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Riassunti Dicotomia fatto valore
Tipologia: Sintesi del corso
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-Cap.I Il retroterra empirista. Una distinzione non è una dicotomia, l'analitico e il sintetico Il positivismo logico fonda la dicotomia fatto/valore sulla distinzione fra giudizi analitici e sintetici. I positivisti logici e Kant La critica di Quine alla distinzione analitico-sintetico nei Due dogmi dell'empirismo. La tesi di Putnam: non si tratta di negare la distinzione, la distinzione esiste ed è significativa ma non segna, a differenza di quel che pensavano i positivisti logici, lo spartiacque fra giudizi significativi ( i giudizi scientifici) e giudizi privi di significato cognitivo (gli enunciati dell'etica, dell'estetica e della metafisica). La storia della dicotomia fatto/valore a partire dalla cosiddetta "legge di Hume": un giudizio su ciò che "è" riguarda una questione di fatto. Da esso non può essere derivato un giudizio sul "deve", ossia un giudizio di valore. Questa tesi si onda su una "semantica pittorialista": le idee sono copie o raffigurazioni di fatti, ma le idee di "giusto" o "buono" o "virtuoso" non sono raffigurazioni di fatti., quindi i giudizi di valore non riguardano questioni di fatto. Anche Kant, ma in modo di verso da Hume, distingue l'etica, il piano del "deve" dal piano dell' "è". Kant, a differenza di Hume non fonda la morale sul sentimento o sulle emozioni (con ciò Hume aveva escluso l'etica da una giustificazione razionale, una tesi apprezzata dai positivisti logici) ma su regole o leggi a priori della ragione, o "imperativi categorici", che sono indipendenti dalle questioni di fatto. I positivisti tornano a Hume: i giudizi etici non possono essere giustificati razionalmente, essendo basati su sentimenti o emozioni, quindi sono privi di significato cognitivo, sono semplicemente privi di senso. La tesi di Putnam: si tratta di sgonfiare la dicotomia fatto/valore, c'è una distinzione ovviamente, ma essa non ha la rilevanza epistemologica che i positivisti le attribuiscono fondando su di essa la distinzione fra giudizi dotati di significato e giudizi privi di senso, fra scienza e pseudoscienza. Il lato "fatto" della dicotomia. La separazione di Hume fra etica e conoscenza non spinge Hume ad annullare il valore dell'etica. La "saggezza" etica si fonda sui sentimenti di approvazione e di disapprovazione di persone imparziali che giudicano il comportamento morale dei loro simili. Questi sentimenti sono ciò che costituisce il collante della convivenza sociale e politica. Per Carnap, invece, e per tutti i positivisti logici, è la nozione di fatto "a fare tutto il lavoro...". Ciò significa che i positivisti logici privano di ogni significato i giudizi che non sono né analitici né riguardanti i fatti. Tuttavia la nozione di fatto è molto cambiata dai tempi di Hume. Per la scienza del Novecento i fatti non sono più rilevati da esperienze sensibili, essi sono dunque costretti a rivedere il significato di "termine osservativo" e di "empiricamente verificabile". La povertà della concezione del linguaggio dei positivisti logici. I positivisti logici distinguono termini descrittivi e termini normativi o di valore (questi ultimi privi di senso) e fra termini osservativi e termini teorici. Il linguaggio della fisica è l'unico linguaggio dotato di significato per i positivisti logici. Anche nell'ambito della scienza cognitiva odierna si afferma lo stesso riduzionismo fisicalista: le descrizioni psicologiche fanno riferimento a stati cerebrali, stati neurologici, cioè fisici, ma predicati come "crudele"
dimostrano che la distinzione fra termini descrittivi e termini valutativi non regge. Fatti e valori sono strettamente intrecciati. Cap. 2. L'intreccio di fatti e valori Putnam riassume i punti trattati precedentemente e poi spiega che anche "i valori epistemici" sono valori: in base a questi valori formuliamo descrizioni corrette del mondo a cui non possiamo accedere che attraverso queste stesse descrizioni. Poiché noi non possiamo giungere alla "verità" indipendentemente dai nostri valori epistemici, qualsiasi procedura di giustificazione sulla correttezza delle nostre credenze è viziata di una circolarità ineliminabile (è impossibile avere una giustificazione esterna alla nostre credenze: significherebbe pretendere di conoscere la realtà indipendentemente da come la conosciamo). Tuttavia, afferma Putnam, tale circolarità è accettata dalla maggior parte dei filosofi odierni. La nozione di "oggettività", intesa come "corrispondenza agli oggetti" entra di conseguenza in crisi: non solo non corrispondono ad oggetti gli enunciati di valore, "verità normative", come "l'assassinio è ingiusto" poiché non vi è alcune fatto che corrisponda a tali enunciati, ma anche le verità logiche e matematiche. Sono tutti esempi di "una oggettività priva di oggetti". Quindi la tesi di Putnam è che 1) non è necessario postulare entità metafisiche (come oggetti astratti, enti di pensiero ecc.) per giustificare l'oggettività della logica, della matematica o dell'etica; 2) il linguaggio non ha solo la funzione di descrivere il mondo. Concetti etici spessi Contro il positivismo Putnam obietta che termini come "cognitivamente significante" oppure "nonsenso", utilizzati dai positivisti, non rientrano tuttavia in nessun genere dei termini filosofici da loro ammessi: non sono termini osservativi, né termini teorici, né termini logico-matematici, eppure il linguaggio della scienza avrebbe dovuto contenere solo questo genere di termini. Rilevata questa incongruenza nella prospettiva positivista, Putnam sostiene dunque, che il linguaggio nel suo insieme contiene termini che sono sempre un intreccio di fatti e valori di ogni tipo, epistemici, etici, estetici, persino al livello dei predicati individuali. Per esempio: crudele naturalmente si tratta di un termine normativo e quindi tale da essere contenuto in un giudizio etico, tuttavia alcune volte può essere usato in senso puramente descrittivo, per esempio in un giudizio storico. Termini come "crudele" o "crimine" sono da considerare "concetti etici spessi", in essi è distinguibile un uso descrittivo da un uso normativo, ma il significato descrittivo non è totalmente separabile dal significato normativo. Poiché i concetti etici spessi sono numerosissimi, molti neopositivisti non hanno seguito la strada inaugurata da Hume, assegnando un significato meramente emotivo, eliminandoli dal linguaggio della scienza e hanno provato a dare due soluzioni, comunque insoddisfacenti, secondo Putnam:
Ma come osservava Dewey, il piacere puro è un mito, qualsiasi piacere è qualitativamente unico e non paragonabile con altri, es. il piacere del cibo, diverso dal piacere dell'ascolto della musica ecc.: Non si può pertanto quantificare. Dewey con queste considerazioni ancticipa un punto di vista che anche R. Nozick, molto più tardi (secondo Novecento) espliciterà con il suo esperimento mentale della "macchina dell'esperienza". La macchina che simula tutte le sensazioni o esperienze di un uomo non può simulare l'esperienza di "essere un uomo". Utilità e benessere sociale Il criterio di utilità, divenuto centrale nell'economia del benessere, fu supportato attraverso la tesi della ridistribuzione del reddito dalle classi più ricche a quelle meno abbienti attraverso il sistema della tassazione dei redditi. Sen critica questa prospettiva perché essa si basa su un un calcolo meramente astratto e semplicistico del benessere individuale in quanto esso viene collegato semplicemente alla disponibilità di una certa quantità di denaro. Si tratta invece di "valutare i pesi" cioè stabilire che cosa (oltre al denaro) e quanto può essere necessario per realizzare il benessere degli individui. La risposta a tale questione può avvenire solo attraverso "una valutazione ragionata", frutto di una scelta sociale e democratica, non attraverso un calcolo quantitativo astratto e generale. Se quindi l'economia del benessere vuol fare posto, non alla legge del libero mercato e dell'interesse individuale, ma al problema della povertà e della qualità della vita delle persone, allora entra in gioco Il criterio delle capacitazioni Per "capacitazioni" Sen intende la capacità di acquisire "funzionamenti" ( dai più semplici, come procurarsi cibo, salute, ecc., ai più complessi, come rispetto di se stessi, capacità di partecipare alla vita della comunità ecc.) a cui la persona attribuisce valore. Solo sulla base della realizzazione di tali funzionamenti si possono formulare giudizi di uguaglianza e di disuguaglianza. In tal modo Sen lega l'economia all'etica e alla teoria classica della felicità, intesa come piena realizzazione della persona (risalente al filosofo greco Aristotele). In particolare per quel che riguarda il problema dello sviluppo economico dei paesi poveri, Sen dimostra con analisi statistiche come il concetto di benessere non debba essere valutato semplicemente in relazione al reddito economico degli individui o all'aumento della produzione economica di un paese. Queste sono misure vaghe che devono essere poste in relazione con le condizioni di vita specifiche delle popolazioni prese in considerazione. Segue l'esempio dei dati statistici relativi alla maggiore sopravvivenza degli uomini del Kerala e della Cina rispetto agli afro-americani che hanno un reddito superiore. Inoltre le donne afro-americane hanno una sopravvivenza analoga alle donne cinesi, molto più povere, e persino inferiore alle donne indiane, ancora più povere. L'esempio dimostra che non c'è stretta correlazione tra reddito e sopravvivenza. Oltre a ciò Sen contesta anche la nozione utilitaristisca di desiderio (legata a quella di piacere): individui fortemente deprivati non concepiscono neanche desideri analoghi a quelli di individui che vivono in condizioni di relativo o di totale benessere. Nella prospettiva di Sen la libertà consiste dunque nella possibilità di realizzare o meno le capacitazioni, ma è ovvio che non esiste un criterio generale per stabilire come gli individui attribuiscono valore alle capacitazioni. Pertanto è naturale che all'interno di una società di possa produrre un dissenso sulle valutazioni, ma tale dissenso non è un ostacolo per Sen, bensì qualcosa che può essere affrontato attraverso una discussione pubblica e una comprensione e accettazione democratica. Il risultato non è una
classificazione definitiva delle capacitazioni, ma un ordinamento sempre parziale e approssimativo, pertanto modificabile all'insegna di una concezione della "vita buona" (che risale all'etica aristotelica) e che non può che risultare dalla connessione fra economia, etica e politica. Conclusione: ancora sull'intreccio fatto/valore Prendendo come punto di riferimento Dewey e la sua critica a ogni forma di dualismo, Putnam riepiloga gli errori della dicotomia fatto/valore, da Hume ai positivisti logici, alla luce della nozione di "capacitazioni", che sono "funzionamenti" (componente fisico-fattuale) dotati di valori, quindi un ulteriore esempio, che nasce dentro l'economia, di intreccio fatti/valori. Cap. 4. Gli inizi prescrittivisti di Sen Il positivista logico R.M. Hare ha formulato una teoria etica denominata "prescrittivismo" universale in base alla quale che i giudizi etici siano universalizzabili è una verità logica, cioè analitica ( quindi sempre vera). Ciò significa che se "l'omicidio è ingiusto" è un giudizio etico, io devo necessariamente concordare sul fatto che è ingiusto per chiunque commettere omicidio. Così Sen commenta: per esempio, se dico "la pena capitale dovrebbe essere abolita" ciò comporta la mia condivisione dell'imperativo "aboliamo la pena capitale". Ma la connessione tra i due giudizi non è affatto così stretta come vedremo. Inoltre Sen, accettando inizialmente la distinzione che Hare opera tra una componente prescrittiva e una componente descrittiva dei termini di valore, distingue tra "giudizi prescrittivi" (contenenti sono termini prescrittivi) e "giudizi valutativi" (contenenti termini che hanno sia un significato prescrittivo sia un significato descrittivo). Quindi secondo Sen, un "giudizio valutativo" comporta, oltre alla mia condivisione di un imperativo anche un contenuto descrittivo. Per esempio, il giudizio "la pena capitale è barbara" potrebbe comportare non semplicemente la mia adesione all'imperativo di prima ("aboliamo la pena capitale"), ma la mia intenzione di comunicare che la pena capitale possiede delle caratteristiche che possono essere associate alla nozione di barbarie I giudizi di valore implicano imperativi? In che senso o giudizi di calore implicano imperativi? Anzitutto Putnam analizza il concetto di implicazione logica. Quest'ultima è una relazione fra enunciati, veri o falsi. In base all regola dell'implicazione , se p implica q, allora se p è vero, anche q è vero. Ma i giudizi etici non sono né veri né falsi, quindi l'implicazione non può essere spiegata in questo modo. Sen risolve il problema nel modo seguente. L'enunciato "la pena capitale dovrebbe essere abolita" implica l'enunciato "aboliamo la pena capitale". Chi acconsente al primo enunciato non può non acconsentire al secondo enunciato, se lo ha compreso e intende veramente dire quel che gia affermato nel primo enunciato. Hare d'altronde sosteneva qualcosa di simile, ossia che i giudizi di valore implicano imperativi perché a suo avviso i termini di valore sono "motivazionali", nel senso che chi comprende il contenuto semantico di un termine che rappresenta un valore o disvalore intrinseco (per es. "valoroso" o "crudele"), se parla sinceramente è disposto ad approvare o disapprovare quel contenuto. Ma questa spiegazione è stata giustamente criticata, e Putnam d'accordo con tale critica, in quanto per molte regioni: apatia, debolezza, disperazione, distrazione, le persone possono non essere motivate a tale approvazione o disapprovazione. Analoga critica si può fare con il ragionamento "prescrittivista" riportato da Sen. Una persona può assentire al giudizio "la pena capitale dovrebbe essere abolita" senza che ciò implichi la sua reale intenzione di impegnarsi a sostenere un atteggiamento che possa essere connesso con un enunciato del tipo "aboliamo la pena capitale". Anche in questo caso per molte ragioni diverse: o perché il secondo enunciato ha un senso diverso se pronunciato da un cittadino qualunque o da un politico, o per le ragioni di cui sopra, ossia
"assunzioni fattuali" a cui cui tali giudizi possono riferirsi. Se invece la persona è disposta a modificare il suo giudizio, allora esso non era fondamentale. Precisazione: "non fondamentale" non è equivalente a "non costrittivo" (la non costrittività ha a che fare con la relazione -non necessaria- fra il giudizio e e l'imperativo ad esso associato) la "non fondamentalità" ha a che fare invece com il modo in cui è concepito il giudizio in se stesso. Es. 1) "Una crescita del reddito nazionale misurato sulla scorta dei prezzi base annuali rivela una situazione economica migliore". Se la persona che sostiene questo giudizio è disposta a rivederlo, una volta che le sia fatto notare che possono che in tale situazione si verifica anche che i ricchi divengono più ricchi e i poveri più poveri, allora il giudizio non era per fondamentale, altrimenti no. Es. 2) L'uccisione di un essere umano non è giustificabile. Questo giudizio potrebbe essere fondamentale per chi ritiene che non vi siano situazioni fattuali che renderebbero giustificabile l'uccisione di un essere umano. Sen sostiene che in nessun sistema di valori tutti i giudizi sono fondamentali, ossia tali che non vi è alcun metodo fattuale per mettere il giudizio in discussione. Se così non fosse ognuno potrebbe affermare di poter formulare un giudizio morale indipendentemente dalla considerazione di qualsiasi fatto (con ovvie conseguenze di totale intolleranza morale). Sen non è tuttavia esplicito (a differenza di Dewey) nell'affermare che in nessun sistema esistono valori fondamentali, però implicitamente esprime tale convinzione in quanto sostiene che non esiste nessun metodo per verificare, per qualsiasi giudizio di valore, se si tratti di un giudizio fondamentale o no. Sen conclude perciò: è interessante notare che alcuni giudizi sono dimostrativamente non fondamentali, al contrario non si può mostrare che alcun valore sia fondamentale. Con ciò Sen colpisce la dicotomia fatto/valore sostenendo una tesi opposta a quella dei positivisti. I fatti non sono estranei ai giudizi di valore, anzi tutt'altro. Affermare l'irrilevanza dei fatti significa invece chiudere i propri giudizi in una forma di assolutismo incontrollabile (che è la conseguenza insidiosa della dicotomia fatto7valore sostenuta dai positivisti) Cap 6. I valori vengono prodotti o scoperti? Thomas Hobbes è il primo filosofo che introduce l''idea che i valori giuridici (che sono dello stesso ordine dei valori morali) sono istituiti dagli uomini quando si associano per fondare una società. Nella concezione assolutistica dello stato hobbesiano è il sovrano a stabilirei valori. Una visione deweyana della valutazione Seguendo Dewey, Putnam afferma che noi produciamo modi di trattare situazioni problematiche e stabiliamo quali sono o i migliori e i peggiori. Questa concezione viene talora definita strumentalismo, ma tale "strumentalismo" va ben compreso riconducendolo alla concezione generale che Dewey avanza sulla ricerca come attività fondamentale degli esseri umani. Tale ricerca comporta un riesame incessante sia dei mezzi sia dei fini, che non sono stabiliti una volta e per tutte, né chiaramente immagazzinati sotto forma di preferenze razionali (più o meno computabili). Qualsiasi ricerca ha sia presupposti fattuali, quali la ricerca dei mezzi più adeguati per la realizzazione di determinati fini, sia presupposti di valore, che a loro volta possono essere riesaminati alla luce di considerazioni fattuali. Quindi la concezione di Dewey non è "strumentalismo" nel senso banale del termine, ossia la ricerca dei mezzi più idonei per raggiungere determinati (ossia preesistenti) fini. E' invece una ricerca molto più ampia
che riguarda la valutazione di ciò che è bene per la convivenza umana. In quanto ricerca comporta sperimentazione, discussione, apertura. La teoria di Dewey, non correttamente interpretata si presta a due generi di obiezioni: obiezioni rortyane e obiezioni riduzioniste. Rorty e Dewey Rorty è stato uno dei maggiori filosofi del secondo Novecento che si è ispirato a Dewey. In particolare per il tema in questione, la dicotomia fatto/valore, Rorty approva il rifiuto della dicotomia da parte di Dewey, ma non tiene conto che tale rifiuto non comporta, come abbiamo visto, il disconoscimento dell'importanza delle questioni di fatto per la ricerca dei fini (valori) da realizzare, tutt'altro. Tale "realismo oggettivo" viene considerato da Rorty un residuo metafisico inaccettabile della concezione di Dewey. Infatti la nozione di "realtà oggettiva", ossia di un'ipotetica corrispondenza fra la nostra rappresentazione della realtà e la realtà, è incomprensibile e ingiustificata. Rorty sostituisce tale nozione con quella di "solidarietà", che si fonda sulla condivisione degli standard della nostra cultura (per Rorty si tratta della cultura democratica, progressista, liberale ed europea, presupposto anche questo ingiustificato naturalmente, come gli è stato obiettato da più parti.) Putnam è d'accordo on Rorty nel rifiuto (tipicamente pragmatistico) del confronto tra pensieri e credenze e "le cose come sono in se stesse", in quanto non abbiamo un accesso alle cose come sono in se tesse o ai "fatti" come propriamente sono. Ma ciò non lo induce ad abbandonare la nozione di "oggettività". Putnam fa due esempi significativi riguardo ai limiti della nostra mente, che tuttavia non comportano dubbi sull'esistenza di ciò che è al di là di tali limiti. 1) Non posso sapere ciò che accadrà dopo la mia morte, ma non dubito che ci saranno eventi futuri sui quali addirittura posso persino pensare di avere influenza ( facendo un'assicurazione sulla vita); 2) non posso uscire dalla mia mente e penetrare nella mente altrui per conoscere a che cosa esattamente corrispondano le esperienze dei miei amici (nelle loro menti) e tuttavia ciò non mi impedisce di intendermi con loro su tali esperienze e su altro ancora. Queste considerazioni sono sufficienti per supportare la comune nozione di "oggettività", secondo cui i nostri pensieri e credenze si riferiscono a cose del mondo (presupposto necessario affinché la nozione stessa di "solidarietà" possa avere un senso osserva pure Putnam), fatta slava la critica di Rorty a una metafisica corrispondenza della realtà oggettiva alla realtà delle cose in se stesse. Quest'ultima critica non comporta infatti lo scetticismo fondato sul rifiuto di Rorty della comune nozione di "rappresentazione". E' ovvio che il linguaggio non rappresenta una realtà esterna al linguaggio stesso: sarebbe come dire che il linguaggio rappresenta ciò che è al di fuori delle sue stesse possibilità di rappresentazione. Il linguaggio è anzi la capacità di rappresentare le cose nel senso comune del termine "rappresentare", ossia è la capacità di "riferirsi a" le cose del mondo. Alcune obiezioni riduzioniste alla teoria del valore di Dewey Per "obiezioni riduzioniste" Putnam intende una prospettiva che va al di là della concezione di Dewey: si tratta della tesi, che abbiamo fin qui esaminato sotto diversi aspetti, e che ora viene ripresa nella cornice più ampia della scienza odierna, secondo cui la dicotomia fatto/valore sia un presupposto strettamente connesso con il moderno ragionamento scientifico. Due tipi di argomentazioni: epistemologiche e ontologiche o metafisiche L'argomento epistemologico più tradizionale: come possono esserci fatti valutativi? non abbiamo organi di senso per percepire tali "fatti", possiamo percepire colori, ma non valori. L'argomento è debole perché si fonda su un presupposto epistemologico ingenuo, risalente all'empirismo classico (Locke, Hume): solo gli organi di senso forniscono conoscenze certe. Ma la filosofia più matura (Kant) e la psicologia odierna hanno
Stesse considerazioni per quel che riguarda il campo dell'etica, anzi alla luce della non definitività delle valutazioni scientiifiche la non definitività delle valutazioni etiche non preoccupa circa la loro mancanza di "oggettività" o di significato. Verità e asseribilità garantita Si tratta di un'ultima questione metafisica. Per "asseribilità garantita" (nozione complementare a quella di "fallibilità") intendiamo la tesi per cui, dal momento che non siamo mai in condizione di iniziare ex nihilo, né in etica, né in nessun altro ambito, siamo sempre in grado di scoprire che una soluzione proposta è superiore ad un'altra (fallibilità), ma ciò ci autorizza al tempo stesso a ritenere valide le soluzioni accettate fino a prova contraria. Qual è la relazione fra asseribilità garantita e verità? Verità potrebbe significare asseribilità garantita in condizioni ideali? Nell'ultima fase del suo pensiero Putnam non fornisce più questa risposta (che era tipicamente in linea con il pragmatismo di Peirce), perché la nozione stessa di condizioni ideali è insoddisfacente se è intesa estendersi a tutte le possibili verità. Noi facciamo parecchie asserzioni per le quali non potranno mai darsi le condizioni ideali e che tuttavia possono essere vere o di cui non posiamo escludere la verità. Per es. può essere vero che non ci sono in nessun luogo extraterresti, anche se non possiamo verificarlo. La nozioni di "condizioni ideali" ha dunque un uso molto più limitato, esclusivamente empirico, com per es. quando dico "in questa stanza ci sono sedie", questo enunciato risulta vero se ci sono le condizioni che rendono possibile la percepibilità delle sedie. Sul versante del razionalismo, che supera lo scetticismo attraverso il ragionamento puramente mentale (di cui la versione dei "cervelli in una vasca", dello stesso Putnam, è la versione odierna del demone cartesiano), Putnam afferma che la mente non può ricavare da se stessa la dimostrazione dell'esistenza delle cose reali. E' una falsa impostazione del problema: già il sollevare la questione del riferimento alle cose comporta una interazione con le cose stesse che ci informa in qualche modo della loro realtà e ciò dimostra che la verità non è assolutamente indipendente dal modo attraverso cui la verifichiamo, ossia la verità è un concetto intrinsecamente epistemico (cioò nasce dentro la conoscenza stessa, che pertanto accettiamo già implicitamente come vera). Tuttavia per dare senso alla nozione comune di verità o oggettività, sia nella scienza sia nell'etica, secondo Putnam non c'è bisogno di ricorrere ad argomenti di natura così tecnica. E' sufficiente il realismo comune, che non è, come il platonismo, basato sull'idea che le nostre credenze o pensieri fondino la loro verità o oggettività sulla presunta corrispondenza con un mondo di realtà in sé, ma semplicemente sulla considerazione che comunemente ci intendiamo, condividiamo esperienze, e questo è ciò che intendiamo per "oggettivitità". Riassumendo Il pragmatismo americano è questo insieme di antiscetticismo e di fallibilismo. Tutto l'insieme delle considerazioni fatte sin qui si può riassumere nella affermazione finale di questo paragrafo: Non ci sono verità che trascendono il loro riconoscimento, ossia la verità o oggettività delle nostre tesi, asserzioni, giudizi, sia in campo scientifico ed etico sia in qualsiasi altro ambito dell' attività umana si fonda sui nostri stessi strumenti di conoscenza e di valutazione che ci portano a valutare tali tesi o giudizi come veri o oggettivi.
Quindi la valutazione è parte integrante del concetto stesso di verità o oggettività, così come oggettività e verità sono parte integrante del processo di valutazione (dal momento che non tutte le valutazioni sono vere o oggettive).