire con intensità proporzionale alla gravità attribuita al comportamento deviante.
  • Esistenza di conseguenze negative a carico dei soggetti devianti. È deviante un comportamento che si scosta rispetto a una distribuzione normale dei comportamenti tenuti in un dato contesto sociale (in senso statistico): è ritenuto normale un comportamento che si osserva con maggiore frequenza in una data popolazione esposta a una data situazione o condizione. Sono considerati devianti coloro che suscitano riprovazione o reazioni negative (sanzioni) da parte dei membri del contesto sociale e culturale in cui si tengono poiché sono percepiti e giudicati come violazioni di norme, aspettative, valori, regole condivise. RUOLI: un ruolo è costituito dall’insieme di aspettative che gli altri nutrono nei confronti di chi lo ricopre, aspettative che sono culturalmente e istituzionalmente definite e si configurano come doveri e regole di comportamento sedimentati nel tempo. Quindi si può parlare di devianza come la violazione delle aspettative di ruolo da parte del titolare di esso. Ciò significa che un identico comportamento può essere deviante o meno a seconda del ruolo ricoperto da chi lo mette in atto. (ladro che uccide, poliziotto che uccide). L’essere deviante dipende anche da fattori culturali che mutano nel tempo e nello spazio o anche in tempi e luoghi diversi. Per questo si può dire che in natura non esiste qualcosa che possa essere considerato in sé come deviante, ma è deviante ciò che è definito come tale in senso generale e in relazione a specifiche situazioni o connotazioni di ruolo degli individui implicati. La devianza è una proprietà conferita a una qualche forma di comportamento in primo luogo dal modo prevalente di considerarlo sotto il profilo culturale e delle norme giuridiche in una data società o cultura in un determinato periodo. Sotto il profilo sociologico, importante è l’attribuzione della qualifica o dell’etichetta di soggetti devianti o criminali a specifici individui o gruppi da parte degli altri e delle istituzioni. Vi possono però essere comportamenti condannabili sul piano sociale e trattati istituzionalmente come reati, hanno fondamento in principi e valori condivisi, hanno quindi rilevanza sul piano etico. O al contrario vi sono atti condannabili sulla base di principi morali ma senza la produzione di reazioni sociali e istituzionali. DISTANZA TRA PIANO ETICO E PIANO GIURIDICO. La devianza è relativa e mutevole e questo può essere evidenziato attraverso 3 dimensioni analitiche:
    1. dimensione tempo → periodi storici: un comportamento può essere considerato negativamente in un certo momento dell’evoluzione di una data società, dei suoi costumi delle sue leggi, e non esserlo più in un altro momento, o viceversa.
    2. dimensione spazio → riferimento a diverse società e culture. Lo stesso atto può essere normale in cultura o società ed essere fortemente condannato in un’altra.
    3. dimensione delle articolazioni sociali → dei gruppi e delle subculture di appartenenza degli individui all’interno di una determinata società. Nelle società stratificate e non egualitarie, a ogni ruolo, in special modo quelli che riguardano la struttura delle occupazioni e delle professioni, è connesso uno status. Status : insieme (diseguale) di attributi riconosciuti a chi lo ricopre, sotto il profilo materiale (stipendio

diritto penale processuale/codice di procedura penale (destinato ai titolari di ruolo) il codice di p.p. si divide in:

  • codice di procedura penale per gli adulti
  • codice di procedura penale per i minorenni
  • sanzioni sociali o informali: sono reazioni non ufficiali e non scritte, che si esprimono sul piano relazionale e consistono in: .conseguenze negative per chi è giudicato non comportarsi conformemente alle norme vigenti in una data società. Sono erogate dai gruppi primari: famiglia, amici, vicinato, colleghi di lavoro o anche da persone che non sono in diretto contatto con il soggetto. Tra le conseguenze negative: ritiro della fiducia, rottura delle relazioni amicali e parentali e l’allontanamento dal gruppo o dal contesto delle frequentazione, perdita di reputazione e della stima della comunità. DETERRENZA → prevenzione di future ulteriori condotte non rispettose di obblighi e divieti. 1.5 le funzioni delle sanzioni Perché si puniscono i devianti? Quale senso si attribuisce all’applicazione di una sanzione per chi viola una norma? 4 funzioni delle sanzioni. Retributiva – deterrente – rieducativa – incapacitante. Due avvertenze:
  • non si escludono l’una con l’altra, possono convivere anche se, in periodi storici e in culture differenti, una di esse può essere prevalente.
  • si riferiscono prevalentemente a sanzioni formali, istituzionali, ma sono implicitamente presenti anche nei ragionamenti intorno al senso che si attribuisce alle sanzioni informali.
  1. Funzione retributiva (premoderna) La sanzione deve servire a restituire al colpevole il male provocato dalla sua azione illecita. Funzione affermatasi con lo Stato moderno, che concepisce la violazione della legge come una violazione di un ordine superiore che va ristabilito, come una colpa morale che va espiata, come una offesa che il colpevole deve ripagare con la stessa moneta (occhio per occhio, dente per dente). La constatiamo nei discorsi diffusi su certi media e nell’opinione pubblica, o la intravediamo nelle scelte legislative in merito alla penalità quando ai condannati non si infligge solamente la sanzione della privazione della libertà, ma si negano alcuni diritti fondamentali.
  2. Funzione deterrente = funzione preventiva (seconda metà del XVIII secolo) Appare con la figura e l’opera di Cesare Beccaria. L’idea di base è che la reazione alla commissione di un reato non deve più essere concepita come una vendetta dello Stato o dei singoli individui offesi o danneggiati, ma come strumento di ripristino dell’ordine e di prevenzione del prodursi di altri delitti da parte del reo. Si spera di trattenere o distogliere dal compiere un’azione illecita o dannosa.
  • Deterrenza speciale: indica la funzione di prevenzione del reiterarsi di comportamenti che violano le leggi da parte del singolo soggetto che sperimenta una sanzione a seguito di una prima infrazione, e che pagando un costo in futuro si asterrà dal ripetere atti che ugualmente gli procureranno un costo maggiore dei benefici ottenibili o comunque una sofferenza e un danno.
  • Deterrenza generale: si riferisce a tutta la popolazione, a coloro che non hanno ancora violato nessuna legge e che dovrebbero astenersi dal farlo perché consapevoli delle conseguenze negative che deriverebbero. Attore sociale → (in questa concezione di sanzione) essere razionale che sceglie sulla base di un calcolo costi-benefici e che dunque si asterrà dal violare una norma per le conseguenze che ne deriverebbero. Ovviamente la pena deve essere più costosa del vantaggio che si può ottenere. Se la probabilità di essere scoperto e punito è nulla, nessuna pena, anche se molto alta, potrà scoraggiare l’individuo dall’agire. L’idea che l’uomo agisce unicamente sulla base di calcoli costi-benefici è errata. L’uomo agisce anche in base a sentimenti, emozioni, bisogni difficili da contenere.
  1. Funzione rieducativa La punizione deve servire a “cambiare” chi ha sbagliato, rendendolo consapevole dei propri errori e capace di non ripeterli. Secondo questa funzione il deviante è un soggetto i cui istinti possono essere corretti o che non ha avuto una opportunità di buona educazione, quindi può migliorare. Art. 27 della Costituzione: “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Per questo sono nate istituzioni con l’obiettivo di rieducare, riabilitare, risocializzare il deiviante.
  2. Funzione incapacitante La sanzione serve a escludere il reo o il deviante dalla società, isolandolo dalle relazioni sociali al fine di impedirgli di fare il male e dunque danneggiare l’altro. È la funzione che si trova alla base della legittimazione della pena di morte, laddove insieme a sentimenti di vendetta, si esprime la volontà di impedire al reo di agire nuovamente. Più diffusamente è la funzione che si attribuisce al rinchiudere il deviante (per un periodo o per sempre) in contesti separati dal mondo, al contenerlo per renderla non capace di agire, al neutralizzare gli istinti o scoraggiarne i calcoli che sono alla base della reiterazione di comportamenti problematici per la collettività. Compito del sociologo della devianza è quella di porre al centro della riflessione le conseguenze dell’attribuzione alle sanzioni di una o dell’altra di tali funzioni e l’esito in termini di successo o meno delle pratiche che ne sono conseguite. Ponendo attenzione a due aspetti distinti anche se strettamente correlati: grado di effettività di una norma e la sua efficacia. Effettività della norma: delle azioni volte ad applicare quanto in essa previsto, a dare cioè sostanza alle indicazioni di azioni che vi sono prefigurate attraverso scelte e impegni da parte di attori diversi, in quanto titolari di ruoli istituzionali. Efficacia della norma: la verifica che essa abbia raggiunto gli obiettivi per cui è stata formulata e che sono dichiarati al momento della sua elaborazione. Ottemperanza → obbedienza alle norme Può dipendere da:
  • valutazione razionale ed emotiva dei costi rappresentati da una possibile futura sanzione
  • adesione morale al contenuto della norma
  • componente non razionale, espressiva, della motivazione ad agire: la ricerca di un piacere, la dipendenza da una sostanza, rabbia, delusione, desiderio di vendetta, l’affermazione della propria forza e del proprio potere.

Possiamo distinguere: Criminalizzazione primaria → processo formale attraverso cui un comportamento viene qualificato come reato, ossia il processo attraverso cui si produce un atto che ha valore di legge. Criminalizzazione secondaria → attribuzione in concreto della qualifica di autore di un certo determinato reato a qualcuno che si ritiene abbia agito così come definito dalla norma. Processi opposti: Decriminalizzazione primaria → un processo che si verifica quando un atto avente valore di norma giuridica elimina quel comportamento dal novero delle fattispecie criminali dall’elenco dei reati. Decriminalizzazione secondaria → nel senso di un venir meno delle condizioni di perseguibilità di chi lo mette in atto. 1.7. le forme della criminalità L’universo della criminalità è rappresentata dall’insieme dei comportamenti qualificati come reati da norme giuridiche istituzionalmente elaborate e poste in vigore in un dato momento in un dato spazio statuale. Comportamenti diversi che possono essere ricondotti a categorie che aiutano a distinguere e a connettere i diversi agiti individuali. Sotto il profilo del diritto positivo vi è la distinzione tra delitti e contravvenzioni.

  • delitti: reati per i quali è prevista la pena dell’ergastolo, della reclusione, della multa;
  • contravvenzioni: reati per i quali è prevista la pena dell’arresto e/o ammenda. Il delitto è:
  • doloso quando l’evento dannoso o pericoloso (che è il risultato dell’azione od omissione e da cui la legge fa dipendere l’esistenza del delitto) è dall’agente preveduto e voluto come conseguenza della propria azione od omissione;
  • preterintenzionale quando dall’azione od omissione deriva un evento dannoso o pericoloso più grave di quello voluto dall’agente;
  • colposo o, contro l’intenzione, quando l’evento anche se preveduto, non è voluto dall’agente e si verifica a causa di negligenza, imprudenza, imperizia, ovvero per non osservanza di leggi, regolamenti, ordini, discipline. Altre categorizzazioni in base al comportamento considerato e alla sua gravità: oggi nel nostro codice i delitti si distinguono in:
  • contro la personalità dello Stato
  • contro la pubblica amministrazione
  • contro l’amministrazione della giustizia
  • contro il sentimento religioso e contro la pietà dei defunti
  • contro l’ordine pubblico
  • contro l’incolumità pubblica
  • contro l’economia pubblica, l’industria e il commercio
  • contro la moralità pubblica e il buon costume
  • contro il sentimento per gli animali
  • contro la famiglia
  • contro la persona
  • contro il patrimonio

Sociologicamente si sono elaborate altre categorie derivanti da distinzioni fondate su altri criteri:

  • il non rispetto degli obblighi
  • violazione di divieti
    Una seconda importante distinzione è quella tra reati strumentali e reati espressivi.
  • Reato strumentale → è un reato finalizzato a ottenere un beneficio o un vantaggio, tendenzialmente un reato in cui la componente razionale della scelta è prevalente se non fondamentale. Vi si associa spesso la premeditazione e a come evitare di essere scoperti e riconosciuti. (reati predatori: reati che consistono nella sottrazione di beni ad altri. Furto, truffa, ecc). Ma sono strumentali i reati finalizzati a ottenere un guadagno o un arricchimento anche attraverso la violazione di norme che regolano l’economia o la gestione delle amministrazioni pubbliche. O anche reati contro la persona finalizzati a ottenere un vantaggio.
  • Reato espressivo → è un reato che vede la componente razionale poco o per nulla rilevante. È originato da stati d’animo, bisogni cogenti, impulsi incontrollati, dove il calcolo costi-benefici è spesso assente nel momento del “passaggio all’atto” e dove la minaccia della sanzione appare poco rilevante.
  • Reati individuali e reati di gruppo La responsabilità è sempre individuale, anche quando si commette un reato agendo in collaborazione tra più individui, la giustizia dovrà distinguere tra i ruoli e dunque la responsabilità di ciascun individuo componente il gruppo o la “banda”. (situazione di correità → cercare significato)
  • Reati comuni
  • Reati di impresa (reati dei colletti bianchi) Sutherland ha spostato lo sguardo della criminologia dalla criminalità comune, da sempre oggetto di repressione penali, alle infrazioni delle leggi penali quotidianamente perpetrate nei luoghi di lavoro e nel mondo degli affari, da parte di persone rispettabili e perfettamente integrate, dotate di risorse economiche, sociali e culturali spesso rilevanti.
  • Le vittime → soggetto passivo del reato. Reati a soggetto passivo determinato (quello nei quali si può individuare il titolare del bene giuridico tutelato) Reati a soggetto passivo indeterminato (quello nei quali l’interesse leso appartiene a chiunque o ad ampie categorie di soggetti, ad esempio contro la morale).
  • Reati con vittime (individuo o collettività) furto, truffa, violenza sessuale, omicidio
  • Reati senza vittima → senza soggetto passivo, non si può individuare l’offesa a un bene giuridico nella disponibilità di qualcuno. (es possesso ingiustificato di armi, la guida in stato di ebrezza, i reati contro il sentimento del pudore o contro la moralità pubblica: prostituzione, spaccio di sostanze psicoattive illegali). 1.8 le categorie dei comportamenti devianti Il concetto di devianza comprende un insieme ampio di comportamenti. Infatti vi sono diverse categorie di comportamenti devianti con riferimento ai tipi di norme cui ci si riferisce. Da un lato vi è l’allontanamento dalle norme sociali che attengono a modalità di comportamento e relazione quotidiana con gli altri, ossia le norme di buona educazione, del costume, dell’etichetta, della

a) la quantificazione delle azioni o dei comportamenti considerati criminali o devianti, il loro andamento nel tempo e/o la loro differente distribuzione in contesti diversi. Tale misurazione appare indispensabile a più livelli:

  • per l’analisi sull’andamento nel tempo dei fenomeni
  • per comparazioni tra diversi contesti locati o sociali
  • per la costruzione di ipotesi di ricerca sui fattori che condizionano l’incidenza e i cambiamenti degli stessi fenomeni. b) descrizione dei soggetti che sono protagonisti o hanno relazioni con i fenomeni considerati, ottenuta integrando approcci di tipo qualitativo e quantitativo.
  • gli autori: caratteristiche personali, condizioni sociali, percezione, motivazioni, giustificazioni
  • le vittime: caratteristiche personali, condizioni sociali, percezione del proprio ruolo, strategie di re-azione
  • i terzi: gli spettatori, entrano in contatto con attori e vittime direttamente o indirettamente. c) le caratteristiche dei contesti in cui si producono i fenomeni oggetto di interesse. specifici ambiti geografici o specifiche culture o subculture, ma anche le connotazioni che assumono in quel periodo l’economia, le condizioni materiali di vita delle diverse categorie o classi sociali, i tratti culturali dominanti. d) i contenuti e le forme delle norme e delle politiche introdotte per affrontare i fenomeni e i comportamenti.
  • piano esplicativo o interpretativo → si articola in obiettivi differenti che si possono perseguire attraverso studi e ricerche che tentano di affrontare diverse questioni e interrogativi. a) la ricerca delle connessioni tra andamento e caratteristiche di specifici fenomeni e fattori che sono considerati potenziali variabili indipendenti in grado di causare o comunque incidere sul cambiamento. (la ricerca delle connessioni e dei fattori causali con approccio e metodologie quantitative
  • Durkheim) b) la ricerca sulle ragioni e le motivazioni dell’agire degli individui con approccio e metodologie qualitativi (- Weber) c) la ricerca sulle ragioni, i significati e gli esiti dell’impostazione e dei contenuti delle norme e delle politiche 2.3. le statistiche sulla criminalità: maneggiare con cura Le statistiche sono una costruzione sociale, non sono il ritratto reale della criminalità. Il dato è costruito e quindi è manipolabile. Non vi è mezzo di comunicazione di massa che non valorizzi il dato numerico desunto dalle statistiche che hanno come oggetto i comportamenti reato e gli autori degli stessi. I media assumono e trasmettono al lettore o all’ascoltatore la certezza che quel dato rappresenti una descrizione veritiera della realtà considerata. Per molto tempo i dati raccolti sono stati considerati una fotografia attendibile e sempre più accurata della realtà. Su che cosa rappresentano le statistiche criminali e sul loro possibile utilizzo, a lungo si sono confrontate visioni diverse. Tre in particolare:
  • visione positivista: tende a considerare le statistiche lo specchio fedele di quella realtà oggettiva che è la criminalità;
  • visione costruttivista (o costruzionista?): le statistiche ufficiali non possono affatto descrivere la criminalità reale o la propensione a commettere reati perché hanno troppi limiti. Sono costruzioni sociali;
  • visione realista: si pone in una situazione intermedia e considera le statistiche una parziale ma utile rappresentazione della realtà, perlomeno di alcuni aspetti rilevanti della criminalità reale. Tre “insiemi” contengono i crimini commessi in un dato contesto e periodo:
  • la criminalità ufficiale → insieme che comprende le condotte criminali o le violazioni delle leggi penali di cui vengono a conoscenza e che sono registrate dalle forze dell’ordine o dalla magistratura.
  • la criminalità nascosta → insieme dei reati commessi in un certo contesto e periodo, ma che non sono conosciuti in quanto non sono stati denunciati o non sono stati scoperti dalle forze dell’ordine e quindi non sono stati registrati. (numero oscuro della criminalità).
  • la criminalità reale → insieme di tutti i reati commessi in un determinato periodo e in un certo ambito territoriale, indipendentemente dal fatto che siano o meno oggetto di denuncia, di indagine da parte delle forze dell’ordine, di condanna. Criminalità ufficiale + criminalità nascosta. Il rapporto tra criminalità ufficiale e criminalità nascosta cambia nel tempo e nello spazio. DAL REATO ALLA PENA:
  • commissione di un reato → → denuncia (da parte di vittima) o scoperta (da parte delle forze dell’ordine) → → presa in considerazione del fatto/reato da parte della magistratura → → individuazione, arresto e/o rinvio a giudizio del (presunto) colpevole → → processo penale → → esecuzione della pena (in carcere o in altra forma). 2.3.1. i contenuti delle diverse statistiche 5 sono i tipi principali di statistiche:
  • statistiche della delittuosità;
  • statistiche della criminalità;
  • statistiche processuali penali;
  • statistiche degli imputati condannati;
  • statistiche penitenziarie.
  1. statistiche della delittuosità: queste statistiche sono la raccolta sistematica dei dati sui delitti commessi e denunciati all’autorità giudiziaria da tutte le forze di polizia. (polizia, carabinieri, guardia di finanza, corpo forestale dello stato, polizia penitenziaria, direzione investigativa antimafia e altri uffici mensilmente trasmettono all’Istat). che provvedono a registrarle nel Sistema di indagine (SDI). I dati sono relativi alle denunce/querele dei reati pervenute alle forze dell’ordine da parte dei cittadini o emersi grazie all’azione investigativa. Tra i dati che arrivano all’Istat pervengono i dati dei delitti e quelli sugli autori segnalati, arrestati o denunciati all’autorità giudiziaria. Tuttavia tra questi non sono contemplati alcuni reati sebbene importanti: violenza di genere, contraffazione, tratta di esseri umani, corruzione, reati contro l’ambiente. Su circa 2.700.000 delitti che compaiono ogni anno nelle statistiche, ben 420.000 sono raggruppati nella categoria “altri delitti”, la cui differenziazione non è nota.
  1. rappresentanti delle forze dell’ordine per lo svolgimento del loro compito precipuo ovvero che svolgono indagini orientate alla ricerca e scoperta di un comportamento reato. 2.4. 1 le scelte delle vittime non tutti coloro che hanno subito un reato decidono di rivolgersi o darne informazione alle forze dell’ordine → la scelta dipende da: tipo di reato subito reati predatori (furti, rapine, estorsione, truffe, ecc) contano infatti:
  • valore dei beni sottratti o del danno subito
  • rapporto tra questo valore e il calcolo dell’impegno in termini di tempo e di energie per la denuncia
  • speranza di rientrare in possesso di tali beni
  • possibilità di ottenere un risarcimento per assicurazione stipulata sul bene o danno
  • obbligo di produzione della denuncia per pratiche amministrative
  • speranza di favorire l’individuazione del reo e impedire la reiterazione reati contro la persona reati con numero oscuro elevato. Contano:
  • gravità del danno subito
  • tipo di relazione tra autore del reato e vittima
  • conseguenze che la vittima si prefigura per l’accusato
  • implicazioni per sé sul piano relazionale e psicologico
  • paura delle conseguenze
  • valutazioni che connotano quel tipo di reato nell’ambiente, nel gruppo sociale o nella cultura cui si appartiene Rilevanza e gravità (significato e valore) percezione del funzionamento delle istituzioni di polizia e di giustizia concezione di sé come cittadino e appartenente a una comunità sociale Ruolo delle vittime:
  1. vittima non è consapevole, non percepisce a propria condizione di vittima. (tentato furto di auto o bicicletta)
  2. vittima non ha la capacità o la possibilità di denunciare (abusi sull’infanzia)
  3. vittima è indefinita, nel senso che coincide con una collettività danneggiata nel suo insieme da un certo comportamento (corruzione, evasione fiscale) 2.4.2. le scelte delle agenzie di controllo L’azione delle forze dell’ordine è discrezionale e selettiva:
  4. discrezionalità: connota non solo l’agire individuale, bensì gli orientamenti e le decisioni delle strutture organizzative ed è spesso in relazione con i mandati politici espressi nel tempo ai due livelli, l’entità delle risorse disponibili, le culture organizzative e professionali dei diversi uffici, gli interessi ritenuti meritevoli di essere perseguiti, la cultura diffusa e i valori dei loro componenti. Il ruolo delle scelte e la loro discrezionalità, operate da attori, producono determinati risultati sul piano della quantificazione dei reati e della costruzione statistica della distribuzione degli stessi tra la popolazione.
  5. selettività: risorse limitate: il loro utilizzo è definito secondo criteri di tipo normativo e organizzativ forze di polizia si trovano a confrontarsi con il prodursi di potenziali nuovi campi di intervento. I responsabili devono ridefinire la distribuzione delle risorse. Il tema della selettività si correla con l’immagine di efficienza che l’organizzazione è chiamata a dare in maniera cotante. Fare statistica: produrre cioè dati che abbiano l’effetto di dimostrare capacità operative ed efficienza → induce a orientare le scelte di azioni verso i reati più facilmente osservabili

e verso individui le cui azioni sono più visibili e i cui tratti sono più facilmente correlabili allo stereotipo del criminale più diffuso (spaccio). 2.4.3 .i limiti delle statistiche della delittuosità e della criminalità Sono poco utili nel rivelare il profilo degli autori dei reati in quanto un gran numero di denunce (tra il 75 e l’80%) viene solitamente effettuato contro autore ignoto. Allo stesso modo più dell’80% dei reati per i quali l’autorità giudiziaria ha iniziato l’azione penale è di autore ignoto. Il problema della categoria “altri delitti”, che contiene tutti i reati non previsti dal codice penale, ma istituiti attraverso leggi speciali. La categoria “altri delitti” raccoglie circa il 30% dei delitti denunciati e dei reati per i quali l’autorità giudiziaria ha iniziato l’azione penale. Difficili da comparare a livello internazionale. Difficili considerazioni di lungo periodo o longitudinali. 2.4.4. le statistiche processuali penitenziarie (dei condannati)

  • Statistiche processuali penali: insieme dei procedimenti che costituiscono l’attività degli uffici dei tribunali penali.
  • Statistiche imputati condannati: l’insieme degli individui condannati in qualsiasi fase o tipo di giudizio, con riferimento al momento in cui, divenuto irrevocabile il procedimento di condanna, viene iscritto al Casellario giudiziario centrale
  • Statistiche penitenziarie: dati raccolti dall’amministrazione penitenziaria sulla popolazione detenuta in carcere, sulla sua variazione nel tempo, sul movimento dei prigionieri in entrata e in uscita dagli istituti di pena, sullo status giuridico (quanti sono i detenuti condannati in via definitiva e quelli in attesa di giudizio) e altre caratteristiche socio-demografiche di chi sconta la pena detentiva (sesso, età, titolo di studio, professione, cittadinanza). 2.5 le possibilità di conoscere il numero oscuro modalità: indagini di autoconfessione (o self-report) e di indagini vittimizzazione. Indagini effettuate tramite questionari anonimi (diversi rispetto ai contenuti sottoposti) che hanno in comune (nel loro impianto e sotto il profilo metodologico):
  • si fondano su un campione casuale e rappresentativo dell’intera popolazione che si vuole studiare o di un segmento di essa ritenuto significativo per comportamenti o reati.
  • garanzia offerta ai rispondenti di assoluto anonimato e impossibilità di risalire a loro 2.5.1. le indagini di autoconfessione
  • Gli studi di autoconfessione: indagini campionarie che utilizzano questionari anonimi strutturati e autosomministrati attraverso cui gli individui sono invitati a «confessare» il loro aver commesso reati e a fornire informazioni circa la frequenza e le caratteristiche di tali attività, nonché eventualmente, le reazioni sociali e giudiziarie subite. Finalità degli studi di autoconfessione
  • Mostrare come la criminalità sia un fenomeno sociale ben più vasto e diffuso di quello raffigurato nelle statistiche ufficiali
  • Ricostruire la distribuzione della delinquenza nei diversi gruppi sociali in base al genere, alla classe sociale, all’età e all’appartenenza etnica, confrontandola con quella che emerge dalle statistiche ufficiali
  • Verificare la plausibilità empirica di determinate teorie sul comportamento deviante ed in particolare sulla devianza primaria, ovvero quella che non è stata seguita da una reazione sociale stigmatizzante
  • Fare analisi comparate sulla distribuzione sociale della criminalità in vari paesi e valutare l’efficacia di politiche di prevenzione in integrando il semplice indicatore della recidiva e fornendo utili indicazioni sui tassi di prevalenza e di incidenza.

2.6.1. I DATI DI FONTE ISTITUZIONALE

Anche per altri fenomeni di devianza che raggruppano comportamenti non penalmente qualificati come reati, possiamo fare riferimento a statistiche ufficiali (elaborate da: autorità amministrative o sanitarie, ministeri, ISTAT) Parliamo di: SOGGETTI DIPENDENTI da sostanze psicoattive legali (alcol, farmaci) o illegali (cannabis, eroina, new psychoactive substances); SOGGETTI CON STILI DI VITA MARGINALI O PROBLEMATICI (disturbi psichici, senza dimora, vittime di tratta ecc). Statistiche raccolti a livelli diversi: comunale, asl, regionale, nazionale sistematizzate da organi centrali che governano il sistema. Le statistiche ufficiali sono costruite a partire da scelte individuali di manifestare a qualche istituzione la propria situazione o dall’attivarsi di agenzie e servizi a partire da sollecitazioni diverse. Relazioni annuali al Parlamento sullo stato delle tossicodipendenze in Italia: molte info quantitative. → dati sulle operazioni di Polizia, sequestri di sostanze, persone denunciate, condannate e detenute o in misura alternativa per reati connessi alle sostanze stupefacenti (fabbricazione, importazione, esportazione, vendita a vari livelli) dati sui soggetti consumatori: non penalmente perseguibili. Oggetto di segnalazione alla prefettura in vista di sanzioni amministrative. Legge quadro in materia di alcol e problemi correlati (legge 30 mazo 2001, n. 125) dati sugli alcolisti in trattamento nei servizi pubblici , sulla morbilità alcol correlata, sugli accessi al pronto soccorso e sui ricoveri negli ospedali per problemi originati dall’alcol. In entrambi i casi abbiamo statistiche che sottolineano aspetti dei fenomeni, delle loro tendenze evolutive. dati: non sono una fotografia realistica di consumi, abusi e dipendenze. Sono essenzialmente indicatori:

  • scelte operate da una parte degli individui implicati (scelte in relazione a difficoltà percepite e vissute, con la diffusione, accessibilità, qualità degli stessi servizi).
  • del prodursi di eventi o incidenti che portano i soggetti a contatto con istituzioni di soccorso o cura
  • delle azioni messe in atto dalle agenzie di controllo impegnate su questi fenomeni con obiettivi di prevenzione e sanzione. Tema della malattia mentale: Rapporto salute mentale: analisi dei dati del Sistema informativo per la salute mentale (SISM). Illustra i dati sugli utenti dei presidi socioassistenziali di diagnosi e cura territoriali, residenziali e semiresidenziali e le loro patologie, sugli accessi al pronto soccorso, sui ricoveri ospedalieri spontanei e obbligatori (TSO), sulle morti riferibili a malattie mentali. Povertà estrema: senza dimora indagine realizzata dall’ISTAT, si avvale della collaborazione dei servizi e delle associazioni locali che li incontrano. L’indagine offre alcuni dati sulle caratteristiche delle persone che vivono tali condizioni e consente riflessioni sull’andamento nel tempo e il mutare di alcune caratteristiche del fenomeno. Suicidio: ISTAT rileva i suicidi attraverso fonti sanitarie. I dati offrono una fotografia fedele della realtà delle caratteristiche delle persone che si suicidano, della distribuzione geografica e delle modalità degli eventi. Nulla su motivazioni delle persone.

2.6.2. LE INDAGINI SU CAMPIONI DI POPOLAZIONE

  • Su alcuni fenomeni (come i consumi di droghe o di alcol, alcuni comportamenti a rischio) da anni sono condotte indagini che interrogano – in genere garantendo l’anonimato – un campione rappresentativo della popolazione o di parte di essa (i giovani, in particolare gli studenti facilmente reperibili)
  • Ad esempio, in tema di alcol:
  • ESPAD®Italia questionario cartaceo anonimo autocompilato a scuola
  • MULTISCOPO ISTAT (Aspetti della vita quotidiana): interviste a domicilio condotte da rilevatori formati - questionario autocompilato
  • IPSAD® questionario cartaceo anonimo inviato per posta e autocompilato
  • HBSC questionario cartaceo anonimo autocompilato a scuola
  • Differenti modalità di somministrazione e domande diverse portano a risultati spesso non comparabili.
  • Esigenza di ancor maggiore cautela in comparazioni internazionali. 2.6.3. LE RICERCHE SULLE POPOLAZIONI NASCOSTE (DOMANDA: metodi che possono permettere di fare stime e quantificare) “popolazioni nascoste” facciamo riferimento a quei gruppi di individui accomunati dal fatto di mettere in atto un determinato comportamento o di vivere una determinata condizione: Si tratta di caratteristiche e comportamenti alle quali è comunemente associato uno stigma e che quindi vengono, laddove è possibile, nascoste. Il rischio dato dalla possibile reazione/sanzione sociale e la delicatezza dei temi trattati rendono particolarmente complessa l’individuazione e la ricerca con/su queste popolazioni. Ovviamente buona parte dei comportamenti devianti e/o criminali rispondono a questa descrizione, condividendo quindi la difficoltà ad essere oggetto di uno studio approfondito. I metodi per indagare le popolazioni nascoste: La prima (e principale) difficoltà nel costruire una ricerca è data dalla possibilità di entrare in contatto con i soggetti devianti che tendono a sottrarsi per paura di essere identificati come tali e dunque di essere stigmatizzati e subire una reazione sociale (es. tossicodipendenti, persone che si prostituiscono, malati di AIDS, ecc.). Il secondo problema riguarda la possibilità di successo nel sottoporre comportamenti del campione i questionari predisposti o nel sollecitarne la disponibilità a sottoporsi a intervista. Alcuni metodi possono permettere di fare stime e quantificare questi fenomeni o costruire un buon campione di soggetti per approfondimenti qualitativi:
  • **«pescaggio e ripescaggio»
  • mappature su basi territoriali
  • il campionamento a valanga**. Metodo più utilizzato per risolvere questi due problemi è quello del campionamento a valanga : costruzione del campione a partire dal contatto e dalla richiesta di disponibilità a collaborare con un individuo che soddisfi la caratteristica ritenuta fondamentale in quanto oggetto di studio. A questo primo individuo si chiede di indicare nomi di altre persone che condividano la stessa condizione e di farsi tramite per i contatti e per sollecitarne la disponibilità.
  • Metodo di campionamento e di selezione dei soggetti da osservare/intervistare quando non si conosce l’universo da cui estrarre un campione casuale e rappresentativo.
  • Costruzione di campione non probabilistico a partire dal contatto con un individuo che soddisfi le caratteristiche individuate come fondamentali (es. un consumatore di eroina), cui si chiede di segnalare altre persone che condividano le stesse caratteristiche.
  • Man mano si compone – a valanga – il campione, fino ad arrivare a saturazione delle categorie di caratteristiche utili a rappresentare l’insieme da studiare.
  • Limiti del campionamento a valanga: - la bontà del campione è tutta basata sulla scelta del soggetto/i iniziale - data la volontarietà della partecipazione si tende a sovrastimare nel campione le persone che

con gli altri «non devianti»

  • traiettorie di vita ed eventi significativi
  • Metodi standard (posto che si superino barriere di diffidenza):
  • interviste discorsive
  • raccolta di storie di vita
  • eventualmente focus group Di grande rilievo metodi che mettono in contatto diretto ricercatore e persone e realtà osservata:
  • l’osservazione partecipante
  • l’elaborazione delle conoscenze e delle esperienze fatte in prima persona: esempio la convict criminology Osservazione partecipante strategia di ricerca nella quale il ricercatore si inserisce in maniera diretta e per un periodo di tempo relativamente lungo in un determinato gruppo sociale preso nel suo ambiente naturale, istaurando un rapporto di interazione personale con i suoi membri allo scopo di descriverne le azioni e di comprenderne, mediante un processo di immedesimazione, le motivazioni. La possibilità di inserimento di una persona estraneain gruppi che praticano comportamenti o stili di vita devianti o violano la legge penale, può risultare particolarmente difficile, quanto impossibile. Fattibilità legata alla capacità del ricercatore di costruire relazioni di fiducia con uno o più appartenenti al gruppo in questione. Convict criminology → hanno prodotto studi sulla condizione carceraria avendola vissuta o vivendola in prima persona. l’acquisizione di competenze teoriche e metodologiche permette ai sociologi detenuti di raccogliere e interpretare in maniera “scientifica” quanto direttamente osservato sulle modalità in cui individui diversi vivono la loro condizione sulle interazioni tra internati e staff, sulle regole informali vigenti, sul sistema di premi e sanzioni, ecc. Problemi e limiti dell’osservazione partecipante che riguardano l’osservatore:
  • nel registrare adeguatamente fatti, azioni, discorsi, relazioni, stati d’animo
  • nel non essere influenzato, nella lettura di quanto succede, dalle proprie preletture e dai propri pregiudizi
  • nel rappresentare in maniera fedele e oggettiva le acquisizioni cui è pervenuto
  • nell’estrapolare opportunamente, dalle specificità del campo forzatamente ristretto, oggetto della sua osservazione, tendenze e schemi interpretativi di valenza più ampia. 2.7. LE FRONTIERE DELLA RICERCA CRIMINOLOGICA: LOGICA ATTUARIALE, RICERCA SUI RISCHI, PROFILING DI INDIVIDUI E CATEGORIE. Le direzioni di ricerca intraprese da criminologi clinici e forensi, aiutati da statistici e assecondati non di rado da economisti, sono riconducibili a due categorie:
  • quella interessata alla distribuzione dei tassi di delinquenza nella popolazione per predire la distribuzione della probabilità del prodursi di essa in categorie e contesti ambientali e geografici diversi, in modo da concentrare gli sforzi di controllo su quelle che presentano caratteri di maggiore pericolosità.
  • quelle che, adottando gli strumenti della psicologia clinica, delle neuroscienze e della criminalistica forense, va alla ricerca dei profili e dei tratti che connotano i criminali autori dei delitti, non solo per scoprirli quando insoluti, ma anche per prevenirne le recidive e nuovamente per fornire alle forze di Polizia e alla magistratura elementi di orientamento nella scelta di chi sottoporre a controllo o nelle scelte relative alle sanzioni.
  • Gli strumenti della statistica attuariale: la distribuzione dei tassi di delinquenza nella popolazione come fondamento della criminologia attuariale: la distribuzione della propensione a produrre rischi per la collettività tra le diverse categorie di individui.
  • I metodi (prevalentemente psicologici) del cosiddetto risk assessment o analisi del rischio di messa in atto di comportamenti criminali da parte degli individui con particolare attenzione al rischio di recidiva.
  • La profilazione di individui criminali da parte di esperti di profiling: passaggio da impegno nel corso di indagini su determinati reati gravi per individuare possibili responsabili, a individuazione di potenziali criminali (o categorie di) da porre sotto controllo preventivamente. CAP. 3 PERCHE’ GLI INDIVIDUI VIOLANO LE NORME? LE CAUSE DI DEVIANZA E CRIMINALITA’ Le rappresentazioni sociali delle cause della devianza
  • Le rappresentazioni sociali costituiscono un tipo di conoscenza socialmente elaborata e condivisa, che ha un obiettivo pratico e che concorre alla costruzione di una realtà comune per tutto un insieme sociale.
  • Possono essere definite come sapere di senso comune (o sapere «ingenuo»), naturale, ed essere in questo modo distinte dalla conoscenza scientifica, anche se alcuni elementi di quest’ultima possono concorrere a determinarne il contenuto
  • Questa conoscenza si costruisce principalmente a partire dalle nostre esperienze, ma trova il suo fondamento anche nelle informazioni, nei saperi e nei modi di pensare che circolano nella società attraverso l’educazione o i mezzi di comunicazione.
  • Nostro interesse per le rappresentazioni sociali dei fenomeni di devianza e sulle loro cause. Le rappresentazioni sociali delle cause della devianza (le spiegazioni di senso comune)
  • L’individuo malvagio o disonesto, che vuole e sceglie il male coscientemente perché gli conviene, non ha voglia di lavorare, non è chiamato a pagare care le sue scelte, …
  • L’individuo pericoloso, predisposto “naturalmente” a fare il male, nato “delinquente”, tale per ereditarietà, …
  • Le condizioni difficili e le «assenze» (la povertà, la disoccupazione, la mancanza della famiglia, le carenze affettive, la non buona educazione, l’assenza di valori, ...)
  • I “cattivi modelli” (il troppo benessere, la televisione, gli esempi negativi, le compagnie sbagliate, la cultura, …)
  • Le risposte sbagliate della società che spingono alla disperazione o alla ribellione (l’emarginazione, il carcere “scuola” di criminalità, …) I «paradigmi» interpretativi della devianza
  • Nel corso della storia si sono succedute diverse teorie che hanno cercato di rispondere alla domanda: perché alcuni individui commettono atti devianti?
  • I paradigmi interpretativi della devianza si pongono come risposta a tale domanda. Il concetto di paradigma è stato introdotto da Thomas Khun nel 1962 nel testo La struttura delle rivoluzioni scientifiche: con questo nome si indica ciò che (in termini di teorie, spiegazioni, metodi di ricerca) è condiviso – in un determinato periodo – dai membri di una comunità scientifica alle prese con una determinata questione o problema. Nel testo di Khun si descrive: